Carne “vegana”


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“Una volta ero un vegano etico di quelli convinti. Poi un giorno un carnista mi disse “Vegano del piffero, se ti trovassi in un’isola deserta abitata da soli conigli, voglio vedere chettemagni!”. Vi giuro, questa frase ha cambiato radicalmente la mia vita. Ho cominciato a pensarci ossessivamente, tanto che alla fine non ho potuto fare altro che constatarne l’assoluta logicità. Ha assolutamente ragione, in un’isola deserta con soli conigli, cosa mai potrei mangiarmi? e con questo pensiero in testa sono ritornato onnivoro ed ho ricominciato a mangiare animali. Una sera, mentre stavo cenando e mi gustavo una bella bistecca mi è capitato di vedere “Alive Sopravvissuti”, un film dove un aereo che sta andando in Cile, si schianta sulle Ande e tutti i sopravvissuti per non morire sono costretti a mangiare i cadaveri dei loro compagni. Così ho cominciato a pensare ossessivamente a quel film. E subito tutto mi è sembrato così logico. Se mi trovassi sulle ande, in mezzo al nulla cosmico, circondato solo dai cadaveri dei miei compagni, cosa mai potrei mangiarmi? e con questo pensiero in testa sono diventato cannibale. Qualche tempo dopo, mentre stavo sgranocchiando le dita pacioccose di un bimbetto appena cotte e intanto controllavo le notifiche su facebook, mi è capitato di assistere all’ennesimo dibattito tra un vegano esaltato ed un carnista assolutamente rispettabile. Quest’ultimo, giustamente, faceva notare che dobbiamo mangiare carne perché è una cosa che facciamo dalla preistoria. Questa frase mi ha colpito tremendamente. Ha una sua logica consistenza interna, mi sono messo a pensarci ossessivamente e visto che non ho trovato nessun appiglio logico per controbatterla, l’ho abbracciata completamente. Così mi sono dato al commercio di schiavi. E ho cominciato a girare con una clava, perché quando trovo una femmina che mi aggrada, la prendo a clavate in testa e la posseggo. Poi quando mi stanca, la porto nel bosco, la lego ad un palo e le do fuoco, così, per appagare il dio della pioggia e dei tuoni. Tanto sono cose che facciamo dalla preistoria, quindi non vedo un solo motivo valido per non continuare a farle. Infine, qualche giorno fa, mentre guardavo il cielo stellato mi è capitato di vedere una stella cadente. Si lo so che non è veramente una stella, anche se viene chiamata così. Mi sono messo a pensare a cosa potrebbe accadere se una cometa o un meteorite precipitasse sulla terra. La fine della vita. Questa cosa mi ha lasciato un segno indelebile nella mente. Ho cominciato a pensarci ossessivamente. Cioè se un meteorite precipitasse sulla Terra moriremmo tutti. E con questo pensiero in testa mi sono suicidato.”

(cit. Nonno Paolone – Vegan Warrior )

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Benessere maledetto


Dal sito Coop Italia:

“Coop rispetta gli animali d’allevamento. Il benessere degli animali significa anche benessere delle persone e dell’ambiente. Da anni Coop è la catena della grande distribuzione, in Italia, più sensibile ai temi del benessere animale. Lo dimostrano gli interventi concreti messi in atto. Per un numero sempre maggiore di persone, salute e tutela degli animali da allevamento sono elementi ormai irrinunciabili. Noi di Coop condividiamo la stessa prospettiva: ormai da tempo la nostra politica è all’avanguardia sul benessere degli animali. Riteniamo corretto garantire una giusta dignità agli animali nel rispetto delle cinque libertà definite dalla convenzione europea della protezione degli animali. Il benessere animale è un tema fondante della nostra politica, costantemente presidiato: da anni collaboriamo con organizzazioni che si occupano di benessere animale come LAV e CIWF (Compassion In World Farming), per sviluppare nuovi criteri e azioni volti a migliorare la qualità di vita degli animali su larga scala.”

 

La politica opportunista di una grande azienda alimentare, utile a garantire il profitto e il proseguo dello sfruttamento. Nello spot non si parla delle condizioni di nascita e concepimento, non si parla dei metodi d’uccisione, non si parla dello sterminio dei Pulcini maschi. Si evidenzia solo un immagine falsa ed ipocrita, indispensabile ed essenziale per convincere i consumatori verso acquisti più duraturi. Il benessere animale ormai è entrato a far parte delle discussioni quotidiane, ovvero un altra abile mossa pubblicitaria per garantire il profitto e sostenere l’industria della carne. Era prevedibile e nulla è stato fatto per impedirlo. Di questo siamo responsabili anche noi…un mea culpa è assolutamente doveroso, soprattutto perchè ci aspettano altri lunghi anni di dura lotta.

Per capire…devi sapere


cervello

“Mettiti comodo perché non sarò breve.
Per avere un’idea di cosa sia il mercato legato alla produzione e sfruttamento della popolazione animale sul nostro pianeta, non basta concentrarsi su quelli che vengono uccisi, ma bisogna analizzare tutta la filiera di produzione. In un anno, nel mondo vengono allevati circa un 1 miliardo e trecento milioni di bovini, 2 miliardi e settecento milioni di ovini, 1 miliardo di suini e circa 14 miliardi di polli, galline, tacchini ed altri volatili. (fonte:Legambiente).
Paradossalmente l’industria della uova incide enormemente nella cifra finale di morti annui perché è responsabile della morte di miliardi di pulcini maschi.
Contare i capi ittici che vengono allevati è pressoché impossibile, anche solo per il fatto che vengono commercializzati per peso e non per numero di esemplari.
Solo in Europa venivano prodotti, nel 2001, 1,3 milioni di tonnellate di pesce. (fonte. Confagricoltura, Greenpeace), al giorno d’oggi la cifra è sicuramente aumentata.
Insomma, per non dilungarci troppo, ogni anno al mondo vengono “prodotti” circa 60 miliardi di animali.
Questi numeri sono destinati ad aumentare per la crescente domanda che proviene dai paesi in via di sviluppo.
Ovviamente lo sfruttamento del regno animale dà da vivere a milioni di persone, a partire dagli allevatori, per finire al rivenditore sotto casa, passando per i ristoratori, i macelli, gli acconciatori, la moda, le case farmaceutiche, ecc.
Per l’umanità gli animali sono una “risorsa”, una specie di materia prima, niente di più.
Va da sé che questi animali non possono matematicamente avere una bella vita perché il loro impatto economico di produzione dev’essere tenuto più basso possibile affinché la vendita della suddetta materia prima sia conveniente. Quindi se un pollo (che dovrebbe vivere libero) sarebbe, diciamo, “sereno” in un cortile di 9 metri per 9 (e sarebbe comunque un prigioniero) dovrà accontentarsi di uno spazio di 40cm x 20cm, per tutta la (breve) vita.
L’unico modo per abbattere il costo di produzione e massimizzare il guadagno è allevare il maggior numero di animali possibile, nel minor spazio possibile, con il minor numero di personale per capo, spendendo il meno possibile in medicine, cure e cibo. Quello che si profila è un allevamento intensivo. Una sorta di lagher in terra. Un luogo di terrore, maltrattamento, violenza fisica e psicologica, malattie, solitudine, sangue, morte, disperazione. Una specie di inferno legalizzato, dove la soglia dei diritti degli animali è fissata al nulla.. hanno il diritto di respirare.. poi? Basta.
Gli animali, che vi ricordo, sono esseri viventi, hanno perso:
Il diritto di vivere liberi

Il diritto di avere un compagno
Il diritto di avere figli
Il diritto di crescerli
Il diritto di invecchiare
Il diritto di mangiare ciò che vogliono
Il diritto di lamentarsi
Il diritto di protestare
Il diritto di respirare aria fresca
Il diritto di morire per cause naturali

Ignorare le condizioni in cui vengono tenuti gli animali è uno stato involontario adolescenziale, la verità è troppo cruda per mostrarla ad un bambino, soprattutto quando quest’ultimo è bombardato da milioni di bugie finalizzate a sopprimere i suoi istinti umani primari, la compassione, l’empatia, la condivisione e l’amore; ma fare finta di nulla da adulti è una colpa vergognosa e disumana.
In questi lagher in cui i prigionieri vengono tenuti dalla nascita alla morte (violenta), conducono un’esistenza priva di qualsiasi sentimento positivo. Vengono isolati dai genitori immediatamente, picchiati e nutriti a forza, bombardati di antibiotici e medicinali, il tutto per raggiungere un peso congruo al macello.
In altri casi vengono tenuti legati e violentati fino allo sfinimento, in modo da produrre latte da mungere.
E ancora, tenuti a terra a sfornare figli da far uccidere, sdraiati nelle loro feci a volte incapaci di voltarsi anche solo per guardarli una volta sola…
Sono costretti a sopprimere gli istinti di correre liberi o nuotare contro la corrente dei torrenti, gli viene impedito di ferirsi privandoli del becco, gli viene impedito di nutrirsi dalle mammelle delle madri (per quei pochi che hanno la fortuna di vivere insieme) attraverso strumenti degni dell’inquisizione spagnola. Gli viene impedito di volare, riposare, saltare, gioire, semplicemente vivere, gli viene solo concesso di esistere per un po’.
Quello che il cuore di ognuno di noi sa, ma non ricorda, è che ogni singolo animale che ho citato è un essere vivente in grado di formulare pensieri, provare emozioni, amare i suoi cuccioli.
La dissonanza cognitiva che colpisce il genere umano è così radicata e profonda che lo rende “vittima” di una forma di discriminazione razziale che viene definita specismo.
Lo specismo è quel torpore mentale che impedisce ad un essere umano di comprendere un fatto di una semplicità elementare, cioè che non esiste differenza alcuna tra un cane, un gatto o una mucca e un maiale. Anzi, quando ci si libera dalla patina più spessa dello specismo si comprende, piuttosto semplicemente, che non esiste differenza nemmeno tra un pollo ed un uomo. (fonte: il mio cuore)
Purtroppo, però, lo stato di trance dovuto alla presunzione di superiorità insita nella razza umana, quella che lo spinge ad uccidere per possedere, a sottomettere per sfruttare, a discriminare per emergere, mista allo stato di ignoranza in cui viene al mondo, che fa di ogni essere umano una vittima di manipolazione mentale politica e religiosa, domina l’esistenza della moltitudine di persone che calcano questa terra. In questo stato di trance, imbellettato e truccato a festa da miriadi di prodotti di origine animale, in un rumore assordante di colori ed offerte speciali, è impossibile percepire il silenzio della morte.
La morte che non conosce sosta e che avvolge con il suo mantello nero l’intero pianeta come una notte eterna, la morte che si prende 56 miliardi di animali ogni anno, 170 miliardi contando i pesci, 5.390 ogni secondo, di ogni minuto, di ogni ora, di ogni giorno. Sempre.

Nello specifico, uccidiamo:

polli (45,9 miliardi)
anatre (2,3 miliardi)
maiali (1,2 miliardi)
conigli (857 milioni)
tacchini (691 milioni)
oche (533 milioni)
pecore (515 milioni)
capre (345 milioni)
mucche (292 milioni)
bufali (23 milioni all’anno)

L’elenco del «genocidio» prosegue con 65 milioni di roditori, 63 milioni di uccelli, 4 milioni di cavalli, 3 milioni di asini e muli. Chiudono la classifica dello «sterminio», 2 milioni di cammelli e dromedari che per fortuna, almeno in Italia, non hanno gran mercato, e, ovviamente, tutti i pesci: balene, delfini, tonno, salmone, orate, spigole, cernie, gamberetti, merluzzi, pesce azzurro, sardine, ecc.
Questa ecatombe ha conseguenze su tutto l’equilibrio del pianeta, alcune più evidenti, altre meno.
Una delle più grandi bugie che ci sono state dette e continuano allo sfinimento, è la mezza verità che l’uomo ha sempre mangiato carne e che, quindi, è di natura onnivora.

Questo dato è falso come una banconota da 3 euro.

 

Franco Libero Manco, AVA Associazione Vegetariana Animalista:

“L’uomo nasce come animale frugivoro e per milioni di anni si alimenta allo stesso modo delle scimmie antropoidi, finché nell’ultima glaciazione, circa qualche milione di anni fa, le foreste, diventate gradualmente inospitali a causa di cambiamenti climatici, si trasformano in savane e i nostri progenitori, sprovvisti di qualunque arma naturale, adatta ad inseguire, a dilaniare e a mangiare la durissima carne cruda della preda, per sopravvivere, si adattarono a mangiare anche la carne, vivendo di sciacallaggio, cioè dei resti degli animali predatori. L’introduzione, anche se relativamente modesta dell’alimento carneo (circa il 25-30 %) nella loro dieta naturale, fondamentalmente vegetariana, portò ad un calo a picco della lunghezza della vita media dell’individuo (circa il 50%), probabilmente dovuto al conseguente sviluppo delle malattie. L’uomo nasce nelle grandi foreste dell’Africa equatoriale, come animale arboricolo, cioè che vive principalmente sugli alberi, contemporaneamente allo sviluppo delle angiosperme, le piante da frutto e, per circa 4 milioni di anni, si nutre di frutta, semi, germogli, bacche, foglie e radici. Anche quando inserisce nella sua dieta la carne, resta fondamentalmente vegetariano. Dedicandosi sempre di più all’agricoltura e meno alla caccia, l’alimento carneo diviene sempre più raro e, nel tempo, relegato soltanto ai ricchi, come status simbolo di una condizione economica. L’uomo attuale, strettamente imparentato con gorilla, scimpanzé, gibboni e urang- tang, appartiene alla classe dei mammiferi, all’ordine dei primati, alla famiglia degli ominidi, al genere homo, alla specie homo sapiens ed ha con questi in comune il 98% circa del patrimonio genetico. E’ anatomicamente strutturato come questi avendo, infatti, due mani e due piedi, niente coda, occhi che guardano in avanti, ghiandole mammarie sul petto, milioni di pori sudoripari nella pelle, pollice della mano opponibile, adatto a raccogliere semi e frutti, apparato masticatorio come il nostro, canini poco sviluppati, grandi molari smussati, adatti a triturare cibi duri e, quindi, notevole spessore dello smalto, forma dei denti con cuspidi arrotondati, incisivi ben sviluppati, adatti a tagliare i frutti e i vegetali, inoltre ghiandole salivari ben sviluppate come le nostre, saliva ed urina alcalina, lingua liscia, stomaco con duodeno, l’intestino (lungo 12 volte la lunghezza del tronco) è sacculato, cioè a zone che servono alla fermentazione degli alimenti vegetali, la placenta è discoidale, il colon convoluto. Struttura anatomica generale praticamente identica alla nostra. Il fatto che questi nostri parenti siano vegetariani indica chiaramente che l’essere umano non sia stato strutturato dalla natura a mangiare la carne, e che non è, come alcuni sostengono, un animale onnivoro. L’animale onnivoro, infatti, ha 4 zampe, coda, occhi che guardano di lato, mammelle sull’addome, incisivi assai sviluppati, molari possenti, formula dentale differente dalla nostra, saliva ed urina acida, fondo dello stomaco arrotondato, canale intestinale 8 volte la lunghezza del tronco, placenta non caduca. Anche se l’essere umano, per la propria sopravvivenza, si è abituato a mangiare di tutto, questo non vuol dire che sia predisposto ad essere onnivoro: lo è diventato per sopravvivenza, per abitudine, vinto dal gusto della carne cotta. Ma, a causa di questo cambiamento di dieta, ha pagato e paga con malattie e con il conseguente accorciamento di almeno 20 anni della sua vita I primi bracieri ardenti per cuocere il cibo risalgono soltanto a 50 mila anni fa. Da questa data l’uomo addomestica animali in recinti e si dedica allo sviluppo dell’agricoltura, mentre la comparsa, in Egitto, dei primi rulli di pietra per macinare il grano risalgono soltanto a 10 mila anni fa. In passato, la carne veniva consumata saltuariamente e per questo l’organismo aveva più possibilità di metabolizzare questo prodotto senza eccessivi effetti collaterali. Il problema del consumo della carne arriva in Occidente dal 1950 in poi , in virtù del benessere economico. Così, tutta la popolazione ha potuto finalmente appagare la fame ancestrale di questo prodotto, facendone un uso smoderato, ma sovvertendo la millenaria tradizione alimentare e con effetti devastanti per la salute umana.”

 

 

Original post Per capire, devi sapere

Foto prelevata liberamente dal web

Antispecismo non fa rima con consumismo


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Nell’immaginario pubblicitario del consumismo gli allevamenti sono posti idilliaci dove gli Animali vivono felici a contatto con la natura e gli esseri Umani si prendono cura di loro con “affetto” (così è più facile mangiarli!). In generale la narrativa sul consumo degli Animali è talmente vasta che persino i più attenti fanno fatica a confutarla. Uno dei miti più difficili da sfatare è quello per cui gli Animali non avrebbero nulla da ridire sul modo in cui li trattiamo, perché fin dalla notte dei tempi abbiamo usato il loro “tacito consenso” come futile pretesto all’addomesticamento e quindi allo sfruttamento. Ma non è mai esistita un’era ipotetica in cui gli Animali venivano rispettati e trattati bene! E ovviamente non esiste oggi! La loro sottomissione è il risultato di secoli di violenze e sevizie che li hanno completamente piegati al nostro volere. Per poter invertire questo macabro meccanismo dobbiamo immedesimarci nelle sofferenze altrui, abbattere l’egoismo ed aumentare l’empatia, ovvero diffondere l’antispecismo. Gli Animali provano esperienze coscienti, nella sofferenza e nell’infelicità, ecco perchè dobbiamo diventarne i testimoni e portavoce mettendoci nei loro panni di vittime ed assumendo una posizione di assoluta parità…non certamente di dominio! La consapevolezza della vita altrui é un valore intrinseco, proprio di ogni essere vivente. Ma non tutti ne sono dotati pienamente, e molti preferiscono concentrarsi verso il proprio ego e distanziarsi quindi dagli altri, piuttosto che condividere piaceri ed emozioni reciproche. Non a caso il rispetto dei non Umani é cosa rara, proprio perché il diverso viene inteso come s-oggetto ostile più che bene prezioso di interscambio culturale. Sembra difficile e a tratti impossibile confrontarsi con una Formica, così enormemente diversa da noi, ma provare ad osservare le sue gesta é tanto assurdo quanto affascinante. L’egoismo é una priorità prettamente Umana più che Animale, ed é importante saper distinguere chi agisce e sfrutta gli altri per convenienza personale più che per empatia. Questo perché il contagio é dilagante, e altamente pericoloso.

Quasi vegana & Quasi filosofo


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Secondo Leonardo Caffo esiste una presa di coscienza a strati, una sorta di consapevolezza a convenienza personale cui adeguarsi in base alle circostanze. Un opportunismo integrato ad alcuni personaggi di dubbia provenienza, i quali si assumono l’arroganza di avere la soluzione in tasca per far cessare lo sfruttamento Animale…o meglio diminuire il genocidio, visto e considerato che si vuole presumere con convinzione la funzionalità etica della violenza felice. Ma cos’é queso marchio di fabbrica? Da cosa e da chi é composto questo copyright corporativo? Questa mistificazione marketizzata é capostipite dell’allevamento sostenibile, del business green, della bio industrializzazione…ovvero la nuova frontiera della new economy. Sempre Leonardo Caffo afferma con convinzione di essere un animale tra gli animalisti, senza conoscere forse la vera storia dell’animalismo. Un movimento costituito da battaglie ideologiche e scontri fisici che hanno anche permesso la nascita e il perseguimento di un antispecismo rivoluzionario…ovvero l’unico strumento attuale, se così vogliamo chiamarlo, ostile alla mercificazione degli esseri viventi. Si preferisce quindi perseguire filoni mediatici, credendo forse di alleviare la sofferenza degli Animali tramite spot brandizzati e squallide chiacchere filosofiche, addirittura anche utilizzando una satira spicciola e fuori luogo. Probabilmente Giulia Innocenzi e Leonardo Caffo credono ipocritamente che il successo sia lungo e producente, ma si vantano subdolamente di non credere alle critiche costruttive. Una quasi vegana e un filosofo pentito si rifiutano, con saccenteria arrogante, di contribuire in gruppo alla liberazione Animale. Che tristezza, e che fallimento. Ma non è tanto chi sia Giulia Innocenzi, cosa fa o scrive, ma piuttosto chi c’è dietro lei o personaggi simili. Diffondere la concezione furba di un allevamento sostenibile non intensivo è fondamentale per convincere i consumatori (vegani e non) dell’esistenza reale di un isola felice in cui beati Animali da reddito vengono uccisi dolcemente e nel pieno rispetto delle regole morali e civili. E’ doveroso prendere le distanze da tutto ciò che rappresenta l’ipocrisia del business-green (alias veganismo multifunzionale), ovvero una mistificazione perfetta in cui anche il salutismo vegano vi è entrato pienamente, proprio a causa dei vegani stessi e di tutti quelli che stupidamente o anche volontariamente hanno contribuito a questo scempio. Si rischia seriamente di cancellare anni di lotta valorosa e duro lavoro, a causa purtroppo di facili ingenuità ed abili strategie di marketing. Il sistema vuole così, perchè è scontato e risaputo che i Maiali muoiono ammazzati. Cara Giulia Innocenzi…non è una questione di coerenza, ma piuttosto di mistificazione. Che Vissani si sia schierato contro gli allevamenti intensivi…chissenefrega! Anche perchè mi sembra ovvio, ed anche uno gnomo ignorante lo avrebbe fatto! Il problema di fondo non sono gli allevamenti intensivi, ma tutto il carnismo in sè che perdura da secoli, e che certamente non si allevierà tramite un semplice libro di successo o con uno spettacolo televisivo. Di questo la rete ne è già piena! Le denuncie sono importanti, ovviamente, ma nascondersi dietro un dito…rappresenta l’ipocrisia più grande e dannosa! Cosa farete, tu ed altri specialisti della bio-violenza, quando i governi autorizzeranno la produzione della carne in provetta? (sempre che non l’abbiano già fatto) A risentirci per aggiornamenti!

 

Per dovere di divulgazione, e soprattutto in merito alle pubblicazioni su Facebook di Giulia Innocenzi e Leonardo Caffo, qui di seguito il commento di Codice A Barre

“Questo post è, in primo luogo, un tentativo di capire cosa stia succedendo nell’attuale dibattito sui diritti animali, alla luce delle reazioni scaturite dopo una foto pubblicata da Giulia Innocenzi, non-vegana e autrice del libro Tritacarne sugli allevamenti cosiddetti intensivi, in cui la stessa abbraccia il cuoco Vissani (quello della dichiarazione di qualche tempo fa “I vegani sono una setta. Li ammazzerei tutti”).
In secondo luogo, vogliamo continuare a riflettere sul rischio di messaggi ambigui, controproducenti e contradditori di chi, come la Innocenzi, pensa che esista un modello di allevamento “etico”, dove all’animale possa essere dato ogni tipo di diritto, tranne naturalmente, però, quello più fondamentale di tutti, vale a dire evitare di avere la gola tagliata al macello.
Infine, andremo a commentare quello che ha scritto Leonardo Caffo, autore antispecista e vegano, riguardo a quanto è scaturito dopo la pubblicazione della foto della Innocenzi con Vissani.
Andiamo per gradi. Giulia Innocenzi ha pubblicato una foto con Vissani in cui, come didascalia del loro abbraccio, afferma: “SIAMO LA COPPIA PIU’ BELLA DEL MONDO, E CI DISPIACE PER GLI ALTRI… Quando senti che tutto traballa, rintanati nelle certezze: Gianfranco Vissani uno di noi!!! P.S. Chi l’avrebbe mai detto, eh? La battaglia contro gli allevamenti intensivi crea alleanze inaspettate, anche fra una quasi vegana e un iper carnivoro.”
Ci sono molte cose da dire riguardo a quanto dichiara la Innocenzi. La prima è che “quasi vegana” (riferito a se stessa) e “uno di noi” (riferito a Vissani) non sono espressioni innocue come la Innocenzi vuole far sembrare.
L’uso del termine “quasi vegano” ci fa capire che la Innocenzi non ha le idee ben chiare (o non vuole averle) riguardo al veganismo e al movimento di liberazione animale. Non si può essere “quasi vegani” e non perche’ si tratti di una classifica di purezza, ma perché il veganismo non è una dieta disintossicante, da fare cinque giorni su sette, non è salutismo, ma un movimento di liberazione e di astenzione dalla violenza.
Dichiararsi “quasi vegani”, quindi, sta allo stesso livello di dichiararsi “quasi” contro la violenza sui cani, per esempio (e questo esempio è subito chiaro a tutti, dato che anche i non-vegani non fanno fatica a riconoscere nel cane un individuo da rispettare, sempre e comunque).
Ma questo termine “quasi vegana”, messo vicino a “Vissani uno di noi”, ci lascia perplessi anche per un altro motivo. Se non basta il “quasi vegana” a confondere le idee sul significato del veganismo, ecco che arriva la celebrazione di Vissani (“uno di noi”) accanto a quell’aggettivo “vegano”. A Giulia Innocenzi chiediamo di farci un favore: quello di non usare l’aggettivo vegano impropriamente, come se si trattasse di una dieta a percentuali, e di riflettere sul fatto di averlo usato nella stessa frase in cui Vissani viene definito “uno di noi”.
ll veganismo, infatti, non mira al “mattatoio felice” e alla “violenza etica”. Bisogna evitare di fare confusione. Che Vissani sia contrario agli allevamenti intensivi non ci sembra qualcosa da elogiare, come se si fosse scoperto chissà cosa. Quale carnista si pronuncerebbe mai a favore degli allevamenti intensivi? Nessuno. Stanno sempre tutti a parlarci di come l’animale, prima di essere ammazzato, debba vivere al pascolo, libero (ma non libero di scappare dal mattatoio, s’intende). Cuochi, allevatori e consumatori sono sempre pronti a tessere le lodi dell’allevamento di una volta, dell’allevatore di fiducia, del macello di provincia. È qualcosa che vuol fare illudere che si sia davvero generosi nei confronti degli animali.
Ma il veganismo non si occupa del come si sfrutti e si uccida un animale. Di quello si occupa il cosiddetto welfarismo. Il veganismo ha, invece, a che fare con l’abolizione di sfruttamento e violenza e non con la sua continuazione.
Quindi, Giulia Innocenzi, se la tua campagna mira a cambiare i modi della violenza, ma non la sostanza, allora sì, Vissani è uno di voi, ma SOLO di voi, e non uno di noi.
Il cuoco, infatti, non ha nessun problema con l’uccidere animali, pur potendo benissimo farne a meno. Vissani è uno di quelli che resta favorevole a sfruttarli e ammazzarli, parliamoci chiaro.
La considerazione che la Innocenzi ha di Vissani non ci sorprende, comunque. Abbiamo ascoltato diverse interviste alla Innocenzi e, nei suoi discorsi, del concetto fondamentale del veganismo e dell’antispecismo non c’e traccia o quasi.
Si parla ripetutamente di rischi per la salute nel mangiare animali (noi li chiamiamo così, non “carne”), di rischi causati dall’uso di antibiotici dati agli animali e dall’inquinamento prodotto dagli allevamenti, ma dell’animale come individuo a cui riconoscere il diritto a non essere sfruttato e ucciso in NESSUNA forma non c’è traccia. Anzi, la Innocenzi si spinge persino a fare l’elogio della “eccellenza italiana” e a promuovere etichette da lei definite “parlanti” da apporre sul corpo impacchettato di chi è stato ucciso e venduto al supermercato, per chiarirne la provenienza.
Ma da chi vuole che provenga quel corpo se non da un animale, senziente come noi, che voleva solo essere lasciato in pace, invece che essere costretto a nascere con l’unico scopo di essere ucciso?
Se le etichette davvero potessero parlare, direbbero che si tratta di qualcuno, non di qualcosa, di un individuo e non di “carne”, o che quello era il latte di una madre non-umana destinato ai suoi figli o le proprie uova e non prodotti per i quali, “a fine carriera”, si debba venire uccisi o si debba uccidere i piccoli maschi.
Ci troviamo ancora costretti a ripetere quello che abbiamo già spiegato molte volte, cioè che se il messaggio rimane ambiguo, non si tratta di piccoli passi in avanti, ma di un rallentamento del movimento di liberazione animale.
L’industria gongola ogni volta che qualcuno corre in sua difesa con la propaganda dell’allevamento “felice”.
L’industria non ha altra arma a sua disposizione se non quella di illudere le persone che esista un modo corretto di commettere violenza, quando, invece, la scelta vera consiste tra commetterla e non commetterla.
Se trasmettere delle immagini degli allevamenti intensivi si conclude in maniera vaga o, peggio ancora, con l’invito a uccidere “coscienziosamente”, non si tradiscono mica i vegani (non siamo noi che andiamo al macello), ma, gli animali stessi.
Inoltre, tutto quello che sappiamo in termini di psicologia e cambiamento del comportamento o dell’efficacia delle campagne sociali, ci dice che il messaggio deve essere chiaro e mirare a obiettivi a lungo termine e non essere diluito.
Nessun movimento per la giustizia ha mai chiesto dieci per ottenere cento. Parlare in maniera chiara aiuta chi davvero puo’ cambiare.
Nessuno nega che ci sia un valore nel mostrare immagini di animali allevati in maniera intensiva, ma se il messaggio rimane quello secondo cui basterebbe allevarli meglio per sentirsi a posto con la coscienza, allora non ci siamo proprio.
Tutte le strade (intensivo o meno, biologico, al pascolo, senza antibiotici, etc.) portano al mattatoio e ogni animale che nasce in un allevamento viene visto sotto una sola ottica: essere sfruttato e ucciso.
A chi continua, senza alcun dato che possa supportare le proprie tesi e ignorando tutti gli studi compiuti in merito, a dire che si tratta di una strategia dei “piccoli passi”, facciamo notare che chi parla di “violenza felice” non mette in atto un cambiamento di strategia, ma sostituisce l’obiettivo stesso e finisce col promuovere il suo opposto: l’animale resta uno schiavo da uccidere. E a questo o si è favorevoli o contrari. Non esistono i “quasi”. È ora di pronunciarsi.
Per finire, parliamo dell’autore Leonardo Caffo, che va in soccorso di Giulia Innocenzi. In suo post, condiviso dalla Innocenzi stessa, Caffo afferma: “Riemergo brevemente dall’apatia che ormai mi suscita il dibattito per esprimere solidarietà a Giulia Innocenzi per gli attacchi vari che ha ricevuto in questi giorni da animalisti di ogni tipo convinti di avere verità, coerenza e perfezione nel taschino. Tutte le volte che si prova a cambiare le mani vanno sporcate; se volete le mani pulite e il trofeo della perfezione tenetevi il mondo così com’è.”.
Caffo potrebbe provare a spiegarci per quale motivo ci si debba “sporcare le mani”. Da una persona che s’interessa di filosofia, ci si aspetta argomentazioni logico-razionali che possano supportare la propria tesi, e non semplici slogan.
Che ci si debba sporcare le mani è tutto da dimostrare, come pure che si abbia bisogno di messaggi fuorvianti e ambigui come quelli della Innocenzi.
Riguardo al drammatico termine “attacchi”, usato da Caffo, beh, gli facciamo presente che non esistono personaggi intoccabili e che quelli che lui definisce “attacchi” fanno parte del diritto di critica.
Caffo parla di animalisti “di ogni tipo”? Dal modo in cui si esprime, ci pare chiaro che Caffo non solo abbia una visione snobistica del resto del movimento, ma che, appena altri esercitano il diritto di critica, questi vengano da lui degradati e definiti “animalisti di ogni tipo”, senza contare che, a questo punto, la stessa Innocenzi dovrebbe rientrare nella categoria…
Se Caffo si sente apatico, rimanga pure inattivo: non c’è bisogno di risvegliarsi dal torpore per andare in aiuto di chi parla di “carne felice”. Risparmi pure le energie per la disobbedienza civile di cui tempo fa andava parlando, ma di cui non si è mai vista traccia.”

Per saperne di più su veganismo e liberazione animale:
www.vegfacile.info
www.piattoveg.info/
www.sarcofagia.it/
bioviolenza.blogspot.com
– “Perché vegan”
http://www.agireoraedizioni.org/libri/vegan/ebook-perche-vegan