Carne “vegana”


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“Una volta ero un vegano etico di quelli convinti. Poi un giorno un carnista mi disse “Vegano del piffero, se ti trovassi in un’isola deserta abitata da soli conigli, voglio vedere chettemagni!”. Vi giuro, questa frase ha cambiato radicalmente la mia vita. Ho cominciato a pensarci ossessivamente, tanto che alla fine non ho potuto fare altro che constatarne l’assoluta logicità. Ha assolutamente ragione, in un’isola deserta con soli conigli, cosa mai potrei mangiarmi? e con questo pensiero in testa sono ritornato onnivoro ed ho ricominciato a mangiare animali. Una sera, mentre stavo cenando e mi gustavo una bella bistecca mi è capitato di vedere “Alive Sopravvissuti”, un film dove un aereo che sta andando in Cile, si schianta sulle Ande e tutti i sopravvissuti per non morire sono costretti a mangiare i cadaveri dei loro compagni. Così ho cominciato a pensare ossessivamente a quel film. E subito tutto mi è sembrato così logico. Se mi trovassi sulle ande, in mezzo al nulla cosmico, circondato solo dai cadaveri dei miei compagni, cosa mai potrei mangiarmi? e con questo pensiero in testa sono diventato cannibale. Qualche tempo dopo, mentre stavo sgranocchiando le dita pacioccose di un bimbetto appena cotte e intanto controllavo le notifiche su facebook, mi è capitato di assistere all’ennesimo dibattito tra un vegano esaltato ed un carnista assolutamente rispettabile. Quest’ultimo, giustamente, faceva notare che dobbiamo mangiare carne perché è una cosa che facciamo dalla preistoria. Questa frase mi ha colpito tremendamente. Ha una sua logica consistenza interna, mi sono messo a pensarci ossessivamente e visto che non ho trovato nessun appiglio logico per controbatterla, l’ho abbracciata completamente. Così mi sono dato al commercio di schiavi. E ho cominciato a girare con una clava, perché quando trovo una femmina che mi aggrada, la prendo a clavate in testa e la posseggo. Poi quando mi stanca, la porto nel bosco, la lego ad un palo e le do fuoco, così, per appagare il dio della pioggia e dei tuoni. Tanto sono cose che facciamo dalla preistoria, quindi non vedo un solo motivo valido per non continuare a farle. Infine, qualche giorno fa, mentre guardavo il cielo stellato mi è capitato di vedere una stella cadente. Si lo so che non è veramente una stella, anche se viene chiamata così. Mi sono messo a pensare a cosa potrebbe accadere se una cometa o un meteorite precipitasse sulla terra. La fine della vita. Questa cosa mi ha lasciato un segno indelebile nella mente. Ho cominciato a pensarci ossessivamente. Cioè se un meteorite precipitasse sulla Terra moriremmo tutti. E con questo pensiero in testa mi sono suicidato.”

(cit. Nonno Paolone – Vegan Warrior )

Una critica al veganismo….commerciale


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I termini vegan-vegano-veg-veggie ecc.ecc. ormai sono entrati a far parte della speculazione commerciale…e, come era facilmente ipotizzabile, questo non è assolutamente un buon segno. La colpa è dei vegani stessi che stanno avvantaggiando una promozione capitalista che non ha nessuna etica a riguardo, in particolar modo verso gli Animali. Per cui essere vegano oggi sta assumendo connotati alquanto ambigui, e molti dei significati originali si stanno perdendo nel limbo del capitalismo. Era prevedibile? Può darsi, ma in ogni caso è doveroso prendere le distanze ed attuare fin da subito delle efficaci contromisure, almeno distanziandosi da facili opportunismi. Di contro l’antispecismo è una concezione alquanto recente e giovane, quindi in continua evoluzione proprio perchè lontana da conflittualità perverse ed ipocrite…questo, almeno, ancora no. L’errore più grande, peggio se si conferma ogni volta, é credere che il veganismo ed ogni parametro consequenziale siano proprietà privata da gestire a piacimento. Abbiamo delle pesanti responsabilità ed agire in ogni modo, pur di scalfire le coscienze, puó creare più danni che benefici. L’etichetta é stata emessa, siamo stati marchiati e inglobati nel sistema, non prevedendo tutte le possibile variabili…molte delle quali hanno sollecitato lo sterminio Animale. Denunciare determinati atteggiamenti e prese di posizione crea fastidio principalmente ai sinceri sostenitori dei diritti civili. Questo perché le idee e le filosofie antispeciste non sono una proprietà autoritaria di chi le professa, ma frutto di una condivisione pacifica in continua crescita ed evoluzione. Chi si sente vincitore prima ancora di aver lottato duramente dimostra tutta la sua debolezza. Probabilmente i vegani (non tutti per fortuna) credono indiscutibilmente che la liberazione Animale sia una priorità personale da perseguire con ego e fanatismo. La condivisione e la collaborazione restano le uniche armi veramente pacifiche da implementare con forza e coerenza. Gridare al genocidio ormai non basta più. Ogni rivoluzione negli usi e nei costumi avviene sempre e comunque intaccando lo stato sociale, soprattutto se questo incide sui propri bisogni personali. Mangiare carne è oggi un abitudine radicata che stenta a scomparire proprio perchè circondata da tutta una serie di conflitti d’interesse e di profitto. Religione e capitalismo come non mai vanno a braccetto in questo delirio commerciale. L’antispecismo di contro è un concetto giovane da consolidarsi tramite solide ramificazioni nella società civile. Non è certamente un movimento, come invece sta ingarbugliandosi il veganismo grazie anche alle numerose schiere di appassionati coinvolti dalle più svariate convinzioni…molte delle quali strettamente personali e non tipiche della lotta animalista.

Credo che sia d’obbligo implementare una profonda autocritica e soprattutto biasimare altri che, abbassando la guardia, credono in progressi nati senza le opportune revisioni o conversioni. Una rivoluzione concreta ed efficiente viene studiata ed costruita nel tempo ed apportando numerose modifiche. Ultimamente la parola “vegano” è diventata sinonimo di business e diffusione mediatica. Non credo assolutamente in questi sviluppi che passano sempre e comunque dalla psicosi consumista. Non vedo miglioramenti (almeno in Italia) anzi, nonostante numerose campagne promozionali, non mi sembra che si parli tanto di Animali imprigionati…almeno non da chi detiene il potere reale di cambiamento. Qualcuno addirittura ha gridato al miracolo vedendo Berlusconi con in mano un biberon che allattava un Agnello lattante cotonato! Che dire? Buon per lui (l’Agnello) ma oltre alla vergognosa immagine (un imprenditore alquanto dubbioso in materia etica) cosa si è ottenuto? Per non parlare poi delle critiche violente rivolte a taluni personaggi (vedi Giulia Innocenzi o Leonardo Caffo) che apparentemente desiderano (pur passando attraverso interessi ambigui) creare una piccola breccia nell’ignoranza. Gli stessi accusatori sono stati (dopo) i primi spettatori della terza serata su rai2! Quanta ipocrisia! Quanto esibizionismo scaturito erroneamente da un concetto prettamente pacifista e rivolto agli altri. Su facebook ed altrove continuo a leggere ripetute offese verso “l’onnivoro” di turno senza instaurare un semplice dialogo costruttivo. Qual’è il senso di tutta questa avversità? Siamo nati già eletti? Siamo i detentori della purezza? Forse nessuno si rende conto della falsità di molte azioni, troppe e spesso, enfatizzate senza capire nulla delle conseguenze o peggio conclusioni. La maggior parte non ammette neanche lontanamente il proprio egocentrismo patologico così tanto contrario alla causa. Troppo pochi i sinceri e i coerenti, almeno nelle intenzioni. Un autocritica è doverosa, a partire da tutti!

 

 

Commenti prelevati dal profilo facebook di Roberto Contestabile

Veganzetta


Intro e info sulla Veganzetta - Veganzetta - Notizie dal mondo vegan e antispecista.clipular (1).png

Linguaggio e principi

Nota introduttiva

“Il testo che è possibile leggere in questo sito internet vuole essere un piccolo accenno al progetto che stiamo tentando di portare avanti tramite la Veganzetta di reinterpretazione del linguaggio corrente. Tale attività gradualmente permetterà l’introduzione di interventi sempre più radicali a livello linguistico.

Gli esempi pratici di quanto affermato sono innumerevoli. Ciò che noi siamo abituati a chiamare allevamento intensivo, non è altro (dal punto di vista degli Animali) che un campo di concentramento, e noi vogliamo chiamarlo per ciò che è in realtà.

PRECISAZIONI SU ALCUNI TERMINI UTILIZZATI:

Animale/i”: si utilizza tale sostantivo per facilitare la leggibilità del testo. Il termine “Animali” in realtà è da intendersi sostitutivo di “Animali non Umani”, o “altri Animali”, o “non Umani”, in sintesi tutte le specie animali diverse da quella umana. Si riconosce a tale termine una valenza assolutamente positiva dell’animalità, e si utilizza l’iniziale maiuscola per sottolineare la dignità pari a quella umana di ogni Animale diverso dall’Umano.
Cane, Maiale, ecc.”: si utilizzano tali sostantivi con l’iniziale maiuscola per conferire pari dignità tra le diverse specie animali.

Umano/i”: non s’intende utilizzare il sostantivo maschile “uomo”, in quanto termine carico di significati filosofici e culturali che volutamente pongono l’Umano al di sopra degli altri Animali, e che hanno un preciso riferimento a una visione patriarcale e maschilista della società umana.

Lager per Animali“: qualsiasi luogo (in particolar modo i macelli e gli allevamenti) in cui gli Animali vengono sfruttati, imprigionati ed uccisi per il soddisfacimento di interessi umani.

Persona vegana etica“: che si astiene per scelta etica da tutte quelle attività e pratiche che possano provocare danno, sfruttamento o morte degli Animali (pertanto anche umani) e che ha una presenza nella società di tipo radicale, attiva e con valenza educativa e di pubblica denuncia.”

 

 

Link breve di questa pagina:

http://www.veganzetta.org/e9hcw

Vegan – Marie Laforet


veganTorniamo a parlare di salutismo ed alimentazione in un luogo dove spesso e volentieri si discute di Animali nel senso più etico e consapevole. Questo perchè molti pensano che la liberazione animale debba passare per forza di cose dalla bocca dei consumatori piuttosto che dalla coscienza di chi partecipa allo sfruttamento. Forse sì, forse no? Il tempo potrà darci torto o ragione, nel frattempo ognuno faccia la propria parte e partecipi con convinzione alla causa sperando che la collaborazione di milioni di persone sensibili possa un giorno alleviare e quindi sollevare le sofferenze di miliardi di Animali innocenti ed indifesi. Detto questo passiamo alla divulgazione di un ottimo strumento di lettura: il libro. Nell’epoca più gloriosa dell’informazione i testi scritti su carta sembrano essere esclusi dalla divulgazione di massa considerati perciò vecchi e polverosi. Niente di più sbagliato ovviamente! Non esiste niente di meglio nell’entrare in una libreria e lasciarsi rapire da centinaia di titoli interessanti e succosi di cultura. Nell’immaginario editoriale c’è solo l’imbarazzo della scelta e non mancano certamente i buoni propositi. Oggi parliamo di un autrice molto interessante che ha pubblicato recentemente un volume illustrato ricco di tante ricette vegetali: “Marie Laforet – Vegan”.

Oltre 500 ricette vegan per tutte le occasioni!

“La cucina vegan è ricca di creatività, fantasia e gusto: mangiare vegan vuol dire gustare una varietà senza uguali di cibi, un tripudio di colori, sapori, profumi e inventiva, ma soprattutto scegliere una dieta sana per se stessi e compiere una scelta etica per il pianeta.”

Da sempre una “buona” alimentazione ricca di cibi salubri e gustosi è sinonimo di ottimo stato fisico e mentale. Di contro purtroppo in un passato recente un consumismo esasperato, e a tratti scellerato, ha contribuito ad incrementare un approvigionamento di sostanze nutritive poco consone all’organismo Umano. Da circa 60 anni il consumo di carne e derivati è aumentato in modo esponenziale incrementando un mercato che non ha nessun interesse a privilegiare la salute delle persone. Tralasciando l’aspetto etico, che trattiamo in altri articoli, qui vogliamo puntualizzare la scoperta di cibi spesso tralasciati o addirittura ignorati dalla maggior parte dei consumatori poco attenti alla scoperta di nuovi (vecchi) sapori e profumi. Come non affermare con convinzione tutta la bontà di una serie infinita di vegetali e frutti altamente ricchi di aromi e fragranze inconfondibili? Non a caso nella maggior parte delle macellerie l’odore del sangue viene cammuffato o addirittura estromesso, proprio per la sua ripugnanza intrinseca. Dentro questo libro avrete solo l’imbarazzo di scegliere tanti ingredienti a volte sconosciuti ma piacevolmente inaspettati, corredati da tante fotografie e descrizioni semplici ma non prive di attenta meticolosità. Tutto questo per non sbagliare nella vostra cura ed attenzione in cucina e nei vostri pranzi giornalieri. Basterà seguire i preziosi consigli dell’autrice e certamente non sbaglierete nelle vostre buonissime preparazioni.

Per concludere inserisco il link-info prelevato direttamente dal sito Edizioni Il Punto D’incontro

 

Non mi resta che segnalare il libro per i vostri (spero) eventuali acquisti:

Vegan – Marie Laforet

Buona lettura, e buon appetito!

Il Milan, Montella e le favole vegane


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Di Annamaria Manzoni:

“Difficile ignorare, anche se del tutto insensibili all’argomento, che il Milan in un paio di settimane è riuscito a inanellare la bellezza di ben  quattro sconfitte, in campionato e fuori: gran brutta esperienza, meritevole di approfondimenti su un numero impressionante di canali televisivi, impossibili da dribblare (sic!) se solo si fa un po’ di zapping. Farlo è comunque interessante perchè inaspettatamente immette nel vivo di animate discussioni sul veganismo, che deve essere diventato un fenomeno davvero inquietante se riesce ad invadere anche questo genere di spazi. E se ne scoprono allora della belle. La faccenda è ormai risaputa: nell’ottobre scorso l’allenatore Vincenzo Montella stabilisce per la sua squadra un nuovo regime alimentare, con l’ausilio del preparatore atletico Emanuele Marra e sotto la guida della naturopata Michela Valentina Benaglia. Si comincia a parlare di dieta vegana, ma un po’ a bassa voce, con un interesse tutto sommato molto contenuto. Che resta tale fino ai giorni scorsi, quando le performances non proprio entusiasmanti dei  rossoneri hanno scatenato la caccia all’untore: individuato appunto nel veganesimo, rinato dalle ceneri dell’indifferenza per finire  lì sul banco degli imputati: sarebbe riuscito ad indebolire gli atleti, nel fisico certamente, ma anche nel morale, nella psiche. Un giocatore, coraggiosamente trincerato dietro un anonimato  forse degno di più temibili minacce, avrebbe confidato al giornalista “…mi alleno meglio con la carne rossa” (Pianeta Milan, 03.02.2017): il giornalista, comprensivo, afferma a commento che “l’istinto carnivoro comincia a farsi sentire”, sostenuto nella sua visione delle cose da un suo collega di Repubblica, Enrico Currò, il quale, umilmente, attribuisce valore scientifico alle proprie convinzioni quando afferma che “…la carne rossa…tra l’altro è parte importante della dieta da calciatori”. Si, sì: proprio quella inserita nell’elenco degli alimenti “probabilmente cancerogeni” dall’OMS (Lancet Oncology, 26.10.2015). All’ a.d. Galliani non resta che giocare sulla difensiva (sic!) e rassicurare che quella imposta non è una dieta vegana, ma vegetariana (Corriere dello Sport, 5 febbraio)! Così magari i tifosi si tranquillizzano nel sentire che i loro eroi sono sì sottoposti a sacrifici, ma non estremi.  Di sacrifici e rinunce non si astiene dal parlare lo stesso Montella, severo sì, ma consapevole che la dura scelta è il prezzo da pagare sulla via della gloria (che magari arriverà). I titoli dei giornali hanno in genere sintetizzato la scelta alimentare in questione riferendosi a “soia e kamut” nonché “famigerato latte di soia o di cocco” (per la cronaca, famigerato è sinonimo di malfamato: il latte di soia!?!)  per un “Milan in crisi e affamato” per il quale sarebbero stati violati gli standard nutrizionali con questa “dieta che sembrerebbe addirittura vegana”. Addirittura?! Non è casuale  il richiamo ad alimenti poco usati nella nostra cucina, certamente perdenti nel confronto con cibi ritenuti virili, ben più adatti ai loro campioni: che quindi sono in crisi di astinenza, soffrono di languore carnivoro, hanno già allucinazioni (Repubblica, 3 febbraio). Bene, una verifica dei cibi contemplati dal piano alimentare sotto processo contiene una scoperta davvero interessante: perché tra questi vi sono carne di tacchino nonché ragù di pollo: ignoranza allo stato puro oppure mistificazione della realtà? Nessuno, per quanto del tutto disinteressato alla questione, può ignorare che  vegetarianesimo e veganesimo non sono compatibili con il  consumo di alcun animale: e si dà il caso che tacchini e polli lo siano. Quindi, la famigerata dieta è semplicemente una dieta leggera, ma il gioco di squadra (sic!) dei media non ha contemplato si alzassero voci per correggere l’errore o condannare la mistificazione:  muro compatto in difesa dell’indifendibile, quindi. Visto che la tesi acriticamente accreditata faceva riferimento al veganesimo,  avrebbe potuto essere l’occasione per alzare il sipario su uno stile di vita, da molti rimosso perché in grado di smentire luoghi comuni e abitudini inveterate, e invece abbracciato da indiscussi campioni di svariate discipline.  A cominciare dal più grande, quel Carl Lewis, “figlio del vento”, indiscussa leggenda con le sue dieci medaglie olimpiche oltre alle altre, che nel 1990 diventa vegano, per motivi etici e religiosi, nel bel mezzo della sua attività sportiva e dichiara  “Ho scoperto che un atleta non ha bisogno di proteine animali per essere un atleta di successo. Infatti il mio migliore anno nelle competizioni di atletica leggera è stato quando mi sono convertito al veganismo”.  Lo sprinter, due volte primatista mondiale nei 100 metri, che si palleggia con lui titoli prestigiosi, è Leroy Burrel, lui invece “soltanto” vegetariano. Si potrebbe continuare con  Edwin Moses, che per otto anni non ha mai perso la gara dei 400 metri ad ostacoli, o Murray Rose, vegetariano dalla nascita. Ma è esaustiva la dichiarazione di Dave Scott, considerato il più grande triatleta del mondo, che definisce “un errore ridicolo “pensare che gli atleti abbiano bisogno di proteine animali. E per sfatare il mito che vuole i vegani pallidi ed emaciati, grotteschi seguaci di uno stile di vita francescano, corredati da  una masochistica propensione all’autoflagellazione edonistica, basta dedicare un pensiero reverente alle sorelle Williams, Venus e Serena, l’una vegana su indicazione del medico, l’altra per condivisione solidale, secondo quanto riportato dai media: di loro,   sulla cui potenza fisica avrebbero molto da dire le centinaia di tenniste che hanno avuto la (mala)sorte di doverle fronteggiare, tutto si può dire tranne che richiamino, nell’aspetto e nella forza dirompente, sofferte privazioni alimentari. Se poi vogliamo restare nei patri confini, un grande testimonial è Mirco Bergamasco, statuario e imponente, il quale di mestiere gioca a   rugby, che notoriamente, per dirla con Nanni Moretti, non è uno sport per signorine: richiede velocità, forza, potenza, agilità, prontezza di riflessi, concentrazione, e anche coraggio. Appunto: lui è vegano. Insomma, davanti ad uno stato delle cose di cui gli esempi precedenti offrono solo un timido accenno, le reazioni del mondo calcistico, quello di testa e quello di pancia, della stampa che interpreta e dei tifosi che si scatenano, lasciano basiti: la ragione di fondo si appoggia all’esistenza di una profonda convinzione, in gran parte inconscia, che gli alimenti abbiano una forte connotazione sessista: ci sono quelli da uomini e ci sono quelli da donna . Gli stereotipi sono radicati  e la carne, soprattutto quella rossa, resta alimento icona dell’uomo macho, metafora di virilità. Risalendo nel tempo, era diffusa  la convinzione antica che introiettare un animale significasse impossessarsi delle sue caratteristiche, convinzione che sopravvive ancora oggi  nell’asserzione condivisa che si è ciò che si mangia. La carne rossa, poi, con il suo stesso aspetto, richiama concetti collegati all’uomo primitivo, quello che si procurava il cibo cacciandolo: quindi dal cavernicolo passando per il cacciatore per arrivare al calciatore, secondo una efficace sintesi di Brunella Gasperini (Repubblica, 15.12.2014). Dall’altra parte c’è il mondo dei cibi leggeri, delle donne, quelle che si nutrono garbatamente e con delicatezza di soia e affini, rafforzando un’identità di genere fondata sulla debolezza. “Is meat male?” E’ maschile la carne? E’ il titolo di una ricerca pubblicata nel 2012 sul Journal of Consumer Research, autore Paul Rozin, professore di psicologia della Università di Pennsylvania. Risposta positiva, a quanto pare,  non solo in nome dell’analisi scientifica dei dati, ma anche di una statistica molto più casereccia sulle abitudini osservabili intorno. Associamo ai cibi caratteristiche che sono coerenti con l’identità di genere: la carne (rossa) è macha e si connette ad uno stereotipo virile a quanto pare ancora vivo e vegeto: non sarà che nutrendo gli eroi in calzoncini corti con soia e kamut incomba su di loro una sorta di castrazione metaforica, non abdicheranno, insieme al consumo di carne, alla loro identità virile? Identità che, curiosamente, non appare però scalfitta dall’irruzione, negli spogliatoi e fuori, di profumi e deodoranti, gel e depilazioni. Ma tant’è: la coerenza latita nelle cose di questo mondo. In sintesi, del veganesimo è accreditata   una rappresentazione impropria: della sua essenza, perché confuso con ciò che non è, e delle sue ricadute, che vengono mistificate. Rappresentazione che appare difensiva in risposta anche al  diffondersi di un nuovo stile di vita, dall’indiscussa rilevanza economica, sancita persino dal paniere ISTAT, che vede nel 2017 i prodotti vegetariani e vegani presi in considerazione, in quanto divenuti significativi delle abitudini alimentari. Non c’è che dire: le cose cambiano e lo fanno velocemente se è vero che i tempi in cui, alla richiesta di un piatto vegano, la reazione era interrogativa, sconcertata, di panico (“che è?!”) sembrano appartenere ad un’altra era, ma da loro ci distanziano non più di  due o tre anni. L’opposizione al cambiamento, in risposta, assume forme diverse e passa anche dalla svalutazione esplicita o implicita dei nuovi cibi, ma soprattutto delle persone. Maurizio Crozza ne è il testimonial intoccabile più dirompente: la rappresentazione che lui fa del veganesimo è filtrata da un personaggio ridicolizzato all’eccesso, lo chef Germidi Soia, tutto erbe e radici, e, guarda caso, fortemente femminilizzato anche attraverso l’accentuazione di una gestualità che risulta francamente fuori tempo massimo : il quale, con una  reazione da decompressione, si fa venire la bava alla bocca al solo sentire nominare un panino con salame e maionese. Copione identico a quello dei giocatori i quali, secondo la tesi accreditata da alcuni commentatori, pagherebbero sul campo le abbuffate natalizie, ovvia risposta liberatoria  in reazione al regime alimentare subito. Insomma se un nuovo stile di vita va diffondendosi, mantenere lo status quo diventa per molti necessario: invece di un’analisi che non potrebbe che essere   perdente, è allora più facile opporre reazioni sconsiderate, giocate sulla messa in ridicolo di chi lo fa proprio. Esiste una ricerca, pubblicata sul British Journal of Sociology nel marzo 2011 ( datata, ma non si ha notizia di lavori altrettanto significativi più recenti), svolta sui giornali inglesi del 2007, da cui emerge l’attitudine degli stessi a gettare discredito sul veganesimo, descritto come bizzarro e comunque di difficile attuazione: i “seguaci” sarebbero ascetici, capricciosi, sentimentali, estremisti, in preda ad una nuova mania. Il ritratto che ne esce è fortemente peggiorativo  e gli autori, Matthew Cole e Karen Morgan, lo interpretano alla luce della vegafobia, come volontà di riproduzione dello specismo, quindi allargando correttamente il discorso dal piano alimentare a quello etico. Il veganesimo, spiegano, viene marginalizzato come fenomeno attraverso la cattiva rappresentazione che ne viene data; argutamente osservano che, in questo modo,  viene contestualmente perpetuata un’offesa morale anche a danno degli onnivori, ai quali non viene offerta l’opportunità di capire che cosa davvero è lo stile di vita di cui si sta parlando, lontano anni luce dall’essere una dieta, e quale enorme sfida alla svalutazione di tutte le specie animali contenga: ridicolizzare è il  modo per oscurare e quindi riprodurre e perpetuate relazioni di sfruttamento tra umani e non umani. E’ esattamente questo il nocciolo duro della questione: anche nelle situazioni di casa nostra, quelle a cui si è fatto riferimento nelle pagine precedenti, grandi assenti, invitati di pietra, sono gli animali non umani: si parla di cibo e non si parla di loro, che sono i soggetti implicati, sulla cui vita, ma soprattutto sulla cui morte, si gioca la vera partita, infinitamente più drammatica di quelle sui campi di calcio: la questione etica scompare per far posto a infinite, stucchevoli discussioni a base di luoghi comuni, inesattezze, preoccupazioni per il tono muscolare. E così è tutto un mondo fatto di ingiustizie, sofferenze, irraccontabili crudeltà,  a scomparire, rimosso e negato. Sarebbe auspicabile che almeno qualcuno tra i destinatari illustri della nuova dieta, anziché lamentarsi a bassa voce, cogliesse l’occasione per informarsi e poi spendesse la propria immagine, prendendo posizione: non in favore delle virtù di  kamut e soia, che davvero non importano a nessuno, ma di tutti quegli animali che popolano anche il loro mondo dorato. Le ricadute sarebbero enormi, in virtù della loro popolarità: dì una sola parola….: la aspettiamo, insieme a tutti gli altri animali, per i quali la partita che si gioca è quella tra la vita e la morte. Grazie in anticipo.”

Original post IL MILAN, MONTELLA E LE FAVOLE VEGANE

 

Bella riflessione scaturita da un banale ma essenziale scoop giornalistico che (come sempre) vuole demonizzare e quindi creare scalpore, più che informare e raccontare fatti o circostanze e considerazioni. Brutta cosa l’ignoranza soprattutto quella acuta, profonda, radicata nelle menti ottuse che non vogliono scoprire e capire nuove realtà, nuove concezioni, nuove consapevolezze. Si preferisce confondere, smontare e ridicolizzare chi o cosa simboleggia il nuovo progresso morale. L’etico non fa moda e spettacolo, e quindi profitto! Siamo alle solite: la diffusione (sempre e comunque) di banalità speculative che creano audience e popolarità, piuttosto che coerenza e giudizio. Addirittura l’accostamento della carne alla virilità è, comunque e purtroppo, un omofoba rappresentazione odierna che stenta a scomparire. Il machismo ed ogni discriminazione razziale rappresenta la forza dello sfruttamento e del predominio Umano.