Imposizione vaccinale


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I vaccini sono un obbligo imposto dalle istituzioni, e di riflesso dalle case farmaceutiche per garantire il diritto al profitto corporativo. E’ pur vero che anche 40 anni addietro esistevano tali vaccinazioni, ma ciò non significa che siano giuste ed utili a non diffondere epidemie. Si dice da anni che molte malattie sono state debellate proprio grazie ai vaccini, ma in realtà non è così…anzi nuovi ceppi virali sono presenti ed altri arriveranno sempre e comunque per garantire il raggiungimento di un obiettivo capitalista. Peggio se molti ritengono, erroneamente, che la diffusione di presunte malattie sia causata da un afflusso esagerato di migranti (vedi ultimo caso di malaria). I motivi per cui avvengono tali episodi, pur terribili, sono da ricercare altrove e in altri ambiti. Purtroppo la strumentalizzazione con cui i mezzi d’informazione intendono fare notizia è ormai quotidiana e su ogni fronte. Non esiste più, o poco, il diritto alla libera informazione anche e soprattutto con l’avvento delle web-news, sempre più infondate e troppo veloci per essere verificate e discusse. Questo è un grave danno che si ripercuote su tutta la collettività, ed in misura ridotta su gli stessi autori di tali scempi scandalistici che perdono quindi ogni credibilità. E’ pur vero che gli utenti finali si preoccupano solamente di creare scalpore ed audience personale, quindi è ovvio e scontato che si arrivasse a questo. Del resto la generazione dei social-network è viva e vegeta proprio grazie al “fake” e a tutto ciò che ne consegue. Quindi…perchè contraddirla ufficialmente?

Di seguito un acuta riflessione su ciò che riguarda l’attuale vaccinazione obbligatoria nata e concepita grazie ad un allarmismo sconsiderato frutto di strategie ben mirate a creare profitto opportunista. Peccato che le vittime di tale scempio commerciale siano ignari e purtroppo innocenti!

Di Adriano Fragano

“Non voglio entrare in merito alla questione vaccini perché è stato detto davvero di tutto, vorrei solo fare una semplice considerazione sulla presunta situazione di “libertà” in cui viviamo. La nostra società ci impone un numero infinito di costrizioni di vario genere, ma le più pesanti e intollerabili – a mio avviso – sono quelle che hanno a che fare con il controllo dei corpi. Quello della campagna forzata di vaccinazione è un esempio lampante: nel nostro Paese non è possibile realmente capire (e tantomeno decidere) cosa iniettare nel nostro corpo, pena l’esclusione da un presunto diritto che però è in realtà un altro obbligo: quello della scolarizzazione e in definitiva dell’inclusione sociale.
I vaccini coatti si collegano con un’altra enorme ingiustizia che riguarda la legittima gestione del nostro corpo (sono solo due esempi ma in realtà ce ne sarebbero davvero molti altri), quella del divieto di decidere quando porre fine alla nostra esistenza. Con questi due esempi si chiude un cerchio di controllo biologico degli individui che parte dalla nascita (vaccinazione) e termina con l’ultimo giorno di vita.
Tali considerazioni sono ovviamente scontate, ma forse sono utili per comprendere in che situazione ci muoviamo anche in relazione alla lotta per le libertà degli altri Animali che sempre più pare essere una finestra aperta sul futuro degli individui della nostra specie.”

 

Foto di John Holcroft

 

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No vax!


Di Patrizia Miotti:

 

 

Un importante testimonianza su un tema attuale molto controverso e che deve essere dibattuto!

Canapa free


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Dal settore agricolo alla bioedizia, dal tessile all’alimentare, fino all’uso terapeutico…la canapa si impone come pianta del futuro, tramite realtà imprenditoriali abili e responsabili nel creare nuovi posti di lavoro, nuove opportunità di benessere, nuovi orizzonti di scambi culturali…ovviamente in un ottica di produzione e vendita non speculativa. Ma non è facile, e non è sicuro che ciò avvenga concretamente e in breve tempo. In passato la canapa è stata bistrattata, screditata e poi esclusa da un consumo etico e responsabile. Le grandi aziende corporative hanno impiantato una massiccia campagna denigratoria, trasformando un bene comune in una minaccia per la salute ed il commercio. Proprio perchè l’avvento delle plastiche e della chimica farmaceutica dovevano rappresentare il nuovo secolo consumista, la nuova rivoluzione industriale a cui i grandi capitalisti si stavano aggrappando viscidamente per dare sfogo alle loro bramosità di fama e potere. La disinformazione è stata enorme, con condanne pregiudiziali che hanno favorito preconcetti errati e fuorvianti.
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La canapa utile (Cannabis sativa) è una specie del genere cannabis ed è coltivabile soprattutto per uso tessile, ma anche edile, o per la produzione di carta, e addirittura per la farmacognosia. In essa sono presenti alcune sostanze stupefacenti in percentuali variabili a seconda della varietà. Prima dell’avvento del proibizionismo essa era molto diffusa nel mondo come importante ed essenziale materia prima, essendo una delle piante più produttive in massa delle zone temperate del pianeta. Ma nonostante la sua origine “calda” può sopportare i climi più diversi e pertanto facilmente coltivabile nelle più svariate zone terrestri, con opportuni accorgimenti e metodologie appropriate.
Oggi la legalità della cannabis varia da paese a paese, negli Stati Uniti per esempio è stata vietata nel 1937 con l’emanazione del “Marijuana Tax Act” a firma del presidente Franklin Delano Roosevelt. Fraintesa dunque come anticamera di un processo dipendente da sostanze stupefacenti la canapa è stata per decenni censurata e ghettizzata a sostanza illegale, senza che fosse permessa una produzione lecita e pertanto ricca di vantaggi. Apparentemente sempre più persone sembrano risvegliarsi da questo torpore esistenziale e, con enormi difficoltà di apprendimento e condivisione, stentano a creare una piena consapevolezza sui benefici estesi di questa ottima risorsa naturale. Le conoscenze, gli studi e gli sviluppi di questa antica e preziosa pianta potrebbero apportare numerosi benefici per tutta la collettività…se solo i poteri forti dell’industria e della finanza potessero crollare a poco a poco dentro una cupa nube di autodistruzione.
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Il cibo, gli oggetti, gli usi e le attitudini di questa società capitalista (definita erroneamente moderna) sono strettamente correlati allo sfruttamento Animale. Gli additivi d’origine Animale sono abbondantemente presente in ogni fase della produzione alimentare, negli alimenti più impensabili. Lana e seta ed ogni pellame costituiscono la moda rappresentativa di uno status sociale senza eguali nella storia, e le ripercussioni sono inimmaginabili. Basti pensare ad alcune zone industriali della Cina dove esistono veri e propri lager di detenzione in cui Cani, Volpi ed ogni genere di sventurata creatura viene uccisa selvaggiamente per ricavarne tessuto o pelle d’ornamento. E che dire del traffico d’avorio (recentemente solo in parte vietato) generatore nei decenni passati di vere e proprie spedizioni di morte, con l’uccisione di migliaia di Elefanti e Rinoceronti. Lo sfruttamento Animale ha generato in un solo secolo un miriade di vittime Animali che non eguali nella storia di questo pianeta. C’è chi afferma ipocritamente che l’essere Umano si sia sempre nutrito di loro, si sia sempre coperto di loro, abbia sempre utilizzato le loro qualità naturali per i più svariati metodi di cura e terapia. Ma quello che spesso non viene analizzato è la metodologia feroce ed indiscriminata che è stata perpetrata in così breve tempo. Le seguenti specie viventi sono in via d’estinzione: Elefanti, Tigri, Oranghi, Lupi, Balenottere azzurre, Zebre, Tapiri, Cercopitechi, Furetti piedi neri, Gibboni, Licaoni, Fagiani, Giraffe, Babbuini, Bisonti, Delfini, Ghepardi, Mandrilli, Leoni, Panda, Pipistrelli, Squali, Aquile delle Filippine, Condor della California, Pinguini, Cormorani, Albatri, Tartarughe, Coccodrilli, Storioni, Aragoste, Gamberi…ecc.ecc.ecc. in una lunga lista che si aggiorna in tempi brevissimi. E questo non per cause naturali, non per calamità o epidemie, non per qualche ragionevole dubbio che potrebbe far pensare ad una modificazione del ciclo vitale di questi esseri viventi. No! L’unica ragione è lo sterminio in atto generato volontariamente dall’essere Umano a causa dei suoi ipocriti scopi, e anche indirettamente per alcune manovre estreme che hanno generato uno stravolgimento precoce negli habitat naturali di queste creature. In sostanza è sempre colpa dell’Umano. Ormai è diventata una macabra certezza, quasi una prassi scontata e a tratti psicotica. Basti pensare alla produzione da olio di palma, la cui deforestazione ha messo in pericolo di vita migliaia di Oranghi. Basti pensare alla mattanza che avviene puntualmente ogni anno a danno di Delfini e Balene. Basti pensare alla pesca indiscriminata che sta svuotando mari ed oceani. Basti pensare ad ogni Animale d’allevamento che viene concepito, nutrito ed ucciso solo per il breve tempo necessario a “maturare” la carne.
Una Mucca in libertà potrebbe vivere per ben 20/25 anni, senza costrizioni di sorta, senza per forza di cose essere ingravidata artificialmente per generare un Vitello…che neanche potrà coccolare tra i sui istinti materni. Senza essere sfruttata per 4 o 5 anni tramite l’utilizzo di vere e proprie pompe idrauliche, per essere spedita poi (ormai esausta) al macello. Gli esempi rappresentativi di tale scempio sono infiniti, e degni di ogni infausta automazione. Non è difficile immaginare come tale genocidio sia il risultato macabro di moderne tecniche di macellazione che sono state concepite solo per il gusto bramoso di ottenere profitto. L’epoca della mercificazione è una triste realtà, ed ogni consumatore che si rispetti è complice e colpevole in tutte le variabili possibili.
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Per sopperire a questo genocidio esiste un mondo parallelo in cui alcune persone responsabili stanno cercando di agire al meglio per preservare le specie viventi ed ogni ambiente circostante. Esistono figure professionali sempre più indirizzate alla preservazione della vita terrestre, in ogni sua forma. Esistono nuovi approcci al consumo che risparmiano, tutelano e conservano le risorse naturali. Esistono metodologie all’avanguardia nell’etica e nella consapevolezza che aiutano sempre più persone a guardare verso un futuro più libero e pacifico. Ma nonostante tutto questo non è facile e non è detto che sia plausibile una rivoluzione nei tempi e nei modi soddisfacenti. Non è certo che si applichi una rinascita culturale e sociale. Nessuna possiede la soluzione in tasca, ma certamente restare a guardare senza poter fare nulla di concreto è purtroppo una colpa anch’essa. Bisogna rivalutare ogni abitudine quotidiana per far sì che le prossime generazioni possano almeno in parte godere di un autentico stravolgimento dei propri bisogni.
Foto di Nir Vana e Roger Olmos , altre da Wikipedia

I bambini non sono Topi


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di Marina Berati, settembre 2016

“Mi è capitato di leggere un comunicato stampa inviato ad agosto dall’AREA Science Park, un enorme complesso che si trova a Trieste (e in parte a Gorizia) all’interno del quale risiedono molte aziende tecnologiche e centri di ricerca e sviluppo.

Il comunicato si intitolava Obesità infantile: progressione delle patologie epatiche più veloce nell’età pediatrica e nei maschi per cui mi sono detta “Bene, hanno condotto delle ricerche epidemiologiche per studiare il problema, sempre più enorme, dell’obesità infantile… chissà che diano qualche consiglio utile al fine di far consumare meno cibi animali e più cibi vegetali.”

No, nulla di tutto questo: continuando la lettura, capisco di trovarmi davanti invece all’ennesimo inutile esperimento su animali, stavolta compiuto dai ricercatori della Fondazione Italiana Fegato (che fa appunto parte dell’area di ricerca) e pubblicato sulla rivista PLoS ONE lo scorso luglio.

“Ma non si parlava di obesità infantile? Di età pediatrica?”, mi chiedo. Ah, certo, perché hanno usato cuccioli di topo anziché topi adulti! Quindi, i risultati di un esperimento sui cuccioli di topo alimentati con una dieta ricca di grassi e zuccheri vengono presentati come un’indagine su “cosa accade al fegato quando in età pediatrica prevale una dieta a base di junk food – il cibo spazzatura – e di zuccheri”, per evidenziare come la steatosi epatica e la steatoepatite abbiano una “progressione più veloce nell’età pediatrica e nei maschi”.

Diciamo invece le cose come stanno: queste patologie, nei topi cuccioli maschi alimentati con una dieta artificiale piena di grassi hanno una progressione più veloce che nei topi cuccioli femmina e in quelli adulti. Stop. Da questo non si può desumere affatto che lo stesso valga nei bambini (se davvero vale, lo si può sapere solo ricavandolo da studi realistici, non sui topi) e soprattutto non si può presentare il risultato dello studio come un fatto valido per l’età pediatrica.

Studi inutili

L’obesità infantile è una questione seria: che si studino gli innumerevoli casi esistenti, non serve far ammalare apposta dei topi e poi ucciderli.

Non serve per 2 motivi:

1. perché i bambini non sono topi, quindi quello che si ricava dai topi non ci dice nulla di quello che accade sui bambini, così come non ci direbbe quello che accade sui gatti o sui cani;

2. perché di bambini che soffrono di questo problema ce ne sono già tantissimi: si studi l’alimentazione di questi bambini e si operino delle correlazioni sui dati, unendoli ai tanti già noti sulla nutrizione e sui danni dei grassi, specie quelli di origine animali. Questo sì sarebbe davvero utile! E’ molto più oneroso? Certo, rispetto a studiare 70 topi per 4 mesi è estremamente più oneroso, ma in un caso si ottengono dati applicabili e utilizzabili, nell’altro si ottengono informazioni senza utilità – se non quella di vedersi un articolo pubblicato! -, dato che non abbiamo il problema di contrastare un’epidemia di obesità nei topi.

Ancora più grave la conclusione dell’articolo, che promette ulteriore vivisezione e ulteriore spreco di vite, risorse e tempo: “Considerando che l’obesità infantile è in esplosione anche da noi e che il danno al fegato da sindrome metabolica diventerà nei prossimi anni la principale causa di trapianto di fegato, il modello sarà un’ottima piattaforma per studiare i meccanismi che portano al danno, capire le differenze maschio/femmina e testare farmaci e nuovi approcci diagnostici”.

Non è proprio quello di cui abbiamo bisogno: abbiamo bisogno di prevenire queste malattie nei bambini con la corretta nutrizione, e quindi con l’informazione verso i genitori, i quali, senza saperlo, danneggiano i propri figli e li avviano a una morte precoce o a malattie croniche.

D’altro canto, lo afferma lo stesso Ufficio Stampa dell’AREA Science Park, nello stesso articolo “anche un recente report pubblicato dall’Oms Europa richiama l’attenzione proprio sulla necessità di migliorare la nutrizione materna e quella del primo periodo di vita del bambino con l’obiettivo di diminuire il rischio di malattie croniche, inclusa l’obesità”. Esatto, questo dobbiamo fare, informare e far cambiare abitudini, non compiere inutili esperimenti sui topi!

Gli animali “sacrificati” nello studio

Nello studio in oggetto, pubblicato sulla rivista PLoS ONE a luglio, possiamo trovare altri tristi dettagli:

  • sono stati usati 37 cuccioli di topo maschi e 37 femmine, acquistati dagli allevamento Harlan, sottoposti a una dieta ad alto contenuto di grassi e zuccheri (fruttosio nell’acqua da bere); una parte dei topi veniva nutrita normalmente, in modo che fungessero da “gruppo di controllo”; 
  • tutti quelli nutriti con la dieta ad alto contenuto di grassi e zuccheri hanno sviluppato steatosi dopo 8 settimane e molti fibrosi epatica dopo 16 settimane;
  • ogni 4 settimane venivano “sacrificati” alcuni animali e prelevati tessuti e sangue direttamente dal cuore: i vivisettori raramente parlano di uccisione, chiamano sempre “sacrificio” l’atto di uccidere gli animali che usano, nemmeno fossero dei sacerdoti antichi che offrivano animali sugli altari dei loro dei;
  • a fine esperimento sono stati uccisi tutti.

(Fonte: Veronica Marin, Natalia Rosso, Matteo Dal Ben, Alan Raseni, Manuela Boschelle, Cristina Degrassi, Ivana Nemeckova, Petr Nachtigal, Claudio Avellini, Claudio Tiribelli, Silvia Gazzin, An Animal Model for the Juvenile Non-Alcoholic Fatty Liver Disease and Non-Alcoholic Steatohepatitis, PLosONE, http://dx.doi.org/10.1371/journal.pone.0158817)

Nell’articolo gli sperimentatori ci tengono a dire che le procedure di legge sono state tutte rispettate e che il “massimo sforzo” è stato fatto per ridurre il numero di animali usati e la loro sofferenza. Sempre a discrezione degli stessi sperimentatori, naturalmente.

Il vero “sforzo” che servirebbe, però, è quello di eliminare per sempre questo genere di esperimenti: non è di studi su animali che abbiamo bisogno per progredire nella conoscenza della medicina e della biologia. Abbiamo bisogno di studi rilevanti per la specie umana. Non abbiamo bisogno di “sacrifici” animali come nelle antiche religioni, non li vogliamo e non li accettiamo: abbiamo bisogno di scienza moderna e affidabile, fonte di progresso e non di sofferenza e morte.”

 

Original post I bambini non sono topi: basta con la vivisezione!

Il termine “vivisezione” continuerà a far parte del nostro vocabolario


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Da Veganzetta.org:

“Numerose testate giornalistiche hanno di recente divulgato la notizia che in seguito a una sentenza della terza sezione civile della corte di Cassazione, dare del “vivisettore” a chi pratica esperimenti sugli Animali è un reato.
La sentenza in questione riguarda un processo civile intentato (molti anni fa) contro un’attivista animalista responsabile del sito web della campagna antivivisezionista NoRBM (conclusa nel 2004) che avrebbe – secondo l’accusa – diffamato il personale dell’azienda RBM, che si trova vicino a Ivrea (Torino) e che nei suoi laboratori compie esperimenti su Animali.
Qualora tale notizia fosse stata vera, per quanto riguarda l’attivismo antispecista nulla sarebbe cambiato, il punto è che essa non risulta nemmeno fondata – come è stato illustrato nel comunicato pubblicato su AgireOra Network –, è giusto pertanto smascherare l’ennesima menzogna divulgata dai media mainstream per arrecare danno alla lotta per la liberazione animale.
Per tale motivo di seguito riportiamo, per completezza d’informazione, alcune considerazioni di Carlo Prisco, avvocato e attivista animalista.


La sentenza numero 14694/2016 della terza sezione civile della corte di Cassazione è stata recentemente oggetto di molte diatribe, nonché di evidenti strumentalizzazioni.
In particolare si è cercato di affermare il principio che dare a qualcuno del “vivisettore” configuri il reato di diffamazione. Che questa interpretazione non sia corretta lo suggerisce il fatto che a occuparsene sia stata proprio la Cassazione civile anziché quella penale.
Ma allora di che cosa si è occupata questa pronuncia? Com’è implicito nel fatto che si tratti di una sezione civile, oggetto del contendere era la responsabilità risarcitoria e non quella penale.
Dunque si potrebbe già concludere non soltanto che “dare del vivisettore” a qualcuno non sia reato, ma addirittura che ciò sia talmente evidente da non dover neppure richiedere un processo per accertarlo.
A questo punto ci si potrebbe domandare come mai chi effettua la sperimentazione sugli Animali sia tanto interessato ad affermare il concetto che il termine “vivisettore” vada bandito dal vocabolario, addirittura invocando la legge o arrivando a travisare pronunce giurisprudenziali per tale finalità.
L’enciclopedia Treccani definisce la vivisezione come: “Atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale, privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare l’attività didattica o l’addestramento a particolari tecniche chirurgiche, o, più raramente, a fornire responsi diagnostici”.
È chiaro che qualsiasi atto operatorio compiuto su un Animale vivo rientra a pieno titolo nella definizione; ma i fautori di tale pratica, focalizzando l’attenzione sulla variabilità degli esperimenti possibili, rivendicano la necessità di utilizzare l’espressione “sperimentazione animale” per motivi di precisione terminologica. A conforto di queste posizioni s’invoca il disuso in ambito scientifico dell’espressione “vivisezione”, che sarebbe invece deliberatamente dispregiativa.
Pensando al fenomeno dell’inflazione terminologica: qualunque categoria contraddistinta da un termine, con il tempo, finisce progressivamente e inevitabilmente per sentirsene etichettata, e dunque esso verrà sistematicamente soppiantato da uno nuovo.
Un esempio su tutti: soltanto negli anni ‘80 era considerato normale definire “handycappato” un Umano portatore di un’invalidità, mentre poi è stato considerato dispregiativo e soppiantato dal termine “disabile”, che a sua volta è progressivamente diventato dispregiativo ed è stato sostituito dall’espressione “diversamente abile”.
Insomma, l’intera battaglia degli sperimentatori/vivisettori sembrerebbe di donchisciottiana memoria, tanto che viene da domandarsi: cui prodest?
Forse che, una volta abbandonata l’espressione “vivisezione” a favore di “sperimentazione animale”, questa non diverrà a sua volta dispregiativa per via di ciò che viene fatto agli Animali?
Perché allora condurre una simile crociata? Forse perché il termine “vivisezione” concentra l’attenzione sull’atto e sulla vittima, mentre “sperimentazione” evoca un’attività di per sé asettica e focalizza semmai sullo scopo. Come a dire: chi “seziona Animali vivi” non sembra attirare su di sé le simpatie popolari, mentre uno “sperimentatore” può più facilmente assurgere a paladino della società. Società che, come gli scienziati sanno bene, è in gran parte contraria alla vivisezione, ma che – come questi hanno cercato di dimostrare – è assai più incline ad avallarne l’operato, se “correttamente informata”.
Uno degli argomenti che è stato rappresentato dagli sperimentatori/vivisettori, è appunto questo: l’elevata percentuale di dissenso sociale verso tali pratiche, sarebbe frutto della manipolazione mediatica da parte degli animalisti e del ricorso a concetti come quello di vivisezione. E il “metodo scientifico” adoperato per confermare quanto sopra consiste nell’”informare” l’opinione pubblica, fornendo una visione del tutto soggettiva, volta a dimostrare che:

1) gli Animali non soffrono,
2) gli sperimentatori lavorano in nome d’interessi altruistici e idealistici,
3) tali pratiche sono necessarie e non surrogabili.

Ecco dunque che s’impugnano le armi contro i mulini a vento della vivisezione: nella consapevolezza che ciò che viene fatto veramente (operare Animali vivi) evochi tale repulsione da dover “distrarre” l’attenzione del pubblico con pratiche degne dei migliori illusionisti, sicché, mentre la gente “guarda” al nobile scienziato che guida il progresso morale e materiale dei popoli, con il cuore grondante sangue per l’inevitabile sacrificio degli Animali, il tavolo operatorio dove le vittime inermi giacciono venga coperto dall’oblio.
Finché la pratica di usare per scopi scientifici Animali vivi non cesserà il termine “vivisezione”, anche nella sua accezione di base e più letterale, sarà perfettamente calzante alle pratiche “scientifiche” odierne, mentre, nella sua accezione estesa continuerà a esserlo fino a quando verranno causate privazione di libertà, sofferenza e morte.
Questo caso, in conclusione, rappresenta una cartina al tornasole di ciò che gli sperimentatori/vivisettori vorrebbero che fosse, cioè un bavaglio all’espressione stigmatizzata, e di ciò che è, cioè una pratica tuttora invalsa e una definizione di uso comune per fare genericamente riferimento all’uso di Animali per fini sperimentali.”

Carlo Prisco

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Original post Il termine “vivisezione” continuerà a far parte del nostro vocabolario

 

Il metodo è sempre lo stesso: si cerca di indurre nell’opinione pubblica una sorta di giustificazione alle pratiche di sfruttamento animale. Si utlizzano degli eufemismi atti ad attenuare l’asprezza di un concetto sostituendo al vocabolo una perifrasi o un altra parola meno cruda…ovvero deve risuonare bene, parlar bene, dir bene. Una specie di retorica ben studiata a priori, o successivamente per “riparare” il danno inflitto alla coscienza Umana. Un classico esempio è riportato nell’articolo: handicappato, specifica descrizione di chi è affetto da menomazione fisica o psichica. Essa è ancora in vigore ma usualmente svanita per tutti i preconcetti consequenziali dovuti ad un cattivo utilizzo della stessa spesso in modo offensivo e denigratorio. Nell’epoca più gloriosa dell’informazione, della condivisione, della divulgazione la terminologia è utilizzata anche tramite link, hashtag o citazioni brevi in cui si racchiude un significato riassuntivo dell’argomento trattato. Quindi si può concepire facilmente come essa sia molto fondamentale nel linguaggio moderno. In questo caso specifico da parte degli addetti ai lavori si preferisce sostituire il termine “vivisezione”, così tanto evidente e limpido data la sua tematica particolare, con il più neutro e distaccato “sperimentazione animale”. Gli esempi in archivio sono innumerevoli: per esempio si utlizza “eutanasia” per definire letteralmente “bene (buona) morte” , o “pena capitale” per autorizzare la morte di un detenuto, o “cacciagione” l’insieme degli Animali da cacciare o uccisi a caccia, o addirittura “soluzione finale” (in tedesco “endlösung der judenfrage) adottata dai nazisti per sterminare infine gli ebrei detenuti nei lager. Questa eufemia serviva da una parte a mimetizzare il genocidio verso l’esterno, dall’altra per una giustificazione ideologica, come se davvero si risolvesse un problema di portata mondiale.
Insomma si può dialogare infinitamente su come spesso una parola magistralmente mistificata nasconda invece tutta l’amarezza e la crudeltà inflitta a vittime innocenti. Meglio così quindi che una volta tanto le istituzioni si schierino dalla parte giusta affermando con una sentenza che la vivisezione può essere ancora considerata pratica d’uccisione animale a scopo scientifico.