Biofobia


Ovvero: “paura morbosa di avvicinare altri esseri viventi o di convivere con essi.”

Ci stiamo allontanando sempre più da tutto ciò che è Naturale, e con esso i suoi abitanti. Siamo lontani anche da noi stessi, sempre in competizione e in estremo confronto. L’evoluzione della tecnica, il cosiddetto progresso, ha trasformato ogni essenza primordiale rendendoci quindi schiavi di un sistema che si evolve velocemente, e con esso anche noi stessi. Basti pensare al carnismo e a tutti i suoi aspetti negativi. E’ pur vero che l’essere Umano mangia Animali da sempre, ma non in questo modo e non con questi mezzi.
Ritrarsi da tutto ciò pare un utopia, considerando anche che le nuove leve spesso sono indirizzate già dall’infanzia verso la psicosi da consumismo (vedi spot televisivi). Un bambino oggi a 5 anni ha già in mano uno smartphone connesso alla rete! E’ un beneficio? E’ sintomo di cambiamento da eguagliarsi alla massa che corre verso il futuro?
Non è per essere per forza dei rompi scatole, ma è opportuno che ogni evoluzione segua determinati risvolti etici. Anche perchè se un’ adolescente viene stuprata da 5 suoi coetanei, senza che loro possano avere rimorso o pentimento, significa che abbiamo superato la soglia della moralità e del giudizio. Certamente in passato sono accaduti ben altri crimini difficili da dimenticare, l’olocausto ancora riecheggia tristemente nelle menti, ma è importante riflettere su come e perchè nonostante i progressi ottenuti ancora oggi si commettono atroci violenze: il genocidio Animale non sembra diminuire, le malattie e le carestie aumentano, i conflitti e il terrorismo sembrano una quotidianità nelle notizie e nei discorsi interpersonali.

Perchè allora accade tutto questo? L’Umanità è condannata per colpa di un istinto autodistruttivo ed altamente malvagio? O l’egoismo che pervade è così dannatamente diffuso da non riuscire a placare quel senso morale così presente in molti soggetti?

Sembra un inutile rincorsa di dubbi ed incertezze, ma come dice l’autore dell’articolo L’epoca della biofobia

“Ma allora siamo senza speranza? Potremo mai riaggiustare il meccanismo, piegare la barra della storia facendo combaciare di nuovo le due estremità in un nuovo cerchio? Tornare ad appartenere alla natura e ai suoi meccanismi?
Non ci resta che riacciuffare quei vincoli strappati dal progresso e iniziare a tesserne le cime fra loro, lentamente. Incollare i cocci esplosi finché al loro interno non torneremo a vedere un’immagine coerente. Sarà un processo individuale e collettivo al tempo stesso. E anche piuttosto lungo. Sperando di essere ancora in tempo.”

 

 

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Solo la crisi ci può salvare


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Parlare oggi di decrescita sembra prematuro e scandaloso in particolar modo mentre si sta gioendo, a furor di popolo, dell’epoca più gloriosa del consumismo.

Ma perchè è così difficile approfondire tale nuova concezione dello sviluppo, in ogni suo aspetto consequenziale, in ogni suo risvolto costruttivo, in ogni sua parte sensibile e (perchè no) sincera e spudoratamente reale? In particolar modo, in vista di una più che probabile riduzione delle risorse energetiche, perchè non si discute oggi di una nuova era moderna che sembra apparire all’orizzonte?

Immaginiamoci un mondo senza petrolio, gas, carbone e nulla che possa scaldare le nostre case e muovere l’economia mondiale (previsione per niente utopica), in cui tutto ciò che ci circonda viene messo in discussione perchè non più fabbricabile o gestibile. Ogni oggetto, azione, comportamento, farmaco, mezzo di trasporto, abbigliamento, cibo e quant’altro appartenente al nostro benessere (e malessere) di colpo diventasse opinabile. Il collasso industriale non è una novità nell’emisfero del capitalismo recente. La saturazione dei bacini d’utenza non è una previsione fantastica o un brutto scherzo dei strateghi del marketing. Sono in molti che professano teorie abbastanza realistische su quello che si prospetta in uno scenario abbastanza attendibile. Ma come attuare una tale consapevolezza senza mezzi utili e mirati, soprattutto se nell’opinione pubblica è presente una totale disinformazione?

Parlare di decrescita in un luogo che vuole diffonderla… sembra atipico ed alquanto stupido. Proprio per questo, forse, le idee e le concezioni non sono per niente scontate, e a volte è opportuno rivederle e studiarle tramite un approccio più ampio e costruttivo. Molti sono i sostenitori famosi di tale rivalutazione sociale (inutile elencarli in questo contesto). Ma chi di loro è veramente consapevole e quindi convinto di attuare una nuova fisionomia sociale? Un stravolgimento radicale nelle proprie abitudini, ovvero provare sulla propria pelle un cambiamento presubilmente utile ma che comporta rinunce a dispetto delle proprie cose, della propria auto, del cellulare, dell’abito griffato, del piatto di carne ecc.ecc. Chi vuole mangiare tutto, fregandosene della naturale ed inevitabile conseguenza che ciò potrebbe provocare alla collettività, è veramente sicuro di perseguire l’unica vera alternativa all’attuale presente? Chi pensa all’estromissione totale e completa del lusso, del vizio, dell’audacia di perseguire il successo, o la carriera e la fama, è realmente considerabile un portatore sano della decrescita?

La carne è sinonimo di gusto e sazietà, non ci sono dubbi. Questo avviene ogni giorno al fast food, alla steak house, al centro commerciale, in crociera, alle sagre di paese, a natale e – perchè no? – anche a ferragosto. Ogni ricorrenza che si rispetti è sinonimo di grigliate con carne arrosto, alla griglia, bollita, fritta, alla brace, spezzatino, al sugo, e chi ne ha più ne metta. Si può mangiare la bistecca e allo stesso modo incentivare la decrescita felice? Certo, diranno in molti, comprando porzioni di filetto dal contadino di campagna. Oppure recandosi in quel piccolo agriturismo appena fuori città. E magari aiutando anche il bravo macellaio sotto casa che acquista i suoi cosciotti di pollo in allevamenti estensivi, a filiera corta, senza antibiotici, pertanto sostenibili. Ma il business green è il nuovo filone del momento? Riesumato forse da un commecio biologico che sa di vigore stantio? Probabilmente incentivato da una maggiore consapevolezza dei consumatori? O da una riuscita stretegia mediatica?

Personalmente credo poco nella affiliazione spontanea e, vivendo in un presente altamente indottrinato, sembra plausibile che alcune scelte alimentari e comportamentali siano avvantaggiate da coinvolgimenti di massa o peggio da marketing graffianti. Ecco perchè le decisioni strettamente personali spesso non sono affidabili, e purtroppo non persistenti verso una completa assimilazione delle proprie decisioni.

Se pensiamo ai precedenti movimenti sociali, utili a ribaltare profondi e radicati dogmi del passato, non tutti sono ad oggi rientrati nella normalità di un vivere quotidiano. Il femminismo stenta ancora ad affermare le proprie posizioni, soprattutto se analizziamo i recenti fatti di cronaca. Doveva rappresentare l’anti-mascolinità per eccellenza, e si è rivelato una farsa bella e buona. L’abortismo tanto acclamato resta ancora oggi una pratica non completamente ufficializzata e sono in molti gli obiettori che si rifiutano di applicarla, incentivando tra l’altro conseguenti interventi chirurgici di dubbia efficacia e sicurezza. Come non biasimarli del resto, la medicina non è mai stata completamente libera da prodondi interessi opportunisti.

E che dire dell’antirazzismo e di ogni valoroso rappresentante? Vittime e carnefici di una lotta tramandata di secolo in secolo. Pochi risvolti positivi verso una completa cancellazione dell’odio e della violenza verso i propri simili. Immigrazione e clandestinità sono una fonte inesauribile di guadagno a discapito di poveri senza nulla, neanche la loro dignità. Si aggiunge poi anche la beffa di essere accusati perfetti parassiti attaccati alla pelle di onesti cittadini (che ipocrisia infatti affermare che l’africano a casa nostra vive meglio di noi).

E per ultimo, non per meno importanza, che dire dell’animalismo? Completo fallimento?

Di tutto lo sforzo esteso in quasi tre decenni recenti non è rimasto nulla o quasi. I circhi, ed ogni luogo di detenzione, sono ancora aperti. Le pellicce si vendono ancora grazie a noti stilisti internazionali. La caccia è ancora legale, e la vivisezione pure. E che dire della fame di carne a sbafo? No comment… si potrebbe urlare. Neanche il comunicato dell’Oms ha fermato i carnivori poveri di proteine nobili.

Quindi… come poter essere ottimisti nei confronti di un futuro realmente privo di sfruttamento e speculazione? Come poter credere ad una decrescita logica, costruttiva e magicamente benefica? Come immaginare una nuova società libera da pregiudizi, speculazioni, frodi, inganni ed ogni tipo di mistificazione?

Viviamo nella società del profitto, della sopraffazione, della prevaricazione. Non esistono certezze assolute, né soluzioni certe per abbattere il capitalismo attuale, o ogni forma di civilizzazione forzata.

La decrescita ora come ora è un mezzo, uno strumento, non tanto una filosofia di vita. E certamente non con solide basi. Ecco perchè è d’obbligo la riflessione e la condivisione.

Il progresso morale non viaggia di pari passo con l’evoluzione della tecnica, per cui aspettiamoci altri temuti risvolti negativi che potrebbero di gran lunga peggiorare la rivoluzione in atto. A meno che non si voglia continuare ad impersonificare simbologie astratte poco coerenti con l’attuale presente.

A voi la scelta, a voi la libertà di interpretare.

 

E per non avere dubbi o interpretazioni errate è meglio leggere ed approfondire un testo abbastanza veritiero e coerente con l’approccio in questione.

“Basta con la follia della crescita! Siamo noi i principali artefici del nostro destino, oppure le scelte che ci riguardano dovranno sempre essere delegate ad altri?”

E’ ciò che Andrea Strozzi e Paolo Ermani vogliono far capire ai consumatori, ovvero i veri responsabili di tale crescita smisurata. All’interno del libro si affronta un analisi attenta e misurata che vuole mettere sotto esame l’attuale sistema economico, politico e, di conseguenza, sociale. Il mito del PIL, il sogno americano, l’egocentrismo con cui si affrontano le tematiche quotidiane. Tutta una serie di aspetti che inevitabilmente stanno portando l’umanità intera verso il collasso.

 

Solo la crisi ci può salvare

Animal machine


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Un’economia che spesso è rivolta allo spreco scandaloso (diciamo pure quasi sempre). Lo sfruttamento ha raggiunto sofisticazioni inimmaginabili, ovvero il progresso della tortura. Verrebbe da dire vergognoso il progresso vergognoso il profitto, e tutto per garantire la Crescita smisurata di un economia psicotica. Un esempio? Negli anni settanta alcuni ricercatori americani espiantarono mammelle di Mucca per mantenerle vive ed attive in laboratorio. Prove scientifiche determinarono che era possibile avere organi viventi privi del corpo Animale. Esperimenti degni del miglior Frankestein, e tutto questo per poter garantire un efficiente produzione di latte senza i costi dell’allevamento intensivo. Specie autoctone completamente devastate nella loro biologia primordiale. Ma non basta! Che dire delle Mucche fistulate?! In breve la fistulazione è una pratica introdotta quasi un secolo fa in cui viene praticato un foro (sì…avete letto bene: un buco) nello stomaco della Mucca al fine di perseguire la ricerca scientifica: osservare i processi digestivi degli Animali vivi. I ricercatori installano (ancora oggi) nell’addome dell’Animale un dispositivo di plastica chiamatocannula, aprendo così una finestra costantemente accessibile. Con ciò osservano la velocità con la quale la Mucca digerisce vari alimenti, e quali sostanze chimiche (processi biologici) il cibo subisce. I ricercatori chiamano questi fori, praticati chirurgicamente, fistole. Il tutto con l’unico scopo di prolungare la vita della Mucca e conseguentemente massimizzare la produzione di latte, il che equivale a maggiori e più duraturi profitti. Macchine viventi fatte di carne ed ossa: Animal machine. Vergognoso il progresso, vergognoso il profitto… senza ombra di dubbio! Eppure ancora oggi c’é chi si permette di affermare ipocritamente che…”sono soltanto Animali”. Solamente Animali da reddito, concepiti-nati-allevati-uccisi con l’unico scopo di incrementare l’economia.

Ma il problema principale non è il perseguimento di un obiettivo, pur inizialmente costruttivo, bensì la distorsione che ha permesso la snaturatezza di questo concetto: “economia”. In principio essa doveva riguardare semplicemente gli affari domestici, infatti se si analizza il vocabolo in chiave greca è proprio questo il significato: “gestione delle attività personali”. Nel tempo, e soprattutto con l’avvento del capitalismo moderno, tutto ciò è stato ribaltato introducendo in più un indice di benessere assolutamente contrario ad ogni etica e salvaguardia. Il dogma del PIL è presente ormai in ogni statistica istituzionale, anzi sono stati di recente introdotti anche alcuni riferimenti alquanto ortodossi quali: PROSTITUZIONE, CONTRABBANDO E NARCOTRAFFICO. Senza considerare che più arsenali e farmaci si fabbricano (non vendono) e più sale il prodotto interno lordo di una nazione. Facendo due conti è facilmente plausibile una riflessione sull’attuale situazione socio-culturale. Ricordiamoci che il paradigma della ricchezza moderna è nato alla fine del Settecento proprio con Adam Smith, ovvero il padre del liberismo economico. Con l’avvento poi del capitalismo questa vera e propria egemonia politica ha preso il sopravvento, espandendosi in tutto il mondo come lo conosciamo oggi. Inutile valutare altre proposte sociali quali per esempio il socialismo (in seguito comunismo) introdotto dal valore del Lavoro come colonna portante della persona e quindi del benessere. Anch’esse infatti hanno perseguito in ogni caso la ricerca del profitto a tutti i costi, ovvero la cosiddetta religione della Crescita. Si è perso quindi ogni riferimento primordiale parte integrante dei bisogni essenziali dell’essere Umano, scambiati quindi con la psicosi del consumismo. Il consumo materiale è stato magicamente frainteso e trasformato in indice di equità, positività, ricchezza, gioia e serenità, salute, prosperità, felicità, equilibrio ecc.ecc… ma realmente e tristemente le cose sono andate diversamente. Due conflitti mondiali nel Novecento hanno generato più di 80 milioni di morti, ogni anno quasi 200 miliardi di Animali vengono trucidati, il pianeta e le specie viventi sono in decadimento, e la morale Umana è alla deriva. Queste non sono previsioni apocalittiche, bensì bollettini giornalieri raccontati dai notiziari più o meno ufficiali. Il progresso della tecnica non coincide con la salvaguardia dell’ambiente, e questo è male. Il progresso morale e civile deve evolversi verso altri parametri più sani ed etici, più risparmiosi e tolleranti, più benefici per la vita terrestre. Tutto il progresso a livello mondiale degli ultimi decenni, nell’integrazione, nella tolleranza e nell’interconnessione tra i popoli, non è qualcosa che si può dare per scontato ma deve essere sostenuto continuamente ed attentamente da ogni individuo. Le istituzioni che creiamo per governare le nostre comunità le dobbiamo sentire con il cuore e con la mente altrimenti muoiono e diventano semplicemente degli ammassi di burocrazia. Non servono a nulla se si trasformano in deleghe per personaggi opportunisti che difendono solo i loro interessi. La civilizzazione deve funzionare come pretesto per un nuovo futuro ricco di moralità e benessere, non certamente fonte d’ispirazione verso il degrado e la devastazione. Ora più che mai abbiamo bisogno di costruire un’etica, una consapevolezza sui valori fondamentali quali pace, solidarietà e tolleranza. Ma soprattutto costruire una radicale cultura antispecista che coinvolga le nuove generazioni verso una maggiore empatia e presa di coscienza, quella sensibilità troppo spesso assopita da induzioni commerciali e strategie politiche. Il rispetto per il diverso si acquista con la collaborazione reciproca, e non certo con le divisioni.
Se vogliamo affrontare le forze più oscure e pericolose del nostro passato, come nazionalismo e razzismo, dobbiamo lottare per i diritti a tutela degli esseri viventi (Animali e non) tralasciando supremazie di potere e forze occulte di conquista. 
Non ci sono dubbi a riguardo, anche se le forze che controllano l’assetto geopolitico finanziario hanno ben poco da spartire con consapevolezza e presa di coscienza. Il lavoro da svolgere dunque è lungo e laborioso!

 

Foto di John Holcraft

La Corte di Giustizia Europea, il latte vegetale e i “no vegan”


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Da Campagne per gli Animali:

I fatti:

La Corte di Giustizia Europea di recente si è espressa mediante una sentenza in cui si dichiara che non è legittimo utilizzare termini quali “latte”, “burro”, “formaggio”, “yogurt” eccetera nella denominazione di prodotti che non contengano ingredienti di derivazione animale, come per esempio i prodotti cosiddetti vegani.
La sentenza della Corte di Giustizia Europea scaturisce in risposta ad un’azione legale promossa dall’associazione tedesca di tutela della concorrenza Verband Sozialer Wettbewerb contro un’azienda alimentare tedesca (la TofuTown) che produce prodotti di origine vegetale commercializzati come «Soyatoo burro di tofu», «formaggio vegetale», «Veggie-Cheese», «Cream» e altre denominazioni simili.
Nella pratica ciò significa che nei Paesi aderenti all’Unione Europea non sarà più possibile commercializzare prodotti alimentari con diciture del tipo “latte di soia” o similari, diverrà pertanto necessario trovare altre denominazioni. Quindi per esempio niente più cappuccino con latte di soia.

La notizia della sentenza è stata preceduta in Italia dalla pubblicazione di un’analisi della Coldiretti dal titolo “Il popolo dei No Vegan“, in cui si afferma che il 95% dei cittadini italiani non è vegan, anzi è no vegan. nella pubblicazione di denuncia inoltre che tale “popolo dei No Vegan” mangia carne “nonostante le fake news, gli allarmismi infondati, le provocazioni e le campagne diffamatorie che hanno determinato purtroppo anche il moltiplicarsi di preoccupanti casi di malnutrizione tra i più piccoli“.

L’analisi:

Al netto delle solite posizioni faziose di numerosi esponenti della carta stampata, la pronuncia della Corte pare essere meramente un provvedimento di ordine normativo atto alla regolamentazione (leggasi normalizzazione) dei prodotti di origine vegetale (sempre più presenti nella Grande Distribuzione Organizzata), e non invece un tentativo di tutelare gli interessi della lobby del comparto zootecnico e caseario, comparti che negli ultimi anni stanno subendo considerevoli colpi a causa del calo della domanda di prodotti derivanti dallo sfruttamento degli Animali.
Per chi abbraccia la filosofia vegana (che ancora una volta è giusto ricordare che ha un’origine etica), tale notizia dovrebbe rappresentare un elemento positivo. Il cibo vegetale non ha nulla a che fare con le sofferenze a cui gli Animali vengono sottoposti per essere trasformati in “prodotti”, pertanto non dovrebbe richiamare né nel nome, né nell’aspetto, né tantomeno nel gusto il cibo carneo.
Una corretta alimentazione a base vegetale non dovrebbe avere bisogno di rifarsi a quella carnea, o scontare alcun rapporto di sudditanza proponendo dei succedanei, anzi dovrebbe tendere a prenderne il più possibile le distanze per promuovere un nuovo concetto di alimentazione sositutivo. L’uso di denominazioni come “latte”, “burro”, “formaggio” e similari per i prodotti vegetali ha solo ed esclusivamente una motivazione commerciale e di marketing (come lo sono in egual misura le diciture “vegan” apposte sulle confezioni dei prodotti più disparati, anche su quelli palesemente di origine evegetale): motivazioni che non interessano nella maniera più assoluta la pratica veganismo etico.

In riferimento all’analisi della Coldiretti, si può affermare che trattasi di una non notizia, che denota solamente una grande preoccupazione per l’andamento del mercato della carne in questi anni (la stessa Coldiretti afferma “nel primo trimestre del 2017 i consumi di carne sono calati del 3,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente“), e inoltre una totale inettitudine dal punto di vista della comunicazione. L’analisi di cui sopra infatti afferma:

1) Dato che una certa percentuale di cittadini italiani si definisce vagan, significa che la restante percentuale non è vegan.
2) Chi si nutre anche di cibo di origine animale, da oggi non è più un onnivoro, ma un “No Vegan”, che si oppone quindi al veganismo.

Il primo punto riguarda un’ovvietà sconcertante che ha l’unico scopo di evidenziare che solo il 5% della popolazione umana in Italia è vegan (dalle statistiche Eurispes 2017 pare però si tratti del 3%, quindi la Condiretti ha sbagliato pure a riportare le cifre), mentre ben il 95% restante cdi conseguenza non lo è, come a dire che il “fenomeno vegan” è stato abbondantemente sovrastimato. La stessa iniziativa della Coldiretti però, sta a testimoniare come nella realtà da parte di chi lucra sfruttando gli Animali ci sia molta apprensione per ciò che sta accadendo.
Il secondo punto è una sorta di involontario regalo pubblicitario al veganismo come fenomeno sociale, perché Coldiretti illustra una situazione italiana che non esiste: una società civile polarizzata in cui una massa enorme di persone umane è raccolta in una improbabile fazione denominata “No Vegan” nel tentativo di “resistere” al veganismo commerciale emergente e alle sue fake news. In un solo colpo l’intera popolazione umana italiana è stata fantasiosamente divisa in “Vegan” e “No Vegan”, con il solo risultato che in ogni caso ciò che si intende contrastare viene preso come esclusivo metro di giudizio: si parla (dimostrando di non conoscerlo affatto) del veganismo, riducendo chi non è vegan a un soggetto che, in quanto tale, deve per forza essere contrario opponendo una sorta di resistenza attiva (vedasi l’esilarante l’hashtag #NoVeganAllaRiscossa). L’analisi puerile che fa Condiretti ignora totalmente l’enorme diversità di posizioni che vi possono essere tra chi non è vegan (e che non ha nessun bisogno di affermarlo) e anche tra chi si dichiara tale, ma lo è – a torto o a ragione – per motivazioni molto diverse. Le due fazioni in stile Montecchi e Capuleti sul veganismo paventate dalla Coldiretti, pertanto hanno come unico risultato quello di dare ulteriore visibilità al veganismo stesso sempre più al centro dell’attenzione mediatica.”

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Original post La Corte di Giustizia Europea, il latte vegetale e i “no vegan”

 

La sentenza viene accolta in sordina…e ne prendiamo atto. Nel linguaggio comune i surrogati vegetali verranno in ogni caso associati alle diciture classiche (burro, latte, formaggio, burger, wurstel, ecc.), è inevitabile (nessuno al supermercato chiederà: “Dove si trova la bevanda vegetale di soia?”. Verrà più spontaneo chiamarlo: latte di soia, di riso, d’avena ecc.ecc.) Ma ciò dimostra come la presenza costante ed esponenziale di questi prodotti stia creando un dibattito socio-culturale e a tratti istituzionale. Stiamo parlando ovviamente di “veganismo commerciale”, non sempre positivo per la liberazione Animale, perciò ne prendiamo atto ed andiamo avanti.

Piccola nota d’informazione: i consumi di carne “fresca non conservata” sono in lieve calo ma non è lo stesso per tutti gli altri derivati, in particolare i salumi. Ciò significa che le recenti campagne di sensibilizzazione, diffuse anche dai comunicati OMS, hanno convinto i consumatori NON a diventare veg-egetari-ani bensì estimatori di insaccati e latticini.

Continuiamo nel nostro lavoro e attendiamo sviluppi.

Canapa free


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Dal settore agricolo alla bioedizia, dal tessile all’alimentare, fino all’uso terapeutico…la canapa si impone come pianta del futuro, tramite realtà imprenditoriali abili e responsabili nel creare nuovi posti di lavoro, nuove opportunità di benessere, nuovi orizzonti di scambi culturali…ovviamente in un ottica di produzione e vendita non speculativa. Ma non è facile, e non è sicuro che ciò avvenga concretamente e in breve tempo. In passato la canapa è stata bistrattata, screditata e poi esclusa da un consumo etico e responsabile. Le grandi aziende corporative hanno impiantato una massiccia campagna denigratoria, trasformando un bene comune in una minaccia per la salute ed il commercio. Proprio perchè l’avvento delle plastiche e della chimica farmaceutica dovevano rappresentare il nuovo secolo consumista, la nuova rivoluzione industriale a cui i grandi capitalisti si stavano aggrappando viscidamente per dare sfogo alle loro bramosità di fama e potere. La disinformazione è stata enorme, con condanne pregiudiziali che hanno favorito preconcetti errati e fuorvianti.
Hanfstengel
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La canapa utile (Cannabis sativa) è una specie del genere cannabis ed è coltivabile soprattutto per uso tessile, ma anche edile, o per la produzione di carta, e addirittura per la farmacognosia. In essa sono presenti alcune sostanze stupefacenti in percentuali variabili a seconda della varietà. Prima dell’avvento del proibizionismo essa era molto diffusa nel mondo come importante ed essenziale materia prima, essendo una delle piante più produttive in massa delle zone temperate del pianeta. Ma nonostante la sua origine “calda” può sopportare i climi più diversi e pertanto facilmente coltivabile nelle più svariate zone terrestri, con opportuni accorgimenti e metodologie appropriate.
Oggi la legalità della cannabis varia da paese a paese, negli Stati Uniti per esempio è stata vietata nel 1937 con l’emanazione del “Marijuana Tax Act” a firma del presidente Franklin Delano Roosevelt. Fraintesa dunque come anticamera di un processo dipendente da sostanze stupefacenti la canapa è stata per decenni censurata e ghettizzata a sostanza illegale, senza che fosse permessa una produzione lecita e pertanto ricca di vantaggi. Apparentemente sempre più persone sembrano risvegliarsi da questo torpore esistenziale e, con enormi difficoltà di apprendimento e condivisione, stentano a creare una piena consapevolezza sui benefici estesi di questa ottima risorsa naturale. Le conoscenze, gli studi e gli sviluppi di questa antica e preziosa pianta potrebbero apportare numerosi benefici per tutta la collettività…se solo i poteri forti dell’industria e della finanza potessero crollare a poco a poco dentro una cupa nube di autodistruzione.
Nir Vana (5)
Il cibo, gli oggetti, gli usi e le attitudini di questa società capitalista (definita erroneamente moderna) sono strettamente correlati allo sfruttamento Animale. Gli additivi d’origine Animale sono abbondantemente presente in ogni fase della produzione alimentare, negli alimenti più impensabili. Lana e seta ed ogni pellame costituiscono la moda rappresentativa di uno status sociale senza eguali nella storia, e le ripercussioni sono inimmaginabili. Basti pensare ad alcune zone industriali della Cina dove esistono veri e propri lager di detenzione in cui Cani, Volpi ed ogni genere di sventurata creatura viene uccisa selvaggiamente per ricavarne tessuto o pelle d’ornamento. E che dire del traffico d’avorio (recentemente solo in parte vietato) generatore nei decenni passati di vere e proprie spedizioni di morte, con l’uccisione di migliaia di Elefanti e Rinoceronti. Lo sfruttamento Animale ha generato in un solo secolo un miriade di vittime Animali che non eguali nella storia di questo pianeta. C’è chi afferma ipocritamente che l’essere Umano si sia sempre nutrito di loro, si sia sempre coperto di loro, abbia sempre utilizzato le loro qualità naturali per i più svariati metodi di cura e terapia. Ma quello che spesso non viene analizzato è la metodologia feroce ed indiscriminata che è stata perpetrata in così breve tempo. Le seguenti specie viventi sono in via d’estinzione: Elefanti, Tigri, Oranghi, Lupi, Balenottere azzurre, Zebre, Tapiri, Cercopitechi, Furetti piedi neri, Gibboni, Licaoni, Fagiani, Giraffe, Babbuini, Bisonti, Delfini, Ghepardi, Mandrilli, Leoni, Panda, Pipistrelli, Squali, Aquile delle Filippine, Condor della California, Pinguini, Cormorani, Albatri, Tartarughe, Coccodrilli, Storioni, Aragoste, Gamberi…ecc.ecc.ecc. in una lunga lista che si aggiorna in tempi brevissimi. E questo non per cause naturali, non per calamità o epidemie, non per qualche ragionevole dubbio che potrebbe far pensare ad una modificazione del ciclo vitale di questi esseri viventi. No! L’unica ragione è lo sterminio in atto generato volontariamente dall’essere Umano a causa dei suoi ipocriti scopi, e anche indirettamente per alcune manovre estreme che hanno generato uno stravolgimento precoce negli habitat naturali di queste creature. In sostanza è sempre colpa dell’Umano. Ormai è diventata una macabra certezza, quasi una prassi scontata e a tratti psicotica. Basti pensare alla produzione da olio di palma, la cui deforestazione ha messo in pericolo di vita migliaia di Oranghi. Basti pensare alla mattanza che avviene puntualmente ogni anno a danno di Delfini e Balene. Basti pensare alla pesca indiscriminata che sta svuotando mari ed oceani. Basti pensare ad ogni Animale d’allevamento che viene concepito, nutrito ed ucciso solo per il breve tempo necessario a “maturare” la carne.
Una Mucca in libertà potrebbe vivere per ben 20/25 anni, senza costrizioni di sorta, senza per forza di cose essere ingravidata artificialmente per generare un Vitello…che neanche potrà coccolare tra i sui istinti materni. Senza essere sfruttata per 4 o 5 anni tramite l’utilizzo di vere e proprie pompe idrauliche, per essere spedita poi (ormai esausta) al macello. Gli esempi rappresentativi di tale scempio sono infiniti, e degni di ogni infausta automazione. Non è difficile immaginare come tale genocidio sia il risultato macabro di moderne tecniche di macellazione che sono state concepite solo per il gusto bramoso di ottenere profitto. L’epoca della mercificazione è una triste realtà, ed ogni consumatore che si rispetti è complice e colpevole in tutte le variabili possibili.
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Per sopperire a questo genocidio esiste un mondo parallelo in cui alcune persone responsabili stanno cercando di agire al meglio per preservare le specie viventi ed ogni ambiente circostante. Esistono figure professionali sempre più indirizzate alla preservazione della vita terrestre, in ogni sua forma. Esistono nuovi approcci al consumo che risparmiano, tutelano e conservano le risorse naturali. Esistono metodologie all’avanguardia nell’etica e nella consapevolezza che aiutano sempre più persone a guardare verso un futuro più libero e pacifico. Ma nonostante tutto questo non è facile e non è detto che sia plausibile una rivoluzione nei tempi e nei modi soddisfacenti. Non è certo che si applichi una rinascita culturale e sociale. Nessuna possiede la soluzione in tasca, ma certamente restare a guardare senza poter fare nulla di concreto è purtroppo una colpa anch’essa. Bisogna rivalutare ogni abitudine quotidiana per far sì che le prossime generazioni possano almeno in parte godere di un autentico stravolgimento dei propri bisogni.
Foto di Nir Vana e Roger Olmos , altre da Wikipedia