Canapa free


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Dal settore agricolo alla bioedizia, dal tessile all’alimentare, fino all’uso terapeutico…la canapa si impone come pianta del futuro, tramite realtà imprenditoriali abili e responsabili nel creare nuovi posti di lavoro, nuove opportunità di benessere, nuovi orizzonti di scambi culturali…ovviamente in un ottica di produzione e vendita non speculativa. Ma non è facile, e non è sicuro che ciò avvenga concretamente e in breve tempo. In passato la canapa è stata bistrattata, screditata e poi esclusa da un consumo etico e responsabile. Le grandi aziende corporative hanno impiantato una massiccia campagna denigratoria, trasformando un bene comune in una minaccia per la salute ed il commercio. Proprio perchè l’avvento delle plastiche e della chimica farmaceutica dovevano rappresentare il nuovo secolo consumista, la nuova rivoluzione industriale a cui i grandi capitalisti si stavano aggrappando viscidamente per dare sfogo alle loro bramosità di fama e potere. La disinformazione è stata enorme, con condanne pregiudiziali che hanno favorito preconcetti errati e fuorvianti.
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La canapa utile (Cannabis sativa) è una specie del genere cannabis ed è coltivabile soprattutto per uso tessile, ma anche edile, o per la produzione di carta, e addirittura per la farmacognosia. In essa sono presenti alcune sostanze stupefacenti in percentuali variabili a seconda della varietà. Prima dell’avvento del proibizionismo essa era molto diffusa nel mondo come importante ed essenziale materia prima, essendo una delle piante più produttive in massa delle zone temperate del pianeta. Ma nonostante la sua origine “calda” può sopportare i climi più diversi e pertanto facilmente coltivabile nelle più svariate zone terrestri, con opportuni accorgimenti e metodologie appropriate.
Oggi la legalità della cannabis varia da paese a paese, negli Stati Uniti per esempio è stata vietata nel 1937 con l’emanazione del “Marijuana Tax Act” a firma del presidente Franklin Delano Roosevelt. Fraintesa dunque come anticamera di un processo dipendente da sostanze stupefacenti la canapa è stata per decenni censurata e ghettizzata a sostanza illegale, senza che fosse permessa una produzione lecita e pertanto ricca di vantaggi. Apparentemente sempre più persone sembrano risvegliarsi da questo torpore esistenziale e, con enormi difficoltà di apprendimento e condivisione, stentano a creare una piena consapevolezza sui benefici estesi di questa ottima risorsa naturale. Le conoscenze, gli studi e gli sviluppi di questa antica e preziosa pianta potrebbero apportare numerosi benefici per tutta la collettività…se solo i poteri forti dell’industria e della finanza potessero crollare a poco a poco dentro una cupa nube di autodistruzione.
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Il cibo, gli oggetti, gli usi e le attitudini di questa società capitalista (definita erroneamente moderna) sono strettamente correlati allo sfruttamento Animale. Gli additivi d’origine Animale sono abbondantemente presente in ogni fase della produzione alimentare, negli alimenti più impensabili. Lana e seta ed ogni pellame costituiscono la moda rappresentativa di uno status sociale senza eguali nella storia, e le ripercussioni sono inimmaginabili. Basti pensare ad alcune zone industriali della Cina dove esistono veri e propri lager di detenzione in cui Cani, Volpi ed ogni genere di sventurata creatura viene uccisa selvaggiamente per ricavarne tessuto o pelle d’ornamento. E che dire del traffico d’avorio (recentemente solo in parte vietato) generatore nei decenni passati di vere e proprie spedizioni di morte, con l’uccisione di migliaia di Elefanti e Rinoceronti. Lo sfruttamento Animale ha generato in un solo secolo un miriade di vittime Animali che non eguali nella storia di questo pianeta. C’è chi afferma ipocritamente che l’essere Umano si sia sempre nutrito di loro, si sia sempre coperto di loro, abbia sempre utilizzato le loro qualità naturali per i più svariati metodi di cura e terapia. Ma quello che spesso non viene analizzato è la metodologia feroce ed indiscriminata che è stata perpetrata in così breve tempo. Le seguenti specie viventi sono in via d’estinzione: Elefanti, Tigri, Oranghi, Lupi, Balenottere azzurre, Zebre, Tapiri, Cercopitechi, Furetti piedi neri, Gibboni, Licaoni, Fagiani, Giraffe, Babbuini, Bisonti, Delfini, Ghepardi, Mandrilli, Leoni, Panda, Pipistrelli, Squali, Aquile delle Filippine, Condor della California, Pinguini, Cormorani, Albatri, Tartarughe, Coccodrilli, Storioni, Aragoste, Gamberi…ecc.ecc.ecc. in una lunga lista che si aggiorna in tempi brevissimi. E questo non per cause naturali, non per calamità o epidemie, non per qualche ragionevole dubbio che potrebbe far pensare ad una modificazione del ciclo vitale di questi esseri viventi. No! L’unica ragione è lo sterminio in atto generato volontariamente dall’essere Umano a causa dei suoi ipocriti scopi, e anche indirettamente per alcune manovre estreme che hanno generato uno stravolgimento precoce negli habitat naturali di queste creature. In sostanza è sempre colpa dell’Umano. Ormai è diventata una macabra certezza, quasi una prassi scontata e a tratti psicotica. Basti pensare alla produzione da olio di palma, la cui deforestazione ha messo in pericolo di vita migliaia di Oranghi. Basti pensare alla mattanza che avviene puntualmente ogni anno a danno di Delfini e Balene. Basti pensare alla pesca indiscriminata che sta svuotando mari ed oceani. Basti pensare ad ogni Animale d’allevamento che viene concepito, nutrito ed ucciso solo per il breve tempo necessario a “maturare” la carne.
Una Mucca in libertà potrebbe vivere per ben 20/25 anni, senza costrizioni di sorta, senza per forza di cose essere ingravidata artificialmente per generare un Vitello…che neanche potrà coccolare tra i sui istinti materni. Senza essere sfruttata per 4 o 5 anni tramite l’utilizzo di vere e proprie pompe idrauliche, per essere spedita poi (ormai esausta) al macello. Gli esempi rappresentativi di tale scempio sono infiniti, e degni di ogni infausta automazione. Non è difficile immaginare come tale genocidio sia il risultato macabro di moderne tecniche di macellazione che sono state concepite solo per il gusto bramoso di ottenere profitto. L’epoca della mercificazione è una triste realtà, ed ogni consumatore che si rispetti è complice e colpevole in tutte le variabili possibili.
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Per sopperire a questo genocidio esiste un mondo parallelo in cui alcune persone responsabili stanno cercando di agire al meglio per preservare le specie viventi ed ogni ambiente circostante. Esistono figure professionali sempre più indirizzate alla preservazione della vita terrestre, in ogni sua forma. Esistono nuovi approcci al consumo che risparmiano, tutelano e conservano le risorse naturali. Esistono metodologie all’avanguardia nell’etica e nella consapevolezza che aiutano sempre più persone a guardare verso un futuro più libero e pacifico. Ma nonostante tutto questo non è facile e non è detto che sia plausibile una rivoluzione nei tempi e nei modi soddisfacenti. Non è certo che si applichi una rinascita culturale e sociale. Nessuna possiede la soluzione in tasca, ma certamente restare a guardare senza poter fare nulla di concreto è purtroppo una colpa anch’essa. Bisogna rivalutare ogni abitudine quotidiana per far sì che le prossime generazioni possano almeno in parte godere di un autentico stravolgimento dei propri bisogni.
Foto di Nir Vana e Roger Olmos , altre da Wikipedia

Vegan – Marie Laforet


veganTorniamo a parlare di salutismo ed alimentazione in un luogo dove spesso e volentieri si discute di Animali nel senso più etico e consapevole. Questo perchè molti pensano che la liberazione animale debba passare per forza di cose dalla bocca dei consumatori piuttosto che dalla coscienza di chi partecipa allo sfruttamento. Forse sì, forse no? Il tempo potrà darci torto o ragione, nel frattempo ognuno faccia la propria parte e partecipi con convinzione alla causa sperando che la collaborazione di milioni di persone sensibili possa un giorno alleviare e quindi sollevare le sofferenze di miliardi di Animali innocenti ed indifesi. Detto questo passiamo alla divulgazione di un ottimo strumento di lettura: il libro. Nell’epoca più gloriosa dell’informazione i testi scritti su carta sembrano essere esclusi dalla divulgazione di massa considerati perciò vecchi e polverosi. Niente di più sbagliato ovviamente! Non esiste niente di meglio nell’entrare in una libreria e lasciarsi rapire da centinaia di titoli interessanti e succosi di cultura. Nell’immaginario editoriale c’è solo l’imbarazzo della scelta e non mancano certamente i buoni propositi. Oggi parliamo di un autrice molto interessante che ha pubblicato recentemente un volume illustrato ricco di tante ricette vegetali: “Marie Laforet – Vegan”.

Oltre 500 ricette vegan per tutte le occasioni!

“La cucina vegan è ricca di creatività, fantasia e gusto: mangiare vegan vuol dire gustare una varietà senza uguali di cibi, un tripudio di colori, sapori, profumi e inventiva, ma soprattutto scegliere una dieta sana per se stessi e compiere una scelta etica per il pianeta.”

Da sempre una “buona” alimentazione ricca di cibi salubri e gustosi è sinonimo di ottimo stato fisico e mentale. Di contro purtroppo in un passato recente un consumismo esasperato, e a tratti scellerato, ha contribuito ad incrementare un approvigionamento di sostanze nutritive poco consone all’organismo Umano. Da circa 60 anni il consumo di carne e derivati è aumentato in modo esponenziale incrementando un mercato che non ha nessun interesse a privilegiare la salute delle persone. Tralasciando l’aspetto etico, che trattiamo in altri articoli, qui vogliamo puntualizzare la scoperta di cibi spesso tralasciati o addirittura ignorati dalla maggior parte dei consumatori poco attenti alla scoperta di nuovi (vecchi) sapori e profumi. Come non affermare con convinzione tutta la bontà di una serie infinita di vegetali e frutti altamente ricchi di aromi e fragranze inconfondibili? Non a caso nella maggior parte delle macellerie l’odore del sangue viene cammuffato o addirittura estromesso, proprio per la sua ripugnanza intrinseca. Dentro questo libro avrete solo l’imbarazzo di scegliere tanti ingredienti a volte sconosciuti ma piacevolmente inaspettati, corredati da tante fotografie e descrizioni semplici ma non prive di attenta meticolosità. Tutto questo per non sbagliare nella vostra cura ed attenzione in cucina e nei vostri pranzi giornalieri. Basterà seguire i preziosi consigli dell’autrice e certamente non sbaglierete nelle vostre buonissime preparazioni.

Per concludere inserisco il link-info prelevato direttamente dal sito Edizioni Il Punto D’incontro

 

Non mi resta che segnalare il libro per i vostri (spero) eventuali acquisti:

Vegan – Marie Laforet

Buona lettura, e buon appetito!

Il Milan, Montella e le favole vegane


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Di Annamaria Manzoni:

“Difficile ignorare, anche se del tutto insensibili all’argomento, che il Milan in un paio di settimane è riuscito a inanellare la bellezza di ben  quattro sconfitte, in campionato e fuori: gran brutta esperienza, meritevole di approfondimenti su un numero impressionante di canali televisivi, impossibili da dribblare (sic!) se solo si fa un po’ di zapping. Farlo è comunque interessante perchè inaspettatamente immette nel vivo di animate discussioni sul veganismo, che deve essere diventato un fenomeno davvero inquietante se riesce ad invadere anche questo genere di spazi. E se ne scoprono allora della belle. La faccenda è ormai risaputa: nell’ottobre scorso l’allenatore Vincenzo Montella stabilisce per la sua squadra un nuovo regime alimentare, con l’ausilio del preparatore atletico Emanuele Marra e sotto la guida della naturopata Michela Valentina Benaglia. Si comincia a parlare di dieta vegana, ma un po’ a bassa voce, con un interesse tutto sommato molto contenuto. Che resta tale fino ai giorni scorsi, quando le performances non proprio entusiasmanti dei  rossoneri hanno scatenato la caccia all’untore: individuato appunto nel veganesimo, rinato dalle ceneri dell’indifferenza per finire  lì sul banco degli imputati: sarebbe riuscito ad indebolire gli atleti, nel fisico certamente, ma anche nel morale, nella psiche. Un giocatore, coraggiosamente trincerato dietro un anonimato  forse degno di più temibili minacce, avrebbe confidato al giornalista “…mi alleno meglio con la carne rossa” (Pianeta Milan, 03.02.2017): il giornalista, comprensivo, afferma a commento che “l’istinto carnivoro comincia a farsi sentire”, sostenuto nella sua visione delle cose da un suo collega di Repubblica, Enrico Currò, il quale, umilmente, attribuisce valore scientifico alle proprie convinzioni quando afferma che “…la carne rossa…tra l’altro è parte importante della dieta da calciatori”. Si, sì: proprio quella inserita nell’elenco degli alimenti “probabilmente cancerogeni” dall’OMS (Lancet Oncology, 26.10.2015). All’ a.d. Galliani non resta che giocare sulla difensiva (sic!) e rassicurare che quella imposta non è una dieta vegana, ma vegetariana (Corriere dello Sport, 5 febbraio)! Così magari i tifosi si tranquillizzano nel sentire che i loro eroi sono sì sottoposti a sacrifici, ma non estremi.  Di sacrifici e rinunce non si astiene dal parlare lo stesso Montella, severo sì, ma consapevole che la dura scelta è il prezzo da pagare sulla via della gloria (che magari arriverà). I titoli dei giornali hanno in genere sintetizzato la scelta alimentare in questione riferendosi a “soia e kamut” nonché “famigerato latte di soia o di cocco” (per la cronaca, famigerato è sinonimo di malfamato: il latte di soia!?!)  per un “Milan in crisi e affamato” per il quale sarebbero stati violati gli standard nutrizionali con questa “dieta che sembrerebbe addirittura vegana”. Addirittura?! Non è casuale  il richiamo ad alimenti poco usati nella nostra cucina, certamente perdenti nel confronto con cibi ritenuti virili, ben più adatti ai loro campioni: che quindi sono in crisi di astinenza, soffrono di languore carnivoro, hanno già allucinazioni (Repubblica, 3 febbraio). Bene, una verifica dei cibi contemplati dal piano alimentare sotto processo contiene una scoperta davvero interessante: perché tra questi vi sono carne di tacchino nonché ragù di pollo: ignoranza allo stato puro oppure mistificazione della realtà? Nessuno, per quanto del tutto disinteressato alla questione, può ignorare che  vegetarianesimo e veganesimo non sono compatibili con il  consumo di alcun animale: e si dà il caso che tacchini e polli lo siano. Quindi, la famigerata dieta è semplicemente una dieta leggera, ma il gioco di squadra (sic!) dei media non ha contemplato si alzassero voci per correggere l’errore o condannare la mistificazione:  muro compatto in difesa dell’indifendibile, quindi. Visto che la tesi acriticamente accreditata faceva riferimento al veganesimo,  avrebbe potuto essere l’occasione per alzare il sipario su uno stile di vita, da molti rimosso perché in grado di smentire luoghi comuni e abitudini inveterate, e invece abbracciato da indiscussi campioni di svariate discipline.  A cominciare dal più grande, quel Carl Lewis, “figlio del vento”, indiscussa leggenda con le sue dieci medaglie olimpiche oltre alle altre, che nel 1990 diventa vegano, per motivi etici e religiosi, nel bel mezzo della sua attività sportiva e dichiara  “Ho scoperto che un atleta non ha bisogno di proteine animali per essere un atleta di successo. Infatti il mio migliore anno nelle competizioni di atletica leggera è stato quando mi sono convertito al veganismo”.  Lo sprinter, due volte primatista mondiale nei 100 metri, che si palleggia con lui titoli prestigiosi, è Leroy Burrel, lui invece “soltanto” vegetariano. Si potrebbe continuare con  Edwin Moses, che per otto anni non ha mai perso la gara dei 400 metri ad ostacoli, o Murray Rose, vegetariano dalla nascita. Ma è esaustiva la dichiarazione di Dave Scott, considerato il più grande triatleta del mondo, che definisce “un errore ridicolo “pensare che gli atleti abbiano bisogno di proteine animali. E per sfatare il mito che vuole i vegani pallidi ed emaciati, grotteschi seguaci di uno stile di vita francescano, corredati da  una masochistica propensione all’autoflagellazione edonistica, basta dedicare un pensiero reverente alle sorelle Williams, Venus e Serena, l’una vegana su indicazione del medico, l’altra per condivisione solidale, secondo quanto riportato dai media: di loro,   sulla cui potenza fisica avrebbero molto da dire le centinaia di tenniste che hanno avuto la (mala)sorte di doverle fronteggiare, tutto si può dire tranne che richiamino, nell’aspetto e nella forza dirompente, sofferte privazioni alimentari. Se poi vogliamo restare nei patri confini, un grande testimonial è Mirco Bergamasco, statuario e imponente, il quale di mestiere gioca a   rugby, che notoriamente, per dirla con Nanni Moretti, non è uno sport per signorine: richiede velocità, forza, potenza, agilità, prontezza di riflessi, concentrazione, e anche coraggio. Appunto: lui è vegano. Insomma, davanti ad uno stato delle cose di cui gli esempi precedenti offrono solo un timido accenno, le reazioni del mondo calcistico, quello di testa e quello di pancia, della stampa che interpreta e dei tifosi che si scatenano, lasciano basiti: la ragione di fondo si appoggia all’esistenza di una profonda convinzione, in gran parte inconscia, che gli alimenti abbiano una forte connotazione sessista: ci sono quelli da uomini e ci sono quelli da donna . Gli stereotipi sono radicati  e la carne, soprattutto quella rossa, resta alimento icona dell’uomo macho, metafora di virilità. Risalendo nel tempo, era diffusa  la convinzione antica che introiettare un animale significasse impossessarsi delle sue caratteristiche, convinzione che sopravvive ancora oggi  nell’asserzione condivisa che si è ciò che si mangia. La carne rossa, poi, con il suo stesso aspetto, richiama concetti collegati all’uomo primitivo, quello che si procurava il cibo cacciandolo: quindi dal cavernicolo passando per il cacciatore per arrivare al calciatore, secondo una efficace sintesi di Brunella Gasperini (Repubblica, 15.12.2014). Dall’altra parte c’è il mondo dei cibi leggeri, delle donne, quelle che si nutrono garbatamente e con delicatezza di soia e affini, rafforzando un’identità di genere fondata sulla debolezza. “Is meat male?” E’ maschile la carne? E’ il titolo di una ricerca pubblicata nel 2012 sul Journal of Consumer Research, autore Paul Rozin, professore di psicologia della Università di Pennsylvania. Risposta positiva, a quanto pare,  non solo in nome dell’analisi scientifica dei dati, ma anche di una statistica molto più casereccia sulle abitudini osservabili intorno. Associamo ai cibi caratteristiche che sono coerenti con l’identità di genere: la carne (rossa) è macha e si connette ad uno stereotipo virile a quanto pare ancora vivo e vegeto: non sarà che nutrendo gli eroi in calzoncini corti con soia e kamut incomba su di loro una sorta di castrazione metaforica, non abdicheranno, insieme al consumo di carne, alla loro identità virile? Identità che, curiosamente, non appare però scalfitta dall’irruzione, negli spogliatoi e fuori, di profumi e deodoranti, gel e depilazioni. Ma tant’è: la coerenza latita nelle cose di questo mondo. In sintesi, del veganesimo è accreditata   una rappresentazione impropria: della sua essenza, perché confuso con ciò che non è, e delle sue ricadute, che vengono mistificate. Rappresentazione che appare difensiva in risposta anche al  diffondersi di un nuovo stile di vita, dall’indiscussa rilevanza economica, sancita persino dal paniere ISTAT, che vede nel 2017 i prodotti vegetariani e vegani presi in considerazione, in quanto divenuti significativi delle abitudini alimentari. Non c’è che dire: le cose cambiano e lo fanno velocemente se è vero che i tempi in cui, alla richiesta di un piatto vegano, la reazione era interrogativa, sconcertata, di panico (“che è?!”) sembrano appartenere ad un’altra era, ma da loro ci distanziano non più di  due o tre anni. L’opposizione al cambiamento, in risposta, assume forme diverse e passa anche dalla svalutazione esplicita o implicita dei nuovi cibi, ma soprattutto delle persone. Maurizio Crozza ne è il testimonial intoccabile più dirompente: la rappresentazione che lui fa del veganesimo è filtrata da un personaggio ridicolizzato all’eccesso, lo chef Germidi Soia, tutto erbe e radici, e, guarda caso, fortemente femminilizzato anche attraverso l’accentuazione di una gestualità che risulta francamente fuori tempo massimo : il quale, con una  reazione da decompressione, si fa venire la bava alla bocca al solo sentire nominare un panino con salame e maionese. Copione identico a quello dei giocatori i quali, secondo la tesi accreditata da alcuni commentatori, pagherebbero sul campo le abbuffate natalizie, ovvia risposta liberatoria  in reazione al regime alimentare subito. Insomma se un nuovo stile di vita va diffondendosi, mantenere lo status quo diventa per molti necessario: invece di un’analisi che non potrebbe che essere   perdente, è allora più facile opporre reazioni sconsiderate, giocate sulla messa in ridicolo di chi lo fa proprio. Esiste una ricerca, pubblicata sul British Journal of Sociology nel marzo 2011 ( datata, ma non si ha notizia di lavori altrettanto significativi più recenti), svolta sui giornali inglesi del 2007, da cui emerge l’attitudine degli stessi a gettare discredito sul veganesimo, descritto come bizzarro e comunque di difficile attuazione: i “seguaci” sarebbero ascetici, capricciosi, sentimentali, estremisti, in preda ad una nuova mania. Il ritratto che ne esce è fortemente peggiorativo  e gli autori, Matthew Cole e Karen Morgan, lo interpretano alla luce della vegafobia, come volontà di riproduzione dello specismo, quindi allargando correttamente il discorso dal piano alimentare a quello etico. Il veganesimo, spiegano, viene marginalizzato come fenomeno attraverso la cattiva rappresentazione che ne viene data; argutamente osservano che, in questo modo,  viene contestualmente perpetuata un’offesa morale anche a danno degli onnivori, ai quali non viene offerta l’opportunità di capire che cosa davvero è lo stile di vita di cui si sta parlando, lontano anni luce dall’essere una dieta, e quale enorme sfida alla svalutazione di tutte le specie animali contenga: ridicolizzare è il  modo per oscurare e quindi riprodurre e perpetuate relazioni di sfruttamento tra umani e non umani. E’ esattamente questo il nocciolo duro della questione: anche nelle situazioni di casa nostra, quelle a cui si è fatto riferimento nelle pagine precedenti, grandi assenti, invitati di pietra, sono gli animali non umani: si parla di cibo e non si parla di loro, che sono i soggetti implicati, sulla cui vita, ma soprattutto sulla cui morte, si gioca la vera partita, infinitamente più drammatica di quelle sui campi di calcio: la questione etica scompare per far posto a infinite, stucchevoli discussioni a base di luoghi comuni, inesattezze, preoccupazioni per il tono muscolare. E così è tutto un mondo fatto di ingiustizie, sofferenze, irraccontabili crudeltà,  a scomparire, rimosso e negato. Sarebbe auspicabile che almeno qualcuno tra i destinatari illustri della nuova dieta, anziché lamentarsi a bassa voce, cogliesse l’occasione per informarsi e poi spendesse la propria immagine, prendendo posizione: non in favore delle virtù di  kamut e soia, che davvero non importano a nessuno, ma di tutti quegli animali che popolano anche il loro mondo dorato. Le ricadute sarebbero enormi, in virtù della loro popolarità: dì una sola parola….: la aspettiamo, insieme a tutti gli altri animali, per i quali la partita che si gioca è quella tra la vita e la morte. Grazie in anticipo.”

Original post IL MILAN, MONTELLA E LE FAVOLE VEGANE

 

Bella riflessione scaturita da un banale ma essenziale scoop giornalistico che (come sempre) vuole demonizzare e quindi creare scalpore, più che informare e raccontare fatti o circostanze e considerazioni. Brutta cosa l’ignoranza soprattutto quella acuta, profonda, radicata nelle menti ottuse che non vogliono scoprire e capire nuove realtà, nuove concezioni, nuove consapevolezze. Si preferisce confondere, smontare e ridicolizzare chi o cosa simboleggia il nuovo progresso morale. L’etico non fa moda e spettacolo, e quindi profitto! Siamo alle solite: la diffusione (sempre e comunque) di banalità speculative che creano audience e popolarità, piuttosto che coerenza e giudizio. Addirittura l’accostamento della carne alla virilità è, comunque e purtroppo, un omofoba rappresentazione odierna che stenta a scomparire. Il machismo ed ogni discriminazione razziale rappresenta la forza dello sfruttamento e del predominio Umano.

Noi, gli animali, e il cibo


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Ho trovato questo articolo su un blog dal nome “La pagina cristiana” in merito al rapporto <uomo-animale>. Ho espresso più volte la mia posizione religiosa alquanto controversa e non mi ripeterò qui onde evitare spiacevoli equivoci. Invito pertanto tutti (credenti e non) alla seguente lettura:
 
“In realtà noi mangiamo gli animali perché abbiamo ricevuto un permesso divino. Torniamo alle Scritture.
Del primo racconto della creazione abbiamo parlato nello scorso articolo. Genesi riparla ampiamente degli animali quando Dio decide di salvare Noè e la sua progenie. Insieme agli umani Dio salva ogni specie animale sulla terra. E si badi, solo gli altri animali, anche i più microscopici, ma non le piante. E solo dopo che avrà fatto cessare il diluvio e riportato l’arca sulla terra ferma, il Signore concederà agli umani di nutrirsi degli altri animali (Gen. 9, 2-3).
Perché Dio permette questo? Nel Paradiso terrestre gli umani non mangiavano gli animali e prima che si arrivi a questa concessione Dio va in collera più volte e più volte torna sui suoi passi, “si pente” di aver voluto distruggere ciò che aveva creato, nonostante che ciò fosse nel Suo pieno diritto.
Mi sembra si possa dire che Dio, nella Sua infinita pazienza, prende atto che l’uomo, che ha creato a sua immagine e somiglianza, non è in grado, a causa del peccato, di essere fedele alla creazione così come Dio l’avrebbe voluta. E’ necessario permettergli qualcosa che nel mondo perfetto che Dio aveva creato sarebbe stata inconcepibile, la violenza del vivente sul vivente, perché “…Tutto ciò che si muove e ha vita vi servirà di cibo” (Gen. 9,3).
Questa concessione è però sottoposta a due essenziali limitazioni.
La prima non è, come si crede, quella derivante dalle prescrizioni alimentari (ad es. Lev. 11) date anche, come si è poi riconosciuto, a tutela della salute umana, ma è il fondamento di tali prescrizioni: l’uomo può cibarsi degli altri viventi ai soli fini alimentari.
Se in passato questa espressione poteva essere intesa in senso lato, per cui si usava la pelle per le scarpe, la pelliccia per coprirsi, le ossa per farne strumenti di lavoro o guarnizioni, il grasso per proteggersi dal freddo ecc. secondo tutte le possibilità di utilizzo che l’uomo ha scoperto nel corpo dell’animale, oggi questo non può più essere accettato. Si pensi ai prodotti in eco-pelle che sostituiscono egregiamente il cuoio, e che la tecnologia rende sempre più belli e simili alla pelle animale, o alle pellicce, che possono essere sostituite da pellicce di materiale sintetico a volte quasi indistinguibile da quello naturale e così elencando. Oggi quindi ogni volta che possiamo sostituire un prodotto di origine animale con uno di origine vegetale o sintetica, abbiamo il dovere di farlo. Perché? Perché è nostro dovere limitare l’uso del corpo animale?
La risposta sta nel fatto che noi non siamo i padroni della creazione, non i padroni degli altri animali, ma amministratori del creato per conto di Dio. Le limitazioni trovano il loro fondamento etico nel ruolo che Dio stesso ci ha assegnato nel mondo. Quale amministratore onesto continuerebbe ad usare un bene del padrone, che gli è stato concesso di usare solo per supplire ad una sua difficoltà, anche dopo che quella difficoltà è superata? Quell’uso non diverrebbe forse un abuso?
Questo ragionamento vale anche per l’alimentazione. La scienza alimentare progredisce ogni giorno di più e sono ormai numerose anche le associazioni mediche che propongono una alimentazione vegana, o almeno vegetariana. La scienza ancora non ha raggiunto una visione né uniforme né coerente su questo argomento, e questo non solo perché la ricerca procede con i ritmi del possibile, ma anche per gli ostacoli creati da interessi potenti e consolidati, basati sullo sfruttamento animale: l’intera economia occidentale si fonda sullo sfruttamento del creato. Preso atto di questo però dobbiamo orientare la nostra visione di cristiani verso la riduzione di questo sfruttamento e imparare a modificare, per quanto possibile, i nostri comportamenti. Se possiamo sostituire le proteine di origine animale con quelle di origine vegetale, facciamolo. Seguiamo i progressi della scienza in questo campo con mente aperta e scopriremo molti modi di alimentarci senza crudeltà né violenza su altri viventi.
Parleremo ancora di questo aspetto.
La seconda limitazione viene sempre dalle Scritture. E’ scritto in Gen. 9, 9 -17: “9 «Quanto a me, ecco, stabilisco il mio patto con voi, con i vostri discendenti dopo di voi 10 e con tutti gli esseri viventi che sono con voi: uccelli, bestiame e tutti gli animali della terra con voi; da tutti quelli che sono usciti dall’arca, a tutti gli animali della terra. 11 Io stabilisco il mio patto con voi; nessun essere vivente sarà più sterminato dalle acque del diluvio e non ci sarà più diluvio per distruggere la terra». 12 Dio disse: «Ecco il segno del patto che io faccio tra me e voi e tutti gli esseri viventi che sono con voi, per tutte le generazioni future. 13 Io pongo il mio arco nella nuvola e servirà di segno del patto fra me e la terra. 14 Avverrà che quando avrò raccolto delle nuvole al di sopra della terra, l’arco apparirà nelle nuvole; 15 io mi ricorderò del mio patto fra me e voi e ogni essere vivente di ogni specie, e le acque non diventeranno più un diluvio per distruggere ogni essere vivente. 16 L’arco dunque sarà nelle nuvole e io lo guarderò per ricordarmi del patto perpetuo fra Dio e ogni essere vivente, di qualunque specie che è sulla terra». 17 Dio disse a Noè: «Questo è il segno del patto che io ho stabilito fra me e ogni essere vivente che è sulla terra».”
Dio quindi rinnova il suo patto non solo con gli umani, ma con ogni essere vivente che è sulla terra. Anche gli animali perciò sono parte del patto di salvezza, così come sono parte della nostra sofferenza e di quella dell’intero creato. Dice l’Ecclesiaste 1,8: “Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire.”. La lettera di Paolo ai Romani ci ricorda: “Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio” (Rom. 8,22).
Sempre l’Ecclesiaste, quando paragona l’uomo agli altri animali, ne disegna un unico destino (Ecc. 3, 16-22). Celebri sono poi i brani di Isaia 11, 6 “Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà.” e Isaia 65, 25: “ Il lupo e l’agnello pascoleranno assieme, il leone mangerà il foraggio come il bue,e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo», dice il SIGNORE”.
Gli animali quindi sono in questo come noi: parte della promessa di salvezza e perciò hanno diritto al nostro rispetto.
 
Marta Torcini”
Foto di Boligan

Fil (Felicità interna lorda)


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La fine di ogni anno è inevitabilmente accompagnata da una carrellata di consuntivi politici, economici e sociali. Più di tutti è quasi sempre il famigerato Pil (Prodotto interno lordo) utilizzato universalmente per valutare la crescita economica e quindi indirettamente il benessere sociale di una nazione. In realtà, il Pil si limita a calcolare il valore di beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese, tralasciando costi sociali e ambientali, cosa che non ha nulla a che fare con il ben-essere della popolazione. Tant’è vero che se una grande fabbrica migliora la produttività, licenziando migliaia di operai, o se il fatturato dell’industria bellica aumenta a causa di una guerra, il Pil cresce. Per valutare lo stato di “ben-essere” di un paese ci vorrebbero indici più appropriati, come per esempio il Fil (Felicità interna lorda), utilizzato sin dalla fine degli anni ’80 dal piccolo stato del Bhutan, che oltre a tener conto dei parametri economici, prende in esame la qualità della vita e la felicità della popolazione.

Perché non imitarlo?

Siamo certi che se economisti e politici utilizzassero come criterio di valutazione del ben-essere di una nazione il Fil o strumenti analoghi, si farebbero meno autostrade e più piste ciclabili, meno inceneritori e più asili pubblici, meno grandi centri commerciali e più luoghi e momenti di aggregazione, condivisione e solidarietà.

Fonte Terra Nuova

Foto di Gunduz Agayev