Laika (Muttnik)


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(29 ottobre 2002) di Vittorio Zucconi da la Repubblica.it:

“Il cane che rincorse le stelle avrebbe di molto preferito continuare a rincorrere gatti e ciclisti per le strade di Mosca, se avesse potuto decidere lei, ma Laika non era un cane qualsiasi. Era un soldato, una bandiera, un latrato di battaglia, un monumento che l’Urss voleva costruire a se stessa con il materiale della Guerra fredda, con i motori, i missili, le ambizioni e, soprattutto, con le bugie della propaganda. Laika, la bastardina arruolata dagli accalappiacani di Kruscev nei vicoli di Mosca per essere la prima creatura vivente spedita in orbita, non morì la morte indolore nello spazio dopo una settimana di orbite, che la propaganda ci aveva raccontato allora, ma una morte orrenda e struggente, inscatolata nel minuscolo Sputnik, poche ore dopo il lancio. Il suo cuore di cane fu schiantato dal panico e dalla solitudine incomprensibile.

Un’altra delle perenni menzogne del potere in Russia, sovietico e non soltanto sovietico, viene a galla dopo 45 anni, dalla confessione di uno degli scienziati di quel programma spaziale che, tra il primo bip dello Sputnik e il viaggio di Gagarin attorno alla Terra, doveva essere la dimostrazione dei trionfi Socialisti sul nemico Capitalista. La prova della profezia di Nikita Kruscev all’Occidente, “in dieci anni vi seppelliremo”.

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Laika, insieme con Mushka e Albina, due altri cagnetti presi a caso tra i bastardini nelle vie della capitale, era stata scelta per la sua docilità, per la sua resistenza alle prove d’accelerazione nella centrifuga della “Città delle Stelle”, la Houston alle porte di Mosca e, dannazione dei piccoli, per le sue dimensioni contenute. Non c’era molto spazio per ospitare un cane dentro lo Sputnik 2 dal peso totale di 108 chili, che i vettori sovietici erano in grado di sparare in orbita in quel novembre del 1957. Ma per piccina e mansueta che fosse, Laika era pur sempre un cane e ci volle tempo per adattarla a quel viaggio.

Con le sue compagne fu messa nel frullatore della centrifuga che le spingeva il cuore fino a tre volte il ritmo normale delle pulsazioni cardiache, nella paura e nella fatica di pompare il sangue nel corpo schiacciato dall’accelerazione gravitazionale. Aveva, dice ora lo scienziato russo, una tendenza a soffrire di panico, perché il cuore impiegava poi il triplo di tempo rispetto alle sue compagne, prima di tornare a velocità normale.

Laika e le sue compagne furono costrette a vivere in gabbiette e contenitori sempre più piccoli e strette da catenelle sempre più strette, per periodi successivi di 3 settimane e a nutrirsi solo di gelatine, la pappa che sarebbe stato messo a bordo, perché lo potessero, poco alla volta, con parsimonia, leccare fino all’esaurimento e dunque alla morte.

Alla fine dell’addestramento, se così possiamo chiamare quella tortura, la vediamo nelle foto d’epoca, che spunta con il muso scuro e gli occhi giustamente preoccupati, da una sorta di tubo di dentrificio nero, l’ogiva nella quale sarebbe stata sparata dalla base di Baikonur, strettamente incatenata, per impedirle di rivoltarsi e di muoversi dentro il tubo.

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Mushka, oltre che piccola, era, per sua ulteriore sfortuna, anche la più intelligente. Era servita per collaudare i rudimentali strumenti di bordo, un ventilatore automatico che avrebbe dovuto raffreddare l’abitacolo quando, nei momenti di esposizione al sole durante le orbite la temperatura fosse salita oltre i 20 gradi.

Albina era stata sparata due volte con razzi, ma recuperata con paracadute dell’ogiva, per collaudare la resistenza al lancio. Ma Laika pescò la paglia corta. Fu scelta per il glorioso evento. E fu lanciata. Senza sapere che per lei non era stato previsto nessun rientro trionfale. Che sarebbe comunque morta girando attorno alla Terra. Il dottor Dimitri Malashenkov, lo specialista che la seguì, ha raccontato ieri a un congresso di medicina spaziale a Houston, le ultime ore di Laika. L’elettrocardiografia seguita via radio segnò un aumento parossistico delle pulsazioni quando i motori s’accesero e il missile cominciò a vibrare sollevandosi dalla piazzola, qualcosa che la cagnetta non aveva mai provato prima. Raggiunta la velocità orbitale, il ventilatore, secondo i leggendari standard del controllo di qualità sovietica, naturalmente non funzionò e la temperatura nella trappola spaziale cominciò a oscillare tra il caldo e il freddo estremi.

Il suo cuore di cane prese a battere irregolarmente, fibrillando quando l’assenza di peso rallentò di colpo le pulsazioni e alla quarta orbita, dopo 5 ore di tormento, il tracciato divenne misericordiosamente piatto. Forse fu la temperatura a ucciderla, o l’umidità che si era accumulata nel suo ansimare dentro quello spazio, o l’anidride carbonica che i filtri nella capsula avrebbero dovuto ripulire, ma che, probabilmente, non funzionarono a dovere. Il dottore non è sicuro.

Ma chiunque conosca un cane e abbia visto gli occhi di Laika mentre la insaccano dentro la sua gabbia, sa di che cosa è morta quella cagnetta, è morta di paura e di solitudine. Di stress, se si preferisce un’espressione più asettica. Sognando i vicoli di Mosca, il branco dei randagi e i gatti che non avrebbe più rincorso, la mano di quegli uomini ai quali si era sicuramente affezionata, senza sapere quello che loro stavano preparando per lei. Il funerale di Laika fu lungo. Andò avanti per 6 mesi e 2.570 orbite, mentre il Cremlino mentiva sulla sopravvivenza di Laika nello spazio indicata in “oltre quattro giorni” e l’America si rodeva nella sua goffa rincorsa con missili che esplodevano dopo il lancio e scimpanzé africani che stava addestrando per inseguire i cani russi.

Fu cremata l’8 aprile del 1958, quando lo Spuntik-2 perse velocità e rientrò nell’atmosfera, consumandosi in un ultimo, piccolo falò delle vanità ideologiche e della crudeltà umana. Tre anni dopo, il 12 aprile del ’61, un essere umano dal coraggio ultraterreno, Yuri Gagarin la seguì, sapendo che avrebbe potuto fare la fine della cagnetta che l’aveva preceduto e che era stata sacrificata per lui, da un regime che trattava gli uomini come cani e dunque i cani come gli uomini. Troppo tardi per fare compagnia a Laika e portarla a passeggio tra le stelle.”

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Original post Laika non visse nello spazio la cagnetta morì dopo il lancio

 

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Hanno ucciso l’Orsa!


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Ancora un assassinio, ancora atrocità! In Trentino, e nel nord est italiano, non sono nuovi a queste simili gesta. E’ vergognoso che le istituzioni autorizzino tali azioni criminali. Bisogna ribellarsi e bisogna contrastare la violenza verso gli Animali.

 

“Nella serata di ieri gli agenti del Corpo forestale della Provincia autonoma di Trento hanno proceduto all’abbattimento dell’orsa KJ2 in attuazione dell’ ordinanza emessa dal presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, per garantire la sicurezza delle persone. Il Trentino, infatti, cercava ufficialmente l’orsa che il 22 luglio scorso aveva ferito un uomo che passeggiava con il suo cane in un bosco in zona laghi di Lamar. La stessa orsa era stata protagonista di un altro episodio di incontro con un escursionista che era rimasto ferito a Cadine, nel 2015. L’abbattimento è stato possibile grazie alle precedenti attività di identificazione genetica e successiva cattura e “radio collarizzazione” ai fini della riconoscibilità dell’animale, spiega una nota della Provincia di Trento.

 

Enpa, Trentino terra intollerante  – “Quello che si è consumato in Trentino, ovvero l’uccisione dell’orsa, è un vero e proprio delitto, un crimine contro gli animali, la natura, la biodiversità e in spregio ai milioni di cittadini italiani che hanno chiesto di lasciare in pace l’orsa, per chiarire le dinamiche dell’incidente in cui l’orsa sembra essere stata vittima di una aggressione e trovare soluzioni alternative alla troppo facile deriva dell’abbattimento”. Lo dice l’Enpa. “Invece la Provincia di Trento”, spiega l’Ente nazionale per la protezione degli animali, “ha preferito non ascoltare nessuno, e ha di fatto autorizzato una caccia all’orsa, per mera vendetta o per altre incomprensibili finalità. Nella storia del nostro Paese è stato toccato il punto più basso sulla tutela degli animali, una sconfitta per il mondo scientifico e politico, totalmente incapace e sordo, o spinto da altri interessi nel promuovere le uccisioni di animali che in Trentino sono ostaggio di politiche cruente e crudeli, finanziate anche cospicuamente dalle tasse dei contribuenti italiani, che pagano profumatamente politici senza competenze e capacità di soluzioni. Tanto basta perché i cittadini decidano di non recarsi più in Trentino né acquistare alcun prodotto di quella terra, avvelenata dall’intolleranza verso gli animali, dalla malapolitica, e anche, oltretutto, inquinata”.

Aidaa, boicottare i prodotti trentini – “Eravamo preoccupati per la vita dell’orsa KJ2 e purtroppo puntualmente quello che avevamo pensato si è avverato, gli assassini hanno colpito ancora e ieri sera hanno ucciso KJ2 l’orsa che rappresentava a loro dire un pericolo per la comunità umana”. Lo dice l’associazione Aidaa che “da subito sospende tutte le attività associative in segno di lutto per quanto accaduto ed invita tutti gli italiani al boicottare da subito i prodotti trentini, ed a disdire le vacanze o i soggiorni programmati nella provincia autonoma di Trento”. A livello legale Aidaa, spiega una nota, “domani stesso annuncerà le iniziative che intende mettere in pratica per contrastare questo fenomeno assurdo dell’abbattimento degli orsi (e in prospettiva dei lupi) e per far condannare a livello europeo le attività assassine messe in pratica con i decreti del presidente Ugo Rossi”. “Ce lo aspettavamo e non hanno mancato di compiere l’ennesimo barbaro inutile omicidio. Chi ha ordinato questo omicidio dell’orsa non è un uomo è un barbaro, comunque legalmente parlando l’uccisione di KJ2 non resterà impunita da subito via al boicottaggio e poi tutte le pratiche utili per fermare legalmente e isolare la mano assassina di animali di Ugo Rossi per il quale chiederemo anche la condanna del parlamento Europeo”, afferma il presidente Lorenzo Croce.”

Fonte ANSA | 13-08-2017 11:04

 

Abbandono


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“Una Cagnolina è morta di stenti a Cesano Maderno (provincia di Monza e Brianza), dopo essere stata abbandonata dal suo ‘padrone’ in casa. L’uomo, un 56enne del posto, da circa tre mesi non pagava l’affitto ed è sparito dalla circolazione. L’Animale era rimasto chiuso in casa: la sua carcassa è stata scoperta dai vigili, allertati dagli altri condomini per via del cattivo odore che proveniva dall’abitazione.”
 
“Ho sempre avuto una discreta fiducia nella capacità della maggior parte dei rappresentanti della nostra specie di fare autocritica, di cambiare e di migliorarsi, se così non fosse sarebbe del resto inutile anche solo parlare di antispecismo. A volte, però, certe notizie hanno la capacità di assestare colpi durissimi anche al più positivo di noi. La tragica fine di questa povera cagnolina ci racconta una storia di dolore, di abbandono, di insensibilità e di assoluta indifferenza. Alla constatazione che determinati esseri umani non sanno fare altro nella loro vita se non distruggere quella altrui, si aggiunge quella – forse anche più disperante – che può più il fetore di un cadavere che una richiesta di aiuto. Troppo spesso crediamo di vivere in mezzo ad altri esseri senzienti (che reputiamo addirittura nostri simili), quando invece siamo circondati da zombi.”
Notizia appresa dal web
Commento prelevato dal profilo facebook di Adriano Fragano
La foto non corrisponde alla realtà dei fatti

Noi, gli animali, e il cibo


papa
Ho trovato questo articolo su un blog dal nome “La pagina cristiana” in merito al rapporto <uomo-animale>. Ho espresso più volte la mia posizione religiosa alquanto controversa e non mi ripeterò qui onde evitare spiacevoli equivoci. Invito pertanto tutti (credenti e non) alla seguente lettura:
 
“In realtà noi mangiamo gli animali perché abbiamo ricevuto un permesso divino. Torniamo alle Scritture.
Del primo racconto della creazione abbiamo parlato nello scorso articolo. Genesi riparla ampiamente degli animali quando Dio decide di salvare Noè e la sua progenie. Insieme agli umani Dio salva ogni specie animale sulla terra. E si badi, solo gli altri animali, anche i più microscopici, ma non le piante. E solo dopo che avrà fatto cessare il diluvio e riportato l’arca sulla terra ferma, il Signore concederà agli umani di nutrirsi degli altri animali (Gen. 9, 2-3).
Perché Dio permette questo? Nel Paradiso terrestre gli umani non mangiavano gli animali e prima che si arrivi a questa concessione Dio va in collera più volte e più volte torna sui suoi passi, “si pente” di aver voluto distruggere ciò che aveva creato, nonostante che ciò fosse nel Suo pieno diritto.
Mi sembra si possa dire che Dio, nella Sua infinita pazienza, prende atto che l’uomo, che ha creato a sua immagine e somiglianza, non è in grado, a causa del peccato, di essere fedele alla creazione così come Dio l’avrebbe voluta. E’ necessario permettergli qualcosa che nel mondo perfetto che Dio aveva creato sarebbe stata inconcepibile, la violenza del vivente sul vivente, perché “…Tutto ciò che si muove e ha vita vi servirà di cibo” (Gen. 9,3).
Questa concessione è però sottoposta a due essenziali limitazioni.
La prima non è, come si crede, quella derivante dalle prescrizioni alimentari (ad es. Lev. 11) date anche, come si è poi riconosciuto, a tutela della salute umana, ma è il fondamento di tali prescrizioni: l’uomo può cibarsi degli altri viventi ai soli fini alimentari.
Se in passato questa espressione poteva essere intesa in senso lato, per cui si usava la pelle per le scarpe, la pelliccia per coprirsi, le ossa per farne strumenti di lavoro o guarnizioni, il grasso per proteggersi dal freddo ecc. secondo tutte le possibilità di utilizzo che l’uomo ha scoperto nel corpo dell’animale, oggi questo non può più essere accettato. Si pensi ai prodotti in eco-pelle che sostituiscono egregiamente il cuoio, e che la tecnologia rende sempre più belli e simili alla pelle animale, o alle pellicce, che possono essere sostituite da pellicce di materiale sintetico a volte quasi indistinguibile da quello naturale e così elencando. Oggi quindi ogni volta che possiamo sostituire un prodotto di origine animale con uno di origine vegetale o sintetica, abbiamo il dovere di farlo. Perché? Perché è nostro dovere limitare l’uso del corpo animale?
La risposta sta nel fatto che noi non siamo i padroni della creazione, non i padroni degli altri animali, ma amministratori del creato per conto di Dio. Le limitazioni trovano il loro fondamento etico nel ruolo che Dio stesso ci ha assegnato nel mondo. Quale amministratore onesto continuerebbe ad usare un bene del padrone, che gli è stato concesso di usare solo per supplire ad una sua difficoltà, anche dopo che quella difficoltà è superata? Quell’uso non diverrebbe forse un abuso?
Questo ragionamento vale anche per l’alimentazione. La scienza alimentare progredisce ogni giorno di più e sono ormai numerose anche le associazioni mediche che propongono una alimentazione vegana, o almeno vegetariana. La scienza ancora non ha raggiunto una visione né uniforme né coerente su questo argomento, e questo non solo perché la ricerca procede con i ritmi del possibile, ma anche per gli ostacoli creati da interessi potenti e consolidati, basati sullo sfruttamento animale: l’intera economia occidentale si fonda sullo sfruttamento del creato. Preso atto di questo però dobbiamo orientare la nostra visione di cristiani verso la riduzione di questo sfruttamento e imparare a modificare, per quanto possibile, i nostri comportamenti. Se possiamo sostituire le proteine di origine animale con quelle di origine vegetale, facciamolo. Seguiamo i progressi della scienza in questo campo con mente aperta e scopriremo molti modi di alimentarci senza crudeltà né violenza su altri viventi.
Parleremo ancora di questo aspetto.
La seconda limitazione viene sempre dalle Scritture. E’ scritto in Gen. 9, 9 -17: “9 «Quanto a me, ecco, stabilisco il mio patto con voi, con i vostri discendenti dopo di voi 10 e con tutti gli esseri viventi che sono con voi: uccelli, bestiame e tutti gli animali della terra con voi; da tutti quelli che sono usciti dall’arca, a tutti gli animali della terra. 11 Io stabilisco il mio patto con voi; nessun essere vivente sarà più sterminato dalle acque del diluvio e non ci sarà più diluvio per distruggere la terra». 12 Dio disse: «Ecco il segno del patto che io faccio tra me e voi e tutti gli esseri viventi che sono con voi, per tutte le generazioni future. 13 Io pongo il mio arco nella nuvola e servirà di segno del patto fra me e la terra. 14 Avverrà che quando avrò raccolto delle nuvole al di sopra della terra, l’arco apparirà nelle nuvole; 15 io mi ricorderò del mio patto fra me e voi e ogni essere vivente di ogni specie, e le acque non diventeranno più un diluvio per distruggere ogni essere vivente. 16 L’arco dunque sarà nelle nuvole e io lo guarderò per ricordarmi del patto perpetuo fra Dio e ogni essere vivente, di qualunque specie che è sulla terra». 17 Dio disse a Noè: «Questo è il segno del patto che io ho stabilito fra me e ogni essere vivente che è sulla terra».”
Dio quindi rinnova il suo patto non solo con gli umani, ma con ogni essere vivente che è sulla terra. Anche gli animali perciò sono parte del patto di salvezza, così come sono parte della nostra sofferenza e di quella dell’intero creato. Dice l’Ecclesiaste 1,8: “Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire.”. La lettera di Paolo ai Romani ci ricorda: “Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio” (Rom. 8,22).
Sempre l’Ecclesiaste, quando paragona l’uomo agli altri animali, ne disegna un unico destino (Ecc. 3, 16-22). Celebri sono poi i brani di Isaia 11, 6 “Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà.” e Isaia 65, 25: “ Il lupo e l’agnello pascoleranno assieme, il leone mangerà il foraggio come il bue,e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo», dice il SIGNORE”.
Gli animali quindi sono in questo come noi: parte della promessa di salvezza e perciò hanno diritto al nostro rispetto.
 
Marta Torcini”
Foto di Boligan

I volti delle donne rinchiuse dal fascismo


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“Una suggestiva mostra con i volti di figlie, madri, mogli, spose e amanti ricoverate in manicomio durante il periodo fascista. Fino al 18 novembre, con ingresso libero, la Casa della Memoria e della Storia di Roma ospita “I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista”. E lo fa per restituire umanità e dignità a tutte quelle donne estromesse, recluse e allontanate dalla società. Un racconto struggente documentato da diari, lettere, referti medici che mostrano una mentalità stracolma di pregiudizi e stereotipi. I referenti fatti durante il regime fascista, sono quelli di medici che rinchiudono in manicomio donne “stravaganti, indocili, impulsive, piacenti”, tanto per fare un esempio. La mostra, curata da Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante, nasce proprio per questo motivo, per ridare un po’ di giustizia a tutte quelle donne che avevano come loro unica colpa, quella di non volersi sottomettere al volere maschile e venivano additate come pazze e quindi, da rinchiudere in manicomio.

“C’è sembrato importante raccontare le storie di queste donne a partire dai loro volti, dalle loro espressioni, dai loro sguardi in cui sembrano quasi annullarsi le smemoratezze e le rimozioni che le hanno relegate in una dimensione di silenzio e oblio”, dicono i curatori.

Alle immagini sono state affiancate anche le parole che hanno alimentato storicamente la devianza femminile.

“Il regime fascista ampliò infatti i contorni che circoscrivevano i concetti di emarginazione e di devianza e i manicomi finirono così con l’accentuare la loro dimensione di controllo e di repressione. Il manicomio è stato dunque, da un punto di vista storico, un osservatorio privilegiato attraverso il quale poter recuperare una parte fondamentale della nostra memoria e restituirla alla collettività”, si legge in una nota.

Le fotografie e i documenti al centro del percorso espositivo provengono in larga parte dall’archivio storico del manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo.”

Dominella Trunfio

 

Original post In mostra i volti delle donne rinchiuse nei manicomi nel regime fascista (FOTO)