Biofobia


Ovvero: “paura morbosa di avvicinare altri esseri viventi o di convivere con essi.”

Ci stiamo allontanando sempre più da tutto ciò che è Naturale, e con esso i suoi abitanti. Siamo lontani anche da noi stessi, sempre in competizione e in estremo confronto. L’evoluzione della tecnica, il cosiddetto progresso, ha trasformato ogni essenza primordiale rendendoci quindi schiavi di un sistema che si evolve velocemente, e con esso anche noi stessi. Basti pensare al carnismo e a tutti i suoi aspetti negativi. E’ pur vero che l’essere Umano mangia Animali da sempre, ma non in questo modo e non con questi mezzi.
Ritrarsi da tutto ciò pare un utopia, considerando anche che le nuove leve spesso sono indirizzate già dall’infanzia verso la psicosi da consumismo (vedi spot televisivi). Un bambino oggi a 5 anni ha già in mano uno smartphone connesso alla rete! E’ un beneficio? E’ sintomo di cambiamento da eguagliarsi alla massa che corre verso il futuro?
Non è per essere per forza dei rompi scatole, ma è opportuno che ogni evoluzione segua determinati risvolti etici. Anche perchè se un’ adolescente viene stuprata da 5 suoi coetanei, senza che loro possano avere rimorso o pentimento, significa che abbiamo superato la soglia della moralità e del giudizio. Certamente in passato sono accaduti ben altri crimini difficili da dimenticare, l’olocausto ancora riecheggia tristemente nelle menti, ma è importante riflettere su come e perchè nonostante i progressi ottenuti ancora oggi si commettono atroci violenze: il genocidio Animale non sembra diminuire, le malattie e le carestie aumentano, i conflitti e il terrorismo sembrano una quotidianità nelle notizie e nei discorsi interpersonali.

Perchè allora accade tutto questo? L’Umanità è condannata per colpa di un istinto autodistruttivo ed altamente malvagio? O l’egoismo che pervade è così dannatamente diffuso da non riuscire a placare quel senso morale così presente in molti soggetti?

Sembra un inutile rincorsa di dubbi ed incertezze, ma come dice l’autore dell’articolo L’epoca della biofobia

“Ma allora siamo senza speranza? Potremo mai riaggiustare il meccanismo, piegare la barra della storia facendo combaciare di nuovo le due estremità in un nuovo cerchio? Tornare ad appartenere alla natura e ai suoi meccanismi?
Non ci resta che riacciuffare quei vincoli strappati dal progresso e iniziare a tesserne le cime fra loro, lentamente. Incollare i cocci esplosi finché al loro interno non torneremo a vedere un’immagine coerente. Sarà un processo individuale e collettivo al tempo stesso. E anche piuttosto lungo. Sperando di essere ancora in tempo.”

 

 

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Il dolore dei Pesci


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“L’Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore definisce il dolore come “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno reale o potenziale dei tessuti. L’incapacità di comunicare verbalmente non nega la possibilità che un individuo sta vivendo il dolore “. Nel suo libro “Do Fish Feel Pain”, Victoria Braithwaite presenta le prove scientifiche di come i pesci siano intelligenti e cogntivamente competenti.
Posseggono gli stessi nostri cinque sensi e anche di più: dei ricettori sensoriali sui fianchi che gli consentono di percepire gli oggetti che hanno vicino.
Sebbene non possano urlare, se provassimo a guardarli mentre hanno un amo infilato nella carne o mentre si dimenano fuori dall’ acqua, riusciremmo a vedere il loro dolore.
I pesci sono in grado, esattamente come noi umani, di secernere endorfine, sostanze chimiche che entrano in gioco per ridurre la sensazione del dolore.
Esattamente come i mammiferi, posseggono nocicettori, i ricettori del dolore. Il paradosso è che buona parte di queste scoperte è stata fatta sottoponendo gli animali a test dolorosi e invasivi, come la somministrazione per bocca di veleno d’ ape o acido acetico e la successiva somministrazione di morfina.
Michael Stoskopf, professore esperto di animali acquatici, fauna selvatica e medicina animale alla North Carolina University, a propostito della pesca sportiva (che consiste nel pescare l’ animale per poi ributtarlo in acqua) ha detto: “Sarebbe un errore ingiustificato supporre che i pesci non percepiscono il dolore in queste situazioni.”
Il ricercatore Culum Brown, conclude che “sarebbe impossibile per i pesci sopravvivere da animali cognitivamente e comportamentale complessi quali sono, senza la capacità di sentire dolore. La crudeltà che noi esseri umani infliggiamo ai pesci è da capogiro”. Una stima approssimativa della cattura globale di pesci selvatici (pesca) va dai 1000 ai 2700 miliardi di animali, circa 150 volte il numero di mammiferi e uccelli uccisi per il consumo alimentare. Riconoscere la capacità di soffrire di un animale deve necessariamente cambiare il modo in cui interagiamo con loro e influenzare il nostro giudizio etico e morale.”

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Original post Do fish feel pain?

Fonte Basta delfinari

L’Orso polare è ancora lì…nel centro commerciale


“Cina: l’orso polare è ancora lì, nel centro commerciale. Non è bastata la morte straziante di Arturo, l’orso più triste del mondo, a smuovere le coscienze. Ora potrebbe fare la stessa fine Pizza, quell’orso che si trova in bella esposizione in un surrogato di zoo in mezzo alla shopping cinese. È per questo che molte associazioni hanno lanciato un nuovo appello.

Per rispolverare un po’ la memoria, Pizza è quel maestoso orso polare ripreso qualche mese fa in un centro commerciale, il Grandview Shopping Mall, nel sud della Cina, in chiari atteggiamenti depressivi.

 

LEGGI anche: L’ORSO POLARE PIÙ TRISTE DEL MONDO, CHIUSO IN UN CENTRO COMMERCIALE (VIDEO E PETIZIONE)

Ora, in un nuovo video (sopra), scuote la testa arruffata sotto le luci artificiali, si accuccia vicino a una presa d’aria per fiutare il mondo esterno e dà pugni al muro.

L’orso polare rinchiuso in una gabbia, in Cina, in quello che è stato definito “lo zoo più triste del mondo” sta impazzendo.

Per questo motivo, in una lettera aperta al governatore di Guangzhou (la regione della Cina dove si trova quel centro commerciale), Zhu Xiaodan, ben 50 gruppi di animalisti cinesi hanno chiesto di intervenire per chiudere quella orribile esposizione che, e pare un paradosso, ospita circa 500 specie, tra cui una volpe artica, trichechi e balene beluga. E non solo: la petizione è anche un appello affinché i settori industriali e commerciali della nazione blocchino la crescente tendenza della Cina di mostrare gli animali selvatici in cattività presso i centri commerciali come un modo per invogliare i clienti a ritornare.

 

LEGGI anche:  LO ZOO DI BUENOS AIRES CHIUDE DOPO 140 ANNI: 2500 ANIMALI VIVRANNO NELLE RISERVE NATURALI

Il video rilasciato dalla Humane Society International (HSI) e dal suo gruppo di partnership cinese VShine, mostra l’orso in comportamenti stereotipati preoccupanti, come l’ondeggiamento della testa a ritmo ripetitivo, prove di frustrazione e declino mentale. HSI ha inoltre raccolto con Care2 e Nato Free Foundation 500mila firme per chiedere la chiusura dei reperti animali del centro commerciale, che, sommate alle oltre 500mila firme raccolte precedentemente dalla Animals Asia Foundation, porta il totale a un milione di firmatari globali.

Dalla Capital Animal Welfare Association dichiarano: “Il modo spaventosamente inadeguato con cui questo orso polare è tenuto al Grandview è una macchia vergognosa sulla Cina che deve essere rapidamente tolta. Un centro commerciale non è un posto dove mantenere qualsiasi animale selvatico. Pizza non potrà mai essere rilasciato al selvaggio, ma gli operatori del centro commerciale dovrebbero fargli vivere il resto dei suoi giorni in una struttura dove si può respirare aria fresca e vedere la luce del sole. Se è stato deciso che non lascerà la Cina, cerchiamo almeno di trovargli una casa migliore all’interno della Cina, ma non possiamo stare a guardare”.

Insomma, Pizza e tutti gli altri animali che si trovano lì meritano molto meglio che essere rinchiusi in una scatola di vetro per attirare i clienti. Le condizioni in cui sono tenuti sono completamente inadatte, nulla di più lontano dal loro habitat naturale. E se qualcosa non verrà fatto probabilmente scivoleranno sempre più in un grave e pericoloso declino mentale.”

LE PETIZIONI PER SALVARE PIZZA, L’ORSO PIU’ TRISTE DEL MONDO

PER FIRMARE LA PETIZIONE DI ANIMAL ASIA CLICCA QUI

PER FIRMARE LA PETIZIONE DELLA PETA CLICCA QUI

PER FIRMARE LA PETIZIONE DELLA HSI CLICCA QUI

 

Original post L’orso polare nel centro commerciale cinese non ce la fa più, sta impazzendo (VIDEO)

Il Salmone…non è un piatto!


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“Col continuo incremento della popolazione mondiale, la capacita’ portante degli ecosistemi viene messa sempre più a dura prova. Una delle aree dove questa situazione è più evidente è l’ecosistema marino. Semplicemente, non esiste pesce a sufficienza per continuare a sfamare la sempre più numerosa popolazione di homo sapiens. Vista la notevole diminuzione nei nostri mari di specie di pesce “commerciabile”, gli imprenditori hanno ideato l’allevamento di salmoni dell’Atlantico, in mare, in aree recintate. Questi “salmoni d’allevamento” si stanno attualmente diffondendo nelle coste della British Columbia, del Cile, della Scozia, della Nuova Zelanda e della Tasmania. Il primo problema è che il salmone dell’Atlantico è presente in natura solo in uno di questi posti – la Scozia. Questo salmone è inoltre un animale esotico, una specie aliena introdotta in altri ambienti marini. Questa situazione ha causato più di qualche problema; il primo è che molti salmoni riescono a fuggire e si ritrovano in questi nuovi ambienti ed entrano in competizione con le specie di pesci non d’allevamento, sia per il cibo che per l’habitat. Queste specie aliene diffondono anche malattie agli altri pesci, che si ritrovano senza difese e che nuovamente non possono competere con i pesci d’allevamento i quali sono nutriti con antibiotici e steroidi presenti nei loro cibi. Quello del mangime per i pesci rappresenta un problema molto serio. Il salmone è un predatore, grosso e vorace, che si nutre di pesce e questo pesce deve pur venire da qualche parte. Questa esigenza ha dato vita ad una nuova industria che ha lo scopo di catturare migliaia di tonnellate di piccoli pesci per poi farli diventare farine proteiche per nutrire i pesci d’allevamento.

E allora? I piccoli pesci sono una piccola parte dei 110 milioni di tonnellate di pesce che la gente consuma nel mondo ogni anno. Possiamo usare quelli piccoli per nutrire quelli grandi, così l’uomo potrà continuare a mangiarli, vien da pensare. Ma non e’ affatto cosi’ semplice. Gia’ ora piu’ del 50% del pesce pescato negli oceani e’ usato per nutrire gli animali d’allevamento. Le pulcinelle di mare stanno morendo di fame nel Mare del Nord affinche’ noi possiamo usare quello che e’ per loro la fonte di cibo primaria – le piccole anguille delle sabbie – . Questi piccoli pesci si nutrono di plancton e i loro principali avversari nella caccia al plancton sono le balene, gli squali e le meduse. Il numero di balene e squali balena non è mai riuscito a tornare a livelli accettabili, e questi animali continuano ad essere cacciati. Invece non c’è mercato per le meduse, quindi le popolazioni di meduse stanno aumentando, anche grazie all’aumento della temperatura e alla maggiore acidificazione dei mari; il numero di questi esseri cresce vertiginosamente. Come si suol dire, chi la fa l’aspetti! Di recente, un allevamento di salmoni in Irlanda è stato distrutto da numerosissime meduse velenose che hanno ucciso circa centomila pesci, i quali, pur cercando di fuggire dalle loro vasche, non ci sono riusciti poiché questi allevamenti sono costruiti in modo tale che i pesci non possano fuggire, ma non sono in grado di evitare un’eventuale intrusione dall’esterno. Non hanno avuto via di scampo e hanno dovuto sopportare una tremenda agonia fino alla morte. Questo significa che abbiamo iniziato un circolo vizioso di distruzione dell’ambiente marino. Visto che le popolazioni di pesci selvatici sono diminuite, ci saranno sempre più motivi per costruire allevamenti di salmoni. Questi allevamenti richiederanno sempre più pesce, pescato per nutrire i salmoni allevati. Ciò porterà ad avere sempre meno piccoli pesci nei mari, dando luogo ad una minor competizione per le meduse e questo, in aggiunta all’aumento dei livelli di acidita’ e al riscaldamento globale, porterà ad una crescita sproporzionata delle meduse. Questa massiccia presenza di meduse ucciderà sia i pesci selvatici che quelli d’allevamento, provocando un’ulteriore diminuzione delle specie di pesci negli oceani e di conseguenza riducendo la quantità di proteine del pesce disponibili per il consumo umano. A questo si aggiunge l’incremento dei consumi dovuto alla continua crescita della popolazione umana, il che significa che verranno aumentati sia gli allevamenti che lo sfruttamento del pesce selvatico. Entro il 2050 gli oceani potrebbero non contenere più un solo pesce ed essere invece popolati da miliardi di meduse di diverse specie, e questa non sarebbe sicuramente una situazione salutare per le specie marine e non sarebbe una buona notizia nemmeno per l’umanità.

La Sea Shepherd Conservation Society è stata criticata perche’ promuove la scelta vegan. I nostri punti di vista sono considerati radicali ed estremi. Ma cosa c’è di più estremo di un oceano pieno di meduse e senza pesci?”

Fonte:
Sea Shepherd The Ecological Insanity of Fish Farming

AgireOra L’insostenibile pazzia degli allevamenti di pesci

Traduzione a cura di Linda Possanzini

05/02/2008

 

IostoconBruno: storia della fine di uno zoo


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Da Veganzetta.org

“Francesco Cortonesi è l’attivista animalista che con il supporto della Leal – Lega Antivivisezionista ha ideato e organizzato il progetto “IostoconBruno” che ha portato alla chiusura dello zoo di Cavriglia (AR).
Riteniamo importante raccontare storie come questa proprio in un periodo in cui sempre più spesso giungono notizie strazianti sugli Animali prigionieri nei numerosi zoo costruiti da noi Umani per loro.
Di seguito riportiamo un testo che ripercorre la storia di questo luogo di detenzione per Animali che fortunatamente in breve tempo non esisterà più, un’intervista a Francesco e una galleria fotografica degli ex detenuti.

Ogni anno, nel mondo, migliaia di Animali sono privati della libertà per essere esposti negli zoo. Quella che segue è la storia del progetto di chiusura di una di queste strutture, avvenuta grazie alla collaborazione tra alcuni attivisti della Leal – Lega Antivivisezionista e il Comune di Cavriglia.

Questo zoo nasce alla fine degli anni settanta in seguito a un gemellaggio con l’Unione Sovietica. I russi infatti, per ricordare un partigiano ucraino ucciso nelle colline toscane mentre cercava di aiutare la popolazione locale, decisero di inviare in Valdarno alcuni Animali provenienti dallo zoo di Tallin in Estonia. Arrivarono così per primi nella vallata aretina Bruno e Lisa, due Orsi siberiani che aprirono la strada ad altri numerosi “regali”. Lo zoo cresce rapidamente e negli anni ottanta diventa un vero e proprio “fiore all’occhiello” del Comune. Verso la fine degli anni novanta però inizia la fase di declino.
Le visite diminuiscono, l’interesse cala ma gli Animali restano. Fino al settembre del 2014, quando viene pubblicata su facebook una fotografia in bianco e nero di Bruno che lo ritrae con la testa contro il muro e lo sguardo rivolto al pavimento di cemento.
Nasce così il progetto “IostoconBruno” che si propone di aiutare il vecchio Orso siberiano, liberare gli Animali rimasti e promuovere la realizzazione di un santuario al posto dello zoo. Le trattative con il Comune non si rivelano però facili e solo dopo molti sforzi si riesce ad arrivare a un accordo. Tra la fine del 2014 e i primi mesi del 2015 otteniamo il permesso di liberare trentuno Animali e l’incarico di seguire, con l’aiuto di esperti, quelli che restano. Alcuni mesi dopo il Sindaco autorizza lo smantellamento definitivo dello zoo. Viene così il turno del Pony Paco, delle Caprette Camillo, Tiberio, Gioia, Costolina, Luisa e Pongo. Nello zoo, oltre a Bruno che purtroppo non può essere trasferito, vivono ancora oggi 17 Macachi, che a luglio dovrebbero essere accolti in un centro recupero in Olanda, un Bisonte americano e uno Struzzo che tuttora cercano casa.

Poi lo zoo sarà chiuso per sempre.

Francesco Cortonesi


Alcune domande

Francesco raccontaci come è nato il progetto “IostoconBruno”?

Dopo aver raccontato attraverso un reportage fotografico letterario la storia di Nannetti Oreste Fernando, conosciuto come NOF4, Umano internato a vita nel manicomio di Volterra, volevo affrontare ancora il tema della reclusione e per questo avevo deciso di occuparmi degli zoo. Nel settembre del 2015 stavo finendo di realizzare il nuovo reportage intitolato “Reclusi: Storie di Persone Innocenti Arrestate” che racconta, dal punto di vista di un visitatore, le storie di alcuni Animali che vivono reclusi negli zoo della Toscana, quando raccolsi alcune segnalazioni riguardanti il parco di Cavriglia, uno zoo un tempo molto famoso che molti nella zona consideravano ormai chiuso. Decisi così di andare a dare un’occhiata, naturalmente senza immaginare ciò che avrei trovato. In cima a questa meravigliosa collina del Valdarno lo zoo c’era ancora. Inoltre, l’entrata era completamente libera. Era un giorno molto nuvoloso, il meteo prometteva pioggia e io ero non solo l’unico visitatore, ma anche l’unico essere umano lì dentro. Nessun inserviente, nessun addetto agli Animali e naturalmente nessun custode. Scattai numerose foto e tornai a casa, mostrandole ad alcuni amici del Comitato Animal Rights di Arezzo che all’epoca seguivano questo progetto con me. Eravamo tutti sorpresi. Un Orso, un Bisonte americano, uno Struzzo, alcuni Conigli, alcuni Uccelli, un Pony, alcune Capre e numerose Scimmie si trovavano lassù, chiusi in gabbie o in recinti senza che qualcuno, almeno apparentemente, si prendesse cura di loro. Nel frattempo avevo aperto una pagina facebook per raccontare le storie degli Animali che avevo conosciuto nel corso delle mie visite agli zoo. Era una sorta di Diario dal Carcere in stile Silvio Pellico che stava facendo molta presa sulla stampa locale. Una delle foto di Bruno, l’orso di Cavriglia, con la testa contro il muro e lo sguardo sul pavimento di cemento divenne immediatamente virale e fece letteralmente il giro del mondo, tanto che ci arrivano messaggi dal Canada, dalla Francia e dall’Australia. Tutti volevano sapere qualcosa sulle condizioni di Bruno. Qualche giorno dopo il Comune decise di invitarci a un incontro chiarificatore. Nacque in quella sede la prima base del progetto IostoconBruno, nel momento in cui cioè il Sindaco stesso, davanti alla nostra documentazione fotografica e alla proposta della Leal – Lega Antivivisezionista rappresentata da Bruna Monami che è oggi con me responsabile del progetto, accettò di aprire un tavolo di trattative.

Quali problemi hai incontrato una volta creato il progetto?

E’ ancora molto difficile riuscire a far passare l’idea di quanto la liberazione animale sia strettamente collegata alla liberazione umana e che quindi la chiusura di uno zoo rappresenta non solo un’ottima notizia per gli Animali reclusi, ma anche un messaggio molto importante che riguarda tutti noi. Affermare che “gli zoo fanno ormai parte del passato e che è giunto il momento di rivedere il nostro rapporto con gli Animali”, come ha recentemente dichiarato ufficialmente il Comune di Cavriglia è il frutto di un lungo lavoro di sensibilizzazione che abbiamo dovuto affrontare nel corso di questi due anni, ma il risultato ci sta ripagando di tutta la fatica. Contemporaneamente abbiamo dovuto cercare di far passare questo messaggio anche alla stampa che spesso si è occupata del nostro caso. Non sempre siamo riusciti a far comprendere esattamente l’importanza di quella che potremmo definire una decisione storica da parte di un Comune italiano che peraltro ha firmato un documento dove si impegna a non costruire mai più uno zoo nel territorio comunale. Del resto questo era immaginabile: c’è ancora molto lavoro da fare perché tutto quello che ci circonda, le nostre abitudini, il nostro modo di pensare e di agire non va in questa direzione. Liberazione umana e liberazione animale sono oggi ostacolate da una società che tende a monetizzare qualsiasi cosa e noi siamo messi in seria difficoltà da questo sistema che ci avvolge completamente impedendoci spesso, nonostante tutto il nostro impegno, di fare vera resistenza. Il linguaggio è molto importante perché è anche cambiando il linguaggio che si cambiano le cose, ma questo “rinnovamento” del linguaggio deve ancora avvenire. Quasi tutti gli Animali infatti non sono considerati individui, ma vengono piuttosto visti come “massa”, per questo spesso, nonostante tutte le buone intenzioni si fatica ancora a far passare i giusti messaggi attraverso i media. Naturalmente oltre a queste difficoltà di tipo concettuale, ci sono state anche alcune difficoltà pratiche. Non è stato facile ad esempio reclutare dei volontari e ancor oggi siamo senza dubbio in affanno nonostante i notevoli sforzi del gruppo che abbiamo creato. Fare i turni di sorveglianza al parco richiede impegno e tempo. Ci sono ancora oggi troppe persone umane che si definiscono “animaliste” e poi non si mettono in gioco. Inoltre, i rifugi e i centri di recupero per Animali esotici in Italia affrontano notevoli difficoltà gestionali perché non esiste uno sforzo concreto da parte dello Stato in questa direzione, quindi non è certo stato facile individuare luoghi idonei per gli Animali di Cavriglia. Oggi chiunque decida di occuparsi attivamente di liberazione animale deve sapere che si troverà di fronte a questi problemi. Molto spesso infatti gli attivisti non sanno dove mettere gli Animali liberati perché tutti i rifugi sono pieni. Per questo dobbiamo intensificare i nostri sforzi per sostenere i santuari e crearne di nuovi. La Rete dei Santuari di Animali Liberi ad esempio è un progetto fondamentale per cercare di risolvere questa necessità. Dobbiamo sostenere questo progetto con tutto l’impegno possibile.

Attualmente a che punto siamo con lo smantellamento dello zoo e dove sono andati gli Animali liberati?

Lo smantellamento è quasi concluso. Mentre stiamo facendo questa intervista nello zoo restano ancora Garibaldi lo Struzzo, Arturo il Bisonte, i 17 Macachi e Bruno l’Orso. Stiamo ancora cercando un luogo adatto e sicuro per Garibaldi e Arturo mentre i Macachi dovrebbero partire a fine luglio e andare in Olanda in un santuario della AAP, la più grande organizzazione europea di recupero di Animali esotici maltrattati o usciti dagli zoo. Gli altri 40 Animali usciti da Cavriglia sono andati tutti nei santuari della Toscana: Ippoasi, Be Happy, Il Rifugio della Bubi e Agripunk. Cristina, una nostra volontaria ha invece adottato direttamente Bonnie, Clyde, Sacco e Vanzetti, due Galletti e due Quaglie che oggi vivono nel bellissimo spazio che ha costruito per recuperare alcuni di quelli che vengono comunemente definiti Animali da cortile e che purtroppo sono quasi sempre destinati a finire in pentola.

Cosa ne sarà di Bruno l’Orso?

Continueremo a seguirlo fino all’ultimo dei suoi giorni naturalmente. Nel frattempo proveremo a migliorare ulteriormente le sue condizioni ambientali. Oltre al dottor Mauro Della Gatta che segue Bruno da circa dieci anni, abbiamo interpellato i migliori veterinari italiani esperti di fauna selvatica e questo ci ha permesso di avere degli ottimi report a riguardo. Ciò che stiamo mettendo in atto per Bruno è applicabile a tutti gli Orsi che vivono in cattività e crediamo che sia molto importante far passare il messaggio che quando non possiamo rimetterli in libertà, come purtroppo spesso accade agli Orsi che hanno subito maltrattamenti o che sono troppo anziani, di certo possiamo migliorare molto le loro condizioni. Possiamo lavorare molto in questa direzione. A volte crediamo che solo gli esperti possano agire in tal senso, invece in questi due anni abbiamo imparato che quello che possono fare alcuni volontari volenterosi in certi casi può essere altrettanto determinante. Chi volesse aiutarci può fare una piccola donazione alla Leal – Lega Antivivisezionista usando il codice IBAN: IT48U0335901600100000061270 e specificando nella causale “Progetto IostoconBruno” oppure se si trova nelle nostre zone può unirsi ai nostri volontari inviandoci un messaggio nella nostra pagina facebook: www.facebook.com/IostoconBruno-343442805853067

Bruno l’Orso

La gabbia di Bruno

Garibaldi lo Struzzo

Luthien e Pisolo

Noah appena nato

Arturo il Bisonte

 

Original post IostoconBruno: storia della fine di uno zoo