Fast food generation


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Da dove prendi le proteine? Questa è la classica domanda che spesso ci sentiamo dire. In realtà il mito delle proteine cosiddette “nobili” è un invenzione dell’industria zootecnica e di qualche medico nutrizionista scarsamente informato e poco preparato in materia di corretta alimentazione. Basta studiare un po’ e rendersi conto che ogni cibo d’origine vegetale, nelle giuste dosi e quantità, è completo di tutte le sostanze nutritive (proteine comprese) utili ad un buono stato di salute. Ma in una società moderna prettamente carnivora, costituita dal predominio dei fast food, non è difficile credere come questa falsa teoria sia stata ben inserita nelle abitudini quotidiane dei consumatori. Per decenni gli industriali della carne hanno mentito ed avvelenato spudoratamente milioni di persone, devastato l’ambiente, ucciso centinaia di miliardi di Mucche, Maiali, Galline, Cavalli ed ogni specie commestibile! E tutto questo solamente per la ricerca di un profitto opportunista. Il libero mercato capitalista ha indotto i sognatori del successo a creare dei luoghi di martirio adatti esclusivamente alle torture legalizzate. La vecchia e tanto amata fattoria degli Animali (decantata positivamente nei racconti d’oltralpe) ha lasciato spazio ad immensi territori recintati, ad enormi capannoni climatizzati, a laboratori estremamente angustia strumenti e macchinari altamente sofisticati proprio perchè degni del miglior racconto horror. La mercificazione delle vite Animali ha raggiunto l’apice massimo tramite l’industrializzazione della carne. Oggi i mattatoi costituiscono l’invenzione più infernale e terrificante mai concepita dall’essere Umano! Ogni pratica d’efferatezza passata, quale terribile essa sia, non potrà mai arrivare a tanta crudeltà e ferocia! Non esiste in natura un paragone simile cui poter accomunare una pratica di uguale uccisione! I congegni e i dispositivi adottati dagli addetti alla macellazione sono il risultato di anni di studio e sperimentazione. Essi sono utili a determinare la massima resa con il minimo sforzo, ovvero il massimo profitto con il minimo investimento. Sono queste le rigide regole del capitalismo moderno, regole che hanno permesso all’industria dei fast food di inserire nei loro preparati alimentari il 15% di scarti di macellazione altamente inquinati da feci ed urine, porzioni di organi soggetti a sterilizzazione forzata tramite idrossido d’ammonio…una sostanza chimica letale per la salute Umana! Esistono indagini e condanne penali a danno di grossi brand alimentari che per anni hanno ingannato i consumatori e deturpato ogni ragionevole considerazione in materia alimentare.

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Eppure nonostante tutto questo scempio si continua a diffondere una squilibrata concezione del cibo, proveniente solo ed esclusivamente da tecniche industriali contrarie ad ogni etica e salvaguardia. Se riflettiamo poi sulle orrende pratiche ereditate proprio dagli inventori del cibo spazzatura, viene facile concepire come sia plausibile un rifiuto totale da tutto ciò che rappresenta la produzione di carne e derivati. L’accanimento con cui gli strateghi del marketing inducono i consumatori a prediligere i loro prodotti…è a dir poco terribile. La dipendenza associata a questi spot geniali costituisce il successo dei fast food, e di ogni relativo indotto. La bibita zuccherata più famosa al mondo è, per esempio, un alleato solido delle grandi catene dai tratti allegorici.

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I gadgets invitanti, l’ambiente (simil) confortevole, il personale (all’apparenza) accomodante, ed ogni strategia mirata alla fidelizzazione dei clienti…fanno il resto! Tutto ciò avviene nelle abitudini di ogni famiglia presumibilmente perbene. Le prime vittime sono proprio i destinatari finali di queste squallide ed ipocrite politiche commerciali: i bambini! I bambini che assumono quotidianamente concentrazioni di sostanze tossiche, prediligono un cibo malsano, rifiutano l’etica verso la nutrizione, e spesso non sanno neanche da dove proviene il cibo che mangiano. L’empatia e il rispetto verso gli Animali lascia il posto a banalità pregiudiziali, come per esempio che gli stessi siano nati per essere uccisi e sfruttati a proprio piacimento…ovvero la mera soddisfazione di un appagamento personale prettamente egoista. Ecco perchè i principali luoghi d’intrattenimento quali zoo e circhi hanno come scopo principale l’ottenimento di una distorta consapevolezza della vita Animale, una sorta di isola felice, un esistenza priva di libertà proprio perchè soggiogata da concezioni di dominio. La classica gabbietta o boccia o cuccia per gli Animali “da cortile o appartamento” costituisce il macabro simbolo di questa società totalmente contraddittoria e piena di dissonanze cognitive difficili da estirpare, proprio perchè facenti parte di abitudini assai comuni e radicate negli usi sociali.

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Foto in basso di Banksy

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Le origini e le virtù del cacao


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Con questo articolo si inizia un percorso alla ricerca di alimenti buoni e sani, ricchi di nutrienti naturali e indispensabili per una buona salute.  Innanzitutto è giusto prediligere prodotti alimentari provenienti da colture biologiche e locali, meglio se non appartenenti a grossi brand corporativi. Questo per ridurre al minimo le contaminazioni da agenti esterni (ogm, pesticidi ecc.), utilizzati molto spesso per aumentare le rese (e quindi i fatturati tipici di un capitalismo moderno), per impedire la deforestazione (purtroppo usuale), e soprattutto per agevolare le piccole realtà produttive. Scegliere alimenti privi di queste logiche opportuniste è la chiave di successo per combattere la speculazione mondiale ad opera di grandi aziende che non hanno nessuna tutela verso il benessere dei consumatori, figuriamoci dei propri lavoratori. Spesso utilizzano specifiche ed astute strategie di marketing per agevolare i loro loschi profitti. A volte però per poter attingere determinate materie prime è necessario scendere a dei compromessi, a volte rischiosi e difficili da accettare. Molti di questi ingredienti infatti (come il cacao) provengono da particolari paesi che sono idonei alla loro coltivazione proprio grazie al clima e alla morfologia del terreno. La maggior parte di queste produzioni sono in mano a grandi industriali che cedono la manodopera a piccole cooperative locali, spesso a conduzione familiare, proprio per garantire costi bassi e grandi ricavi. Lo sfruttamento è praticamente dietro l’angolo, anche se gli stessi investitori garantiscono nei loro statuti massimo rispetto della legge. Nella realtà molte volte non è così…ecco perchè è sempre opportuno indagare e punire i criminali, troppe volte autorizzati da silenzio ed opportunismo.

Questa particolare divulgazione si aggiunge a “Alimentazione e salute” già presente su questo blog, ampliandola ed integrandola. Gli spunti di lettura e riflessione potranno essere prelevati da altre fonti opportunamente citate a fondo testo.

 

Origine della pianta:

“L’albero del cacao (Theobroma cacao) cresce nelle zone umide e calde della fascia equatoriale, compresa tra le latitudini 10°N e 10°S dall’equatore. La sua provenienza non è stata identificata con esattezza, ma si sa che le origini di quest’albero vanno ricercate nelle regioni tropicali del Venezuela, dell’Honduras e del Messico. Alcuni ritengono che l’albero provenga originariamente dalla foresta pluviale del Brasile, altri dal Messico, ma le prove scientifiche tendono ad indicare la valle del fiume Ulúa come la vera culla del cacao e del cioccolato. Oggi però il cacao viene coltivato con cura e passione in piantagioni presenti in tutto il mondo (ma sempre all’interno della fascia equatoriale): in Africa, in Asia e in America Latina. Oggi, l’Africa è il maggior fornitore di cacao: qui viene coltivato il 75% della produzione mondiale. Per le piccole fattorie presenti nelle decine di migliaia di villaggi africani, la coltivazione del cacao rappresenta un’importante fonte di reddito. 

Bacche di cacaoalbero del cacao

 

Coltivazione:

L’ambiente perfetto per l’albero del cacao si trova al caldo delle foreste equatoriali. I giovani alberi di cacao crescono solo a temperature tropicali sotto l’ombra protettiva di altre piante ad alto fusto, come ad esempio banani o palme. I raggi del sole cocente e i venti impetuosi sono spietati nemici di questo albero così fragile. A partire dal quinto o sesto anno di vita, gli alberi di cacao iniziano a produrre frutti e a svolgere pienamente il proprio ruolo economico all’interno delle numerose piantagioni. Tuttavia, la vita utile dell’albero del cacao è di soli 25 anni, trascorsi i quali è necessario sostituirli con piante più giovani. Dopo sei mesi le cabosse sono giunte a maturazione e, da verdi, hanno assunto una colorazione giallo-arancio. Con grande cautela per non danneggiare i rami, le bacche vengono raccolte dai lavoratori della piantagione, e lasciate maturare per qualche altro giorno dopo la raccolta. La buccia esterna viene incisa con un lungo coltello e con un movimento ben preciso, senza tagliare le fave. Tutto ciò avviene due volte all’anno.

aprire una bacca di cacaofermentazione del cacao

 

Raccolta e distribuzione:

A questo punto, la polpa contenente i preziosi semi di cacao viene rimossa dalla bacca e raccolta in grandi cesti.
Poi, i semi vengono coperti con foglie di banano e lasciati sul terreno o su dei vassoi a fermentare per un periodo che va da cinque a sette giorni, a seconda del tipo. Dopo la fermentazione, vengono sparpagliate sul terreno e lasciate ad essiccare al sole per circa sei giorni. Le fave vengono regolarmente capovolte per fare in modo che trattengano solo una minima parte del loro contenuto di acqua (± 3%). La fase di essiccazione è fondamentale per interrompere la fermentazione, ma anche per ragioni di stoccaggio. Una volta essiccate, i coltivatori di cacao portano il loro prezioso raccolto a un centro di smistamento, in cui le fave vengono classificate. Per ogni agricoltore viene aperto in due un campione di 100 fave, il cui contenuto viene classificato per attribuire al lotto di cui fanno parte un codice di qualità. Quindi le fave vengono pesate e suddivise in sacchi di iuta di 50-60 kg, che successivamente vengono sigillati per garantire la provenienza e la qualità del loro contenuto.

 

Qui di seguito alcune foto che dovrebbero rappresentare il benessere acquisito:

“Il programma ha cambiato il mio reddito e la mia vita. Ora posso fare tanto di più.”

Claude Boni Seka – coltivatore di cacao

“Ha cambiato la mia situazione finanziaria. Il reddito del cacao mi ha aiutato a costruire una casa per la mia famiglia.”

Vincent Anon Beda – coltivatore di cacao

 

Note caratteristiche:

Fin dall’antichità il cacao è stato considerato un prodotto della natura di enorme valore, tanto che i Maya e gli Aztechi lo definirono “il cibo degli dei”, viste le sue peculiarità nutrizionali e i suoi effetti sull’organismo. Da questa pianta, è possibile ricavare
sia una polvere ricca di alcaloidi (per questo classificabile come droga) e carboidrati, che
una frazione lipidica nota come burro di cacao; in base alle tempistiche di fermentazione, il prodotto derivante sarà più o meno ricco di particolarità organolettiche. Se maggiormente fermentato, viene destinato all’uso alimentare, altrimenti ad uso cosmetico. La polvere di cacao contiene naturalmente alcaloidi, come la caffeina e la teobromina (appartenenti al gruppo delle sostanze nervine), aventi entrambi proprietà stimolanti; al contempo
contiene un numero elevato di fitocomposti, come i polifenoli e i tannini, ad elevata proprietà antiossidante, e altre sostanze: proteine, carboidrati, grassi, vitamine
(in particolar modo del gruppo B), minerali come ferro (14,3 mg/100 g), calcio, potassio, fosforo, zinco; anandamide e tetraisochinoline. Proprio grazie a queste sostanze nutritive e al loro ruolo biologico positivo, il cioccolato, in particolar modo quello fondente (quello che contiene la proporzione più elevata di cacao), è considerato un “cibo funzionale”, con caratteristiche toniche, stimolanti e “antidepressive”, dimostrandosi adatto anche agli atleti e ai soggetti astenici. Al cacao sono state attribuite inoltre proprietà lievemente
diuretiche, astringenti, broncodilatatrici, cardiotoniche e vasodilatatrici: un cucchiaino di
cacao al giorno aiuta a mantenere e migliorare la funzionalità arteriosa. Da non dimenticare che il cacao e i suoi derivati sono sconsigliati in caso di ernia iatale e possono essere responsabili di reazioni allergiche e di cefalee o emicranie, ragion per cui se ne consiglia un
consumo moderato.”

 

 

Fonte www.scienzavegetariana.it – info@scienzavegetariana.it – Callebaut, coltivazione del cacao

I bambini non sono Topi


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di Marina Berati, settembre 2016

“Mi è capitato di leggere un comunicato stampa inviato ad agosto dall’AREA Science Park, un enorme complesso che si trova a Trieste (e in parte a Gorizia) all’interno del quale risiedono molte aziende tecnologiche e centri di ricerca e sviluppo.

Il comunicato si intitolava Obesità infantile: progressione delle patologie epatiche più veloce nell’età pediatrica e nei maschi per cui mi sono detta “Bene, hanno condotto delle ricerche epidemiologiche per studiare il problema, sempre più enorme, dell’obesità infantile… chissà che diano qualche consiglio utile al fine di far consumare meno cibi animali e più cibi vegetali.”

No, nulla di tutto questo: continuando la lettura, capisco di trovarmi davanti invece all’ennesimo inutile esperimento su animali, stavolta compiuto dai ricercatori della Fondazione Italiana Fegato (che fa appunto parte dell’area di ricerca) e pubblicato sulla rivista PLoS ONE lo scorso luglio.

“Ma non si parlava di obesità infantile? Di età pediatrica?”, mi chiedo. Ah, certo, perché hanno usato cuccioli di topo anziché topi adulti! Quindi, i risultati di un esperimento sui cuccioli di topo alimentati con una dieta ricca di grassi e zuccheri vengono presentati come un’indagine su “cosa accade al fegato quando in età pediatrica prevale una dieta a base di junk food – il cibo spazzatura – e di zuccheri”, per evidenziare come la steatosi epatica e la steatoepatite abbiano una “progressione più veloce nell’età pediatrica e nei maschi”.

Diciamo invece le cose come stanno: queste patologie, nei topi cuccioli maschi alimentati con una dieta artificiale piena di grassi hanno una progressione più veloce che nei topi cuccioli femmina e in quelli adulti. Stop. Da questo non si può desumere affatto che lo stesso valga nei bambini (se davvero vale, lo si può sapere solo ricavandolo da studi realistici, non sui topi) e soprattutto non si può presentare il risultato dello studio come un fatto valido per l’età pediatrica.

Studi inutili

L’obesità infantile è una questione seria: che si studino gli innumerevoli casi esistenti, non serve far ammalare apposta dei topi e poi ucciderli.

Non serve per 2 motivi:

1. perché i bambini non sono topi, quindi quello che si ricava dai topi non ci dice nulla di quello che accade sui bambini, così come non ci direbbe quello che accade sui gatti o sui cani;

2. perché di bambini che soffrono di questo problema ce ne sono già tantissimi: si studi l’alimentazione di questi bambini e si operino delle correlazioni sui dati, unendoli ai tanti già noti sulla nutrizione e sui danni dei grassi, specie quelli di origine animali. Questo sì sarebbe davvero utile! E’ molto più oneroso? Certo, rispetto a studiare 70 topi per 4 mesi è estremamente più oneroso, ma in un caso si ottengono dati applicabili e utilizzabili, nell’altro si ottengono informazioni senza utilità – se non quella di vedersi un articolo pubblicato! -, dato che non abbiamo il problema di contrastare un’epidemia di obesità nei topi.

Ancora più grave la conclusione dell’articolo, che promette ulteriore vivisezione e ulteriore spreco di vite, risorse e tempo: “Considerando che l’obesità infantile è in esplosione anche da noi e che il danno al fegato da sindrome metabolica diventerà nei prossimi anni la principale causa di trapianto di fegato, il modello sarà un’ottima piattaforma per studiare i meccanismi che portano al danno, capire le differenze maschio/femmina e testare farmaci e nuovi approcci diagnostici”.

Non è proprio quello di cui abbiamo bisogno: abbiamo bisogno di prevenire queste malattie nei bambini con la corretta nutrizione, e quindi con l’informazione verso i genitori, i quali, senza saperlo, danneggiano i propri figli e li avviano a una morte precoce o a malattie croniche.

D’altro canto, lo afferma lo stesso Ufficio Stampa dell’AREA Science Park, nello stesso articolo “anche un recente report pubblicato dall’Oms Europa richiama l’attenzione proprio sulla necessità di migliorare la nutrizione materna e quella del primo periodo di vita del bambino con l’obiettivo di diminuire il rischio di malattie croniche, inclusa l’obesità”. Esatto, questo dobbiamo fare, informare e far cambiare abitudini, non compiere inutili esperimenti sui topi!

Gli animali “sacrificati” nello studio

Nello studio in oggetto, pubblicato sulla rivista PLoS ONE a luglio, possiamo trovare altri tristi dettagli:

  • sono stati usati 37 cuccioli di topo maschi e 37 femmine, acquistati dagli allevamento Harlan, sottoposti a una dieta ad alto contenuto di grassi e zuccheri (fruttosio nell’acqua da bere); una parte dei topi veniva nutrita normalmente, in modo che fungessero da “gruppo di controllo”; 
  • tutti quelli nutriti con la dieta ad alto contenuto di grassi e zuccheri hanno sviluppato steatosi dopo 8 settimane e molti fibrosi epatica dopo 16 settimane;
  • ogni 4 settimane venivano “sacrificati” alcuni animali e prelevati tessuti e sangue direttamente dal cuore: i vivisettori raramente parlano di uccisione, chiamano sempre “sacrificio” l’atto di uccidere gli animali che usano, nemmeno fossero dei sacerdoti antichi che offrivano animali sugli altari dei loro dei;
  • a fine esperimento sono stati uccisi tutti.

(Fonte: Veronica Marin, Natalia Rosso, Matteo Dal Ben, Alan Raseni, Manuela Boschelle, Cristina Degrassi, Ivana Nemeckova, Petr Nachtigal, Claudio Avellini, Claudio Tiribelli, Silvia Gazzin, An Animal Model for the Juvenile Non-Alcoholic Fatty Liver Disease and Non-Alcoholic Steatohepatitis, PLosONE, http://dx.doi.org/10.1371/journal.pone.0158817)

Nell’articolo gli sperimentatori ci tengono a dire che le procedure di legge sono state tutte rispettate e che il “massimo sforzo” è stato fatto per ridurre il numero di animali usati e la loro sofferenza. Sempre a discrezione degli stessi sperimentatori, naturalmente.

Il vero “sforzo” che servirebbe, però, è quello di eliminare per sempre questo genere di esperimenti: non è di studi su animali che abbiamo bisogno per progredire nella conoscenza della medicina e della biologia. Abbiamo bisogno di studi rilevanti per la specie umana. Non abbiamo bisogno di “sacrifici” animali come nelle antiche religioni, non li vogliamo e non li accettiamo: abbiamo bisogno di scienza moderna e affidabile, fonte di progresso e non di sofferenza e morte.”

 

Original post I bambini non sono topi: basta con la vivisezione!

Il termine “vivisezione” continuerà a far parte del nostro vocabolario


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Da Veganzetta.org:

“Numerose testate giornalistiche hanno di recente divulgato la notizia che in seguito a una sentenza della terza sezione civile della corte di Cassazione, dare del “vivisettore” a chi pratica esperimenti sugli Animali è un reato.
La sentenza in questione riguarda un processo civile intentato (molti anni fa) contro un’attivista animalista responsabile del sito web della campagna antivivisezionista NoRBM (conclusa nel 2004) che avrebbe – secondo l’accusa – diffamato il personale dell’azienda RBM, che si trova vicino a Ivrea (Torino) e che nei suoi laboratori compie esperimenti su Animali.
Qualora tale notizia fosse stata vera, per quanto riguarda l’attivismo antispecista nulla sarebbe cambiato, il punto è che essa non risulta nemmeno fondata – come è stato illustrato nel comunicato pubblicato su AgireOra Network –, è giusto pertanto smascherare l’ennesima menzogna divulgata dai media mainstream per arrecare danno alla lotta per la liberazione animale.
Per tale motivo di seguito riportiamo, per completezza d’informazione, alcune considerazioni di Carlo Prisco, avvocato e attivista animalista.


La sentenza numero 14694/2016 della terza sezione civile della corte di Cassazione è stata recentemente oggetto di molte diatribe, nonché di evidenti strumentalizzazioni.
In particolare si è cercato di affermare il principio che dare a qualcuno del “vivisettore” configuri il reato di diffamazione. Che questa interpretazione non sia corretta lo suggerisce il fatto che a occuparsene sia stata proprio la Cassazione civile anziché quella penale.
Ma allora di che cosa si è occupata questa pronuncia? Com’è implicito nel fatto che si tratti di una sezione civile, oggetto del contendere era la responsabilità risarcitoria e non quella penale.
Dunque si potrebbe già concludere non soltanto che “dare del vivisettore” a qualcuno non sia reato, ma addirittura che ciò sia talmente evidente da non dover neppure richiedere un processo per accertarlo.
A questo punto ci si potrebbe domandare come mai chi effettua la sperimentazione sugli Animali sia tanto interessato ad affermare il concetto che il termine “vivisettore” vada bandito dal vocabolario, addirittura invocando la legge o arrivando a travisare pronunce giurisprudenziali per tale finalità.
L’enciclopedia Treccani definisce la vivisezione come: “Atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale, privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare l’attività didattica o l’addestramento a particolari tecniche chirurgiche, o, più raramente, a fornire responsi diagnostici”.
È chiaro che qualsiasi atto operatorio compiuto su un Animale vivo rientra a pieno titolo nella definizione; ma i fautori di tale pratica, focalizzando l’attenzione sulla variabilità degli esperimenti possibili, rivendicano la necessità di utilizzare l’espressione “sperimentazione animale” per motivi di precisione terminologica. A conforto di queste posizioni s’invoca il disuso in ambito scientifico dell’espressione “vivisezione”, che sarebbe invece deliberatamente dispregiativa.
Pensando al fenomeno dell’inflazione terminologica: qualunque categoria contraddistinta da un termine, con il tempo, finisce progressivamente e inevitabilmente per sentirsene etichettata, e dunque esso verrà sistematicamente soppiantato da uno nuovo.
Un esempio su tutti: soltanto negli anni ‘80 era considerato normale definire “handycappato” un Umano portatore di un’invalidità, mentre poi è stato considerato dispregiativo e soppiantato dal termine “disabile”, che a sua volta è progressivamente diventato dispregiativo ed è stato sostituito dall’espressione “diversamente abile”.
Insomma, l’intera battaglia degli sperimentatori/vivisettori sembrerebbe di donchisciottiana memoria, tanto che viene da domandarsi: cui prodest?
Forse che, una volta abbandonata l’espressione “vivisezione” a favore di “sperimentazione animale”, questa non diverrà a sua volta dispregiativa per via di ciò che viene fatto agli Animali?
Perché allora condurre una simile crociata? Forse perché il termine “vivisezione” concentra l’attenzione sull’atto e sulla vittima, mentre “sperimentazione” evoca un’attività di per sé asettica e focalizza semmai sullo scopo. Come a dire: chi “seziona Animali vivi” non sembra attirare su di sé le simpatie popolari, mentre uno “sperimentatore” può più facilmente assurgere a paladino della società. Società che, come gli scienziati sanno bene, è in gran parte contraria alla vivisezione, ma che – come questi hanno cercato di dimostrare – è assai più incline ad avallarne l’operato, se “correttamente informata”.
Uno degli argomenti che è stato rappresentato dagli sperimentatori/vivisettori, è appunto questo: l’elevata percentuale di dissenso sociale verso tali pratiche, sarebbe frutto della manipolazione mediatica da parte degli animalisti e del ricorso a concetti come quello di vivisezione. E il “metodo scientifico” adoperato per confermare quanto sopra consiste nell’”informare” l’opinione pubblica, fornendo una visione del tutto soggettiva, volta a dimostrare che:

1) gli Animali non soffrono,
2) gli sperimentatori lavorano in nome d’interessi altruistici e idealistici,
3) tali pratiche sono necessarie e non surrogabili.

Ecco dunque che s’impugnano le armi contro i mulini a vento della vivisezione: nella consapevolezza che ciò che viene fatto veramente (operare Animali vivi) evochi tale repulsione da dover “distrarre” l’attenzione del pubblico con pratiche degne dei migliori illusionisti, sicché, mentre la gente “guarda” al nobile scienziato che guida il progresso morale e materiale dei popoli, con il cuore grondante sangue per l’inevitabile sacrificio degli Animali, il tavolo operatorio dove le vittime inermi giacciono venga coperto dall’oblio.
Finché la pratica di usare per scopi scientifici Animali vivi non cesserà il termine “vivisezione”, anche nella sua accezione di base e più letterale, sarà perfettamente calzante alle pratiche “scientifiche” odierne, mentre, nella sua accezione estesa continuerà a esserlo fino a quando verranno causate privazione di libertà, sofferenza e morte.
Questo caso, in conclusione, rappresenta una cartina al tornasole di ciò che gli sperimentatori/vivisettori vorrebbero che fosse, cioè un bavaglio all’espressione stigmatizzata, e di ciò che è, cioè una pratica tuttora invalsa e una definizione di uso comune per fare genericamente riferimento all’uso di Animali per fini sperimentali.”

Carlo Prisco

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Original post Il termine “vivisezione” continuerà a far parte del nostro vocabolario

 

Il metodo è sempre lo stesso: si cerca di indurre nell’opinione pubblica una sorta di giustificazione alle pratiche di sfruttamento animale. Si utlizzano degli eufemismi atti ad attenuare l’asprezza di un concetto sostituendo al vocabolo una perifrasi o un altra parola meno cruda…ovvero deve risuonare bene, parlar bene, dir bene. Una specie di retorica ben studiata a priori, o successivamente per “riparare” il danno inflitto alla coscienza Umana. Un classico esempio è riportato nell’articolo: handicappato, specifica descrizione di chi è affetto da menomazione fisica o psichica. Essa è ancora in vigore ma usualmente svanita per tutti i preconcetti consequenziali dovuti ad un cattivo utilizzo della stessa spesso in modo offensivo e denigratorio. Nell’epoca più gloriosa dell’informazione, della condivisione, della divulgazione la terminologia è utilizzata anche tramite link, hashtag o citazioni brevi in cui si racchiude un significato riassuntivo dell’argomento trattato. Quindi si può concepire facilmente come essa sia molto fondamentale nel linguaggio moderno. In questo caso specifico da parte degli addetti ai lavori si preferisce sostituire il termine “vivisezione”, così tanto evidente e limpido data la sua tematica particolare, con il più neutro e distaccato “sperimentazione animale”. Gli esempi in archivio sono innumerevoli: per esempio si utlizza “eutanasia” per definire letteralmente “bene (buona) morte” , o “pena capitale” per autorizzare la morte di un detenuto, o “cacciagione” l’insieme degli Animali da cacciare o uccisi a caccia, o addirittura “soluzione finale” (in tedesco “endlösung der judenfrage) adottata dai nazisti per sterminare infine gli ebrei detenuti nei lager. Questa eufemia serviva da una parte a mimetizzare il genocidio verso l’esterno, dall’altra per una giustificazione ideologica, come se davvero si risolvesse un problema di portata mondiale.
Insomma si può dialogare infinitamente su come spesso una parola magistralmente mistificata nasconda invece tutta l’amarezza e la crudeltà inflitta a vittime innocenti. Meglio così quindi che una volta tanto le istituzioni si schierino dalla parte giusta affermando con una sentenza che la vivisezione può essere ancora considerata pratica d’uccisione animale a scopo scientifico.

 

I bambini di cui nessuno parla


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“A pagare le conseguenze sono soprattutto loro: i bambini siriani, vittime innocenti di una guerra crudele e senza fine. Costretti a vivere tra le macerie, senza cibo e senza acqua per intere giornate, le loro sono storie di un’infanzia negata e di un futuro incerto. Perché tutti si commuovono davanti ai loro grandi occhi tristi, ma nessuno Stato, ad oggi, ha messo in campo strategie risolutive per arginare una situazione ormai alla deriva. Negli ultimi giorni, la coalizione Usa ha bombardato i dintorni della città di Manbij, a 80km da Aleppo. E secondo l’Unicef sarebbero almeno 20 i bambini rimasti uccisi, un numero destinato a crescere in un conflitto che, in cinque anni, ha provocato la morte di oltre 470mila persone. Perché nessuno parla di questi bambini? La notizia è stata data da pochissimi organi di informazione, mentre ieri in tanti hanno pubblicato l’appello dei piccoli siriani che, con i disegni dei Pokemon in mano, chiedevano a tutta la comunità internazionale di essere trovati e salvati. Il profilo da cui sono state pubblicate è quello dell’organo di comunicazione delle forze rivoluzionarie siriane. Una richiesta d’aiuto per attirare l’attenzione sulle vittime della guerra. Secondo l’Unicef, i bambini da salvare dallo scontro in Siria sono almeno 35mila. Sono intrappolati nei pressi del confine turco e vittime innocenti di una battaglia per il controllo della città, assediata dalle milizie curde supportate dai raid aerei della coalizione internazionale. Solo nell’ultimo mese e mezzo, per il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, sarebbero 2300 i civili morti e scambiati erroneamente per terroristi dell’Isis. Tra loro ci sono donne e bambini che vivono ogni giorno nella paura, senza cibo e senza acqua.

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L’allarme lanciato dall’Unicef, infatti, non riguarda solo le vittime dirette, ma anche quelle indirette: tutte quelle persone che muoiono per eventi traumatici legati ai bombardamenti o agli scontri tra milizie. Il numero esatto delle vittime viene difficilmente alla luce, dato che molti spesso rimangono sepolti sotto le macerie delle case di argilla e mattoni.”

“Siamo probabilmente di fronte alla più ingente perdita di vite umane in un’operazione della coalizione Usa in Siria. Occorre un’indagine immediata, indipendente e trasparente per determinare cosa è accaduto e chi sono i responsabili, affinché questi ultimi siano sottoposti a processo e le famiglie delle vittime ottengano pieno risarcimento. È inoltre indispensabile che la coalizione a guida Usa raddoppi gli sforzi per evitare ulteriori perdite di vite umane”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

“Amnesty International sta riesaminando tutte le informazioni disponibili su decine di attacchi attribuiti alla coalizione a guida Usa da questa sempre smentiti nei quali sarebbero stati uccisi numerosi civili. Ciò che è purtroppo certo è che da quando nel settembre 2014 la coalizione a guida Usa ha avviato le sue operazioni militari in Siria, gli attacchi aerei hanno ucciso centinaia di civili”.

 

Original post La strage dei bambini siriani di cui nessuno parla