La grande Menzogna


Ciò che non viene mai detto ed enunciato riguarda sempre e in ogni caso verità nascoste, loschi profitti, occultamenti strategici e macabri obiettivi. E’ così da sempre ed è così anche per lo sfruttamento animale, parte integrante del prodotto interno lordo di una nazione che deve produrre per stimolare la Crescita smisurata di un economia psicotica. Benessere opportunista di un presente altamente mercificante in cui la società dei consumi decide a priori (tramite abili mosse di marketing e giornalismo) cosa è giusto acquistare da cosa non lo è, cosa è di diritto sapere da cosa non lo è, cosa è logicamente reale e fisicamente presente rispetto ad una verità mistificata e a tratti nascosta…forse solo per incentivare il complottismo tanto sbeffeggiato. Mi viene il mente la tragedia dell’11 settembre 2001 in cui morirono tragicamente migliaia di persone e dove, nonostante innumerevoli prove identificarono quel terribile giorno come un macabro ed effimero auto-attentato utile a logiche di profitto opportunista (incluse politiche d’egemonia espansionistiche), tutto viene messo a tacere come se non fosse mai accaduto. Figuriamoci quindi se “poche” centinaia di migliaia di poveri Animali, sotto terribili sofferenze e nell’indifferenza più assoluta, vengono enunciate come vittime innocenti.  Viviamo nell’epoca più gloriosa dell’informazione, eppure l’ignoranza e la presunzione di non voler sapere e capire prende il sopravvento rispetto invece ad una più plausibile compassione verso esseri indifesi ed innocenti. Le bramose logiche di profitto verranno sempre messe al primo posto per difendere l’egocentrismo di chi vuole e pretende imporre un consumismo falso ed ipocrita, non indice di benessere dunque ma di morte e sofferenza.

 

Il crollo della Torre Sud (WTC2)

11.09.01

11.09.2001: dopo il crollo colonne d’acciaio si disintegrano in polvere!

Grande pezzi di acciaio si trasformano in polvere a mezz’aria senza raggiungere il terreno!

Qui sotto in tre foto si vede il Ground Zero

Le Torri erano alte 410 metri! Dove sono le copiose macerie?

 

La natura puramente specista dell’essere Umano molto facilmente si lascia convincere e coinvolgere in azioni assolutamente personali e quindi egoiste. E’ un mistero perchè ciò che accada, ma forse è da ricercare nella mente stessa, capace di effettuare atroci comportamenti. La mente Umana è capace di cose meravigliose…ma anche di tante crudeltà. Non siamo ancora essere progrediti se commettiamo atroci delitti.

 

Notizie, fonti e riferimenti:

Where did the towers go?

Dr. Judy Wood (ricercatrice e specialista in ingegneria meccanica)

“I testimoni di Judy”

Foto dal web

 

Benessere maledetto


Dal sito Coop Italia:

“Coop rispetta gli animali d’allevamento. Il benessere degli animali significa anche benessere delle persone e dell’ambiente. Da anni Coop è la catena della grande distribuzione, in Italia, più sensibile ai temi del benessere animale. Lo dimostrano gli interventi concreti messi in atto. Per un numero sempre maggiore di persone, salute e tutela degli animali da allevamento sono elementi ormai irrinunciabili. Noi di Coop condividiamo la stessa prospettiva: ormai da tempo la nostra politica è all’avanguardia sul benessere degli animali. Riteniamo corretto garantire una giusta dignità agli animali nel rispetto delle cinque libertà definite dalla convenzione europea della protezione degli animali. Il benessere animale è un tema fondante della nostra politica, costantemente presidiato: da anni collaboriamo con organizzazioni che si occupano di benessere animale come LAV e CIWF (Compassion In World Farming), per sviluppare nuovi criteri e azioni volti a migliorare la qualità di vita degli animali su larga scala.”

 

La politica opportunista di una grande azienda alimentare, utile a garantire il profitto e il proseguo dello sfruttamento. Nello spot non si parla delle condizioni di nascita e concepimento, non si parla dei metodi d’uccisione, non si parla dello sterminio dei Pulcini maschi. Si evidenzia solo un immagine falsa ed ipocrita, indispensabile ed essenziale per convincere i consumatori verso acquisti più duraturi. Il benessere animale ormai è entrato a far parte delle discussioni quotidiane, ovvero un altra abile mossa pubblicitaria per garantire il profitto e sostenere l’industria della carne. Era prevedibile e nulla è stato fatto per impedirlo. Di questo siamo responsabili anche noi…un mea culpa è assolutamente doveroso, soprattutto perchè ci aspettano altri lunghi anni di dura lotta.

No vax!


Di Patrizia Miotti:

 

 

Un importante testimonianza su un tema attuale molto controverso e che deve essere dibattuto!

La Corte di Giustizia Europea, il latte vegetale e i “no vegan”


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Da Campagne per gli Animali:

I fatti:

La Corte di Giustizia Europea di recente si è espressa mediante una sentenza in cui si dichiara che non è legittimo utilizzare termini quali “latte”, “burro”, “formaggio”, “yogurt” eccetera nella denominazione di prodotti che non contengano ingredienti di derivazione animale, come per esempio i prodotti cosiddetti vegani.
La sentenza della Corte di Giustizia Europea scaturisce in risposta ad un’azione legale promossa dall’associazione tedesca di tutela della concorrenza Verband Sozialer Wettbewerb contro un’azienda alimentare tedesca (la TofuTown) che produce prodotti di origine vegetale commercializzati come «Soyatoo burro di tofu», «formaggio vegetale», «Veggie-Cheese», «Cream» e altre denominazioni simili.
Nella pratica ciò significa che nei Paesi aderenti all’Unione Europea non sarà più possibile commercializzare prodotti alimentari con diciture del tipo “latte di soia” o similari, diverrà pertanto necessario trovare altre denominazioni. Quindi per esempio niente più cappuccino con latte di soia.

La notizia della sentenza è stata preceduta in Italia dalla pubblicazione di un’analisi della Coldiretti dal titolo “Il popolo dei No Vegan“, in cui si afferma che il 95% dei cittadini italiani non è vegan, anzi è no vegan. nella pubblicazione di denuncia inoltre che tale “popolo dei No Vegan” mangia carne “nonostante le fake news, gli allarmismi infondati, le provocazioni e le campagne diffamatorie che hanno determinato purtroppo anche il moltiplicarsi di preoccupanti casi di malnutrizione tra i più piccoli“.

L’analisi:

Al netto delle solite posizioni faziose di numerosi esponenti della carta stampata, la pronuncia della Corte pare essere meramente un provvedimento di ordine normativo atto alla regolamentazione (leggasi normalizzazione) dei prodotti di origine vegetale (sempre più presenti nella Grande Distribuzione Organizzata), e non invece un tentativo di tutelare gli interessi della lobby del comparto zootecnico e caseario, comparti che negli ultimi anni stanno subendo considerevoli colpi a causa del calo della domanda di prodotti derivanti dallo sfruttamento degli Animali.
Per chi abbraccia la filosofia vegana (che ancora una volta è giusto ricordare che ha un’origine etica), tale notizia dovrebbe rappresentare un elemento positivo. Il cibo vegetale non ha nulla a che fare con le sofferenze a cui gli Animali vengono sottoposti per essere trasformati in “prodotti”, pertanto non dovrebbe richiamare né nel nome, né nell’aspetto, né tantomeno nel gusto il cibo carneo.
Una corretta alimentazione a base vegetale non dovrebbe avere bisogno di rifarsi a quella carnea, o scontare alcun rapporto di sudditanza proponendo dei succedanei, anzi dovrebbe tendere a prenderne il più possibile le distanze per promuovere un nuovo concetto di alimentazione sositutivo. L’uso di denominazioni come “latte”, “burro”, “formaggio” e similari per i prodotti vegetali ha solo ed esclusivamente una motivazione commerciale e di marketing (come lo sono in egual misura le diciture “vegan” apposte sulle confezioni dei prodotti più disparati, anche su quelli palesemente di origine evegetale): motivazioni che non interessano nella maniera più assoluta la pratica veganismo etico.

In riferimento all’analisi della Coldiretti, si può affermare che trattasi di una non notizia, che denota solamente una grande preoccupazione per l’andamento del mercato della carne in questi anni (la stessa Coldiretti afferma “nel primo trimestre del 2017 i consumi di carne sono calati del 3,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente“), e inoltre una totale inettitudine dal punto di vista della comunicazione. L’analisi di cui sopra infatti afferma:

1) Dato che una certa percentuale di cittadini italiani si definisce vagan, significa che la restante percentuale non è vegan.
2) Chi si nutre anche di cibo di origine animale, da oggi non è più un onnivoro, ma un “No Vegan”, che si oppone quindi al veganismo.

Il primo punto riguarda un’ovvietà sconcertante che ha l’unico scopo di evidenziare che solo il 5% della popolazione umana in Italia è vegan (dalle statistiche Eurispes 2017 pare però si tratti del 3%, quindi la Condiretti ha sbagliato pure a riportare le cifre), mentre ben il 95% restante cdi conseguenza non lo è, come a dire che il “fenomeno vegan” è stato abbondantemente sovrastimato. La stessa iniziativa della Coldiretti però, sta a testimoniare come nella realtà da parte di chi lucra sfruttando gli Animali ci sia molta apprensione per ciò che sta accadendo.
Il secondo punto è una sorta di involontario regalo pubblicitario al veganismo come fenomeno sociale, perché Coldiretti illustra una situazione italiana che non esiste: una società civile polarizzata in cui una massa enorme di persone umane è raccolta in una improbabile fazione denominata “No Vegan” nel tentativo di “resistere” al veganismo commerciale emergente e alle sue fake news. In un solo colpo l’intera popolazione umana italiana è stata fantasiosamente divisa in “Vegan” e “No Vegan”, con il solo risultato che in ogni caso ciò che si intende contrastare viene preso come esclusivo metro di giudizio: si parla (dimostrando di non conoscerlo affatto) del veganismo, riducendo chi non è vegan a un soggetto che, in quanto tale, deve per forza essere contrario opponendo una sorta di resistenza attiva (vedasi l’esilarante l’hashtag #NoVeganAllaRiscossa). L’analisi puerile che fa Condiretti ignora totalmente l’enorme diversità di posizioni che vi possono essere tra chi non è vegan (e che non ha nessun bisogno di affermarlo) e anche tra chi si dichiara tale, ma lo è – a torto o a ragione – per motivazioni molto diverse. Le due fazioni in stile Montecchi e Capuleti sul veganismo paventate dalla Coldiretti, pertanto hanno come unico risultato quello di dare ulteriore visibilità al veganismo stesso sempre più al centro dell’attenzione mediatica.”

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Original post La Corte di Giustizia Europea, il latte vegetale e i “no vegan”

 

La sentenza viene accolta in sordina…e ne prendiamo atto. Nel linguaggio comune i surrogati vegetali verranno in ogni caso associati alle diciture classiche (burro, latte, formaggio, burger, wurstel, ecc.), è inevitabile (nessuno al supermercato chiederà: “Dove si trova la bevanda vegetale di soia?”. Verrà più spontaneo chiamarlo: latte di soia, di riso, d’avena ecc.ecc.) Ma ciò dimostra come la presenza costante ed esponenziale di questi prodotti stia creando un dibattito socio-culturale e a tratti istituzionale. Stiamo parlando ovviamente di “veganismo commerciale”, non sempre positivo per la liberazione Animale, perciò ne prendiamo atto ed andiamo avanti.

Piccola nota d’informazione: i consumi di carne “fresca non conservata” sono in lieve calo ma non è lo stesso per tutti gli altri derivati, in particolare i salumi. Ciò significa che le recenti campagne di sensibilizzazione, diffuse anche dai comunicati OMS, hanno convinto i consumatori NON a diventare veg-egetari-ani bensì estimatori di insaccati e latticini.

Continuiamo nel nostro lavoro e attendiamo sviluppi.

La Coca Cola si sta “bevendo” il mondo


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Coca Cola ha chiesto all’università Bocconi (sicuramente dietro finanziamento) di instituire uno studio utile a determinare il valore sociale e culturale della multinazionale, in special modo in ambito locale e/o nazionale. Ha convocato i giornalisti e trasmesso una conferenza stampa, dal sapore di spot pubblicitario alquanto informativo, comunicando all’opinione pubblica che senza la Coca Cola in Italia non ci sarebbero circa 60.000 lavoratori, che senza il loro stabilimento in Basilicata la regione perderebbe l’1% di produzione, e che avere sul territorio lucano una corporation di tale portata costituisce una risorsa inesauribile.
Ora a parte i numeri dichiarati assolutamente incongruenti, rispetto al capitale a disposizione, non mi pare che Coca Cola comunichi periodicamente i dipendenti licenziati con o senza giusta causa, non denuncia la sua posizione in materia ambientale, non pubblica o almeno non ammette i danni che le sue bibite provocano alla salute di adulti ma soprattutto bambini, non cita neanche lontanamente il suo contributo sociale che determinerebbe a livello culturale una reale e concreta crescita costruttiva. Non lo dice perchè non esiste una sola azienda commerciale che si interessi di qualcosa o qualcuno al di là dei suoi profitti. Non lo dice perchè preferisce fare campagne promozionali su vasta scala coinvolgendo psicologicamente nuovi probabili acquirenti e fidelizzando gli stessi. Non lo dice perchè il suo scopo principale è quello di mistificare i danni collaterali prediligendo loschi ed opportunisti affari capitalisti. 60.000 lavoratori su 60 milioni di popolazione italiana sono nulla a confronto.

Un po’ di informazioni:

Coca Cola chiude 3 stabilimenti in India, prosciugata tutta l’acqua!

Tre gli stabilimenti della Coca Cola che in India hanno sospeso le operazioni di imbottigliamento della bibita, compreso uno in una zona del nord dove i contadini stanno da tempo protestando per l’uso indiscriminato che la multinazionale fa delle riserve d’acqua.

C’è anche lo stabilimento di Kaladera nel Rajasthan tra quelli in cui la Coca Cola ha sospeso l’imbottigliamento della bibita oggetto di una intensissima campagna di marketing in tutta l’India. In totale risultano tre gli impianti dove sono state sospese le attività (gli altri due sono nel nordest, a Meghalaya, e nel sud, nell’Andra Pradesh; nel 2005 Cica Cola aveva già chiuso uno stabilimento nel Kerala); ufficialmente la Hindustan Coca-Cola Beverages, azienda della Coca Cola con sede ad Atlanta negli Usa, ha spiegato che si tratta di una riorganizzazione ai fini della domanda del mercato, ma in tutto il paese si pensa che invece abbiano avuto un grande peso le proteste che da una decina d’anni i contadini portano avanti accusando la multinazionale di utilizzare in maniera indiscriminata le riserve d’acqua privandone cittadinanza e agricoltura. Il portavoce della Coca Cola, Kamlesh Sharma, ha dichiarato che in due impianti l’acqua non è un problema, eppure l’Andra Pradesh sta affrontando una significativa crisi idrica.

In questi anni le proteste di cittadini e agricoltori si sono indirizzate non solo alla Coca Cola ma anche alla rivale Pepsi, che ha sede a Purchase negli Stati Uniti.

La situazione idrica in India è preoccupante, come spiegano dall’India Resource Center. Le falde acquifere si stanno prosciugando più velocemente rispetto a quanto avviene in altre nazioni. Alcuni studi hanno stimato che nel 2030 il sud dell’Asia potrà contare su metà dell’acqua che sarebbe necessaria e non ci sono all’orizzonte pianificazioni o programmi per affrontare la situazione.

L’India Resource Center si sta adoperando per sensibilizzare la popolazione e i media sulla situazione ed entra nel merito della situazione attuale.

“Le comunità che vivono nei pressi degli stabilimenti della Coca Cola affrontano una grave scarsità d’acqua e ciò è conseguenza diretta dell’estrazione massiccia di acqua che la multinazionale effettua dalle riserve sotterranee” spiegano dal Centro. «Gli studi, compresi quelli delCentral Ground Water Board in India, hanno confermato l’importante sfruttamento. Quando l’acqua viene estratta dalle falde scavando in profondità, l’acqua stessa puzza e ha un sapore strano. La Coca Cola sta scaricando senza controllo le acque di scarico delle lavorazioni nei campi intorno agli stabilimenti inquinando i suoli e le falde stesse. Le autorità hanno segnalato i siti inquinati avvisando la popolazione che quell’acqua non è adatta al consumo umano. In due comunità, PlachimadaMehdiganj, la Coca-Cola sta distribuendo i propri rifiuti solidi agli agricoltura definendoli “fertilizzanti”. Test condotti dalla BBC hanno trovato cadmio e piombo nei rifiuti e la multinazione ne ha fermato la distribuzione solo di fronte ad un ordine del governo. Altri testcondotti da diverse agenzie, oltre al governo indiano, hanno confermato che i prodotti della Coca Cola contengono un elevato livello di pesticidi .

Dal sito ufficiale della Coca Cola:

“Con i suoi quasi 900 stabilimenti d’imbottigliamento in molte aree del mondo,Coca-Cola ha una visione globale e unica sul problema, che le dà la possibilità di comprendere quale impatto l’acqua, o la sua carenza, possano determinare sulla natura, sulle comunità e sulle proprie attività. Ecco perché siamo impegnati non solo a partecipare al dibattito, ma anche a far parte della soluzione. Prendiamo sul serio il nostro intento di farci partner collaborativi e difensori responsabili di questa preziosa risorsa comune.
Perché? Innanzitutto, l’acqua è l’ingrediente principale delle bevande che produciamo. È essenziale per il nostro processo produttivo e necessaria per coltivare i prodotti agricoli da cui dipendiamo. Non siamo un’impresa esportatrice: realizziamo e distribuiamo i nostri prodotti a livello locale.
Ecco perché quando diciamo che la salute dei nostri affari è la diretta conseguenza della salute delle comunità che serviamo, è letteralmente così.
Da questa prospettiva, ci rendiamo conto della grande opportunità e responsabilità che abbiamo verso la tutela dell’acqua del Pianeta. La nostra strategia globale di difesa dell’acqua, che si attua a livello locale grazie alla collaborazione con partner preziosi, viene attuata con determinazione verso questo obiettivo.
Il traguardo che ci siamo prefissi per il 2020 consiste nel “restituire” al suo ciclo la stessa quantità di acqua utilizzata nei nostri prodotti e nel processo produttivo. A tal fine, siamo lavorando per migliorare l’efficienza idrica e il trattamento delle acque di scarico dei nostri processi produttivi reintegrare l’acquarestituendola alle comunità locali e alla natura attraverso il sostegno alla corretta gestione dei bacini idrografici e ai programmi per la salvaguardia delle risorse idriche.
C’è ancora molto da fare, soprattutto nella filiera delle materie prime agricole, ma siamo sulla buona strada.
Il sistema diventa via via più efficiente grazie alla riduzione del volume di acqua impiegata per litro di prodotto, anche a fronte di un aumento della produzione. L’efficienza idrica dell’intero sistema ha evidenziato miglioramenti per 11 anni consecutivi. Abbiamo raggiunto l’obiettivo iniziale di riduzione del 20% dal 2004 al 2012per il 2020 il traguardo da tagliare è un ulteriore 25%rispetto al 2010. Al momento siamo vicini all’8%, quindi sulla buona strada verso gli obiettivi di fine decennio.
Gli impianti d’imbottigliamento di Coca-Cola in tutto il mondo riciclano le acque di scarico, trattandole secondo gli standard più severi e restituendole alla natura con un grado di purezza tale da consentire lo sviluppo di forme di vita acquatiche. Il nostro impegno riguarda tutti gli stabilimenti, anche in assenza di requisiti o pratiche di settore locali che lo richiedano.
Abbiamo stimato che il nostro sistema globale sta reintegrando e bilanciando circa il 68% dell’acqua usata per la produzione delle bevande finite. L’obiettivo è raggiungere entro il 2020 il perfetto equilibrio tra acqua prelevata e immessa. Questo successo è il frutto della partecipazione a numerosi progetti locali di conservazione dell’acqua, che spaziano dal miglioramento dell’accesso, insieme ad adeguati sistemi igienico-sanitari, alla protezione dei bacini idrici. Tutto questo significa avvicinare le fonti d’acqua a un numero crescente di case, comprese quelle delle ragazzine di 12 anni di cui parlavamo prima.
Dal 2005 abbiamo partecipato a oltre 500 progetti comunitari legati all’acqua, con la collaborazione di comunità locali e governi, in oltre 100 Paesi e con partner come WWF, USAIDThe Nature Conservancy, Water for People, UN-HABITAT e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP). Di norma, questi progetti prevedono almeno uno dei seguenti quattro obiettivi: 1) favorire l’accesso ad acqua e sistemi igienico-sanitari; 2) salvaguardare i bacini idrici; 3) fornire acqua per scopi produttivi e/o 4) educare o sensibilizzare il pubblico sulle questioni legate all’acqua, compresa la partecipazione alle politiche in materia. A oggi, si stima che le nostre iniziative per agevolare l’accesso all’acqua e a sistemi igienico-sanitari adeguatiabbiano aiutato oltre 1 milione e 900mila persone.
Nel 2013 abbiamo rinnovato fino al 2020 la partnership con il WWF per i progetti  di conservazione a lungo termine. Lavoreremo sui progressi compiuti per ottenere un impatto ancor più significativo, contribuendo ad affrontare i rischi che incombono sulle risorse naturali e pesano sulle acque dolci. In questa nuova fase, l’obiettivo è garantire sistemi idrici sani e resilienti in undici regioni chiave di cinque continenti. Abbiamo inoltre lanciato i Principi Guida per un’Agricoltura Sostenibile,che contengono criteri specifici in materia di risorse idriche per raggiungere l’obiettivo di approvvigionarci dei nostri ingredienti essenziali in maniera al 100% sostenibile di qui al 2020.
Poche settimane fa, The Coca-Cola Africa Foundation ha annunciato di voler prolungare la Replenish Africa Initiative (RAIN) fino al 2020, con lo scopo di sostenere programmi di accesso sicuro all’acqua e a sistemi igienico-sanitari per altri 4 milioni di africani. Questo ampliamento dell’iniziativa si innesta sull’impegno iniziale assunto dalla TCCAF con il programma RAIN per portare acqua sicura a 2 milioni di persone in tutto il continente entro il 2015. 
Abbiamo recentemente pubblicato il nuovo Rapporto sulla Sostenibilità 2013-2014, che fornisce ulteriori dettagli su programmi, progressi e priorità in difesa dell’acqua. Ci auguriamo che, nel leggere il rapporto, proverete il nostro stesso orgoglio per il grande lavoro svolto da Coca-Cola.”

Greg Koch è Director of Global Water Stewardship presso The Coca-Cola Company.

http://www.coca-colaitalia.it/storie/ridurre-impatto-consumo-acqua

 

ALCUNI DATI:

La Coca Cola e’ una Multinazionale statunitense nata nel 1891. Ottavo gruppo alimentare del mondo, ha filiali in più di trenta paesi.
Fattura circa 20 miliardi di euro (nel 2001) e – insieme a Coca Cola Enterprises -, impiega 29.500 persone (dato 1999).
– Il 9/12/1999, a Manila, 600 lavoratori della società di imbottigliamento Otis Coca-Cola sono stati licenziati in tronco, senza preavviso (comunicato stampa IUF 28/01/2000).
– In Belize (America Centrale), contribuisce alla distruzione della foresta tropicale.
– Collabora intensamente per la vendita di Nestea e Nescafé con la Nestlé, la quale non rispetta il codice OMS (Organizzazione mondiale della sanità) e Unicef il latte in polvere.
– Uno studio di Codacons, un’associazione di consumatori italiana, ha dimostrato che alcuni prodotti “dietetici”, come le bevande Coca Cola Light, contengono aspartame. Questa sostanza, se assunta in grandi quantità, può causare danni al cervello, particolarmente gravi nei bambini.
Ancor più forti gli effetti sul feto, se è la madre a consumare frequentemente questi prodotti. (Fonte: rivista Agra & Trade, n. 16, 26/04/1998)
– In Guatemala non rispetta i diritti sindacali dei lavoratori.
– Negli impianti di imbottigliamento in India fa uso di lavoro minorile.
– Nel giugno 1999, sono state ritirate dal mercato belga tutte le bevande prodotte da Coca Cola, in seguito a numerosi casi di intossicazione e il ricovero in ospedale di più di 90 persone in una sola settimana. Le bevande erano contaminate con un fungicida, rimasto nelle lattine come residuo delle lavorazioni precedenti. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 15/06/1999)
– Si rifiuta di prendere in considerazione la proposta di introdurre il vuoto a rendere delle bottiglie, promuovendo la vendita di contenitori in alluminio e plastica. Tale comportamento contribuisce alla produzione di migliaia di tonnellate di rifiuti e stimola il consumo di alluminio che ha un effetto devastante nei luoghi di estrazione.
– Nel maggio del 1998 il Corriere della Sera pubblica la foto di Shehazadi, una bambina pakistana ritratta mentre accucciata sul pavimento di casa cuce un pallone che porta contemporaneamente tre marchi: Coca Cola, Fifa e Mondiali 98 di Francia. Palloni analoghi, pagati a Shehazadi poche centinaia di lire, vengono venduti in Europa per almeno 50.000 lire.
– La Coca Cola è inoltre considerata una delle 10 peggiori imprese statunitensi perché ingozza i ragazzi di zucchero e acqua piena di additivi chimici.
– Oggi gli adolescenti bevono due volte di più bevande commerciali che latte, mentre 20 anni fa era il contrario.
– La Coca Cola Bevande Italia S.p.a. controlla il 55% del mercato italiano delle bevande analcoliche e l’85% di quello delle cole.
Nel 1999 è stata condannata a pagare una multa di oltre 30 miliardi dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per aver violato la legislazione sulla concorrenza; in particolare per aver realizzato un sistema di sconti discriminatori e fidelizzanti, attraverso una classificazione dei grossisti selettiva e non trasparente.
(Fonte: listeservedi corp-focus@essential.org; Homepage di Saras:
http://www.gisnet.it/saras/boicottare.htm; Nuova Guida al Consumo Critico, ed. EMI, 2000; Corriere della Sera, 11/05/98)

Tratto da http://digilander.libero.it/ginanni/documenti/consumo.htm