Vietato frustare i Cavalli


 

 

Dressage-1024x691.jpeg

Di Annamaria Manzoni:

“VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia. La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno,  perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno  quando e quanto forte,  punisce un peccato non commesso. Come è il veganesimo a illuminare il carnismo, vale a dire non si prende atto della relatività di una scelta fino a quando si viene posti davanti alla prova provata della possibilità di una scelta di segno opposto, allo stesso modo il divieto di colpire i cavalli induce a giudicare in modo diverso l’abitudine a frustare, talmente diffusa nel mondo dell’ippica da non fare notizia, da passare inosservata. La frusta è considerata un  accessorio obbligato dell’abbigliamento di ogni fantino, non tanto diversa da stivali e berretto; trasformata addirittura in oggetto elegante, tanto che l’industria ne offre di tutti i generi e di tutti i tipi, con graziosi manici antiscivolo, di alta qualità ma anche in versione economica per porli democraticamente alla portata del portafoglio di chiunque. I modelli sono sempre più evoluti, perché l’origine è antica, ma i tempi richiedono prestazioni più adeguate, vale a dire devono consentire di fare del male al punto giusto e con la raffinatezza che gli stilisti del settore, esonerati anche loro da considerazioni etiche, rendono possibile. Le fruste per altro possono anche alternarsi ai nerbi di bue (o ai nerbi fatti con il pene di toro! ), come si fa per il Palio di Siena: niente di nuovo; in fondo anche la Gestapo li aveva in dotazione, e, se le notizie della rete sono esatte, in qualche stato centro e sudamericano, quali Guatemala e Colombia, normalmente non citati tra i campioni del rispetto per i diritti umani,  l’uso è anche destinato a sedare riottosità domestiche. La frusta è appendice all’equipaggiamento ippico persino di bambini alle prime armi (mai espressione fu più centrata): gliela si consegna, certo di dimensioni adeguate alle loro manine, non appena si avvicinano all’equitazione, così li si fanno sentire orgogliosi e anche (pre)potenti perché percepiscono trattarsi di uno strumento in grado di  conferire uno status, uno status dominante: conferisce un senso di forza e importanza, con la benedizione di mamma e papà. Ecco, la decisione presa a Montechiarugolo poggia sulla convinzione che uno strumento di costrizione non può essere considerato normale, naturale e necessario, non deve essere regolamentato, ma proibito perché crudele. L’input a questa visione delle cose, racconta Lorenzo Morini (uno dei gestori dell’ippodromo, che da due anni si batte per un disegno di legge che ne bandisca definitivamente l’uso), è nato nell’osservare la reazione dei bambini che, a lato delle piste, si rifiutavano di guardare: “Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”, dice. Non si può che  concordare con lui e contestualmente, pur nella soddisfazione per l’insight cognitivo, chiedersi come ad oggi, pressochè dovunque, lo si consideri invece proprio un bello spettacolo, uno di quelli da  incitare con urla entusiastiche, da osservare con il cannocchiale per non perdersi i particolari. Quella dei cavalli frustati è realtà, norma, spettacolo: incapace di urtare la sensibilità di  scommettitori obnubilati da puntate rovinose, ma neppure spettatori bighellonanti nell’ ozio domenicale, e tanto meno gentili signore e signorine in guanti bianchi e cappellini d’ordinanza sui prati inglesi o decisamente più casual su quelli di altri paesi. Infierire su animali impossibilitati a difendersi, frustandoli a dismisura, è ancora oggi non spettacolo per persone rudi e rovinate  dal vizio, ma sport of the kings: regale, illustre, nobile. Ancora una volta è la narrazione a farla da padrona: la realtà, che è sotto gli occhi di tutti, viene mistificata, diversamente raccontata, inserita in altra cornice cognitiva. Nella retorica giornalistica e nella percezione del pubblico, i cavalli non corrono perché, fustigati, tentano disperatamente di sottrarsi al dolore, ma sono purosangue (ma  mezzosangue, fa lo stesso) slanciati verso un trionfo da loro stessi ambito; morsi, paraocchi, briglie, redini, speroni non sono stigmatizzabili mezzi di contenzione e tortura, ma trasparenti, invisibili accessori d’ordinanza. Qualcosa non torna: o meglio,  torna solo in riferimento  a quei meccanismi di cui la nostra mente sa servirsi così bene al fine di proteggerci nel nostro quieto vivere. L’idea che ci facciamo delle cose non è frutto della realtà percepita, qui ed ora; si forma invece e poi  si sedimenta sulle convinzioni del contesto culturale di appartenenza, per distorte che siano. Aderiamo alle idee, ai modi di vedere che sono quelli del nostro ambiente o gruppo sociale, lo facciamo senza accendere la capacità di critica, attraverso i pre-giudizi, aderendo acriticamente all’interpretazione e alla codificazione della realtà che altri hanno dato prima di noi e che si è diffusa come fosse verità. Siamo convinti di avere un punto di vista e invece lo confondiamo con lo stato delle cose, con il punto di vista della maggioranza che ci influenza e dirige i nostri comportamenti verso quella che è una norma condivisa. Insomma, vogliamo essere rassicurati che tutto vada bene, che il mondo in cui viviamo è giusto, e così ci muoviamo avvolti nella cortina fumogena delle idee che sono dominanti nel contesto in cui viviamo. Si tratta di meccanismi potenti e prepotenti, tali da indurre una mistificazione della realtà altrimenti inspiegabile. Nulla però è statico: dal magma in movimento in cui ci sentiamo protetti, qualcosa sfugge, è una pulsione verso la verità, verso la de-mistificazione, la de-costruzione della falsificazione in atto. Il demiurgo prende le sembianze del rivoluzionario di turno, spinto a rivoltare il mondo dall’urgenza di verità e giustizia, ma anche solo del riformatore, che si materializza spesso grazie ad un clima culturale circostante in evoluzione, all’interno del quale alcuni comportamenti appaiono del tutto anacronistici, distonici rispetto a nuovi pensieri e nuove sensibilità. Nello specifico della situazione in oggetto, il divieto di frustare i cavalli è una proposta timida, non è un cambiamento epocale, figlio di un’esigenza profonda di rispetto verso  animali sfruttati e del desiderio di rendere loro la dignità: se così fosse, saremmo qui a parlare della fine stessa delle corse: tout court.  E’ comunque  un imprescindibile iniziale passo che prende l’avvio dalla consapevolezza della attuale diffusa connivenza con  un mondo costruito su intollerabili forme di sfruttamento e crudeltà. E’ interessante anche che l’input a tale demistificazione sia arrivato, come ha testimoniato Lorenzo Morini, dall’atteggiamento di insofferenza  dei bambini all’infierire degli uomini sui cavalli: non ancora coinvolti nel processo di mistificazione,  loro sì che possono giudicare la realtà con i propri occhi, dare diritto di cittadinanza a sensazioni ed emozioni, e molto banalmente considerare insopportabile che i cavalli vengano frustati: giusto in tempo, prima che subentri l’incorporazione del loro pensiero in quello dominante. Apprezzabile ci sia stato chi, osservandoli, ha colto e accolto il loro messaggio, dando il via ad un processo di demistificazione di una semplicità disarmante: le frustate fanno male, le frustate sono crudeli, le frustate sono ingiuste. Il fatto che siano inferte da sempre, lungi dall’offrire  giustificazioni, è se mai atto di accusa potente nei confronti della nostra specie, che, come con infinite altre nefandezze, ci convive non da secoli, ma da millenni, imperturbabile davanti alla sua realtà, e anche alla sua rappresentazione: persino  Ben Hur, che dagli schermi del  colosso cinematografico del 1959  fustigava forsennatamente i cavalli della sua quadriga per dodici interminabili minuti,   ha riscosso  entusiasmo filmico per il suo altissimo tasso spettacolare, meritevole di undici  Oscar, ma non risulta abbia suscitato nessuno sdegno che fosse ante litteram “animalista”. Infierire sui cavalli è azione ripugnante, è causa del loro inascoltato dolore. Ma  è anche altro: l’abitudine alla violenza comporta desensibilizzazione,  assuefazione e dipendenza: l’autorizzazione, anzi il diktat all’uso della frusta per addestrarli, ridurli all’obbedienza,  spingerli oltre i loro limiti, è talmente intrusivo nelle abitudini dei perpetratori, che finisce per abbattere i freni inibitori, si autoalimenta, si espande, dilaga. La dinamica è attestata dal fatto che è stato necessario introdurre  normative, per porre limiti esterni, in drammatica assenza di quelli interni, psicologici e morali, in sintonia con il clima culturale di ogni contesto: secondo una regolamentazione, il cui cinismo si commenta da solo, Italia, Inghilterra, Germania consentono che siano inferti ad un cavallo 7 colpi di frusta ogni 500 metri; la Francia, più comprensiva, ne ammette 10; Usa e Giappone, campioni di libertà civili, si affidano alla libera iniziativa personale e non pongono limite al libero sfogo degli impulsi umani, senza remore né fastidiosi deterrenti legali. Le limitazioni sono in genere mal sopportate e non mancano certo infrazioni, anche illustri: un fantino di grande fama, Frankie Dettori,  nel 2007 aveva un po’ esagerato ed è stato punito (tranquilli: 14 giorni di sospensione e poi tutto come prima) per avere inflitto la bellezza di 25 frustate al “suo” cavallo, quello che amava tanto, reo di non correre come lui voleva: un po’ troppe per i severi giudici, non per lui, che, intervistato, ha sostenuto avere fatto ciò che era giusto, con  colpi che travalicavano anche il limite del braccio che non avrebbe dovuto alzarsi oltre la spalla, per limitarne la violenza. Bazzecole, incapaci di modificare le sue radicate convinzioni. Che dire? Successive condanne allo stesso Dettori per uso di coca qualcosa dicono rispetto al suo  controllo degli impulsi. Neppure una leggenda dell’ippica, quale Varenne, forte di un mito mondiale costruito sui suoi successi, ha potuto sottrarsi alle frustate: quando età, stanchezza, sfiancatezza gli hanno fatto correre una corsa deludente, beh come poteva mai reagire il suo driver Giampaolo Minucci se non frustandolo? Certo, finchè le cose erano andate bene, se ne era astenuto, ma insomma, un po’ di comprensione: quando ci vuole ci vuole. Beninteso nei limiti legali. Un pensiero immenso, per concludere, a Tornasol,il cavallo che in diretta televisiva ha detto NO all’imposizione di correre, lì sulla mitica Piazza del Campo di Siena, dove, sotto il sole cocente del 2 di luglio, per 90 interminabili minuti teletrasmessi ha opposto la sua determinata opposizione al volere umano: a Trecciolino, il suo fantino (al secolo Luigi Bruschelli, per altro attualmente sotto inchiesta per maltrattamenti) che, incredulo, agitava il suo nerbo (di ordinanza appunto), ha risposto con sgroppate e sbuffi, e ha mostrato ad un’Italia basita la rappresentazione equina della disobbedienza civile, non violenta, ma decisa e vincente. Bello e orgoglioso, anzi no: bella e orgogliosa perché Tornasol è una femmina, ha semplicemente e coraggiosamente detto NO. E quale che sia stata la spinta che l’ha indotta a tanto, è assurta ad eroina, paladina degli oppressi della sua specie, fiera . I veterinari, che, esausti, hanno alla fine diagnosticato un “alterato stato fisico” nonché “attacchi di panico”, tanto ricordano quegli psichiatri che, in tempi non così lontani hanno racchiuso, prima ancora che nelle camicie di forza, in una diagnosi svilente la ribellione di tanti infelici ad uno stato delle cose intollerabile. Onore a Tornasol, allora, e a tutti coloro che imboccano strade che gli altri non sanno neppure vedere.”

Pubblicato anche su www.lindro.it

 

Original post VIETATO FRUSTARE I CAVALLI

 

>>>ANSA/ PALIO: A SIENA LA CARRERA DELL'ASSUNTA

“Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”. Che dire? Cara Annamaria Manzoni​ probabilmente per Noi che abbiamo una maggiore sensibilità la cosa è normale e ben recepita! Ma lo stesso non è per una società votata alla violenza e al raggiungimento del profitto ad ogni costo. E’ così da sempre, ed ancora oggi…in un presente avvolto da tremende atrocità troppo spesso accettate, abilmente mistificate, ritenute giuste ed ammissibili. Del resto la mercificazione è frutto di congetture e strategie mirate ad ottenere cospicui fatturati aziendali, enormi stimoli alla Crescita smisurata di una economia psicotica. Il PIL è anche questo: settore ippico. Ben vengano quindi le timide manifestazioni di compassione, forse non rappresentative di una pura consapevolezza…ma pur sempre stimolanti alla rottura del sistema. I bambini insegnano ai più impassibili perchè sono naturalmente ricchi d’empatia e non ancora inculcati verso la strategia dominante del potere.

Perchè non partire da questo?

 

Foto in alto Cavallo da Dressage

Foto in basso una gara da Palio

Benessere maledetto


Dal sito Coop Italia:

“Coop rispetta gli animali d’allevamento. Il benessere degli animali significa anche benessere delle persone e dell’ambiente. Da anni Coop è la catena della grande distribuzione, in Italia, più sensibile ai temi del benessere animale. Lo dimostrano gli interventi concreti messi in atto. Per un numero sempre maggiore di persone, salute e tutela degli animali da allevamento sono elementi ormai irrinunciabili. Noi di Coop condividiamo la stessa prospettiva: ormai da tempo la nostra politica è all’avanguardia sul benessere degli animali. Riteniamo corretto garantire una giusta dignità agli animali nel rispetto delle cinque libertà definite dalla convenzione europea della protezione degli animali. Il benessere animale è un tema fondante della nostra politica, costantemente presidiato: da anni collaboriamo con organizzazioni che si occupano di benessere animale come LAV e CIWF (Compassion In World Farming), per sviluppare nuovi criteri e azioni volti a migliorare la qualità di vita degli animali su larga scala.”

 

La politica opportunista di una grande azienda alimentare, utile a garantire il profitto e il proseguo dello sfruttamento. Nello spot non si parla delle condizioni di nascita e concepimento, non si parla dei metodi d’uccisione, non si parla dello sterminio dei Pulcini maschi. Si evidenzia solo un immagine falsa ed ipocrita, indispensabile ed essenziale per convincere i consumatori verso acquisti più duraturi. Il benessere animale ormai è entrato a far parte delle discussioni quotidiane, ovvero un altra abile mossa pubblicitaria per garantire il profitto e sostenere l’industria della carne. Era prevedibile e nulla è stato fatto per impedirlo. Di questo siamo responsabili anche noi…un mea culpa è assolutamente doveroso, soprattutto perchè ci aspettano altri lunghi anni di dura lotta.

Antispecismo non fa rima con consumismo


lattosio.jpg

Nell’immaginario pubblicitario del consumismo gli allevamenti sono posti idilliaci dove gli Animali vivono felici a contatto con la natura e gli esseri Umani si prendono cura di loro con “affetto” (così è più facile mangiarli!). In generale la narrativa sul consumo degli Animali è talmente vasta che persino i più attenti fanno fatica a confutarla. Uno dei miti più difficili da sfatare è quello per cui gli Animali non avrebbero nulla da ridire sul modo in cui li trattiamo, perché fin dalla notte dei tempi abbiamo usato il loro “tacito consenso” come futile pretesto all’addomesticamento e quindi allo sfruttamento. Ma non è mai esistita un’era ipotetica in cui gli Animali venivano rispettati e trattati bene! E ovviamente non esiste oggi! La loro sottomissione è il risultato di secoli di violenze e sevizie che li hanno completamente piegati al nostro volere. Per poter invertire questo macabro meccanismo dobbiamo immedesimarci nelle sofferenze altrui, abbattere l’egoismo ed aumentare l’empatia, ovvero diffondere l’antispecismo. Gli Animali provano esperienze coscienti, nella sofferenza e nell’infelicità, ecco perchè dobbiamo diventarne i testimoni e portavoce mettendoci nei loro panni di vittime ed assumendo una posizione di assoluta parità…non certamente di dominio! La consapevolezza della vita altrui é un valore intrinseco, proprio di ogni essere vivente. Ma non tutti ne sono dotati pienamente, e molti preferiscono concentrarsi verso il proprio ego e distanziarsi quindi dagli altri, piuttosto che condividere piaceri ed emozioni reciproche. Non a caso il rispetto dei non Umani é cosa rara, proprio perché il diverso viene inteso come s-oggetto ostile più che bene prezioso di interscambio culturale. Sembra difficile e a tratti impossibile confrontarsi con una Formica, così enormemente diversa da noi, ma provare ad osservare le sue gesta é tanto assurdo quanto affascinante. L’egoismo é una priorità prettamente Umana più che Animale, ed é importante saper distinguere chi agisce e sfrutta gli altri per convenienza personale più che per empatia. Questo perché il contagio é dilagante, e altamente pericoloso.

La mattanza dei Levrieri


levrieri_uccisi_spagna_cover

“Lapidati, impiccati, affogati, bruciati con la benzina, sepolti vivi, torturati. Ogni anno in Spagna, 50mila Levrieri vengono abbandonati, uccisi e gettati nei pozzi, a conclusione di una vita fatta di maltrattamenti e botte. E’ un olocausto che si consuma a due passi da noi quello che vede tristemente protagonisti i Galgos e i Podencos, i più comuni Cani “da caccia” di La Mancha, Andalucia e Extremadura. Da settembre a fine gennaio, sono ‘strumenti’ utili per la caccia: con il loro fiuto fenomenale e la loro agilità catturano Lepri e Conigli, ma se non corrispondono agli standard e le aspettative dei proprietari hanno un destino che fa rima con morte. In generale, in Spagna i Levrieri utilizzati per la caccia hanno una speranza di vita media di tre o cinque anni, quelli che servono alla riproduzione arrivano anche a sette, otto. Nel momento in cui, non riescono più ad assolvere ai compiti dettati dai proprietari diventano un peso di cui disfarsi.

In realtà, la selezione inizia già dalla nascita, vengono eliminati in modo barbaro, tutti i cuccioli che sembrano non adatti alla caccia o sono troppo delicati o paurosi davanti ai colpi di arma da fuoco o che mangiano la preda una volta catturata. Quelli che superano ‘la selezione’ iniziale però non hanno un futuro roseo davanti: li aspetta una vita di maltrattamenti e stenti. I Levrieri sono malnutriti e tenuti in spazi bui e ristretti per paura che vengano rapiti. Una razza antica che viene bistrattata e che ogni anno conta 50mila esemplari in meno. Per il galghero, infatti, ha più senso acquistare a dieci euro ciascuno, altri Galgos o Podencos piuttosto che nutrire quelli che già si possiedono. Così se ne sbarazzano nel modo più crudele che esista. I Levrieri vengono portati nei campi e non tornano più a casa. Impiccati, affogati, lapidati, bruciati con la benzina, sepolti vivi e privati delle zampe per impedire che possano tornare. I numeri sono comunque approssimativi perché la maggior parte dei galgheri, non registra i cani all’anagrafe, non li vaccina, quindi sono praticamente inesistenti sul territorio. Ma le autorità spagnole sono a conoscenza di tutto ciò, ma finora non è stato preso nessun provvedimento, che ponga fine a questa inutile tortura. Le leggi, al contrario vanno in direzione degli allevatori. I Galgos sono considerati Cani da lavoro e sono esclusi dalle normative in materia di crudeltà di cui godono gli Animali “domestici”. Sono quindi, strumenti da utilizzare e poi gettare via quando non servono più. Inoltre, per testare la velocità dei Levrieri, essi vengono legati a una macchina o una moto.

Questa pratica è solo un illecito amministrativo e non una pena criminale, a meno che non si causa la morte del Cane. Da un lato c’è la federazione spagnola delle associazioni per la protezione degli Animali che ha denunciato davanti al governo il massacro dei Levrieri chiedendo, con il sostegno di 50mila firme, di proibire l’uso dei Cani da corsa nella caccia, dall’altro gruppi che proteggono gli interessi dei cacciatori appellandosi alla tradizione. Parole che ci ricordano tanto la dinamica della corrida. Per fortuna, centinaia di organizzazioni lottano contro l’uccisione dei Levrieri e la punizione dei trasgressori, ma purtroppo sono troppi gli interessi economici che ruotano attorno a queste vittime innocenti. 

Come adottare un Levrierio spagnolo

Per salvare un Levriero spagnolo da una fine così crudele, l’unica strada percorribile è l’adozione. Ci sono tante associazioni che si occupano di trovare una casa a questi splendidi ed eleganti Cani. A partire dall’Enpa Progetto Spagna, qui è possibile visionare tutta la procedura da intraprendere per l’adozione, c’è poi Progetto Galgo con sede a Bergamo, qui i Cani che aspettano una casa, ancora Adozione Levrieri che è il primo centro italiano che si è occupato di questo triste fenomeno., clicca qui per le informazioni. Di associazioni che direttamente in Italia si occupano dell’adozione ce ne sono tante, consigliamo di cercare quella più vicina a voi.”

 

Original post La mattanza dei levrieri spagnoli: lapidati e impiccati se non servono più

Quasi vegana & Quasi filosofo


15800025_949688658466545_3396080867523336910_o.jpg

Secondo Leonardo Caffo esiste una presa di coscienza a strati, una sorta di consapevolezza a convenienza personale cui adeguarsi in base alle circostanze. Un opportunismo integrato ad alcuni personaggi di dubbia provenienza, i quali si assumono l’arroganza di avere la soluzione in tasca per far cessare lo sfruttamento Animale…o meglio diminuire il genocidio, visto e considerato che si vuole presumere con convinzione la funzionalità etica della violenza felice. Ma cos’é queso marchio di fabbrica? Da cosa e da chi é composto questo copyright corporativo? Questa mistificazione marketizzata é capostipite dell’allevamento sostenibile, del business green, della bio industrializzazione…ovvero la nuova frontiera della new economy. Sempre Leonardo Caffo afferma con convinzione di essere un animale tra gli animalisti, senza conoscere forse la vera storia dell’animalismo. Un movimento costituito da battaglie ideologiche e scontri fisici che hanno anche permesso la nascita e il perseguimento di un antispecismo rivoluzionario…ovvero l’unico strumento attuale, se così vogliamo chiamarlo, ostile alla mercificazione degli esseri viventi. Si preferisce quindi perseguire filoni mediatici, credendo forse di alleviare la sofferenza degli Animali tramite spot brandizzati e squallide chiacchere filosofiche, addirittura anche utilizzando una satira spicciola e fuori luogo. Probabilmente Giulia Innocenzi e Leonardo Caffo credono ipocritamente che il successo sia lungo e producente, ma si vantano subdolamente di non credere alle critiche costruttive. Una quasi vegana e un filosofo pentito si rifiutano, con saccenteria arrogante, di contribuire in gruppo alla liberazione Animale. Che tristezza, e che fallimento. Ma non è tanto chi sia Giulia Innocenzi, cosa fa o scrive, ma piuttosto chi c’è dietro lei o personaggi simili. Diffondere la concezione furba di un allevamento sostenibile non intensivo è fondamentale per convincere i consumatori (vegani e non) dell’esistenza reale di un isola felice in cui beati Animali da reddito vengono uccisi dolcemente e nel pieno rispetto delle regole morali e civili. E’ doveroso prendere le distanze da tutto ciò che rappresenta l’ipocrisia del business-green (alias veganismo multifunzionale), ovvero una mistificazione perfetta in cui anche il salutismo vegano vi è entrato pienamente, proprio a causa dei vegani stessi e di tutti quelli che stupidamente o anche volontariamente hanno contribuito a questo scempio. Si rischia seriamente di cancellare anni di lotta valorosa e duro lavoro, a causa purtroppo di facili ingenuità ed abili strategie di marketing. Il sistema vuole così, perchè è scontato e risaputo che i Maiali muoiono ammazzati. Cara Giulia Innocenzi…non è una questione di coerenza, ma piuttosto di mistificazione. Che Vissani si sia schierato contro gli allevamenti intensivi…chissenefrega! Anche perchè mi sembra ovvio, ed anche uno gnomo ignorante lo avrebbe fatto! Il problema di fondo non sono gli allevamenti intensivi, ma tutto il carnismo in sè che perdura da secoli, e che certamente non si allevierà tramite un semplice libro di successo o con uno spettacolo televisivo. Di questo la rete ne è già piena! Le denuncie sono importanti, ovviamente, ma nascondersi dietro un dito…rappresenta l’ipocrisia più grande e dannosa! Cosa farete, tu ed altri specialisti della bio-violenza, quando i governi autorizzeranno la produzione della carne in provetta? (sempre che non l’abbiano già fatto) A risentirci per aggiornamenti!

 

Per dovere di divulgazione, e soprattutto in merito alle pubblicazioni su Facebook di Giulia Innocenzi e Leonardo Caffo, qui di seguito il commento di Codice A Barre

“Questo post è, in primo luogo, un tentativo di capire cosa stia succedendo nell’attuale dibattito sui diritti animali, alla luce delle reazioni scaturite dopo una foto pubblicata da Giulia Innocenzi, non-vegana e autrice del libro Tritacarne sugli allevamenti cosiddetti intensivi, in cui la stessa abbraccia il cuoco Vissani (quello della dichiarazione di qualche tempo fa “I vegani sono una setta. Li ammazzerei tutti”).
In secondo luogo, vogliamo continuare a riflettere sul rischio di messaggi ambigui, controproducenti e contradditori di chi, come la Innocenzi, pensa che esista un modello di allevamento “etico”, dove all’animale possa essere dato ogni tipo di diritto, tranne naturalmente, però, quello più fondamentale di tutti, vale a dire evitare di avere la gola tagliata al macello.
Infine, andremo a commentare quello che ha scritto Leonardo Caffo, autore antispecista e vegano, riguardo a quanto è scaturito dopo la pubblicazione della foto della Innocenzi con Vissani.
Andiamo per gradi. Giulia Innocenzi ha pubblicato una foto con Vissani in cui, come didascalia del loro abbraccio, afferma: “SIAMO LA COPPIA PIU’ BELLA DEL MONDO, E CI DISPIACE PER GLI ALTRI… Quando senti che tutto traballa, rintanati nelle certezze: Gianfranco Vissani uno di noi!!! P.S. Chi l’avrebbe mai detto, eh? La battaglia contro gli allevamenti intensivi crea alleanze inaspettate, anche fra una quasi vegana e un iper carnivoro.”
Ci sono molte cose da dire riguardo a quanto dichiara la Innocenzi. La prima è che “quasi vegana” (riferito a se stessa) e “uno di noi” (riferito a Vissani) non sono espressioni innocue come la Innocenzi vuole far sembrare.
L’uso del termine “quasi vegano” ci fa capire che la Innocenzi non ha le idee ben chiare (o non vuole averle) riguardo al veganismo e al movimento di liberazione animale. Non si può essere “quasi vegani” e non perche’ si tratti di una classifica di purezza, ma perché il veganismo non è una dieta disintossicante, da fare cinque giorni su sette, non è salutismo, ma un movimento di liberazione e di astenzione dalla violenza.
Dichiararsi “quasi vegani”, quindi, sta allo stesso livello di dichiararsi “quasi” contro la violenza sui cani, per esempio (e questo esempio è subito chiaro a tutti, dato che anche i non-vegani non fanno fatica a riconoscere nel cane un individuo da rispettare, sempre e comunque).
Ma questo termine “quasi vegana”, messo vicino a “Vissani uno di noi”, ci lascia perplessi anche per un altro motivo. Se non basta il “quasi vegana” a confondere le idee sul significato del veganismo, ecco che arriva la celebrazione di Vissani (“uno di noi”) accanto a quell’aggettivo “vegano”. A Giulia Innocenzi chiediamo di farci un favore: quello di non usare l’aggettivo vegano impropriamente, come se si trattasse di una dieta a percentuali, e di riflettere sul fatto di averlo usato nella stessa frase in cui Vissani viene definito “uno di noi”.
ll veganismo, infatti, non mira al “mattatoio felice” e alla “violenza etica”. Bisogna evitare di fare confusione. Che Vissani sia contrario agli allevamenti intensivi non ci sembra qualcosa da elogiare, come se si fosse scoperto chissà cosa. Quale carnista si pronuncerebbe mai a favore degli allevamenti intensivi? Nessuno. Stanno sempre tutti a parlarci di come l’animale, prima di essere ammazzato, debba vivere al pascolo, libero (ma non libero di scappare dal mattatoio, s’intende). Cuochi, allevatori e consumatori sono sempre pronti a tessere le lodi dell’allevamento di una volta, dell’allevatore di fiducia, del macello di provincia. È qualcosa che vuol fare illudere che si sia davvero generosi nei confronti degli animali.
Ma il veganismo non si occupa del come si sfrutti e si uccida un animale. Di quello si occupa il cosiddetto welfarismo. Il veganismo ha, invece, a che fare con l’abolizione di sfruttamento e violenza e non con la sua continuazione.
Quindi, Giulia Innocenzi, se la tua campagna mira a cambiare i modi della violenza, ma non la sostanza, allora sì, Vissani è uno di voi, ma SOLO di voi, e non uno di noi.
Il cuoco, infatti, non ha nessun problema con l’uccidere animali, pur potendo benissimo farne a meno. Vissani è uno di quelli che resta favorevole a sfruttarli e ammazzarli, parliamoci chiaro.
La considerazione che la Innocenzi ha di Vissani non ci sorprende, comunque. Abbiamo ascoltato diverse interviste alla Innocenzi e, nei suoi discorsi, del concetto fondamentale del veganismo e dell’antispecismo non c’e traccia o quasi.
Si parla ripetutamente di rischi per la salute nel mangiare animali (noi li chiamiamo così, non “carne”), di rischi causati dall’uso di antibiotici dati agli animali e dall’inquinamento prodotto dagli allevamenti, ma dell’animale come individuo a cui riconoscere il diritto a non essere sfruttato e ucciso in NESSUNA forma non c’è traccia. Anzi, la Innocenzi si spinge persino a fare l’elogio della “eccellenza italiana” e a promuovere etichette da lei definite “parlanti” da apporre sul corpo impacchettato di chi è stato ucciso e venduto al supermercato, per chiarirne la provenienza.
Ma da chi vuole che provenga quel corpo se non da un animale, senziente come noi, che voleva solo essere lasciato in pace, invece che essere costretto a nascere con l’unico scopo di essere ucciso?
Se le etichette davvero potessero parlare, direbbero che si tratta di qualcuno, non di qualcosa, di un individuo e non di “carne”, o che quello era il latte di una madre non-umana destinato ai suoi figli o le proprie uova e non prodotti per i quali, “a fine carriera”, si debba venire uccisi o si debba uccidere i piccoli maschi.
Ci troviamo ancora costretti a ripetere quello che abbiamo già spiegato molte volte, cioè che se il messaggio rimane ambiguo, non si tratta di piccoli passi in avanti, ma di un rallentamento del movimento di liberazione animale.
L’industria gongola ogni volta che qualcuno corre in sua difesa con la propaganda dell’allevamento “felice”.
L’industria non ha altra arma a sua disposizione se non quella di illudere le persone che esista un modo corretto di commettere violenza, quando, invece, la scelta vera consiste tra commetterla e non commetterla.
Se trasmettere delle immagini degli allevamenti intensivi si conclude in maniera vaga o, peggio ancora, con l’invito a uccidere “coscienziosamente”, non si tradiscono mica i vegani (non siamo noi che andiamo al macello), ma, gli animali stessi.
Inoltre, tutto quello che sappiamo in termini di psicologia e cambiamento del comportamento o dell’efficacia delle campagne sociali, ci dice che il messaggio deve essere chiaro e mirare a obiettivi a lungo termine e non essere diluito.
Nessun movimento per la giustizia ha mai chiesto dieci per ottenere cento. Parlare in maniera chiara aiuta chi davvero puo’ cambiare.
Nessuno nega che ci sia un valore nel mostrare immagini di animali allevati in maniera intensiva, ma se il messaggio rimane quello secondo cui basterebbe allevarli meglio per sentirsi a posto con la coscienza, allora non ci siamo proprio.
Tutte le strade (intensivo o meno, biologico, al pascolo, senza antibiotici, etc.) portano al mattatoio e ogni animale che nasce in un allevamento viene visto sotto una sola ottica: essere sfruttato e ucciso.
A chi continua, senza alcun dato che possa supportare le proprie tesi e ignorando tutti gli studi compiuti in merito, a dire che si tratta di una strategia dei “piccoli passi”, facciamo notare che chi parla di “violenza felice” non mette in atto un cambiamento di strategia, ma sostituisce l’obiettivo stesso e finisce col promuovere il suo opposto: l’animale resta uno schiavo da uccidere. E a questo o si è favorevoli o contrari. Non esistono i “quasi”. È ora di pronunciarsi.
Per finire, parliamo dell’autore Leonardo Caffo, che va in soccorso di Giulia Innocenzi. In suo post, condiviso dalla Innocenzi stessa, Caffo afferma: “Riemergo brevemente dall’apatia che ormai mi suscita il dibattito per esprimere solidarietà a Giulia Innocenzi per gli attacchi vari che ha ricevuto in questi giorni da animalisti di ogni tipo convinti di avere verità, coerenza e perfezione nel taschino. Tutte le volte che si prova a cambiare le mani vanno sporcate; se volete le mani pulite e il trofeo della perfezione tenetevi il mondo così com’è.”.
Caffo potrebbe provare a spiegarci per quale motivo ci si debba “sporcare le mani”. Da una persona che s’interessa di filosofia, ci si aspetta argomentazioni logico-razionali che possano supportare la propria tesi, e non semplici slogan.
Che ci si debba sporcare le mani è tutto da dimostrare, come pure che si abbia bisogno di messaggi fuorvianti e ambigui come quelli della Innocenzi.
Riguardo al drammatico termine “attacchi”, usato da Caffo, beh, gli facciamo presente che non esistono personaggi intoccabili e che quelli che lui definisce “attacchi” fanno parte del diritto di critica.
Caffo parla di animalisti “di ogni tipo”? Dal modo in cui si esprime, ci pare chiaro che Caffo non solo abbia una visione snobistica del resto del movimento, ma che, appena altri esercitano il diritto di critica, questi vengano da lui degradati e definiti “animalisti di ogni tipo”, senza contare che, a questo punto, la stessa Innocenzi dovrebbe rientrare nella categoria…
Se Caffo si sente apatico, rimanga pure inattivo: non c’è bisogno di risvegliarsi dal torpore per andare in aiuto di chi parla di “carne felice”. Risparmi pure le energie per la disobbedienza civile di cui tempo fa andava parlando, ma di cui non si è mai vista traccia.”

Per saperne di più su veganismo e liberazione animale:
www.vegfacile.info
www.piattoveg.info/
www.sarcofagia.it/
bioviolenza.blogspot.com
– “Perché vegan”
http://www.agireoraedizioni.org/libri/vegan/ebook-perche-vegan