Zoopticon


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Da Veganzetta:

Elaborazione del discorso letto da Francesco Cortonesi in occasione della manifestazione svoltasi a Roma il 16 settembre 2017 per la Giornata Mondiale per la Fine dello Specismo.

L’antispecismo è un movimento rivoluzionario che vuole mostrare ciò che pur essendo davanti ai nostri occhi viene abilmente nascosto da una società basata sul dominio. Un dominio subdolo che a sua volta viene occultato da una moltitudine di parole come “libertà”, “uguaglianza”, “solidarietà”, “fratellanza” usate impropriamente dal potere costituito come dei paraventi per rendere eticamente accettabile ciò che non lo è. La reclusione, proposta come forma positiva di controllo, strutturata secondo una precisa divisione spaziale trova nel Panopticon, la grande struttura utopica della fine del Settecento che Jeremy Bentham aveva immaginato, la figura architettonica ideale, riproducibile, a seconda delle esigenze, in forme perfettamente integrabili e accettabili nella società che ci avvolge.

Il suo effetto principale è indurre nel detenuto una coscienza del proprio stato di visibilità che assicurerebbe il funzionamento automatico del potere. Per Bentham il potere doveva essere visibile e al contempo inverificabile. Non sono più necessari strumenti coercitivi estremi come le catene, gli spazi totalmente ristretti, la violenza continua per ridurre alla docilità. Il detenuto deve percepire una parvenza di libertà all’interno dello spazio limitato e per far questo tutto quello che serve è che le separazioni siano nette e le aperture che permettono visibilità e controllo ben disposte. In poche parole, con il modello Panopticon la prigionia assume un’altra forma: non più coercizione estrema e punizione, ma controllo e osservazione.

Non è un caso che questa nuova forma di prigionia, in grado di alleviare il potere dalle sue pesantezze fisiche peraltro anche costose, che richiedevano un alto numero di controllori disposti a soggiogare personalmente i detenuti mediante catene e violenza necessaria a garantire la punizione, venne ideata quasi sicuramente partendo dal serraglio che Le Vau aveva costruito a Versailles per il Re di Francia Luigi XIV in modo che lui potesse osservare in tutta sicurezza numerose specie di animali esotici direttamente dal suo salone, avendo l’impressione di osservare questi animali nel loro ambiente naturale e non in un giardino perfettamente organizzato nel cuore della Francia.

Il Panopticon è il serraglio del Re.
Il serraglio del Re è il Panopticon.

Animali umani e non umani sono i protagonisti reclusi di questa nuova forma di controllo. Il detenuto, che sia un essere umano o una giraffa, vive la sua limitazione non in funzione di un qualche progetto di recupero, ma esclusivamente per essere osservato e controllato.
Prigioni e zoo hanno molto in comune.
Volendo si può ipotizzare una variazione sul tema del panottico e azzardare un neologismo: lo “Zoo-opticon”. Nonostante sia apparentemente in crescita il numero di persone umane che si dichiarano contrarie agli zoo, ancora oggi anche in ambito antispecista, vengono relativamente presi in considerazione, del resto il proliferare degli zoo di nuova concezione, bioparchi e zoo safari per intendersi, induce l’idea che le tanto sbandierate parole chiave come “conservazione”, “protezione” e “educazione”, riferite alla missione che gli zoo stessi si attribuiscono, siano finalmente sul punto di avverarsi. Così ancora una volta, il potere costituito nei confronti degli altri Animali reinventandosi a parole e riorganizzando gli spazi proprio come i principi alla base del modello del Panopticon suggerivano e consigliavano, si occulta di nuovo.

Come il nuovo modello di prigione immaginato Bentham si scagliava con forza contro la vecchia concezione della “casa di correzione” con la sua struttura a fortezza, così lo Zoo-opticon si scaglia contro lo zoo classico, sfruttando il favore della percezione che offre la sua nuova organizzazione degli spazi, peraltro più estetica che reale, cercando di convincere che la limitazione della libertà sia ora da leggere in ottica esclusivamente positiva e che un Leone finalmente libero da catene e recluso in mezzo ettaro di terreno verde e perfettamente organizzato, sia finalmente un Leone felice. In apparenza il principio del nuovo zoo non può che essere considerato apprezzabile all’interno della società dello spettacolo: rendere visibile e accessibile a una moltitudine di Umani il non facilmente visibile. Ridotto ai minimi termini significa “mostrare a tutti un piccolo numero di oggetti”.
E tanto meglio se questi oggetti sono esseri viventi provenienti da paesi lontani e costosi da raggiungere.

Alcune persone umane che regolarmente frequentano zoo, percepiscono la reclusione ma solo in virtù dell’ambiente ristretto. Non si pongono cioè il problema della limitazione della libertà ma esclusivamente quello delle condizioni di reclusione. Quindi così come esiste l’idea della “carne felice”, ovvero che uccidere e mangiare Animali allevati al di fuori degli allevamenti intensivi e che abbiano trascorso la loro estremamente ridotta esistenza all’aperto sia etico e auspicabile, così esiste l’idea del “detenuto felice” che lo Zoo-opticon propone al visitatore.

Lo zoo di fatto ripropone il modello della prigione e come la prigione ci appare la forma più civilizzata di tutte le pene, così lo zoo ci vuole apparire come la forma più civilizzata della conservazione della Natura. A questo servono i tanti cartelli informativi che annunciano ai visitatori progetti, spesso inverificabili, di supporto alla Natura e agli Animali: a sostenere cioè che la detenzione che ci troviamo davanti non può essere confusa con la semplice privazione della libertà, ma come forma di conoscenza del detenuto, della sua condotta, delle sue necessità rendendo così i dominati collaboratori apparenti dei dominatori, cosa particolarmente apprezzata da chi gestisce il potere. Naturalmente non si può chiedere al detenuto dello zoo cosa ne pensa di tutto questo.

La macchina specista che costituisce la nostra società, nel caso dello Zoo-opticon offre un ulteriore aggancio: l’Animale può essere recluso senza aver compiuto alcun reato, semplicemente in virtù della sua presunta inferiorità nei confronti dell’Umano che ha tutto il diritto di stabilire cosa farne di lui. L’incasellamento nelle gabbie senza sbarre, la catalogazione della specie e la generalizzazione dello stato di conservazione sono tutto quello che c’è da fare e sapere a riguardo. Negli zoo non si racconta mai la storia dell’individuo se non raramente in funzione di un possibile incremento di interesse del visitatore che naturalmente coincide con un incremento economico. Non si racconta la storia di Pippo, l’Ippopotamo femmina che da 35 anni vive in un piccolo recinto dello zoo di Falconara, non la storia Bruno l’Orso regalato nel 1977 dall’Unione Sovietica allo zoo di Cavriglia per celebrare il ricordo di un partigiano caduto durante la Seconda Guerra Mondiale, non la storia di Riù, il Gorilla recluso nello zoo di Fasano che passa le sue giornate davanti a una televisione posta all’interno della sua gabbia, si parla di Ippopotami, Orsi e Gorilla come se fossero ambasciatori volontari, intenzionati a restare anonimi, della loro specie. Lo Zoo-opticon reclude e spersonalizza senza che il visitatore se ne accorga.

Il compito del movimento antispecista è anche quello di smantellare le sue strutture segreganti come gli zoo in ogni loro forma e variante. L’idea dello zoo è senza dubbio un modo economicamente vantaggioso per proporre una parvenza di soluzione allo stermino di milioni di Animali e l’estinzione di numerose specie che noi stessi stiamo perpetrando. Il nostro compito è quello di ripensarsi da cima a fondo, di proporre una visione politica nuova che prenda in considerazione l’animalità che svuoti la società della disumanità segregante e incasellante che la logica economica ci impone. Abbiamo ancora speranza, ma dobbiamo coglierla adesso.”

Francesco Cortonesi

Original post Zoopticon

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La donna lunga


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Da Veganzetta.org:

“Questo racconto è ispirato a fatti realmente accaduti. In effetti la leggenda della Donna Lunga esiste davvero e in Toscana è abbastanza nota. Ce ne sono numerose versioni; quella che presento in questo racconto è la mia preferita. Naturalmente anche gli incidenti di caccia esistono davvero. In Italia molte persone, nel corso dell’anno, perdono la vita nei boschi, lasciando nel dolore intere famiglie. Che senso ha tutto questo? Cosa ci può essere di piacevole nell’uccidere Animali che se ne stanno tranquillamente nel bosco a farsi gli affari loro e contemporaneamente rischiare di essere uccisi da qualche altro cacciatore? Ad ogni modo La Donna Lunga è anche una storia di fantasmi, e in particolar modo del fantasma di Bambi che torna per prendersi la vendetta…

La donna lunga

“Nel cielo si sente il gracchiare dei corvi. La strada è interrotta. La tua storia sta per cadere. Stai. Per sapere. Cosa si prova“
Henry Ginsberg – Battuta di caccia

Luce
Mi sveglio.
Anna ancora dorme. La bacio.
Le preparo la colazione.
Partiamo per lo chalet. Voglio andare a caccia dico, voglio andare a caccia con tutto che non sono mai andato a caccia se non da bambino quando mi ci portava mio nonno di nascosto. I miei non volevano che andassi nei boschi con gente armata fino ai denti che non si faceva mai mancare un goccetto, dico.
La neve si sta sciogliendo e sui bordi della strada è tutto una poltiglia marrone che sembra nocciola. Anna si toglie le scarpe e si massaggia un piede. Non indossa i collant neppure in pieno inverno. Dice che non sopporta di sentire le gambe inguainate e che una donna per essere attraente deve avere le gambe nude. Mano a mano che saliamo incrociamo sempre meno macchine. A una ventina di chilometri dallo chalet siamo soli nella strada che s’inoltra nei boschi di betulle. Improvvisamente da un sentiero del bosco esce una vecchia. E’ una donna alta, molto alta ricurva, si appoggia a un bastone, Cammina scalza. Si avvia sul margine della carreggiata. La strada è ormai sterrata. Fredda. Ehi guarda quella, dice Anna. Proprio come te, dico io, sfiorandole la coscia nuda e sorridendo. La donna ci guarda mentre le passiamo accanto. Anna le fa un cenno con la mano. Lei risponde al saluto. La baita è al centro di una specie di radura. E’ di legno e con il tetto a spiovente. Le persiane sono chiuse. Parcheggio la jeep nel retro. Vicino alla legnaia. Non vedo l’ora di mettermi davanti al camino, dice Anna mentre s’infila una scarpa e apre lo sportello. Entriamo e apriamo le finestre, lasciando entrare la luce del primo pomeriggio e qualche raggio di sole che filtra dalla boscaglia. Alzo il telefono e chiamo Bruno per dirgli che siamo arrivati. Il posto è magnifico, dico. Entro mezz’ora sarò bello che pronto per andare a stanare la preda dico. Arrivo, dice, ti passo a prendere. Bene, dico. Tornerò tardi dico a Anna, sei sicura di non voler venire? Certo, dice lei mentre gira la manopola della doccia. L’acqua scende forte come un acquazzone estivo. Ma non vedo l’ora che torni, dice Anna. Magari ti faccio una sorpresa, dice, mandandomi un bacio. Adoro le sorprese, dico sorridendo. Mi rendo conto ancora una volta di quanto la amo. Sicura di non aver paura? dico. Terrò le luci accese, risponde mentre tende una mano sotto il flusso d’acqua della doccia, aspettando che si faccia un po’ più calda. Poi si toglie l’accappatoio.
Entra nella cabina.
Perfetto, dico.
La luce accesa.

Fa freddo. Non è ancora il tramonto. Saliamo sull’altana e Bruno sguaina le carabine. Poi apriamo due sedie pieghevoli e ci sediamo Non dobbiamo far altro che aspettare un cazzo di Bambi, un cazzo di Bambi che cada in trappola dice Bruno, mentre si accende una sigaretta. Bambi? domando. Bruno fa un profondo tiro dalla sigaretta. Cartone animato del cazzo quello, hai presente no? Certo, dico, chi non conosce Bambi? Una stronzata totale di quegli animalisti del cazzo, lì a Hollywood. E’ un cartone animato per bambini, dico. E’ un cartone animato che fa passare i cacciatori come degli assassini, altroché. Bruno solleva la sua carabina e la punta verso le betulle, come un cecchino in attesa del nemico. Comunque devo ammettere che ho visto fare a questi animali cose incredibili dice Bruno, cose incredibili come se comprendessero il mondo, come se conoscessero il segreto della vita. Senti questa: è successa poco tempo fa. Eravamo in tre. Eravamo proprio da queste parti. Insomma, te la faccio breve, eravamo appena arrivati quando all’improvviso, ecco uscire un Bambi dal sottobosco. Perciò tiriamo subito fuori le carabine e cerchiamo di metterlo nel mirino. Dopo una manciata di secondi, lo inquadro e premo il grilletto, ma Bambi fa uno scarto improvviso e vedo saltare un pezzo di tronco giusto dove un istante prima era la sua testa. Fanculo, dico, mentre gli altri si mettono a ridere. Nel frattempo ovviamente Bambi è scomparso. Passa una decina di minuti ed eccolo di nuovo. Sempre lui. Quando hai passato anni a inquadrarli nel mirino, ti rendi conto che riconoscerli è facile. A questo punto gli altri neanche ci provano a prendere la mira perché hanno capito che ormai è una cosa fra lui e me. Fra me e lui. Puoi capirlo no? Certe volte diventa una questione personale. E così lo punto di nuovo. Ma questa volta aspetto. Aspetto per essere sicuro di non mancarlo e fare la figura dello scemo. Aspetto. E il Bambi viene avanti, deciso, un passo dopo l’altro, guardando dritto verso di noi, quasi volesse farci vedere di non avere paura. Naturalmente noi restiamo in silenzio. E lo guardiamo avanzare, tanto che a un certo punto arriva fin quasi sotto l’altana. Quel cazzo di Bambi mi sta sfidando a premere il grilletto, dico mentre continuo a tenerlo dentro al mirino. A un certo punto Bambi allunga il collo come se volesse salire sull’altana e a quel punto capisco che non posso più aspettare, lo spettacolo è finito. Premo il grilletto. La sua testa esplode e il Bambi si è schianta sull’erba come se qualcuno gli avesse improvvisamente sfilato la terra sotto i piedi.
Così, sbang. Accidenti, dico, mentre prendo una sigaretta. Aspetta, dice Bruno, ancora non ho finito. C’è dell’altro? domando mentre armeggio con l’accendino. Certo, senti un po’, a quel punto scendiamo giù dall’altana e andiamo a vedere com’è messo il nostro amico. Scendiamo e cosa troviamo? Cosa trovate? dico. Beh, niente. Non troviamo niente, dice Bruno. Cosa vuol dire che non trovate niente? Quello che ti ho detto. Bambi è come scomparso, capisci? Svanito. Bruno si prende un’altra sigaretta. Quindi non era morto? chiedo, mentre cerco un posto dove spegnere la sigaretta. Probabilmente, dice Bruno. Resta il fatto che non c’era più. Neppure una goccia di sangue.

Saliamo sulla jeep e prendiamo la via di casa. Riproveremo domani sera, dice Bruno, entro questa settimana ti garantisco che stenderai il tuo Bambi. Certo, dico. Senti, la vuoi sapere un’altra storia? Che storia, dico. Quella della Donna Lunga. La Donna Lunga? E chi è la Donna Lunga? chiedo. Una vecchia pazza che vive in questi boschi, dice Bruno, una di quelle vecchie figlie dei fiori fissate con la difesa della natura. In molti raccontano di averla vista. Sembra che sia alta più due metri e che abbia il potere di prendere le sembianze degli animali, ma soprattutto di farle prendere agli altri. Dicono che viva in una baita circondata da Bambi e che i cacciatori che muoiono negli incidenti di caccia siano in realtà vittime della Donna Lunga. Intendi dire che trasforma un cacciatore in animale e l’altro gli spara convinto di avere sotto tiro una preda? chiedo. Si qualcosa del genere. Forse entra nella teste della gente, forse riesce a provocare le allucinazioni. Magari usa qualche droga. E come farebbe? A distanza? dico. Che vuoi che ne sappia. Alla fine è solo una storia, anche se è vero che molti incidenti di caccia restano inspiegabili. I cacciatori si sparano per errore, dico. O forse è la Donna Lunga, dice Bruno abbozzando un sorriso. La Donna Lunga, dico fra me e me, guardando fuori dal finestrino. Magari era lei il Bambi a cui ho sparato l’altra volta, dice Bruno ridendo. Nel frattempo imbocchiamo la strada sterrata che porta alla baita. Non è ancora l’alba.
Mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va, dico. Cosa significa? dice Bruno. Prendi i fucili, dico. C’è qualcosa che non va nella baita. Sono sicuro. La luce è spenta. Anna, urlo, Anna.
Anna non risponde. Mi accorgo che la porta è aperta.
Improvvisamente, lento, deciso, silenzioso, dalla porta esce un Bambi.
Cristo, dice, Bruno.
Prende il fucile.
Mi volto e.

Buio”

Francesco Cortonesi

 

 

Strana storia…come tutte quelle con il finale aperto. In ogni caso fa riflettere, e molto! Una riflessione acuta, quasi silenziosa…che fa rabbrividire.
Brutte storie quelle che accadono nei boschi, nei boschi bui dove ogni “piccolo” Umano armato compie un assassinio.

 

Original post La donna lunga

 

IostoconBruno: storia della fine di uno zoo


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Da Veganzetta.org

“Francesco Cortonesi è l’attivista animalista che con il supporto della Leal – Lega Antivivisezionista ha ideato e organizzato il progetto “IostoconBruno” che ha portato alla chiusura dello zoo di Cavriglia (AR).
Riteniamo importante raccontare storie come questa proprio in un periodo in cui sempre più spesso giungono notizie strazianti sugli Animali prigionieri nei numerosi zoo costruiti da noi Umani per loro.
Di seguito riportiamo un testo che ripercorre la storia di questo luogo di detenzione per Animali che fortunatamente in breve tempo non esisterà più, un’intervista a Francesco e una galleria fotografica degli ex detenuti.

Ogni anno, nel mondo, migliaia di Animali sono privati della libertà per essere esposti negli zoo. Quella che segue è la storia del progetto di chiusura di una di queste strutture, avvenuta grazie alla collaborazione tra alcuni attivisti della Leal – Lega Antivivisezionista e il Comune di Cavriglia.

Questo zoo nasce alla fine degli anni settanta in seguito a un gemellaggio con l’Unione Sovietica. I russi infatti, per ricordare un partigiano ucraino ucciso nelle colline toscane mentre cercava di aiutare la popolazione locale, decisero di inviare in Valdarno alcuni Animali provenienti dallo zoo di Tallin in Estonia. Arrivarono così per primi nella vallata aretina Bruno e Lisa, due Orsi siberiani che aprirono la strada ad altri numerosi “regali”. Lo zoo cresce rapidamente e negli anni ottanta diventa un vero e proprio “fiore all’occhiello” del Comune. Verso la fine degli anni novanta però inizia la fase di declino.
Le visite diminuiscono, l’interesse cala ma gli Animali restano. Fino al settembre del 2014, quando viene pubblicata su facebook una fotografia in bianco e nero di Bruno che lo ritrae con la testa contro il muro e lo sguardo rivolto al pavimento di cemento.
Nasce così il progetto “IostoconBruno” che si propone di aiutare il vecchio Orso siberiano, liberare gli Animali rimasti e promuovere la realizzazione di un santuario al posto dello zoo. Le trattative con il Comune non si rivelano però facili e solo dopo molti sforzi si riesce ad arrivare a un accordo. Tra la fine del 2014 e i primi mesi del 2015 otteniamo il permesso di liberare trentuno Animali e l’incarico di seguire, con l’aiuto di esperti, quelli che restano. Alcuni mesi dopo il Sindaco autorizza lo smantellamento definitivo dello zoo. Viene così il turno del Pony Paco, delle Caprette Camillo, Tiberio, Gioia, Costolina, Luisa e Pongo. Nello zoo, oltre a Bruno che purtroppo non può essere trasferito, vivono ancora oggi 17 Macachi, che a luglio dovrebbero essere accolti in un centro recupero in Olanda, un Bisonte americano e uno Struzzo che tuttora cercano casa.

Poi lo zoo sarà chiuso per sempre.

Francesco Cortonesi


Alcune domande

Francesco raccontaci come è nato il progetto “IostoconBruno”?

Dopo aver raccontato attraverso un reportage fotografico letterario la storia di Nannetti Oreste Fernando, conosciuto come NOF4, Umano internato a vita nel manicomio di Volterra, volevo affrontare ancora il tema della reclusione e per questo avevo deciso di occuparmi degli zoo. Nel settembre del 2015 stavo finendo di realizzare il nuovo reportage intitolato “Reclusi: Storie di Persone Innocenti Arrestate” che racconta, dal punto di vista di un visitatore, le storie di alcuni Animali che vivono reclusi negli zoo della Toscana, quando raccolsi alcune segnalazioni riguardanti il parco di Cavriglia, uno zoo un tempo molto famoso che molti nella zona consideravano ormai chiuso. Decisi così di andare a dare un’occhiata, naturalmente senza immaginare ciò che avrei trovato. In cima a questa meravigliosa collina del Valdarno lo zoo c’era ancora. Inoltre, l’entrata era completamente libera. Era un giorno molto nuvoloso, il meteo prometteva pioggia e io ero non solo l’unico visitatore, ma anche l’unico essere umano lì dentro. Nessun inserviente, nessun addetto agli Animali e naturalmente nessun custode. Scattai numerose foto e tornai a casa, mostrandole ad alcuni amici del Comitato Animal Rights di Arezzo che all’epoca seguivano questo progetto con me. Eravamo tutti sorpresi. Un Orso, un Bisonte americano, uno Struzzo, alcuni Conigli, alcuni Uccelli, un Pony, alcune Capre e numerose Scimmie si trovavano lassù, chiusi in gabbie o in recinti senza che qualcuno, almeno apparentemente, si prendesse cura di loro. Nel frattempo avevo aperto una pagina facebook per raccontare le storie degli Animali che avevo conosciuto nel corso delle mie visite agli zoo. Era una sorta di Diario dal Carcere in stile Silvio Pellico che stava facendo molta presa sulla stampa locale. Una delle foto di Bruno, l’orso di Cavriglia, con la testa contro il muro e lo sguardo sul pavimento di cemento divenne immediatamente virale e fece letteralmente il giro del mondo, tanto che ci arrivano messaggi dal Canada, dalla Francia e dall’Australia. Tutti volevano sapere qualcosa sulle condizioni di Bruno. Qualche giorno dopo il Comune decise di invitarci a un incontro chiarificatore. Nacque in quella sede la prima base del progetto IostoconBruno, nel momento in cui cioè il Sindaco stesso, davanti alla nostra documentazione fotografica e alla proposta della Leal – Lega Antivivisezionista rappresentata da Bruna Monami che è oggi con me responsabile del progetto, accettò di aprire un tavolo di trattative.

Quali problemi hai incontrato una volta creato il progetto?

E’ ancora molto difficile riuscire a far passare l’idea di quanto la liberazione animale sia strettamente collegata alla liberazione umana e che quindi la chiusura di uno zoo rappresenta non solo un’ottima notizia per gli Animali reclusi, ma anche un messaggio molto importante che riguarda tutti noi. Affermare che “gli zoo fanno ormai parte del passato e che è giunto il momento di rivedere il nostro rapporto con gli Animali”, come ha recentemente dichiarato ufficialmente il Comune di Cavriglia è il frutto di un lungo lavoro di sensibilizzazione che abbiamo dovuto affrontare nel corso di questi due anni, ma il risultato ci sta ripagando di tutta la fatica. Contemporaneamente abbiamo dovuto cercare di far passare questo messaggio anche alla stampa che spesso si è occupata del nostro caso. Non sempre siamo riusciti a far comprendere esattamente l’importanza di quella che potremmo definire una decisione storica da parte di un Comune italiano che peraltro ha firmato un documento dove si impegna a non costruire mai più uno zoo nel territorio comunale. Del resto questo era immaginabile: c’è ancora molto lavoro da fare perché tutto quello che ci circonda, le nostre abitudini, il nostro modo di pensare e di agire non va in questa direzione. Liberazione umana e liberazione animale sono oggi ostacolate da una società che tende a monetizzare qualsiasi cosa e noi siamo messi in seria difficoltà da questo sistema che ci avvolge completamente impedendoci spesso, nonostante tutto il nostro impegno, di fare vera resistenza. Il linguaggio è molto importante perché è anche cambiando il linguaggio che si cambiano le cose, ma questo “rinnovamento” del linguaggio deve ancora avvenire. Quasi tutti gli Animali infatti non sono considerati individui, ma vengono piuttosto visti come “massa”, per questo spesso, nonostante tutte le buone intenzioni si fatica ancora a far passare i giusti messaggi attraverso i media. Naturalmente oltre a queste difficoltà di tipo concettuale, ci sono state anche alcune difficoltà pratiche. Non è stato facile ad esempio reclutare dei volontari e ancor oggi siamo senza dubbio in affanno nonostante i notevoli sforzi del gruppo che abbiamo creato. Fare i turni di sorveglianza al parco richiede impegno e tempo. Ci sono ancora oggi troppe persone umane che si definiscono “animaliste” e poi non si mettono in gioco. Inoltre, i rifugi e i centri di recupero per Animali esotici in Italia affrontano notevoli difficoltà gestionali perché non esiste uno sforzo concreto da parte dello Stato in questa direzione, quindi non è certo stato facile individuare luoghi idonei per gli Animali di Cavriglia. Oggi chiunque decida di occuparsi attivamente di liberazione animale deve sapere che si troverà di fronte a questi problemi. Molto spesso infatti gli attivisti non sanno dove mettere gli Animali liberati perché tutti i rifugi sono pieni. Per questo dobbiamo intensificare i nostri sforzi per sostenere i santuari e crearne di nuovi. La Rete dei Santuari di Animali Liberi ad esempio è un progetto fondamentale per cercare di risolvere questa necessità. Dobbiamo sostenere questo progetto con tutto l’impegno possibile.

Attualmente a che punto siamo con lo smantellamento dello zoo e dove sono andati gli Animali liberati?

Lo smantellamento è quasi concluso. Mentre stiamo facendo questa intervista nello zoo restano ancora Garibaldi lo Struzzo, Arturo il Bisonte, i 17 Macachi e Bruno l’Orso. Stiamo ancora cercando un luogo adatto e sicuro per Garibaldi e Arturo mentre i Macachi dovrebbero partire a fine luglio e andare in Olanda in un santuario della AAP, la più grande organizzazione europea di recupero di Animali esotici maltrattati o usciti dagli zoo. Gli altri 40 Animali usciti da Cavriglia sono andati tutti nei santuari della Toscana: Ippoasi, Be Happy, Il Rifugio della Bubi e Agripunk. Cristina, una nostra volontaria ha invece adottato direttamente Bonnie, Clyde, Sacco e Vanzetti, due Galletti e due Quaglie che oggi vivono nel bellissimo spazio che ha costruito per recuperare alcuni di quelli che vengono comunemente definiti Animali da cortile e che purtroppo sono quasi sempre destinati a finire in pentola.

Cosa ne sarà di Bruno l’Orso?

Continueremo a seguirlo fino all’ultimo dei suoi giorni naturalmente. Nel frattempo proveremo a migliorare ulteriormente le sue condizioni ambientali. Oltre al dottor Mauro Della Gatta che segue Bruno da circa dieci anni, abbiamo interpellato i migliori veterinari italiani esperti di fauna selvatica e questo ci ha permesso di avere degli ottimi report a riguardo. Ciò che stiamo mettendo in atto per Bruno è applicabile a tutti gli Orsi che vivono in cattività e crediamo che sia molto importante far passare il messaggio che quando non possiamo rimetterli in libertà, come purtroppo spesso accade agli Orsi che hanno subito maltrattamenti o che sono troppo anziani, di certo possiamo migliorare molto le loro condizioni. Possiamo lavorare molto in questa direzione. A volte crediamo che solo gli esperti possano agire in tal senso, invece in questi due anni abbiamo imparato che quello che possono fare alcuni volontari volenterosi in certi casi può essere altrettanto determinante. Chi volesse aiutarci può fare una piccola donazione alla Leal – Lega Antivivisezionista usando il codice IBAN: IT48U0335901600100000061270 e specificando nella causale “Progetto IostoconBruno” oppure se si trova nelle nostre zone può unirsi ai nostri volontari inviandoci un messaggio nella nostra pagina facebook: www.facebook.com/IostoconBruno-343442805853067

Bruno l’Orso

La gabbia di Bruno

Garibaldi lo Struzzo

Luthien e Pisolo

Noah appena nato

Arturo il Bisonte

 

Original post IostoconBruno: storia della fine di uno zoo