La Corte di Giustizia Europea, il latte vegetale e i “no vegan”


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Da Campagne per gli Animali:

I fatti:

La Corte di Giustizia Europea di recente si è espressa mediante una sentenza in cui si dichiara che non è legittimo utilizzare termini quali “latte”, “burro”, “formaggio”, “yogurt” eccetera nella denominazione di prodotti che non contengano ingredienti di derivazione animale, come per esempio i prodotti cosiddetti vegani.
La sentenza della Corte di Giustizia Europea scaturisce in risposta ad un’azione legale promossa dall’associazione tedesca di tutela della concorrenza Verband Sozialer Wettbewerb contro un’azienda alimentare tedesca (la TofuTown) che produce prodotti di origine vegetale commercializzati come «Soyatoo burro di tofu», «formaggio vegetale», «Veggie-Cheese», «Cream» e altre denominazioni simili.
Nella pratica ciò significa che nei Paesi aderenti all’Unione Europea non sarà più possibile commercializzare prodotti alimentari con diciture del tipo “latte di soia” o similari, diverrà pertanto necessario trovare altre denominazioni. Quindi per esempio niente più cappuccino con latte di soia.

La notizia della sentenza è stata preceduta in Italia dalla pubblicazione di un’analisi della Coldiretti dal titolo “Il popolo dei No Vegan“, in cui si afferma che il 95% dei cittadini italiani non è vegan, anzi è no vegan. nella pubblicazione di denuncia inoltre che tale “popolo dei No Vegan” mangia carne “nonostante le fake news, gli allarmismi infondati, le provocazioni e le campagne diffamatorie che hanno determinato purtroppo anche il moltiplicarsi di preoccupanti casi di malnutrizione tra i più piccoli“.

L’analisi:

Al netto delle solite posizioni faziose di numerosi esponenti della carta stampata, la pronuncia della Corte pare essere meramente un provvedimento di ordine normativo atto alla regolamentazione (leggasi normalizzazione) dei prodotti di origine vegetale (sempre più presenti nella Grande Distribuzione Organizzata), e non invece un tentativo di tutelare gli interessi della lobby del comparto zootecnico e caseario, comparti che negli ultimi anni stanno subendo considerevoli colpi a causa del calo della domanda di prodotti derivanti dallo sfruttamento degli Animali.
Per chi abbraccia la filosofia vegana (che ancora una volta è giusto ricordare che ha un’origine etica), tale notizia dovrebbe rappresentare un elemento positivo. Il cibo vegetale non ha nulla a che fare con le sofferenze a cui gli Animali vengono sottoposti per essere trasformati in “prodotti”, pertanto non dovrebbe richiamare né nel nome, né nell’aspetto, né tantomeno nel gusto il cibo carneo.
Una corretta alimentazione a base vegetale non dovrebbe avere bisogno di rifarsi a quella carnea, o scontare alcun rapporto di sudditanza proponendo dei succedanei, anzi dovrebbe tendere a prenderne il più possibile le distanze per promuovere un nuovo concetto di alimentazione sositutivo. L’uso di denominazioni come “latte”, “burro”, “formaggio” e similari per i prodotti vegetali ha solo ed esclusivamente una motivazione commerciale e di marketing (come lo sono in egual misura le diciture “vegan” apposte sulle confezioni dei prodotti più disparati, anche su quelli palesemente di origine evegetale): motivazioni che non interessano nella maniera più assoluta la pratica veganismo etico.

In riferimento all’analisi della Coldiretti, si può affermare che trattasi di una non notizia, che denota solamente una grande preoccupazione per l’andamento del mercato della carne in questi anni (la stessa Coldiretti afferma “nel primo trimestre del 2017 i consumi di carne sono calati del 3,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente“), e inoltre una totale inettitudine dal punto di vista della comunicazione. L’analisi di cui sopra infatti afferma:

1) Dato che una certa percentuale di cittadini italiani si definisce vagan, significa che la restante percentuale non è vegan.
2) Chi si nutre anche di cibo di origine animale, da oggi non è più un onnivoro, ma un “No Vegan”, che si oppone quindi al veganismo.

Il primo punto riguarda un’ovvietà sconcertante che ha l’unico scopo di evidenziare che solo il 5% della popolazione umana in Italia è vegan (dalle statistiche Eurispes 2017 pare però si tratti del 3%, quindi la Condiretti ha sbagliato pure a riportare le cifre), mentre ben il 95% restante cdi conseguenza non lo è, come a dire che il “fenomeno vegan” è stato abbondantemente sovrastimato. La stessa iniziativa della Coldiretti però, sta a testimoniare come nella realtà da parte di chi lucra sfruttando gli Animali ci sia molta apprensione per ciò che sta accadendo.
Il secondo punto è una sorta di involontario regalo pubblicitario al veganismo come fenomeno sociale, perché Coldiretti illustra una situazione italiana che non esiste: una società civile polarizzata in cui una massa enorme di persone umane è raccolta in una improbabile fazione denominata “No Vegan” nel tentativo di “resistere” al veganismo commerciale emergente e alle sue fake news. In un solo colpo l’intera popolazione umana italiana è stata fantasiosamente divisa in “Vegan” e “No Vegan”, con il solo risultato che in ogni caso ciò che si intende contrastare viene preso come esclusivo metro di giudizio: si parla (dimostrando di non conoscerlo affatto) del veganismo, riducendo chi non è vegan a un soggetto che, in quanto tale, deve per forza essere contrario opponendo una sorta di resistenza attiva (vedasi l’esilarante l’hashtag #NoVeganAllaRiscossa). L’analisi puerile che fa Condiretti ignora totalmente l’enorme diversità di posizioni che vi possono essere tra chi non è vegan (e che non ha nessun bisogno di affermarlo) e anche tra chi si dichiara tale, ma lo è – a torto o a ragione – per motivazioni molto diverse. Le due fazioni in stile Montecchi e Capuleti sul veganismo paventate dalla Coldiretti, pertanto hanno come unico risultato quello di dare ulteriore visibilità al veganismo stesso sempre più al centro dell’attenzione mediatica.”

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Original post La Corte di Giustizia Europea, il latte vegetale e i “no vegan”

 

La sentenza viene accolta in sordina…e ne prendiamo atto. Nel linguaggio comune i surrogati vegetali verranno in ogni caso associati alle diciture classiche (burro, latte, formaggio, burger, wurstel, ecc.), è inevitabile (nessuno al supermercato chiederà: “Dove si trova la bevanda vegetale di soia?”. Verrà più spontaneo chiamarlo: latte di soia, di riso, d’avena ecc.ecc.) Ma ciò dimostra come la presenza costante ed esponenziale di questi prodotti stia creando un dibattito socio-culturale e a tratti istituzionale. Stiamo parlando ovviamente di “veganismo commerciale”, non sempre positivo per la liberazione Animale, perciò ne prendiamo atto ed andiamo avanti.

Piccola nota d’informazione: i consumi di carne “fresca non conservata” sono in lieve calo ma non è lo stesso per tutti gli altri derivati, in particolare i salumi. Ciò significa che le recenti campagne di sensibilizzazione, diffuse anche dai comunicati OMS, hanno convinto i consumatori NON a diventare veg-egetari-ani bensì estimatori di insaccati e latticini.

Continuiamo nel nostro lavoro e attendiamo sviluppi.

La beffa dello specismo


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Lo sfruttamento Animale oggi è talmente radicato, e a tratti mistificato in ogni settore produttivo e sociale, che sembra impossibile stabilire a priori una condotta efficiente e quindi vincente. Scontrarsi di fronte a secoli e secoli di dominio ha determinato uno status di sottomissione estremamente meccanizzato. Nuove tecniche di sfruttamento sono all’orizzonte, ed imporsi un autodisciplina negli usi e nei costumi sembra non bastare di fronte ad un sistema di potere così altamente sofisticato. Ora affermare che il riduzionismo non sia una delle soluzioni possibili può essere una scusante, come può esserlo pensare che l’eliminazione degli allevamenti intensivi possa di colpo annientare la sofferenza degli Animali. L’antispecismo è giovane ed in continua evoluzione proprio perchè il dominio sui deboli adotta nuove e feroci contromisure.  Le opposizioni si scontrano con un sistema altamente mercificante che non lascia spazio a deboli interventi. In passato numerosi individui abili e perspicaci hanno cercato di contrastare le grandi aziende responsabili dello sfruttamento, tramite mosse mirate a creare shock e scoop scandalistici. In parte ci sono riusciti proprio perchè hanno generato una riduzione negli affari di dominio. Credo bisogni andare oltre queste condotte di attacco e portarle più avanti nella loro efficacia e durata, anche se alcuni sono convinti che occuparsi di tutela e rispetto verso gli Animali non dovrebbe riguardare altro, ovvero altri modelli di violenza e sfruttamento o discriminazione. Io non credo si possa evitare di parlare di altre ingiustizie…altrimenti dovremmo vivere in una campana. La presa di coscienza è unica, e non a scompartimenti.

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Ma a prescindere da questo concetto…fino a che punto arriva lo sberleffo? Fino a che livello si utilizzano ipocriti messaggi mirati a scuotere il portafoglio? Ci si chiede se sia necessario utilizzare tali strumenti per indurre i consumatori ad acquistare carni ed affini. E’ veramente utile ed indispensabile adottare una gigantografia stradale in cui si vuole rappresentare una “braciola di suino”? (così viene chiamata dagli addetti ai lavori). Un Maiale su due zampe in un cartellone 6 mt x 4 sorretto da un macellaio barbuto che fieramente mostra impeto e soddisfazione. Probabilmente la mia riflessione può apparire estrema ed esagerata solo perchè non mangio carne? O forse perchè io sono contrario alla logica speculatrice dei supermercati? Forse! Ma la sostanza non cambia, e mi chiedo perchè mai (come in altre occasioni), si preferisce evidenziare con così tanta audacia un pezzo di Animale da vendere un tanto al kg. Se a rispondere fossero i destinatari finali, compiacenti della promozione, probabilmente ribalterebbero la questione tramite una “zucca” egualmente enorme fatta a fettine. Oppure se a giustificarsi, neanche troppo frettolosamente, fossero gli autori di tale cartellone pubblicitario nessuno potrebbe convincerli a desistere in futuro. Non è permesso protestare e non è permesso ostacolare lo sviluppo commerciale, in ogni sua forma. Si è passibili di denuncia se si crea danno e dolo verso chi “onestamente” porta il profitto a casa propria, anche se questo deve rappresentare uno spargimento di sangue (Animale ovviamente, quello Umano è un altro capitolo).

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D’altra parte vendere carne è un lavoro! Infatti nessuno vi sta chiedendo di non farlo, nessuno vi sta supplicando di non mangiare Animali. Non è questo il punto! La richiesta è rivolta solamente ad una maggiore decenza e coerenza a causa di un ammiccamento poco rispettoso e dignitoso. Chiedere rispetto è una cosa ardua, soprattutto da parte di chi non lo ha neanche verso i propri lavoratori sfruttati a dovere senza neanche onorare il minimo rigore dei contratti di lavoro….figuriamoci quindi averlo verso le vittime ormai defunte! La mia non è un accusa, la mia è una pura considerazione pacifica che mi permette di auspicare un futuro migliore, un futuro più libero, più sano (non certamente questo). Abbiate la compiacenza di riflettere e di capire gli errori di questa società estremamente violenta e sprezzante.

Fatelo con l’eguale sufficienza che utilizzate mentre riempite il vostro piatto di putridità, grazie.

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(nella foto carne di Macaco)

Una critica al veganismo….commerciale


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I termini vegan-vegano-veg-veggie ecc.ecc. ormai sono entrati a far parte della speculazione commerciale…e, come era facilmente ipotizzabile, questo non è assolutamente un buon segno. La colpa è dei vegani stessi che stanno avvantaggiando una promozione capitalista che non ha nessuna etica a riguardo, in particolar modo verso gli Animali. Per cui essere vegano oggi sta assumendo connotati alquanto ambigui, e molti dei significati originali si stanno perdendo nel limbo del capitalismo. Era prevedibile? Può darsi, ma in ogni caso è doveroso prendere le distanze ed attuare fin da subito delle efficaci contromisure, almeno distanziandosi da facili opportunismi. Di contro l’antispecismo è una concezione alquanto recente e giovane, quindi in continua evoluzione proprio perchè lontana da conflittualità perverse ed ipocrite…questo, almeno, ancora no. L’errore più grande, peggio se si conferma ogni volta, é credere che il veganismo ed ogni parametro consequenziale siano proprietà privata da gestire a piacimento. Abbiamo delle pesanti responsabilità ed agire in ogni modo, pur di scalfire le coscienze, puó creare più danni che benefici. L’etichetta é stata emessa, siamo stati marchiati e inglobati nel sistema, non prevedendo tutte le possibile variabili…molte delle quali hanno sollecitato lo sterminio Animale. Denunciare determinati atteggiamenti e prese di posizione crea fastidio principalmente ai sinceri sostenitori dei diritti civili. Questo perché le idee e le filosofie antispeciste non sono una proprietà autoritaria di chi le professa, ma frutto di una condivisione pacifica in continua crescita ed evoluzione. Chi si sente vincitore prima ancora di aver lottato duramente dimostra tutta la sua debolezza. Probabilmente i vegani (non tutti per fortuna) credono indiscutibilmente che la liberazione Animale sia una priorità personale da perseguire con ego e fanatismo. La condivisione e la collaborazione restano le uniche armi veramente pacifiche da implementare con forza e coerenza. Gridare al genocidio ormai non basta più. Ogni rivoluzione negli usi e nei costumi avviene sempre e comunque intaccando lo stato sociale, soprattutto se questo incide sui propri bisogni personali. Mangiare carne è oggi un abitudine radicata che stenta a scomparire proprio perchè circondata da tutta una serie di conflitti d’interesse e di profitto. Religione e capitalismo come non mai vanno a braccetto in questo delirio commerciale. L’antispecismo di contro è un concetto giovane da consolidarsi tramite solide ramificazioni nella società civile. Non è certamente un movimento, come invece sta ingarbugliandosi il veganismo grazie anche alle numerose schiere di appassionati coinvolti dalle più svariate convinzioni…molte delle quali strettamente personali e non tipiche della lotta animalista.

Credo che sia d’obbligo implementare una profonda autocritica e soprattutto biasimare altri che, abbassando la guardia, credono in progressi nati senza le opportune revisioni o conversioni. Una rivoluzione concreta ed efficiente viene studiata ed costruita nel tempo ed apportando numerose modifiche. Ultimamente la parola “vegano” è diventata sinonimo di business e diffusione mediatica. Non credo assolutamente in questi sviluppi che passano sempre e comunque dalla psicosi consumista. Non vedo miglioramenti (almeno in Italia) anzi, nonostante numerose campagne promozionali, non mi sembra che si parli tanto di Animali imprigionati…almeno non da chi detiene il potere reale di cambiamento. Qualcuno addirittura ha gridato al miracolo vedendo Berlusconi con in mano un biberon che allattava un Agnello lattante cotonato! Che dire? Buon per lui (l’Agnello) ma oltre alla vergognosa immagine (un imprenditore alquanto dubbioso in materia etica) cosa si è ottenuto? Per non parlare poi delle critiche violente rivolte a taluni personaggi (vedi Giulia Innocenzi o Leonardo Caffo) che apparentemente desiderano (pur passando attraverso interessi ambigui) creare una piccola breccia nell’ignoranza. Gli stessi accusatori sono stati (dopo) i primi spettatori della terza serata su rai2! Quanta ipocrisia! Quanto esibizionismo scaturito erroneamente da un concetto prettamente pacifista e rivolto agli altri. Su facebook ed altrove continuo a leggere ripetute offese verso “l’onnivoro” di turno senza instaurare un semplice dialogo costruttivo. Qual’è il senso di tutta questa avversità? Siamo nati già eletti? Siamo i detentori della purezza? Forse nessuno si rende conto della falsità di molte azioni, troppe e spesso, enfatizzate senza capire nulla delle conseguenze o peggio conclusioni. La maggior parte non ammette neanche lontanamente il proprio egocentrismo patologico così tanto contrario alla causa. Troppo pochi i sinceri e i coerenti, almeno nelle intenzioni. Un autocritica è doverosa, a partire da tutti!

 

 

Commenti prelevati dal profilo facebook di Roberto Contestabile

Business vegano


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E’ un messaggio alquanto incoerente che non porta nessun giovamento al veganismo e alla sua applicazione etica. Anzi ciò dimostra che ogni iniziativa pur dichiarata “vegana” contribuisce solo alla diffusione di un mercato alimentare (vedi i prodotti veganizzati) che non tutela affatto gli Animali, anzi. Non esiste un capitalismo etico, o almeno il fantomatico business green non è certamente molto coerente verso l’ecosistema e i suoi ospiti. Sono tutte fandonie create appositivamente dai strateghi del marketing per ottenere profitto. L’unico sistema per vivere in armonia con la terra e gli Animali è quello di creare un sistema pur commerciale ma assolutamente rispettoso e parsimonioso, questo per evitare speculazioni e sfruttamenti. Molti esperti in materia economica ritengono che la decrescita costruttiva sia la nuova era del progresso Umano, nata dalle ceneri di uno sviluppo corporativo ormai allo stallo. La crescita infinita con i suoi fatturati da capogiro sta irrimediabilmente generando guerre e cataclismi ovunque, e mentre le potenze industriali progettano di andare a colonizzare Marte…qui sulla Terra ormai la psicosi da consumo è al suo apice massimo. Hanno messo questo logo anche su un elettrodomestico di una nota marca hi-tech. Qual’è il senso etico e costruttivo nel seguire un mercato che utilizza a scopo speculativo ogni pretesto utile e benefico? Non è la strada giusta, e non il fine ultimo per liberare gli Animali da sfruttamento e sopraffazione. Che dire dunque del veganismo salutista? Un altra costola della speculazione! La ricerca del profitto costituisce un induzione molto forte, ovvero la causa principale dello sfruttamento in genere. Ecco perchè il veganismo (tranne alcune file dell’antispecismo) rischia di essere inglobato nel vortice del marketing corporativo. In questo preciso momento storico chi dispone di un empatia sufficiente ed utile a scalfire le coscienze assopite…non può permettersi di fallire. Viviamo sì all’interno di un sistema consumista ma non certamente per nostro volere. E’ come vivere fuori dal tempo, almeno noi che abbiamo sufficiente presa di coscienza. Combatterlo significa anche concepirlo consapevolmente in una visione diversa e non per forza costretta e subdola. Io sì utilizzo internet, ma è anche vero che se avessi altri mezzi più efficaci e pacifici mi limiterei a spegnere il mio computer o smartphone e a non accenderlo più, come è anche vero che potrei tranquillamente far parte di un consumismo esasperato ma senza esserne figlio dipendente. Verosimilmente è come dire di combattere lo sfruttamento Animale volando…senza schiacciare le formiche sotto i piedi!

Pesca NON sostenibile


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Tra di NOI sembra ripetersi un dramma continuo! Nell’indifferenza totale e nell’ipocrisia di tutti, soprattutto di quelli che ti dicono stupidamente: “Devi pensare più alle persone e non agli Animali!”
Senza sapere però che proprio loro non fanno mai abbastanza per la collettività, o meglio non fanno proprio nulla se non solo a se stessi.
Ogni volta che un immagine, una notizia o una storia ci colpisce particolarmente è come se dentro il nostro corpo qualcuno o qualcosa urli: PERCHE’?! Perchè tanta malvagità?! Perchè tutto questo dolore?
Forse l’essere Umano è davvero un “difetto” per questo pianeta, una condanna predestinata che prima o poi ricadrà sulle vite di ognuno.
E’ crudele pensare ciò? E’ assurdo che il progresso spinga solo verso sofferenza e morte? A cosa serve avere uno smartphone in tasca se poi ogni anno muoiono 5 milioni di bambini denutriti? E’ il destino dell’Umanità intera uccidere a piacimento? La soddisfazione di un bisogno momentaneo potrò un giorno essere abbattuta verso una maggiore consapevolezza delle vite altrui? Tante domande che non troveranno mai una risposta certa, solo tanti dubbi ed incertezze…quelle che ogni giorno invadono gli aspetti fondamentali della quotidianità.

 

Non c’è più vita nell’Oceano Pacifico, l’atroce testimonianza del navigatore australiano Ivan Macfadyen.

“L’intervista in rete, disponibile su Youtube, ad un grande viaggiatore dei mare e degli oceani, Ivan Macfadyen, australiano che ha viaggiato in lungo e in largo i mari e gli oceani più e più volte, lascia un magone nello stomaco e rende inevitabile la domanda: “Siamo davvero già a questo punto!”. Macfadyen, con un’imbarazzante semplicità e con un tono pacato, racconta la sua esperienza, quello che i suoi occhi hanno visto durante la sua ultima traversata dell’Oceano Pacifico nel 2013, partendo da Melbourne fino ad Osaka, migliaia di miglia nautiche senza vita ne’ in acqua ne’ fuori, impossibile per lui non notare l’assenza di Uccelli marini, impossibile non notare che nessun pesce abboccava all’amo e che non si vedevano nuotare e giocare i Delfini affianco alla barca, come nella traversata, con lo stesso itinerario, del 2003 dove l’oceano pullulava di vita: Balene, Tartarughe, Squali, Delfini, tanti Uccelli marini che cercavano cibo e usavano la barca per farsi accompagnare nella ricerca.

Desolazione! Distruzione! Deserto nell’acqua e fuori!

Un silenzio doloroso interrotto solo da rumori vuoti, privi di vita! Solo 10 anni prima era tutto così meraviglioso e rigoglioso, come è possibile, è il risultato del disastro nucleare di Fukushima? Probabilmente si, infatti uno dei pochi esemplari in vita che ha visto durante il percorso è stata una Balena con un enorme escrescenza sulla testa che sembrava senza dubbio un tumore. Ma non finisce qui, no non è ancora abbastanza straziante questo racconto, c’è ancora molto altro, infatti Macfadyen continua a raccontare che l’assenza di vita inizia in concomitanza con il confine con la Grande Barriera Corallina, infatti descrive le acque del Queensland come completamente sterili e prosciugate dalla massiccia pesca industriale.

Inquinamento marino: è ancora allarme plastica negli oceani. Secondo nuove stime, infatti, tra 35 anni gli oceani potrebbero contenere addirittura più bottiglie di plastica che pesci. L’allarme è lanciato da uno studio intitolato “The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastics”, realizzato dal World Economic Forum in collaborazione con la Ellen MacArthur Foundation. Le proiezioni non lasciano scampo: entro il 2050 gli oceani accoglieranno più plastica che pesci.”

 

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Non c’è più vita nell’Oceano Pacifico, l’atroce testimonianza del navigatore australiano Ivan Macfadyen