La donna lunga


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Da Veganzetta.org:

“Questo racconto è ispirato a fatti realmente accaduti. In effetti la leggenda della Donna Lunga esiste davvero e in Toscana è abbastanza nota. Ce ne sono numerose versioni; quella che presento in questo racconto è la mia preferita. Naturalmente anche gli incidenti di caccia esistono davvero. In Italia molte persone, nel corso dell’anno, perdono la vita nei boschi, lasciando nel dolore intere famiglie. Che senso ha tutto questo? Cosa ci può essere di piacevole nell’uccidere Animali che se ne stanno tranquillamente nel bosco a farsi gli affari loro e contemporaneamente rischiare di essere uccisi da qualche altro cacciatore? Ad ogni modo La Donna Lunga è anche una storia di fantasmi, e in particolar modo del fantasma di Bambi che torna per prendersi la vendetta…

La donna lunga

“Nel cielo si sente il gracchiare dei corvi. La strada è interrotta. La tua storia sta per cadere. Stai. Per sapere. Cosa si prova“
Henry Ginsberg – Battuta di caccia

Luce
Mi sveglio.
Anna ancora dorme. La bacio.
Le preparo la colazione.
Partiamo per lo chalet. Voglio andare a caccia dico, voglio andare a caccia con tutto che non sono mai andato a caccia se non da bambino quando mi ci portava mio nonno di nascosto. I miei non volevano che andassi nei boschi con gente armata fino ai denti che non si faceva mai mancare un goccetto, dico.
La neve si sta sciogliendo e sui bordi della strada è tutto una poltiglia marrone che sembra nocciola. Anna si toglie le scarpe e si massaggia un piede. Non indossa i collant neppure in pieno inverno. Dice che non sopporta di sentire le gambe inguainate e che una donna per essere attraente deve avere le gambe nude. Mano a mano che saliamo incrociamo sempre meno macchine. A una ventina di chilometri dallo chalet siamo soli nella strada che s’inoltra nei boschi di betulle. Improvvisamente da un sentiero del bosco esce una vecchia. E’ una donna alta, molto alta ricurva, si appoggia a un bastone, Cammina scalza. Si avvia sul margine della carreggiata. La strada è ormai sterrata. Fredda. Ehi guarda quella, dice Anna. Proprio come te, dico io, sfiorandole la coscia nuda e sorridendo. La donna ci guarda mentre le passiamo accanto. Anna le fa un cenno con la mano. Lei risponde al saluto. La baita è al centro di una specie di radura. E’ di legno e con il tetto a spiovente. Le persiane sono chiuse. Parcheggio la jeep nel retro. Vicino alla legnaia. Non vedo l’ora di mettermi davanti al camino, dice Anna mentre s’infila una scarpa e apre lo sportello. Entriamo e apriamo le finestre, lasciando entrare la luce del primo pomeriggio e qualche raggio di sole che filtra dalla boscaglia. Alzo il telefono e chiamo Bruno per dirgli che siamo arrivati. Il posto è magnifico, dico. Entro mezz’ora sarò bello che pronto per andare a stanare la preda dico. Arrivo, dice, ti passo a prendere. Bene, dico. Tornerò tardi dico a Anna, sei sicura di non voler venire? Certo, dice lei mentre gira la manopola della doccia. L’acqua scende forte come un acquazzone estivo. Ma non vedo l’ora che torni, dice Anna. Magari ti faccio una sorpresa, dice, mandandomi un bacio. Adoro le sorprese, dico sorridendo. Mi rendo conto ancora una volta di quanto la amo. Sicura di non aver paura? dico. Terrò le luci accese, risponde mentre tende una mano sotto il flusso d’acqua della doccia, aspettando che si faccia un po’ più calda. Poi si toglie l’accappatoio.
Entra nella cabina.
Perfetto, dico.
La luce accesa.

Fa freddo. Non è ancora il tramonto. Saliamo sull’altana e Bruno sguaina le carabine. Poi apriamo due sedie pieghevoli e ci sediamo Non dobbiamo far altro che aspettare un cazzo di Bambi, un cazzo di Bambi che cada in trappola dice Bruno, mentre si accende una sigaretta. Bambi? domando. Bruno fa un profondo tiro dalla sigaretta. Cartone animato del cazzo quello, hai presente no? Certo, dico, chi non conosce Bambi? Una stronzata totale di quegli animalisti del cazzo, lì a Hollywood. E’ un cartone animato per bambini, dico. E’ un cartone animato che fa passare i cacciatori come degli assassini, altroché. Bruno solleva la sua carabina e la punta verso le betulle, come un cecchino in attesa del nemico. Comunque devo ammettere che ho visto fare a questi animali cose incredibili dice Bruno, cose incredibili come se comprendessero il mondo, come se conoscessero il segreto della vita. Senti questa: è successa poco tempo fa. Eravamo in tre. Eravamo proprio da queste parti. Insomma, te la faccio breve, eravamo appena arrivati quando all’improvviso, ecco uscire un Bambi dal sottobosco. Perciò tiriamo subito fuori le carabine e cerchiamo di metterlo nel mirino. Dopo una manciata di secondi, lo inquadro e premo il grilletto, ma Bambi fa uno scarto improvviso e vedo saltare un pezzo di tronco giusto dove un istante prima era la sua testa. Fanculo, dico, mentre gli altri si mettono a ridere. Nel frattempo ovviamente Bambi è scomparso. Passa una decina di minuti ed eccolo di nuovo. Sempre lui. Quando hai passato anni a inquadrarli nel mirino, ti rendi conto che riconoscerli è facile. A questo punto gli altri neanche ci provano a prendere la mira perché hanno capito che ormai è una cosa fra lui e me. Fra me e lui. Puoi capirlo no? Certe volte diventa una questione personale. E così lo punto di nuovo. Ma questa volta aspetto. Aspetto per essere sicuro di non mancarlo e fare la figura dello scemo. Aspetto. E il Bambi viene avanti, deciso, un passo dopo l’altro, guardando dritto verso di noi, quasi volesse farci vedere di non avere paura. Naturalmente noi restiamo in silenzio. E lo guardiamo avanzare, tanto che a un certo punto arriva fin quasi sotto l’altana. Quel cazzo di Bambi mi sta sfidando a premere il grilletto, dico mentre continuo a tenerlo dentro al mirino. A un certo punto Bambi allunga il collo come se volesse salire sull’altana e a quel punto capisco che non posso più aspettare, lo spettacolo è finito. Premo il grilletto. La sua testa esplode e il Bambi si è schianta sull’erba come se qualcuno gli avesse improvvisamente sfilato la terra sotto i piedi.
Così, sbang. Accidenti, dico, mentre prendo una sigaretta. Aspetta, dice Bruno, ancora non ho finito. C’è dell’altro? domando mentre armeggio con l’accendino. Certo, senti un po’, a quel punto scendiamo giù dall’altana e andiamo a vedere com’è messo il nostro amico. Scendiamo e cosa troviamo? Cosa trovate? dico. Beh, niente. Non troviamo niente, dice Bruno. Cosa vuol dire che non trovate niente? Quello che ti ho detto. Bambi è come scomparso, capisci? Svanito. Bruno si prende un’altra sigaretta. Quindi non era morto? chiedo, mentre cerco un posto dove spegnere la sigaretta. Probabilmente, dice Bruno. Resta il fatto che non c’era più. Neppure una goccia di sangue.

Saliamo sulla jeep e prendiamo la via di casa. Riproveremo domani sera, dice Bruno, entro questa settimana ti garantisco che stenderai il tuo Bambi. Certo, dico. Senti, la vuoi sapere un’altra storia? Che storia, dico. Quella della Donna Lunga. La Donna Lunga? E chi è la Donna Lunga? chiedo. Una vecchia pazza che vive in questi boschi, dice Bruno, una di quelle vecchie figlie dei fiori fissate con la difesa della natura. In molti raccontano di averla vista. Sembra che sia alta più due metri e che abbia il potere di prendere le sembianze degli animali, ma soprattutto di farle prendere agli altri. Dicono che viva in una baita circondata da Bambi e che i cacciatori che muoiono negli incidenti di caccia siano in realtà vittime della Donna Lunga. Intendi dire che trasforma un cacciatore in animale e l’altro gli spara convinto di avere sotto tiro una preda? chiedo. Si qualcosa del genere. Forse entra nella teste della gente, forse riesce a provocare le allucinazioni. Magari usa qualche droga. E come farebbe? A distanza? dico. Che vuoi che ne sappia. Alla fine è solo una storia, anche se è vero che molti incidenti di caccia restano inspiegabili. I cacciatori si sparano per errore, dico. O forse è la Donna Lunga, dice Bruno abbozzando un sorriso. La Donna Lunga, dico fra me e me, guardando fuori dal finestrino. Magari era lei il Bambi a cui ho sparato l’altra volta, dice Bruno ridendo. Nel frattempo imbocchiamo la strada sterrata che porta alla baita. Non è ancora l’alba.
Mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va, dico. Cosa significa? dice Bruno. Prendi i fucili, dico. C’è qualcosa che non va nella baita. Sono sicuro. La luce è spenta. Anna, urlo, Anna.
Anna non risponde. Mi accorgo che la porta è aperta.
Improvvisamente, lento, deciso, silenzioso, dalla porta esce un Bambi.
Cristo, dice, Bruno.
Prende il fucile.
Mi volto e.

Buio”

Francesco Cortonesi

 

 

Strana storia…come tutte quelle con il finale aperto. In ogni caso fa riflettere, e molto! Una riflessione acuta, quasi silenziosa…che fa rabbrividire.
Brutte storie quelle che accadono nei boschi, nei boschi bui dove ogni “piccolo” Umano armato compie un assassinio.

 

Original post La donna lunga

 

Il Cane Angelo, randagio di Calabria


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Di Annamaria Manzoni:

Angelo è il nome dato al cane di Sangineto, provincia di Cosenza, massacrato per gioco da quattro balordi, anzi no, molto peggio:  da quattro ragazzi normali. Nome, quello di Angelo, che riporta ad una contaminazione distrattamente trascurata: quella di un essere umano che è però dotato di parti squisitamente animali, le ali, che, lungi dallo sminuirlo, gli attribuiscono un’essenza soprannaturale, che va oltre l’umano per collegarsi direttamente con il trascendente. Essere che racchiude in sé in modo ben visibile quella animalità, che siamo portati a dimenticare, a disconoscere e a misconoscere: e il cane Angelo, che scodinzolava a quelli che lo bastonavano e non reagiva mentre lo stavano ammazzando a badilate, ma li guardava, indifeso e mite fino all’ultimo respiro, davvero sembra testimoniare di un’essenza tanto più grande della nostra, incomprensibile a chi si limita a ragionare sul registro di azioni e speculari reazioni: azioni che, quando sono violente, generano reazioni che lo sono altrettanto. La storia di Angelo ha riempito le cronache recenti, sollevando enorme indignazione, ma sfortunatamente è solo la punta dell’iceberg di una situazione molto diffusa: Angelo è assurto alla ribalta di una cronaca nero pece soprattutto perché della sua tortura si sono vantati i responsabili, che l’hanno filmata e  messa in rete, in quel moderno ricettacolo cioè, che è una sorta di cloaca massima in cui tutto confluisce, senza filtri, alla ricerca di una visibilità che amplifichi le proprie “gesta”, e lusinghi di una popolarità perseguita con ogni mezzo. Nel caso diffuso in cui non si abbia altro di cui vantarsi, ci si vanta della propria pochezza, scambiandola per audacia: purchè gli altri  guardandoci ci illudano che meritiamo attenzione:  e si arriva a mettere in scena un film dell’orrore, ridendo e sghignazzando. I quattro di Sangineto l’obiettivo della  popolarità l’hanno certamente ottenuto, popolarità di dimensioni che non avrebbero certo potuto immaginare, ma, purtroppo per loro, di segno contrario a quello previsto. Trasmissioni televisive, manifestazioni, interviste hanno fatto da megafono ad  una vasta condanna, e hanno esposto i responsabili ad una meritatissima gogna. Purtroppo le reazioni non sono andate oltre, in quell’oltre in cui si aprono situazioni che non possono essere ignorate, se davvero l’obiettivo, al di là della doverosa condanna dell’episodio,  è quello di una necessaria prevenzione affinchè nulla del genere debba ripetersi. Le notizie  di regolari  efferatezze su cani indifesi (come per altro su ogni altra specie animale, a partire dai gatti) si inseguono in resoconti agghiaccianti: volontari, associazioni animaliste, semplici cittadini raccontano con drammatica frequenza di animali sepolti vivi, incendiati, impiccati; foto raccapriccianti che testimoniano creative crudeltà sono reperibili a non finire su facebook. Solo in riferimento alla cronaca recente, poche settimane fa su BlogSicilia sono state postate le foto di un grosso cane seviziato e poi bruciato; mentre a Pantano Borghese (Roma) nello scorso settembre veniva ritrovato il cadavere di un cane bruciato, con gli arti posteriori parzialmente amputati.  L’irritazione dei quattro giovani davanti alla pessima pubblicità che li ha colti impreparati e lo speculare  fastidio dei loro compaesani  (ben documentati nella trasmissione delle Iene, andata in onda il 23 ottobre scorso) discendono certo da insensibilità, ma anche da ruspante incapacità di capire: cosa c’è da scandalizzarsi tanto? -si chiedono un po’ tutti- Dove è il problema se questo è quello che succede   tutti i giorni? “Per un c…o di cane!” è il raffinato commento di uno degli intervistati. “Hanno fatto una cosa giusto per ridere!” argomenta un altro profondo conoscitore delle umane dinamiche comportamentali. “Sono bravi ragazzi: è una bravata!” incita a sdrammatizzare un altro. Anche il prete svicola veloce sulla sua auto, evitando di farsi coinvolgere nelle umane vicende di violenza, perché la vittima, in quanto d’altra specie, esula forse dalle competenze di quel Dio, di cui lui si occupa, per entrare nel raggio d’azione, se mai, di un dio minore. Bene sarebbe invece che l’orrenda vicenda di Angelo fosse l’occasione per  una seria indagine sui diffusi crimini contro gli animali d’affezione che sporcano tante strade italiane,  sparse da nord a sud, ma senza ombra di dubbio molto di più in alcune regioni meridionali, segnate da una significativa discrepanza rispetto a quelle settentrionali: una ragione, o più d’una, ci sono di sicuro, e le risposte ipotizzabili sono certo interessanti.   E’ fondamentale, per esempio, riflettere che si tratta delle regioni  in cui il randagismo non solo non è sconfitto, ma in alcuni casi neppure affrontato, da una politica che porta il peso di responsabilità enormi al riguardo con la sua colpevolissima e non casuale passività: le indagini del Ministero della Salute sono davvero antiche, segno evidente di sottostima del problema, visto che i dati ufficiali non sono più stati aggiornati negli ultimi dieci anni e si riferiscono quindi alla situazione del 2006 (Dossier randagismo, LAV 2016); nel dossier non sono contenute informazioni (numero dei canili sanitari, sterilizzazioni, cani nei canili, adozioni….) relative alla Calabria, che non ha evidentemente reputato la richiesta del governo degna di risposta: sono informazioni del tutto ufficiose a parlare di una significativa diminuzione a seguito del diffondersi del cimurro, che si sarebbe sostituito ad altri più civili interventi nel compito di contenere il problema. Non si può sottovalutare la portata incivile del randagismo, per le sue proporzioni (il numero complessivo in Italia si aggirerebbe sulle 6/700.000 unità, a fronte di alcune regioni dove risulta praticamente debellato) ma anche per i suoi correlati. Si tratta  di  un fenomeno dalle ricadute enormi, che va regolarmente di pari passo con le mancate sterilizzazioni: tende quindi  ad amplificarsi in modo esponenziale, dal momento che le cucciolate, mediamente di 5/6 piccoli,  si riprodurranno a propria volta. Le femmine, partoriti i piccoli,  avranno impellente bisogno di cibo per se stesse per poterli allattare;  non essendoci nessuno ad aiutarle, vagheranno ogni giorno per cercarlo, osando anche inoltrarsi per disperazione dove di solito sanno di non poterlo fare, in risposta ad un  insopprimibile istinto materno e di sopravvivenza. Inoltre spesso i cani randagi  tendono ad abitare territori prossimi alle aree urbane, perché è lì che possono trovare cibo, e a  riunirsi in branchi, che rispondono al naturale bisogno di aggregazione: inevitabilmente possono creare problemi sanitari e di sicurezza, che si trasformano in breve tempo in giustificazione per la popolazione locale a intervenire con metodi violenti: si specula facilmente sulla paura e la loro soppressione viene vissuta come meritoria, in quanto difensiva del sempre prioritario benessere umano. I metodi usati per liberarsi di loro si mischiano e si confondono con l’espressione di una violenza bruta, che va a punire il potenziale colpevole di qualche danno: si parla di sicurezza (e ben sappiamo quante malvagità, anche in contesti d’altra specie, vengano perpetrate in suo nome) e si procede ad eliminazioni di massa. Inoltre ci  saranno cani,  vittime di incidenti stradali, che resteranno feriti ai bordi delle strade, sempre che qualcuno abbia il buon gusto di spostarli dal centro della carreggiata, e finiranno per rimanere lì a morire lentamente, nell’indifferenza generale. Tutti o quasi vagano, spesso  con evidenti infezioni, sempre smagriti, raggelati o riarsi a seconda della stagione: quando la fame è tale da indurli ad avvicinarsi a qualche umano, nonostante una annichilente diffidenza, della scelta dovranno spesso pentirsi: perché nessuna situazione naturale raggiunge mai l’efferatezza che l’uomo sa imprimere al proprio operato. In interi paesi e vaste zone, comunità assuefatte a tutto questo sanno da tempo immemorabile che quelli sono esseri di serie zeta, senza diritti; incarnano l’immagine del nemico, quello che viene da fuori e che deve essere scacciato, perché certamente  pericoloso; su cui infierire, perché diventa inevitabilmente capro espiatorio di frustrazioni variegate; su cui non mobilitare forme di empatia. Si comincia con lo scacciarli a sassate e si finisce per esercitare contro di loro ogni perverso impulso sadico: il link è evidente. In questa ottica si inserisce la posizione degli abitanti di Sangineto, arroccati sulla difesa dei quattro ventenni, tanto aggressiva quanto inargomentata: vi si legge il desiderio difensivo di allontanare i riflettori. Ma la mancata reazione di sdegno, inutilmente sollecitata dagli intervistatori, parla anche di una reale incapacità a  indignarsi davanti a scene di violenza, anche inaudita, sugli animali: scene che non indignano per il motivo semplicissimo che non se ne coglie l’inaccettabilità, dal momento che sono  diffuse. Il confine tra scacciare impietosamente a sassate, magari azzoppandolo, un animale affamato, si sposta progressivamente e prenderlo a badilate non è un’evenienza lontana: i comportamenti  si situano su un continuum che è fonte di una crescente desensibilizzazione, favorita dal fatto che di tutto questo si è stati testimoni da sempre, da bambini: lo si è imparato e introiettato come comportamento normale, anzi doveroso, giusto, civile. E’ lecito supporre che i quattro ventenni azioni analoghe le avessero già compiute, magari in una diversa composizione del gruppo, o avessero assistito a quelle messe in atto da altri, bravi maestri di una crudeltà, regolarmente seguita da una rassicurante impunità.  L’arroccamento difensivo della comunità intorno a loro è lì a sostenere l’ipotesi. Limitarsi a considerarli una minibanda di psicopatici, mostri ai confini della realtà da mettere alla gogna, è soluzione a portata di mano, ma ben poco esplicativa della realtà; di certo essi si sono dimostrati allievi zelanti alla scuola di una violenza diffusa e quanto hanno fatto ad Angelo  testimonia della loro incapacità di empatia, del sadismo che li ha indotti a provare piacere davanti alla sofferenza di una vittima indifesa, del machismo e del malinteso concetto di virilità che li anima, nella convinzione perversa che forza e  violenza sino concetti sovrapponibili (e il pensiero non può non correre alle dinamiche alla base dei tanti femminicidi), anziché antitetici. Un evidentissimo innegabile link arricchisce il quadro argomentativo, se ci sforziamo, bypassando la nostra diffusa schizofrenia morale, di pensare secondo coerenti categorie di giudizio. Riguarda la caccia, ancora oggi considerata attività sportiva, e i suoi cultori, i cacciatori: anche loro sono persone che provano un’eccitazione sfrenata, come raccontano regolarmente in rete, nell’andare a inseguire e stanare animali a volte mitissimi, sempre  indifesi, tesi solo a cercare una via di fuga; mettono in campo una forza assolutamente  sproporzionata grazie all’uso di armi  devastanti; progettano come braccarli; procedono a ferirli e, nella migliore delle ipotesi, ad  ucciderli presto, ma spesso li lasciano ad agonizzare nelle trappole o sul terreno, senza neppure prendersi  la briga di andare a raccoglierli. Uccidono tanto, sembra non bastargli mai ed occorrono  norme di legge a limitare un istinto che, fosse per loro, si placherebbe solo con carneficine totali.  Usano richiami vivi;  mandano i loro cani nelle tane a stanare volpi che cercano di difendere se stesse e i loro cuccioli, che vengono invece sbranati e lacerati; costringono animali a fughe disperate che fanno scoppiare loro il cuore. Si divertono un mondo nel farlo, non si fermano davanti alla mitezza delle loro vittime, non si impietosiscono davanti ai loro perdenti tentativi di non farsi strappare la vita; si vantano molto e, come i quattro di Sangineto, mettono foto e filmati a ricordo e imperitura testimonianza delle loro gesta, foto e filmati in cui si mostrano orgogliosi di sé, soddisfatti e sorridenti davanti al cadavere di una vittima importante o alla strage di tante vittime più umili. Non riescono nemmeno a cogliere la vigliaccheria e il sadismo insiti nei loro comportamenti, anzi: orgogliosi nella  propria protervia,  si meravigliano delle proteste altrui: esattamente come i quattro di Sangineto. Allora, nel momento stesso in cui inorridiamo davanti a loro e chiediamo giustizia per la loro vittima, non possiamo che prendere atto che stiamo confrontandoci con quella che è la punta dell’iceberg: sotto la superficie c’è un inestricabile intreccio di altre analoghe nefandezze, inscindibili l’una dall’altra: perchè tutte le forme di violenza sono interrelate e non è possibile decifrare nessun fenomeno  isolandolo da tutti gli altri.

Per concludere, ricordiamo Angelo, la sua muta sofferenza che è un atto di accusa verso tutto quello che l’uomo è in grado di infliggere a chi è debole; ricordiamolo come un piccolo scodinzolante cane bianco, a propria insaputa metafora di ogni essere senza diritti, di ogni migrante senza patria, di ogni uomo senza identità.”

Articolo pubblicato su L’indro
Grazie Annamaria Manzoni per questo articolo molto interessante e toccante. Peccato che le istituzioni, e chi dovrebbe intervenire in primis, non possiedono la volontà di concepire tale urgenza e necessità. Si spera sempre in una maggiore presa di coscienza, più ampia ed utile per abbattere l’ignoranza, l’indifferenza e la violenza di molti.

Avorio


“Il club dei giganti si riunisce in Kenya per contrastare il bracconaggio e il traffico d’avorio che mette a rischio la sopravvivenza degli elefanti africani.

Per salvare gli elefanti dal bracconaggio e dal pericolo dell’estinzione, bisogna preservare l’ecosistema africano, l’industria del turismo e una parte importante del patrimonio comune del continente: è per questo che si riunisce in questi giorni a Nanyuki, in Kenya, il Giants club composto da diversi governi africani, organizzazioni non governative in difesa dell’ambiente, uomini d’affari e zoologi.

“Avorio significa morte. Morte per i nostri elefanti, per un’eredità preziosa che dio ha dato al continente africano. Morte per il nostro settore turistico”, ha dichiarato il presidente keniano Uhuru Kenyatta nel discorso di apertura del vertice. “Come se non bastasse, il commercio illegale di avorio si traduce in finanziamenti illeciti ai gruppi armati in diverse parti dell’africa. Anche per questo dobbiamo unire le forze e fare tutto quanto in nostro potere per fermare il bracconaggio e il contrabbando di questo oro bianco”.

Con un gesto di portata storica, al termine del vertice che si conclude sabato, saranno date alle fiamme oltre 100 tonnellate di avorio. Si tratta di circa un quinto degli stock del prezioso materiale sequestrati nel mondo, pari a 100 milioni di dollari secondo il valore di mercato. La pira – la più grande mai realizzata per una cerimonia simile – è composta dalle zanne di circa 6.700 elefanti. Secondo gli esperti, se i tassi di mortalità si manterranno ai livelli attuali, esiste il rischio concreto che questi pachidermi possano estinguersi entro il 2025. Ad oggi, della popolazione di elefanti presenti in Africa un secolo fa, resta solo il 10 per cento degli esemplari. Secondo il Kenya Wildlife Authority circa 30mila elefanti vengono uccisi ogni anno per le loro zanne da bracconieri sempre meglio armati, grazie anche alle nuove tecnologie. Il risultato, drammatico, è che il numero di pachidermi morti di morte naturale e quelli uccisi dal bracconaggio, superano il tasso di riproduzione della specie. Il club dei giganti – al suo incontro inaugurale – vede tra i soci fondatori Kenya, Gabon, Uganda e Botswana che ospitano sul loro territorio oltre la metà della popolazione di elefanti presente in Africa. Tra i suoi principali animatori c’è Evgeny Lebedev, il più giovane editore del Regno Unito, proprietario dei quotidiani Independent e Evening Standard e presidente della ong Space for giants.”

 

 

 

Original post Kenya, un club di giganti per proteggere i pachidermi dal bracconaggio

Il grande affare dell’avorio e la tragedia degli Elefanti


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Pubblico un articolo di Annamaria Manzoni molto significatico ed attuale, un contributo importante che spiega purtroppo (ma anche fortunatamente per meglio discuterne e quindi opporsi) la situazione tragica degli Elefanti. Una triste realtà di cui nessuno parla ma che spesso è tanto presente intorno a noi, per colpa dello sfruttamento in circhi e zoo, e peggio in luoghi lontani dove vengono selvaggiamente uccisi. Dell’articolo lungo e laborioso (che invito tutti a leggere e dunque a riflettere) tra le altre notizie mi hanno sconvolto le cifre tanto disarmanti:

“…dai 27 milioni del 19° secolo agli attuali 350mila…”

Cara Annamaria, non si parla di Elefanti…e purtroppo non si parla quasi mai degli altri Animali. E’ triste e forse opportunista discutere solo di Cani e Gatti, soli o abbandonati e sicuramente non meritevoli di tanta crudeltà come spesso avviene intorno a noi, e peggio in altri zone del mondo dove addirittura li mangiano o li uccidono selvaggiamente per farne pellicce e polsini! Di Elefanti e del loro triste destino non si sa nulla, e sinceramente apprendo solo ora dello sterminio in atto da poco più di un secolo: “…dai 27 milioni del 19° secolo agli attuali 350mila…! E’ davvero tragico e disarmante! Non è difficile capire (almeno da parte Nostra) che tutto ciò è come sempre determinato da una ricerca infinita di profitto, ricavato arbitrariamente dalle risorse naturali presenti e viventi. L’avorio, come altro appartenente agli Animali e quindi al pianeta, viene depredato con crudeltà ed egoismo senza nessuna logica etica (semmai esistesse davvero un sincero e giusto motivo) e prevedendo dunque, a questi ritmi così veloci ed atroci, un estinzione plausibile ed immediata. E’ terribile quello che sta accadendo, nell’indifferenza generale e quanto mai profonda! Parlare di tragedie Umane è certamente doveroso…ma come è possibile ricercare una pace assoluta se ogni anno vengono trucidati centinaia di miliardi di Animali solo per un fine di profitto apparente?!

 

Ecco l’articolo presente in originale qui: Il grande affare dell’avorio e la tragedia degli elefanti

“Il prossimo 31 marzo a Roma al Circo Massimo avrà luogo un Ivory Crush, evento straordinario, almeno per l’Italia: un grande rogo brucerà, dopo averli triturati, quintali di avorio sequestrati a trafficanti e cacciatori nonché tutti quegli oggetti in avorio che turisti poco responsabili o pentiti si sono portati dai loro viaggi esotici o, molto più semplicemente, qualcuno ha comperato in negozi, che tranquillamente ancora li vendono e che, ahimè, non mancano sul patrio suolo. L’avorio è finalmente diventato politicamente scorretto e bruciarlo sulla pubblica piazza è un modo prima di tutto per impedirne definitivamente un ulteriore commercio, secondariamente per dare visibilità e risonanza ad una realtà, quella dello sterminio degli elefanti, che colpevolmente tarda a entrare nella testa e nelle coscienze della gente: richiama altresì altre cerimonie analoghe in cui non ci si limitava a distruggere qualcosa (o qualcuno!), ma si voleva distruggere l’idea stessa, annientare, liberarsi anche dei miasmi postumi: per secoli si sono fatti roghi di streghe, e poi si sono bruciati libri pericolosi; ora finalmente è l’avorio, oggetto di precedenti Ivory Crush a partire dal 1989 in Kenia, a New York, in Mozambico….: ad imporre l’insolita cerimonia è la tragedia che vede un numero enorme di elefanti uccisi ogni anno, in un balletto di cifre che si misura comunque in alcuni esemplari uccisi ogni ora (!!!) , e che ci parla del loro numero ridotto dai 27 milioni del 19° secolo agli attuali 350mila con una previsione di estinzione nel giro di pochissimi decenni, forse anni: 2050? 2025? Già nel 1989 era stato stabilito a livello internazionale un divieto di uccisione degli elefanti, con scarsa convinzione però, se è vero che solo otto anni dopo il divieto era stato ammorbidito e trasformato in limitazione: in ogni caso non ha fermato la carneficina, che ha luogo oggi in tutta l’Africa, con punte in paesi quali Tanzania, Camerun, Congo…, e vede in quello cinese il maggior mercato mondiale, indifferente ad ogni richiamo ad una maggior senso di responsabilità. Non bastassero i danni impliciti, i proventi vanno ad alimentare attività criminali di ogni tipo e finanziano, a quanto risulta, il terrorismo internazionale, a cominciare dagli al Shabaab somali, gruppi legati ad Al Qaeda. Insomma esistono ragioni ambientali, ecologiche, sociali, di politica internazionale che spingono vari governi a prendere posizione contro lo sterminio degli elefanti, incolpevoli proprietari con le loro zanne di una ricchezza di cui vengono costantemente espropriati. Ma loro, grandiose vittime dello sfacelo in atto, vengono trattati e nominati come fossero poco centrali in tutta questa vicenda. Il che per altro non stupisce, perché è in linea con la visione del tutto antropocentrica che sempre ci guida: come sempre, il focus è tutto sulle ricadute sugli umani, poco o nulla sulla sorte degli animali, che non a caso vengono presi in considerazione solo per il numero astronomico di vittime, non certo per alcun dramma individuale; la trasformazione del divieto di caccia in limitazione ne è esempio eclatante: non ha la minima importanza la morte di singoli animali, purchè li si uccida nel rispetto di una sorta di equilibrio naturale. Ma l’equilibrio naturale della nostra umanità non può prescindere dalla constatazione che, invece, ogni uccisione comporta una tragedia in termini di ingiustizia, di crudeltà e di sofferenza: la conferenza di Cambridge, a cui, nel 2012, parteciparono neuroscienziati di tutto il mondo, ha stabilito che molti animali (mammiferi, uccelli e molti altri quali il polpo) non solo sono esseri senzienti, ma sono dotati di consapevolezza. Questa dichiarazione, passata pressochè inosservata presso un’opinione pubblica distratta di suo e certamente non a caso disinformata da media tesi a mantenere lo status quo, avrebbe dovuto comportare enormi conseguenze, perché in grado di modificare lo stesso status degli animali, almeno di moltissimi di loro. Si è preferito farla passare pressochè sotto silenzio perché darle la rilevanza che le attiene avrebbe comportato uno tsunami etico: è possibile massacrare a nostro piacimento esseri capaci di sofferenza e, come noi umani, dotati di consapevolezza? La domanda è retorica. Gli elefanti, in particolare, sono tra gli animali a cui è riconosciuta dagli etologi anche la capacità di provare empatia: esperimentano il senso della morte, hanno fortissimi legami solidali con il gruppo di appartenenza, vivono una complicata rete di relazioni. Di queste informazioni i cacciatori fanno buon uso: mirano spesso ai più piccoli, sapendo bene che questa è una trappola per gli altri, perché gli anziani metteranno a rischio la loro stessa vita per difenderli, rinunciando ad un legittimo tentativo di fuga. Non basta ancora: la morte spesso non è istantanea, ma preceduta da un’agonia che può anche essere di lunghissima durata, perché i loro assassini, una volta che li hanno mutilati delle zanne, se ne disinteressano e li abbandonano al loro destino. L’ignoranza non è lecita: è del 1995 il libro cult di Jeffrey M. Masson “Quando gli elefanti piangono”, sul tema della vita emotiva degli altri animali, con un titolo che è emblematico: perché le lacrime degli elefanti non sono pura secrezione fisiologica, non lo sono più di quanto non lo siano le nostre di lacrime. A loro, esseri grandiosi e possenti, maestosi e solenni, siamo debitori di particolari creative crudeltà: sono tra coloro che i greci prima e i romani dopo assoggettarono, incatenarono, piegarono alla loro volontà; sono quelli che, a scuola ce lo hanno insegnato, aiutarono Annibale ad oltrepassare le Alpi: ma mai quel racconto, a scuola, fu accompagnato da osservazioni sull’enorme ingiustizia in atto nel costringerli ad attraversare montagne gelate e innevate, dove in tanti trovarono la morte, loro nati liberi e selvaggi in terra d’Africa. E ancora oggi, nel nostro stesso paese sono costretti a vagare in carrozzoni maleodoranti per poi mostrare al pubblico inebetito dei circhi una nuova sottomissione all’uomo: gonnellino rosso e barrito di dolore, lì a sedersi su uno sgabello, a innalzarsi sulle zampe posteriori, ma anche, sempre più difficile signore e signori, su quelle anteriori: perché frusta, uncini e piastre roventi, catene ai piedi, sono stati l’orrido imprinting che li ha terrorizzati ed ha spezzato la bellezza della natura selvaggia che è dentro di loro. Non di avorio allora si deve parlare, ma di elefanti: nessuno meglio di Liana Orfei, una vita spesa a spezzarne la volontà, ci può dire chi loro sono: “Quella volta (era verso l’estate) piantammo il circo su una spiaggia delle Puglie e a Jennie vennero legate, come di consueto, una zampa anteriore ed una posteriore ai picchetti conficcati in terra. Ma appena Jennie vide il mare si ricordò, forse, la sua terra d’origine e sembrò impazzire di gioia: cominciò a barrire, strappò i picchetti come fossero fuscellini e, trascinando tutto con sé, andò sulla riva ed entrò nel mare. Si fermò dove l’acqua era alta poco più di un metro e non ci fu verso di farla uscire. Provammo a prenderla per fame e per sete: niente. Per due giorni rimase sprofondata in un mondo beato: giocava, si spruzzava, barriva; forse cantava la sua terra lontana. Esattamente quarantotto ore dopo, verso le tre del pomeriggio, Jennie uscì spontaneamente dal mare e, calma, andò a rimettersi al suo posto”.

Tutto da riconsiderare, come sempre, il significato di umano e di bestiale.”

 

Piccoli assassini crescono


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“La stagione della caccia sta finalmente finendo! Con due costanti: in primis le vittime, e poi (secondo l’Eurispes) 8 italiani su 10 sono contrari a questa terribile barbarie! Fare una stima degli Animali uccisi è difficile. Ogni stagione venatoria prevede un massimo numero di Animali che possono essere abbattuti, che naturalmente nessuno controlla né fa rispettare, perché è impossibile. Proiettando i dati del numero massimo di Animali che possono essere uccisi ogni anno in Veneto, Lombardia, Sicilia e Toscana si arriva a 154 milioni di esseri viventi! Una cifra calcolata per difetto visto che i cacciatori è improbabile che rispettino collettivamente il numero massimo di Animali da uccidere. C’è poi da considerare il danno ambientale, ovvero secondo un calcolo basato sul numero medio di colpi esplosi annualmente da ciascun cacciatore, si è stimato che nel 1980 in Italia venissero utilizzate 1.100.000.000 cartucce, scese a circa 700.000.000 alla fine degli anni ’80 a seguito della diminuzione del numero delle licenze; sulla base di questi conteggi, la caccia regala all’Italia qualcosa come 25mila tonnellate di piombo! Sarebbero 500 milioni le cartucce sparate in un anno, e a raccoglierle tutte se ne farebbe un mucchio di 11mila metri cubi! Numerose ricerche hanno dimostrato come il munizionamento da caccia rappresenti una fonte non trascurabile di inquinamento da piombo, in grado di avvelenare gli Uccelli selvatici, contaminare il terreno e determinare un rischio sanitario per l’essere Umano. Il piombo avvelena il terreno e le acque, facendo ammalare di saturnismo gli Animali…e non solo!
E per finire le vittime Umane: cacciatori e bambini. Dei 64 feriti dell’ultima stagione venatoria, un quarto sono persone estranee alla caccia. Restringendo la cifra solo ai bambini, dal 2007 a dicembre 2015 sono stati uccisi undici minori, 23 i bambini feriti (secondo l’Associazione vittime della caccia).”

Fonte Lifegate