Vietato frustare i Cavalli


 

 

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Di Annamaria Manzoni:

“VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia. La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno,  perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno  quando e quanto forte,  punisce un peccato non commesso. Come è il veganesimo a illuminare il carnismo, vale a dire non si prende atto della relatività di una scelta fino a quando si viene posti davanti alla prova provata della possibilità di una scelta di segno opposto, allo stesso modo il divieto di colpire i cavalli induce a giudicare in modo diverso l’abitudine a frustare, talmente diffusa nel mondo dell’ippica da non fare notizia, da passare inosservata. La frusta è considerata un  accessorio obbligato dell’abbigliamento di ogni fantino, non tanto diversa da stivali e berretto; trasformata addirittura in oggetto elegante, tanto che l’industria ne offre di tutti i generi e di tutti i tipi, con graziosi manici antiscivolo, di alta qualità ma anche in versione economica per porli democraticamente alla portata del portafoglio di chiunque. I modelli sono sempre più evoluti, perché l’origine è antica, ma i tempi richiedono prestazioni più adeguate, vale a dire devono consentire di fare del male al punto giusto e con la raffinatezza che gli stilisti del settore, esonerati anche loro da considerazioni etiche, rendono possibile. Le fruste per altro possono anche alternarsi ai nerbi di bue (o ai nerbi fatti con il pene di toro! ), come si fa per il Palio di Siena: niente di nuovo; in fondo anche la Gestapo li aveva in dotazione, e, se le notizie della rete sono esatte, in qualche stato centro e sudamericano, quali Guatemala e Colombia, normalmente non citati tra i campioni del rispetto per i diritti umani,  l’uso è anche destinato a sedare riottosità domestiche. La frusta è appendice all’equipaggiamento ippico persino di bambini alle prime armi (mai espressione fu più centrata): gliela si consegna, certo di dimensioni adeguate alle loro manine, non appena si avvicinano all’equitazione, così li si fanno sentire orgogliosi e anche (pre)potenti perché percepiscono trattarsi di uno strumento in grado di  conferire uno status, uno status dominante: conferisce un senso di forza e importanza, con la benedizione di mamma e papà. Ecco, la decisione presa a Montechiarugolo poggia sulla convinzione che uno strumento di costrizione non può essere considerato normale, naturale e necessario, non deve essere regolamentato, ma proibito perché crudele. L’input a questa visione delle cose, racconta Lorenzo Morini (uno dei gestori dell’ippodromo, che da due anni si batte per un disegno di legge che ne bandisca definitivamente l’uso), è nato nell’osservare la reazione dei bambini che, a lato delle piste, si rifiutavano di guardare: “Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”, dice. Non si può che  concordare con lui e contestualmente, pur nella soddisfazione per l’insight cognitivo, chiedersi come ad oggi, pressochè dovunque, lo si consideri invece proprio un bello spettacolo, uno di quelli da  incitare con urla entusiastiche, da osservare con il cannocchiale per non perdersi i particolari. Quella dei cavalli frustati è realtà, norma, spettacolo: incapace di urtare la sensibilità di  scommettitori obnubilati da puntate rovinose, ma neppure spettatori bighellonanti nell’ ozio domenicale, e tanto meno gentili signore e signorine in guanti bianchi e cappellini d’ordinanza sui prati inglesi o decisamente più casual su quelli di altri paesi. Infierire su animali impossibilitati a difendersi, frustandoli a dismisura, è ancora oggi non spettacolo per persone rudi e rovinate  dal vizio, ma sport of the kings: regale, illustre, nobile. Ancora una volta è la narrazione a farla da padrona: la realtà, che è sotto gli occhi di tutti, viene mistificata, diversamente raccontata, inserita in altra cornice cognitiva. Nella retorica giornalistica e nella percezione del pubblico, i cavalli non corrono perché, fustigati, tentano disperatamente di sottrarsi al dolore, ma sono purosangue (ma  mezzosangue, fa lo stesso) slanciati verso un trionfo da loro stessi ambito; morsi, paraocchi, briglie, redini, speroni non sono stigmatizzabili mezzi di contenzione e tortura, ma trasparenti, invisibili accessori d’ordinanza. Qualcosa non torna: o meglio,  torna solo in riferimento  a quei meccanismi di cui la nostra mente sa servirsi così bene al fine di proteggerci nel nostro quieto vivere. L’idea che ci facciamo delle cose non è frutto della realtà percepita, qui ed ora; si forma invece e poi  si sedimenta sulle convinzioni del contesto culturale di appartenenza, per distorte che siano. Aderiamo alle idee, ai modi di vedere che sono quelli del nostro ambiente o gruppo sociale, lo facciamo senza accendere la capacità di critica, attraverso i pre-giudizi, aderendo acriticamente all’interpretazione e alla codificazione della realtà che altri hanno dato prima di noi e che si è diffusa come fosse verità. Siamo convinti di avere un punto di vista e invece lo confondiamo con lo stato delle cose, con il punto di vista della maggioranza che ci influenza e dirige i nostri comportamenti verso quella che è una norma condivisa. Insomma, vogliamo essere rassicurati che tutto vada bene, che il mondo in cui viviamo è giusto, e così ci muoviamo avvolti nella cortina fumogena delle idee che sono dominanti nel contesto in cui viviamo. Si tratta di meccanismi potenti e prepotenti, tali da indurre una mistificazione della realtà altrimenti inspiegabile. Nulla però è statico: dal magma in movimento in cui ci sentiamo protetti, qualcosa sfugge, è una pulsione verso la verità, verso la de-mistificazione, la de-costruzione della falsificazione in atto. Il demiurgo prende le sembianze del rivoluzionario di turno, spinto a rivoltare il mondo dall’urgenza di verità e giustizia, ma anche solo del riformatore, che si materializza spesso grazie ad un clima culturale circostante in evoluzione, all’interno del quale alcuni comportamenti appaiono del tutto anacronistici, distonici rispetto a nuovi pensieri e nuove sensibilità. Nello specifico della situazione in oggetto, il divieto di frustare i cavalli è una proposta timida, non è un cambiamento epocale, figlio di un’esigenza profonda di rispetto verso  animali sfruttati e del desiderio di rendere loro la dignità: se così fosse, saremmo qui a parlare della fine stessa delle corse: tout court.  E’ comunque  un imprescindibile iniziale passo che prende l’avvio dalla consapevolezza della attuale diffusa connivenza con  un mondo costruito su intollerabili forme di sfruttamento e crudeltà. E’ interessante anche che l’input a tale demistificazione sia arrivato, come ha testimoniato Lorenzo Morini, dall’atteggiamento di insofferenza  dei bambini all’infierire degli uomini sui cavalli: non ancora coinvolti nel processo di mistificazione,  loro sì che possono giudicare la realtà con i propri occhi, dare diritto di cittadinanza a sensazioni ed emozioni, e molto banalmente considerare insopportabile che i cavalli vengano frustati: giusto in tempo, prima che subentri l’incorporazione del loro pensiero in quello dominante. Apprezzabile ci sia stato chi, osservandoli, ha colto e accolto il loro messaggio, dando il via ad un processo di demistificazione di una semplicità disarmante: le frustate fanno male, le frustate sono crudeli, le frustate sono ingiuste. Il fatto che siano inferte da sempre, lungi dall’offrire  giustificazioni, è se mai atto di accusa potente nei confronti della nostra specie, che, come con infinite altre nefandezze, ci convive non da secoli, ma da millenni, imperturbabile davanti alla sua realtà, e anche alla sua rappresentazione: persino  Ben Hur, che dagli schermi del  colosso cinematografico del 1959  fustigava forsennatamente i cavalli della sua quadriga per dodici interminabili minuti,   ha riscosso  entusiasmo filmico per il suo altissimo tasso spettacolare, meritevole di undici  Oscar, ma non risulta abbia suscitato nessuno sdegno che fosse ante litteram “animalista”. Infierire sui cavalli è azione ripugnante, è causa del loro inascoltato dolore. Ma  è anche altro: l’abitudine alla violenza comporta desensibilizzazione,  assuefazione e dipendenza: l’autorizzazione, anzi il diktat all’uso della frusta per addestrarli, ridurli all’obbedienza,  spingerli oltre i loro limiti, è talmente intrusivo nelle abitudini dei perpetratori, che finisce per abbattere i freni inibitori, si autoalimenta, si espande, dilaga. La dinamica è attestata dal fatto che è stato necessario introdurre  normative, per porre limiti esterni, in drammatica assenza di quelli interni, psicologici e morali, in sintonia con il clima culturale di ogni contesto: secondo una regolamentazione, il cui cinismo si commenta da solo, Italia, Inghilterra, Germania consentono che siano inferti ad un cavallo 7 colpi di frusta ogni 500 metri; la Francia, più comprensiva, ne ammette 10; Usa e Giappone, campioni di libertà civili, si affidano alla libera iniziativa personale e non pongono limite al libero sfogo degli impulsi umani, senza remore né fastidiosi deterrenti legali. Le limitazioni sono in genere mal sopportate e non mancano certo infrazioni, anche illustri: un fantino di grande fama, Frankie Dettori,  nel 2007 aveva un po’ esagerato ed è stato punito (tranquilli: 14 giorni di sospensione e poi tutto come prima) per avere inflitto la bellezza di 25 frustate al “suo” cavallo, quello che amava tanto, reo di non correre come lui voleva: un po’ troppe per i severi giudici, non per lui, che, intervistato, ha sostenuto avere fatto ciò che era giusto, con  colpi che travalicavano anche il limite del braccio che non avrebbe dovuto alzarsi oltre la spalla, per limitarne la violenza. Bazzecole, incapaci di modificare le sue radicate convinzioni. Che dire? Successive condanne allo stesso Dettori per uso di coca qualcosa dicono rispetto al suo  controllo degli impulsi. Neppure una leggenda dell’ippica, quale Varenne, forte di un mito mondiale costruito sui suoi successi, ha potuto sottrarsi alle frustate: quando età, stanchezza, sfiancatezza gli hanno fatto correre una corsa deludente, beh come poteva mai reagire il suo driver Giampaolo Minucci se non frustandolo? Certo, finchè le cose erano andate bene, se ne era astenuto, ma insomma, un po’ di comprensione: quando ci vuole ci vuole. Beninteso nei limiti legali. Un pensiero immenso, per concludere, a Tornasol,il cavallo che in diretta televisiva ha detto NO all’imposizione di correre, lì sulla mitica Piazza del Campo di Siena, dove, sotto il sole cocente del 2 di luglio, per 90 interminabili minuti teletrasmessi ha opposto la sua determinata opposizione al volere umano: a Trecciolino, il suo fantino (al secolo Luigi Bruschelli, per altro attualmente sotto inchiesta per maltrattamenti) che, incredulo, agitava il suo nerbo (di ordinanza appunto), ha risposto con sgroppate e sbuffi, e ha mostrato ad un’Italia basita la rappresentazione equina della disobbedienza civile, non violenta, ma decisa e vincente. Bello e orgoglioso, anzi no: bella e orgogliosa perché Tornasol è una femmina, ha semplicemente e coraggiosamente detto NO. E quale che sia stata la spinta che l’ha indotta a tanto, è assurta ad eroina, paladina degli oppressi della sua specie, fiera . I veterinari, che, esausti, hanno alla fine diagnosticato un “alterato stato fisico” nonché “attacchi di panico”, tanto ricordano quegli psichiatri che, in tempi non così lontani hanno racchiuso, prima ancora che nelle camicie di forza, in una diagnosi svilente la ribellione di tanti infelici ad uno stato delle cose intollerabile. Onore a Tornasol, allora, e a tutti coloro che imboccano strade che gli altri non sanno neppure vedere.”

Pubblicato anche su www.lindro.it

 

Original post VIETATO FRUSTARE I CAVALLI

 

>>>ANSA/ PALIO: A SIENA LA CARRERA DELL'ASSUNTA

“Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”. Che dire? Cara Annamaria Manzoni​ probabilmente per Noi che abbiamo una maggiore sensibilità la cosa è normale e ben recepita! Ma lo stesso non è per una società votata alla violenza e al raggiungimento del profitto ad ogni costo. E’ così da sempre, ed ancora oggi…in un presente avvolto da tremende atrocità troppo spesso accettate, abilmente mistificate, ritenute giuste ed ammissibili. Del resto la mercificazione è frutto di congetture e strategie mirate ad ottenere cospicui fatturati aziendali, enormi stimoli alla Crescita smisurata di una economia psicotica. Il PIL è anche questo: settore ippico. Ben vengano quindi le timide manifestazioni di compassione, forse non rappresentative di una pura consapevolezza…ma pur sempre stimolanti alla rottura del sistema. I bambini insegnano ai più impassibili perchè sono naturalmente ricchi d’empatia e non ancora inculcati verso la strategia dominante del potere.

Perchè non partire da questo?

 

Foto in alto Cavallo da Dressage

Foto in basso una gara da Palio

Veganzetta


Intro e info sulla Veganzetta - Veganzetta - Notizie dal mondo vegan e antispecista.clipular (1).png

Linguaggio e principi

Nota introduttiva

“Il testo che è possibile leggere in questo sito internet vuole essere un piccolo accenno al progetto che stiamo tentando di portare avanti tramite la Veganzetta di reinterpretazione del linguaggio corrente. Tale attività gradualmente permetterà l’introduzione di interventi sempre più radicali a livello linguistico.

Gli esempi pratici di quanto affermato sono innumerevoli. Ciò che noi siamo abituati a chiamare allevamento intensivo, non è altro (dal punto di vista degli Animali) che un campo di concentramento, e noi vogliamo chiamarlo per ciò che è in realtà.

PRECISAZIONI SU ALCUNI TERMINI UTILIZZATI:

Animale/i”: si utilizza tale sostantivo per facilitare la leggibilità del testo. Il termine “Animali” in realtà è da intendersi sostitutivo di “Animali non Umani”, o “altri Animali”, o “non Umani”, in sintesi tutte le specie animali diverse da quella umana. Si riconosce a tale termine una valenza assolutamente positiva dell’animalità, e si utilizza l’iniziale maiuscola per sottolineare la dignità pari a quella umana di ogni Animale diverso dall’Umano.
Cane, Maiale, ecc.”: si utilizzano tali sostantivi con l’iniziale maiuscola per conferire pari dignità tra le diverse specie animali.

Umano/i”: non s’intende utilizzare il sostantivo maschile “uomo”, in quanto termine carico di significati filosofici e culturali che volutamente pongono l’Umano al di sopra degli altri Animali, e che hanno un preciso riferimento a una visione patriarcale e maschilista della società umana.

Lager per Animali“: qualsiasi luogo (in particolar modo i macelli e gli allevamenti) in cui gli Animali vengono sfruttati, imprigionati ed uccisi per il soddisfacimento di interessi umani.

Persona vegana etica“: che si astiene per scelta etica da tutte quelle attività e pratiche che possano provocare danno, sfruttamento o morte degli Animali (pertanto anche umani) e che ha una presenza nella società di tipo radicale, attiva e con valenza educativa e di pubblica denuncia.”

 

 

Link breve di questa pagina:

http://www.veganzetta.org/e9hcw

Vegano per sempre


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“Se è estremismo parlare dell’immane tragedia che subiscono miliardi di Animali a causa dell’uomo, dell’inferno cui sono condannati negli allevamenti e nei mattatoi in cui trovano solo sofferenza e disperazione nella loro breve esistenza; se invitare alla responsabilità e alla consapevolezza degli effetti prodotti dalle scelte di ognuno; se è estremismo condannare questo perenne olocausto, allora tutto è lecito e l’Umanità non ha né il diritto di lamentarsi delle sue sventure né di sperare in un mondo migliore.
Nell’accusa di essere estremisti o intolleranti verso le scelte altrui spesso si cela l’avvilente tentativo di giustificare se stessi quando l’accusa suscita sensi di colpa.
Se fosse un nostro parente ad essere violentato o ucciso e cucinato per il piacere del palato di qualcuno, certo non saremmo così indulgenti e propensi ad invocare rispetto per le scelte degli altri.
Ribellarsi contro lo schiavismo, la tortura o la pena di morte degli Umani, lottare contro gli oppressori, non è considerato estremismo ideologico.
Quindi il problema si pone solo perché le vittime sono Animali, considerati cose a disposizione dell’uomo.
Quando in ballo è la vita e la sofferenza degli altri, essere veg-etari-ani non è una scelta come un’altra: la scelta è tra la vita e la morte, tra giustizia e la sopraffazione, tra l’amore e il disprezzo, tra la civiltà e la barbarie.
Essere veg-etari-ani oppure mangiatori di Animali non è affatto la stessa cosa.
Sono due realtà agli antipodi: l’una è per la vita, l’altra per il piacere del palato ad ogni costo.
Dobbiamo essere accorti, misurati per non urtare la suscettibilità di coloro che non dimostrano sensibilità verso il dolore e la vita dei più deboli e indifesi?
Noi siamo la voce di coloro che non hanno voce.
Se io considero criminale chi avesse deciso di ridurre a te lo stipendio tu non mi accuseresti di estremismo; ma se dico che è ingiusta e crudele una persona che fa a pezzi una creatura, fatta come noi, tu mi accusi di essere estremista.
E’ questione di saggezza e sensibilità.
Nessuna espressione è sufficientemente estremista per denunciare il danno fisico, mentale, morale, spirituale, economico, sociale, ambientale dell’uso di sterminare innocenti Animali.”

Franco Libero Manco

 

Original post Vegano per sempre

Foto tratta dal web

Empatia


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La questione è tutta qui: empatia. La sua mancanza, o meglio la sua mistificazione, è il punto cruciale che sta alla base dello sfruttamento animale, e quindi di ogni tipo di violenza esistente anche tra gli Umani. Si può far tollerare il genocidio animale tramite tradizioni, ricorrenze, dogma religiosi, induzioni commerciali, teorie mediche e nutrizionali, ricerche scientifiche…ma soprattutto tramite un concetto antropocentrico perfettamente radicato nella storia Umana. Fondamentalmente questo è il fulcro centrale con cui bisogna scontrarsi per far concepire le motivazioni etiche che determinano il cambiamento responsabile. Oggi nell’epoca più gloriosa dell’informazione è innegabile non sapere dei seri danni provocati dagli allevamenti intensivi, a carico di Animali ed Ambiente. E’ innegabile non vedere ciò che esiste nei luoghi di tortura e martirio quali circhi, zoo, acquari e laboratori da vivisezione. E’ inconcepibile non rendersi conto delle atrocità che ogni giorno avvengono in zone di guerra, o delle sofferenze patite da popolazioni innocenti. E’ davvero paradossale che ciò continui ad avvenire senza una forte empatia che arresti immediatamente ogni nefandezza.

Il consumismo attuale tende ad assottigliare e a tratti mistificare la realtà, costituita da bisogni non necessari costruiti ad arte da abili strateghi del marketing. Una sorta di dissonanza cognitiva, una separazione istintiva, un indifferenza totale che amplifica l’egoismo personale fino a ritenere essenziali i propri bisogni o necessità. L’ego aumenta e l’empatia diminuisce. Anche perchè quest’ultima non vende prodotti. Tutto ciò determina un insoddisfazione che crea desideri, e quindi acquisti. Il circolo vizioso è costituito da ammiccamenti e fidelizzazioni, ovvero dipendenze. L’attaccamento al materialismo distanzia le persone dai reali affetti, dai sinceri apprezzamenti. E’ molto pericoloso vivere in una società votata al successo e al soddisfacimento dei bisogni personali. Come è molto preoccupante confondere la morale con il dovere. Certamente non è possibile vivere in una civiltà senza regole…ma è essenziale partire dal basso, dall’educazione, dall’informazione veritiera senza lucro o secondi fini di convincimento. La violenza quotidiana che la televisione ed ogni mezzo d’informazione tende ad assuefare non fa altro che peggiorare la situazione già drammatica. Ciò non significa che bisogna astenersi da ascoltare o vedere, ma la spettacolarizzazione dei fatti di cronaca è diventata ormai un abitudine pressochè presente nella quotidianetà di ogni individuo. La natura è violenta? Vero solo in parte se l’evoluzione terrestre spinge verso un equilibrio naturale dell’ecosistema. Certamente uccidere 200 miliardi e più di Animali ogni anno per un bisogno di fame e godimento non è un istinto alla sopravvivenza, piuttosto assume caratteri di vera e propria estinzione di massa.

Ma allora perchè alcuni esseri Umani agiscono con consapevolezza ed altri no? Perchè individui socialmente inseriti e all’apparenza innocui e docili diventano killer spietati degni della peggior immaginazione? Può essere un mistero, ma dipende probabilmente anche dal contesto e dall’ambiente circostante in cui un individuo nasce e cresce. Non è accertato che si nasca assassini, piuttosto lo si diventa anche inconsapevolmente durante la crescita, con insegnamenti negativi dettati da stimoli esterni che possono determinare il carattere di una persona. Certamente il quadro genetico può fare la differenza, qualcuno potrà avere una sensibilità maggiore rispetto ad un altro, ma è anche vero che la consapevolezza può coltivarsi, maturare col tempo, raggiungendo ottimi risultati. Il cervello è un organo non statico e necessita di manutenzione per poter funzionare bene e meglio. Tutto parte da esso e tutto dipende da esso. L’evoluzione dell’essere Umano dipende anche da questo aspetto. Come non è scontato che un individuo più abile in intelligenza sia altrettanto astuto nel salvaguardare i propri simili o altre specie. Questo spiega per esempio perchè alcuni non essendo nati vegani lo diventano nel corso della vita. Oppure perchè altri si pentono nell’aver trascorso un periodo di malvagità e violenze. Tanti si convertono ad una vita più etica e parsimoniosa, molti si accorgono dei propri errori (un caso eclatante è Tom Regan: da macellaio a difensore degli Animali). Ma il fatto significativo da analizzare non è la redenzione, o conversione che dir si voglia, bensì la presa di coscienza che prende il sopravvento rispetto ad altri bisogni prettamente egoistici. Qui non c’entra la sopravvivenza personale o la tutela assoluta della propria salute, considerando che si può vivere lo stesso e bene pur non uccidendo Animali per nutrirsi. La morte per delega è probabilmente la ragione principale per cui molti non si rendono conto della gravità delle loro azioni. L’esclusione dell’empatia dalla propria sfera emozionale è facilmente plausibile se ci si disinteressa personalmente da ciò che accade al di fuori del proprio io interiore. Peggio se questa esclusione viene indotta ovvero se si viene abituati, martellati costantemente tramite pratiche sofisticate ed istituzionalizzate. Se già il genere Umano proviene da secoli di predominio assoluto è plausibile una malvagità primordiale o un semplice condizionamento? Come non concepire la società attuale, votata alla mercificazione delle vite altrui, un esaltazione perfetta dello sfruttamento? Ma allora perchè alcuni lo capiscono ed altri no? Perchè in alcuni individui esistono sentimenti quali empatia, tolleranza, solidarietà e quant’altro di utile alla salvaguardia altrui…mentre nella maggioranza (perchè purtroppo essa è) vige un indifferenza cospicua che esclude anche un solo gesto di compassione? Aiutare il prossimo, soccorrere un bisognoso, dimostrare aiuto ed affetto anche tramite un semplice gesto di gentilezza, contribuire alla salvezza degli Animali e dei deboli è sempre più raro proprio grazie ad una assenza di tali emozioni. Ci stiamo dirigendo verso un periodo storico sempre più povero di immedesimazione altrui? O è sempre stato così, ed anche peggio, ed ora ci si accorge degli errori passati? Le guerre e le uccisioni sono sempre esistite è vero, ma anche le testimonianze di personaggi illustri quali filosofi, scrittori, politici e chiunque avesse deciso di lottare per i diritti e le libertà. Purtroppo vivere in un epoca soggiogata da interessi di profitto ha i suoi risvolti negativi, e le difficoltà sono altrettanto deprimenti.

Ma se esiste una speranza perchè non perseguirla? Se esistono persone disposte ad esporsi contro un sistema di potere che schiavizza gli esseri viventi a pura merce…allora tutto è possibile! Non è detto che tutto sia perduto, anche di fronte a stupide conclusioni riduttive che amplificano l’ignoranza e la disinformazione. Bisogna cogliere ogni spunto utile per la lotta pacifica di sovversione. Anche il veganismo salutista, che non pochi danni potrebbe causare all’antispecismo, deve essere ricondotto sulla giusta via non solo speculativa. Le ingiustizie sociali sono tante ma forse tutte sono riconducibili ad una sola matassa, ed non è per niente scontato che il progresso possa raddrizzarsi da solo verso una maggiore sostenibilità, nè tantomeno tramite leggi e normative. L’intervento personale deve essere continuo ed assiduo a partire dalle nuove generazioni. Ovvero le prossime battaglie da affrontare potranno essere più dure e inavvicinabili, pur senza sacrifici. Ecco perchè è importante uscire da questo consumismo di massa che genera solo falsi idoli tramite l’annullamento delle concrete necessità. Non è vero che una comunità civile regna indiscussa nel benessere creato dal suo “prodotto interno lordo” (ovvero l’obiettivo pincipale del capitalismo), esso non è generatore di benessere, non se questo proviene da produzioni distruttive ed altamente degenerative.

Bisogna fare un passo indietro (non in termini distruttivi) per andare avanti!