Canapa free


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Dal settore agricolo alla bioedizia, dal tessile all’alimentare, fino all’uso terapeutico…la canapa si impone come pianta del futuro, tramite realtà imprenditoriali abili e responsabili nel creare nuovi posti di lavoro, nuove opportunità di benessere, nuovi orizzonti di scambi culturali…ovviamente in un ottica di produzione e vendita non speculativa. Ma non è facile, e non è sicuro che ciò avvenga concretamente e in breve tempo. In passato la canapa è stata bistrattata, screditata e poi esclusa da un consumo etico e responsabile. Le grandi aziende corporative hanno impiantato una massiccia campagna denigratoria, trasformando un bene comune in una minaccia per la salute ed il commercio. Proprio perchè l’avvento delle plastiche e della chimica farmaceutica dovevano rappresentare il nuovo secolo consumista, la nuova rivoluzione industriale a cui i grandi capitalisti si stavano aggrappando viscidamente per dare sfogo alle loro bramosità di fama e potere. La disinformazione è stata enorme, con condanne pregiudiziali che hanno favorito preconcetti errati e fuorvianti.
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La canapa utile (Cannabis sativa) è una specie del genere cannabis ed è coltivabile soprattutto per uso tessile, ma anche edile, o per la produzione di carta, e addirittura per la farmacognosia. In essa sono presenti alcune sostanze stupefacenti in percentuali variabili a seconda della varietà. Prima dell’avvento del proibizionismo essa era molto diffusa nel mondo come importante ed essenziale materia prima, essendo una delle piante più produttive in massa delle zone temperate del pianeta. Ma nonostante la sua origine “calda” può sopportare i climi più diversi e pertanto facilmente coltivabile nelle più svariate zone terrestri, con opportuni accorgimenti e metodologie appropriate.
Oggi la legalità della cannabis varia da paese a paese, negli Stati Uniti per esempio è stata vietata nel 1937 con l’emanazione del “Marijuana Tax Act” a firma del presidente Franklin Delano Roosevelt. Fraintesa dunque come anticamera di un processo dipendente da sostanze stupefacenti la canapa è stata per decenni censurata e ghettizzata a sostanza illegale, senza che fosse permessa una produzione lecita e pertanto ricca di vantaggi. Apparentemente sempre più persone sembrano risvegliarsi da questo torpore esistenziale e, con enormi difficoltà di apprendimento e condivisione, stentano a creare una piena consapevolezza sui benefici estesi di questa ottima risorsa naturale. Le conoscenze, gli studi e gli sviluppi di questa antica e preziosa pianta potrebbero apportare numerosi benefici per tutta la collettività…se solo i poteri forti dell’industria e della finanza potessero crollare a poco a poco dentro una cupa nube di autodistruzione.
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Il cibo, gli oggetti, gli usi e le attitudini di questa società capitalista (definita erroneamente moderna) sono strettamente correlati allo sfruttamento Animale. Gli additivi d’origine Animale sono abbondantemente presente in ogni fase della produzione alimentare, negli alimenti più impensabili. Lana e seta ed ogni pellame costituiscono la moda rappresentativa di uno status sociale senza eguali nella storia, e le ripercussioni sono inimmaginabili. Basti pensare ad alcune zone industriali della Cina dove esistono veri e propri lager di detenzione in cui Cani, Volpi ed ogni genere di sventurata creatura viene uccisa selvaggiamente per ricavarne tessuto o pelle d’ornamento. E che dire del traffico d’avorio (recentemente solo in parte vietato) generatore nei decenni passati di vere e proprie spedizioni di morte, con l’uccisione di migliaia di Elefanti e Rinoceronti. Lo sfruttamento Animale ha generato in un solo secolo un miriade di vittime Animali che non eguali nella storia di questo pianeta. C’è chi afferma ipocritamente che l’essere Umano si sia sempre nutrito di loro, si sia sempre coperto di loro, abbia sempre utilizzato le loro qualità naturali per i più svariati metodi di cura e terapia. Ma quello che spesso non viene analizzato è la metodologia feroce ed indiscriminata che è stata perpetrata in così breve tempo. Le seguenti specie viventi sono in via d’estinzione: Elefanti, Tigri, Oranghi, Lupi, Balenottere azzurre, Zebre, Tapiri, Cercopitechi, Furetti piedi neri, Gibboni, Licaoni, Fagiani, Giraffe, Babbuini, Bisonti, Delfini, Ghepardi, Mandrilli, Leoni, Panda, Pipistrelli, Squali, Aquile delle Filippine, Condor della California, Pinguini, Cormorani, Albatri, Tartarughe, Coccodrilli, Storioni, Aragoste, Gamberi…ecc.ecc.ecc. in una lunga lista che si aggiorna in tempi brevissimi. E questo non per cause naturali, non per calamità o epidemie, non per qualche ragionevole dubbio che potrebbe far pensare ad una modificazione del ciclo vitale di questi esseri viventi. No! L’unica ragione è lo sterminio in atto generato volontariamente dall’essere Umano a causa dei suoi ipocriti scopi, e anche indirettamente per alcune manovre estreme che hanno generato uno stravolgimento precoce negli habitat naturali di queste creature. In sostanza è sempre colpa dell’Umano. Ormai è diventata una macabra certezza, quasi una prassi scontata e a tratti psicotica. Basti pensare alla produzione da olio di palma, la cui deforestazione ha messo in pericolo di vita migliaia di Oranghi. Basti pensare alla mattanza che avviene puntualmente ogni anno a danno di Delfini e Balene. Basti pensare alla pesca indiscriminata che sta svuotando mari ed oceani. Basti pensare ad ogni Animale d’allevamento che viene concepito, nutrito ed ucciso solo per il breve tempo necessario a “maturare” la carne.
Una Mucca in libertà potrebbe vivere per ben 20/25 anni, senza costrizioni di sorta, senza per forza di cose essere ingravidata artificialmente per generare un Vitello…che neanche potrà coccolare tra i sui istinti materni. Senza essere sfruttata per 4 o 5 anni tramite l’utilizzo di vere e proprie pompe idrauliche, per essere spedita poi (ormai esausta) al macello. Gli esempi rappresentativi di tale scempio sono infiniti, e degni di ogni infausta automazione. Non è difficile immaginare come tale genocidio sia il risultato macabro di moderne tecniche di macellazione che sono state concepite solo per il gusto bramoso di ottenere profitto. L’epoca della mercificazione è una triste realtà, ed ogni consumatore che si rispetti è complice e colpevole in tutte le variabili possibili.
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Per sopperire a questo genocidio esiste un mondo parallelo in cui alcune persone responsabili stanno cercando di agire al meglio per preservare le specie viventi ed ogni ambiente circostante. Esistono figure professionali sempre più indirizzate alla preservazione della vita terrestre, in ogni sua forma. Esistono nuovi approcci al consumo che risparmiano, tutelano e conservano le risorse naturali. Esistono metodologie all’avanguardia nell’etica e nella consapevolezza che aiutano sempre più persone a guardare verso un futuro più libero e pacifico. Ma nonostante tutto questo non è facile e non è detto che sia plausibile una rivoluzione nei tempi e nei modi soddisfacenti. Non è certo che si applichi una rinascita culturale e sociale. Nessuna possiede la soluzione in tasca, ma certamente restare a guardare senza poter fare nulla di concreto è purtroppo una colpa anch’essa. Bisogna rivalutare ogni abitudine quotidiana per far sì che le prossime generazioni possano almeno in parte godere di un autentico stravolgimento dei propri bisogni.
Foto di Nir Vana e Roger Olmos , altre da Wikipedia

Vegan – Marie Laforet


veganTorniamo a parlare di salutismo ed alimentazione in un luogo dove spesso e volentieri si discute di Animali nel senso più etico e consapevole. Questo perchè molti pensano che la liberazione animale debba passare per forza di cose dalla bocca dei consumatori piuttosto che dalla coscienza di chi partecipa allo sfruttamento. Forse sì, forse no? Il tempo potrà darci torto o ragione, nel frattempo ognuno faccia la propria parte e partecipi con convinzione alla causa sperando che la collaborazione di milioni di persone sensibili possa un giorno alleviare e quindi sollevare le sofferenze di miliardi di Animali innocenti ed indifesi. Detto questo passiamo alla divulgazione di un ottimo strumento di lettura: il libro. Nell’epoca più gloriosa dell’informazione i testi scritti su carta sembrano essere esclusi dalla divulgazione di massa considerati perciò vecchi e polverosi. Niente di più sbagliato ovviamente! Non esiste niente di meglio nell’entrare in una libreria e lasciarsi rapire da centinaia di titoli interessanti e succosi di cultura. Nell’immaginario editoriale c’è solo l’imbarazzo della scelta e non mancano certamente i buoni propositi. Oggi parliamo di un autrice molto interessante che ha pubblicato recentemente un volume illustrato ricco di tante ricette vegetali: “Marie Laforet – Vegan”.

Oltre 500 ricette vegan per tutte le occasioni!

“La cucina vegan è ricca di creatività, fantasia e gusto: mangiare vegan vuol dire gustare una varietà senza uguali di cibi, un tripudio di colori, sapori, profumi e inventiva, ma soprattutto scegliere una dieta sana per se stessi e compiere una scelta etica per il pianeta.”

Da sempre una “buona” alimentazione ricca di cibi salubri e gustosi è sinonimo di ottimo stato fisico e mentale. Di contro purtroppo in un passato recente un consumismo esasperato, e a tratti scellerato, ha contribuito ad incrementare un approvigionamento di sostanze nutritive poco consone all’organismo Umano. Da circa 60 anni il consumo di carne e derivati è aumentato in modo esponenziale incrementando un mercato che non ha nessun interesse a privilegiare la salute delle persone. Tralasciando l’aspetto etico, che trattiamo in altri articoli, qui vogliamo puntualizzare la scoperta di cibi spesso tralasciati o addirittura ignorati dalla maggior parte dei consumatori poco attenti alla scoperta di nuovi (vecchi) sapori e profumi. Come non affermare con convinzione tutta la bontà di una serie infinita di vegetali e frutti altamente ricchi di aromi e fragranze inconfondibili? Non a caso nella maggior parte delle macellerie l’odore del sangue viene cammuffato o addirittura estromesso, proprio per la sua ripugnanza intrinseca. Dentro questo libro avrete solo l’imbarazzo di scegliere tanti ingredienti a volte sconosciuti ma piacevolmente inaspettati, corredati da tante fotografie e descrizioni semplici ma non prive di attenta meticolosità. Tutto questo per non sbagliare nella vostra cura ed attenzione in cucina e nei vostri pranzi giornalieri. Basterà seguire i preziosi consigli dell’autrice e certamente non sbaglierete nelle vostre buonissime preparazioni.

Per concludere inserisco il link-info prelevato direttamente dal sito Edizioni Il Punto D’incontro

 

Non mi resta che segnalare il libro per i vostri (spero) eventuali acquisti:

Vegan – Marie Laforet

Buona lettura, e buon appetito!

Animali come persone?


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Gli Animali sono Animali…punto. Ognuno di loro ha delle determinate peculiarità che li distingue dagli altri. Non sono come gli esseri Umani, non assomigliano a loro, non hanno nulla in comune con chicchessia, sono Animali suddivisi per specie. Tra l’altro la catalogazione con cui vengono descritti (e quindi giudicati) è una prerogativa prettamente Umana, e quindi sostanzialmente antropocentrica. E’ quindi sbagliato definirli simili a noi solo perchè ci ricordano nell’espressione, o nelle note caratteriali, una determinata persona. Spesso è usanza farlo con i Cani, descrivendoli uguali ai loro “padroni” (brutta terminologia di possesso). I Cani (come ogni Animale) non hanno nulla da condividere, con nessuno, senonchè la loro dipendenza forzata con gli esseri Umani. Tipica è l’espressione con cui spesso si afferma: “Gli manca solo la parola!”. Niente di più sbagliato perchè non sono loro che non riescono a comunicare…bensì il contrario, ovvero la nostra incapacità di ascoltarli e quindi capirli. Meglio specificare dunque che gli Animali dispongono di una propria personalità con altrettante doti caratteriali che si traducono in sensazioni emozionali (paura, rsentitmento, gioia, dolore ecc.), non paragonabili agli Umani ma uniche nel loro genere. Attualmente gli unici esseri viventi dotati di tutela legale ed ogni diritto civile sono le persone Umane tramite pratiche inventate da loro stesse a difesa della propria incolumità. Nonostante ciò si continua a commettere una lunga serie di enormi atrocità, e questo la dice lunga in merito alla mancata consapevolezza della vita altrui, segno inequivocabile di un passaggio evolutivo alquanto controverso.

 

Foto di Steve Cutts

L’economia senza denaro


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“Togliamocelo dalla testa: in fondo nessuno di noi ha bisogno di soldi. Abbiamo tutti bisogno d’altro. Mangiare, dormire, riposare tranquilli. E poi amare, divertirci, realizzarci come individui e nella relazione con gli altri. Per ottenere tutto questo non bisogna inchinarsi per forza al dio denaro. Da qualche decennio ci siamo dimenticati che il denaro è solo un mezzo, una convenzione, creata con l’obiettivo originario di favorire lo scambio e le funzioni sociali. Fuori dai circuiti chiusi dell’euro oggi si scopre tutto un mondo pulsante fatto di relazioni, passioni, interessi comuni, sinergie impreviste e cariche di significato che possono arricchire la nostra vita. Gli strumenti sono la banca del tempo, il dono, il baratto o le monete locali. Di questa ricchezza a Bruxelles o a Wall Street non se ne parla. Ma i fautori della decrescita sono sicuri: i bisogni di una comunità possono venire soddisfatti più facilmente senza passaggi di soldi. Quante energie, quanti sentimenti e quante capacità abbiamo perso, riducendo tutto il nostro interagire a un freddo interscambio di banconote! A volte sono le piccole cose che fanno la felicità. Come qualcuno che stiri le tue camice, due ore di babysitter, un massaggio, una mano per montare un armadio. Servizi che potremmo scambiare con quello che sappiamo fare: una torta di mirtilli, una lezione di inglese, il taglio dell’erba in giardino. Nei mercatini del baratto, o negli orti condivisi, sembra risorgere «la creatività contro l’economia dell’assurdo», secondo un titolo profetico di Serge Latouche. Una teoria che si è già fatta realtà in molte località sparse per l’Italia. Realtà che sembrano frammentarie, vissute come sacche di resistenza, se non altro perché faticano a farsi conoscere. È facile immaginare i frequentatori di questi ambienti con camicioni a quadri, maglioni larghi e lunghe collane, tra le spire di incenso e il tam tam dei tamburi. Il fascino della reciprocità, invece, seduce anche le persone apparentemente più lontane dal mondo alternativo. Molti fanatici della moda oggi, a Milano come a Roma, rinunciano alle vetrine del corso per darsi agli «swap party», le feste dello scambio, in cui si barattano capi e accessori firmati. «Non vogliamo rottamare capi vecchi e consunti» si legge sulla pagina di Facebook di BarattaMi. «Proponiamo il recupero e il ri-uso intelligente di tutti quegli indumenti semi-nuovi che giacciono dimenticati nei nostri guardaroba». Della serie anche gli yuppie hanno un’anima.

Baratto online
Piccola o grande che sia, la transizione verso un’economia di autoconsumo ha preso il via. Alcuni giornalisti parlano di boom del baratto in Italia, con il rischio di fare un po’ di sensazionalismo. «Dire che tutti gli italiani siano improvvisamente passati al baratto sembra una voce un po’ troppo colorata» commenta Paolo Severi di Zerorelativo, la prima community di baratto, scambio e riuso online, «però i dati dello scambio online vanno decisamente bene». Zerorelativo vanta oltre 31.000 iscritti e più di 90.000 annunci attivi, principalmente di baratto, ma anche di prestito e dono. I numeri sono di effetto: dal 2008 ad oggi su questo portale sono stati conclusi 102.000 baratti, 91.000 prestiti e oltre 4000 doni. «Negli ultimi mesi c’è stato un incremento dell’utilizzo del sito» argomenta Severi «ma non si può dire che con la crisi si baratta di più. Chi baratta fa una scelta etica, crede prima di tutto in un altro stile di vita. Dopodiché guarda alla convenienza economica». A quanto pare la maggior parte dell’utenza è interessata alle relazioni, più che all’affare in sé. «C’è una volontà di entrare in comunicazione con altre persone che hanno uno stile di vita simile al nostro. Spesso succede che venga a costare di più la spedizione rispetto al valore dell’oggetto stesso. Lo si fa perché si è convinti». Del resto c’è anche chi preferisce scambiare a mano, e chi al posto di oggetti offre prestazioni professionali o un po’ del proprio tempo. Su questa piattaforma si trova di tutto. Con una prevalenza di abbigliamento, prodotti per la casa e per l’infanzia, visto che l’80% dell’utenza è femminile. Le transazioni avvengono in base alla fiducia, con la garanzia del feedback, che fa somigliare Zerorelativo anche solo lontanamente al sito Ebay. Con la differenza sostanziale che qui i soldi non girano. 

La vacanza senza soldi
«Se avessi i soldi per viaggiare mi farei una bella vacanza»: quante volte lo abbiamo sentito dire! Ma il problema è da cercare nella testa, più che nel portafogli. Lo scambio di ospitalità è una realtà consolidata, mutuata da siti come servas.it o couchsurfing.it, ma senza scambi di denaro è possibile anche alloggiare in strutture ricettive munite di ogni comfort. Il sito bedandbreakfast.it, che ospita e convoglia oltre 15 mila soluzioni di microricettività tra b&b, case vacanza, appartamenti, locande, ostelli, country house, a fine novembre ha lanciato la settimana del baratto: una lunga serie di gestori si è resa disponibile a barattare il soggiorno in cambio di beni o servizi. Strutture ricettive di collina, mare, montagna, città d’arte che aprono le porte ai visitatori in cambio di massaggi, lezioni di canto, siti internet. Tra i servizi più gettonati la realizzazione di video o servizi fotografici, il posizionamento sul web, la traduzione di testi in inglese o tedesco. Porte spalancate anche a chi è disposto a rimboccarsi le maniche per la raccolta delle olive, un’imbiancatura alle pareti, lavori di giardinaggio. C’è poi chi si accontenta di beni più prosaici come una playstation usata, una tv con decoder, o un vecchio tablet funzionante. Gli organizzatori dell’evento sono stati chiari: «Puoi barattare qualsiasi cosa, nei limiti del ragionevole, ovviamente. Le possibilità di condivisione e scambio possono essere infinite, l’importante è non limitarsi, non avere imbarazzi e proporre lo scambio nella massima serietà, cortesia, curiosità, empatia, simpatia, originalità». La buona notizia è che diversi gestori sono disponibili ad estendere lo scambio anche in altri periodi dell’anno.

Entra ed esci senza pagare
A Osimo (An) esattamente tre anni fa partiva il Punto Baratto, il primo negozio per il baratto stanziale. Gli oggetti raccolti qui vengono valutati in «stelle» e contabilizzati nelle schede dare/avere di ogni partecipante affezionato, che un paio di volte alla settimana può fare un salto nella sede a vedere cosa c’è di nuovo. Un’attività che sta in piedi grazie all’appoggio di Spring Color, che ha messo a disposizione lo spazio, e all’attività degli iscritti, che non possono definirsi volontari: per ogni ora di presenza al Punto Baratto guadagnano una stella! A Firenze ha aperto un’osteria dove alla fine del pasto, su prenotazione, è possibile pagare con il baratto. Il nome del locale «L’è maiala» allude all’attuale congiuntura economica, mantra toscano per scongiurare la crisi. In cambio di una buona cena si accettano le primizie contadine della campagna, prodotti di artigianato locale, antiquariato e modernariato. Ma ogni trattativa va intavolata sempre prima del pasto. Quella che sembra un’idea stravagante, un negozio dove entri e non paghi, in alcuni paesi è una realtà consolidata. Il concetto base delle botteghe gratis è semplice: molta gente possiede cose di cui non può o non vuole più servirsi, e che prima di finire in discarica ingombrano soffitte e garage. Nei paesi di lingua tedesca si contano circa 70 negozi di questo tipo, i cosiddetti Umsonstladen o il modello austriaco del Kostnix, che si basano più o meno sugli stessi principi: non si acquista, si possono prendere un massimo di tre oggetti per volta e non possono essere rivenduti. Questi luoghi spesso diventano punto di appoggio per le banche del tempo, o altre iniziative di economia conviviale basata sulla reciprocità. Al di sotto del Brennero incontriamo il negozio Passamano , nel centro di Bolzano. «Siamo una decina di persone che ha preso una stanza e cominciato a metterci delle cose» racconta Franco, che non sembra amare le prolusioni e preferisce chiarire gli aspetti pratici. «Per ora abbiamo escluso i mobili, perché non avremmo abbastanza spazio. Poi ci sono solo alcune cose che non accettiamo, roba rotta o inadeguata, come macchine da scrivere elettriche, stampanti senza usb, televisori senza schermo piatto, ma per il resto accettiamo qualunque cosa». Una strategia per evitare l’accumulo di inutili cianfrusaglie, garantendo un certo livello di fruibilità delle merci. «Si possono prendere al massimo cinque oggetti gratuitamente a meno che non porti qualcosa in cambio. Abbiamo dovuto fissare queste regole per evitare che qualche scroccone accumulasse della roba per poi rivenderla». L’attività sta in piedi anche grazie alle offerte che gli avventori possono lasciare, che servono per pagare luce, acqua, immondizia, condominio, furgoncino e assicurazione. Non ci sono spese di affitto, perché la sede appartiene a uno dei fondatori. Tutto il lavoro si svolge dal lunedì al venerdì per mezzo di una decina di volontari, impegnati per tre turni alla settimana. «Ha funzionato da subito» racconta Franco. «C’erano tante persone che non sapevano dove mettere la roba. Non volevano buttarla, perché c’erano affezionate. In questo luogo diamo nuova vita alle cose». Che sono di nuovo libere di circolare.

La bottega dei bisogni
Concedetemi una precisazione. L’esperienza di cui raccontiamo si chiama Bottega per Nulla, ma questo titolo ci sembra più azzeccato. Siamo alla Mag 6 di Reggio Emilia, che propone un’economia centrata sulle relazioni e sui bisogni degli individui, attraverso un percorso che parte da lontano. I concetti di finanza critica, economia solidale, partecipazione e mutualità qui si masticano da quasi 25 anni. L’attività di base di questa cooperativa finanziaria partecipata è quella di raccogliere il denaro dei soci sotto forma di capitale sociale, in modo da poter sostenere iniziative economiche dal basso e offrire opportunità di finanziamenti etici e solidali. All’interno di questa cornice si sperimentano iniziative di mutualità, come la circolazione dei saperi e lo scambio non monetario di beni e servizi. Proprio qui nasce la Bottega per Nulla, che trae ispirazione dall’esempio degli Umsonstladen tedeschi, ma che può vantare un approccio del tutto originale. Precisiamo: questo non è certo un luogo dove fare shopping o riempirsi la borsa di cose. Anche perché come luogo fisico, almeno per ora, non esiste. Si tratta di un luogo virtuale, in cui circolano diversi beni materiali durevoli, messi in prestito dai soci. Oggetti utili, a volte costosi, che non si devono necessariamente possedere: un tagliaerba, una motosega, un compressore, un box porta-tutto per auto o una tenda da campeggio. Tutte cose che si possono avere in prestito! «Chiediamo alle persone di mettere a disposizione degli altri quegli oggetti che uno si sente tranquillo a prestare» ci spiega il referente Enrico Manzo. «Non diamo nulla per scontato, sappiamo che la fiducia bisogna costruirla piano piano. Non abbiamo nemmeno fissato delle regole. A noi interessa favorire lo scambio. Dopo un paio di volte magari si cambia atteggiamento, si diventa più flessibili, ma prima bisogna guardarsi dentro, rendersi conto a che punto siamo». Enrico ci spiega che potrebbe anche esserci una compartecipazione ai costi: «Se ad esempio uso un camper, magari è ragionevole che chieda un contributo per le spese di assicurazione e manutenzione, che non si può considerare uno scambio monetario». A ben vedere quella di Mag 6 assomiglia a una rivoluzione copernicana. Al centro della questione non stanno gli oggetti stessi, ma i bisogni delle persone. A ogni socio che partecipa all’assemblea viene chiesta una lista di ciò che può e vuole condividere. «In tutto questo la dichiarazione dei propri bisogni è un percorso importante» argomenta Enrico. «Vogliamo affrontare questa nostra difficoltà a chiedere o a mostrare all’altro che abbiamo bisogno di qualcosa. E lo si fa all’interno di una rete che ti può aiutare a soddisfare questi bisogni senza passaggi di denaro». Un’economia conviviale e concreta, decisamente fuori dagli schemi. «Abbiamo sottratto punti percentuali al PIL» ironizza Enrico. «Sono stati cambiati elettrodomestici nuovi, forni, videoregistratori, dvd, macchine da cucire».

Gli esseri umani forse sono più generosi di quanto si pensi.”

 

Articolo “L’economia senza denaro” tratto dal numero cartaceo Dicembre 2012 del mensile Terra Nuova, disponibile anche come eBook

Foto di Bansky

Scelta vegetariana: significato e vari gradi


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di Stefano Severoni:

“Secondo i dati Eurispes dell’ultimo triennio, la percentuale di vegetariani e vegani si attesterebbe intorno al 6-7% della popolazione italiana. Senza in questa sede discutere sull’affidabilità o meno di tale indagine (dai risultati un po’ troppo altalenanti negli anni per essere pienamente affidabili), analizziamo i termini e i gradi di questo comportamento, che oltrepassa il regime alimentare, poiché ha implicanze anche etiche ed ecologiste.
Per iniziare, un utile strumento d’analisi ci è offerto dall’etimologia del termine stesso; nei vocabolari della lingua italiana il sostantivo maschile si ritrova in varie forme: vegetarianesimo, vegetarianismo, vegetarismo, derivazioni di vegetariano, aggettivo e sostantivo maschile, dall’inglese Vegetarian. In effetti il vocabolo vegetarianesimo fu coniato nel 1847 in Inghilterra in occasione della fondazione della Vegetarian Society per indicare chi non mangiava né carne né pesce, derivandolo, si suppone, dalla parola latina vegetus (= sano, vigoroso), per evidenziare come chi non consuma carne è in salute. Il termine fu poi adottato in Germania nel 1857 e infine in Francia nel 1875. A partire dal 1889 si parla di vegetarismo. Contrariamente a quanto molti credono, non avrebbe pertanto origine dal sostantivo vegetale, come “cibo dei vegetariani”, vegetarian non sarebbe cioè tratto dall’inglese veget(able) = vegetale, con il suffisso-arian (cfr.unitarian, trinitarian e simili). Si tratta di una neoconiazione: nell’antichità infatti si usava la locuzione abstinentia, sottointeso carnium (“dalle carni” ovvero ab esu animalium, “dal cibarsi di animali”), per indicare l’astinenza dalle carni animali, comportamento non inusuale nel mondo greco-romano. Alla base del termine vegetarianesimo/ vegetarianismo/ vegetarismo ci sarebbe quindi la sanità, il vigore prospettato da questo tipo di dieta.

Per esempio nel vocabolario etimologico del Pianigiani, risulta che l’aggettivo italiano “vegeto” (= che vien su prosperamente robusto) riprende il lat. vegetus derivante da vegeo = sono sano, vigoroso e, attivamente, spingo, eccito da una radice VAG’- che è nel sanscrito vag’-ayami = incito, risveglio, rendo alacre, gagliardo, così come in vag’as = forza, vaksami = cresco (|vaks = vag|); cfr. il lat. vigere (e anche vigor, vigesco) = ho forza, vigore, oppure augeo e il connesso greco αὔξω, dalla radice AUG- accresco, con allargamento di UG-. Pianigiani in proposito propone il parallelo con il vocabolo “igiene” dal gr. ὑγιεινή [τέχνη] “arte che conferisce alla salute”, connesso a ὑγιής “sano, in pieno vigore”, ond’anche ὑγίεια = sanità e ὑγιαίνω = sono o divengo sano, paragonabile al sanscrito og’as = forza, a sua volta da una radice UG’-, che risponde a una radice primitiva VAG. Più recentemente, alla base si postula una radice proto-indoeuropea *weg’- “essere vigoroso” sottesa sia al lat. vigil / vigeo sia a vegetus / vegeo. 

L’alimentazione vegetariana (scelta “sana, vigorosa”, quindi, fin dalla stessa etimologia) sta a indicare uno specifico tipo di dieta (dal lat. diaeta, a sua volta dal gr. δίαιτα = modo di vivere): termine quest’ultimo che erroneamente nel linguaggio comune è inteso come temporanea astinenza, totale o parziale, dal cibo, se si considera che nel latino medievale dieta indicava il giorno stabilito per l’assemblea di alcuni popoli germanici e derivava a sua volta dal latino dies = giorno, per poi passare a designare le assemblee del Sacro Romano Impero dove si trattava della guerra e della pace, della legislazione e dell’elezione del sovrano. 

La scelta vegetariana indica ogni concezione dietetica che, basandosi su presupposti di ordine non solamente igienico ma anche etico (illecita uccisione di animali), ecologista (minor impatto sull’ambiente) e spirituale (purificazione), proscrive l’uso di alimenti carnei, compresi i pesci, e reputa i cibi di provenienza vegetale (dove vegetale è ciò che si ottiene, che si estrae, dalle piante), come idonei a una completa e sana alimentazione. 

Esistono diversi gradi di alimentazione vegetariana:

• l’alimentazione lacto-ovo-vegetariana esclude solamente la carne e il pesce, cioè i carnami, ivi inclusi insaccati, frattaglie e prodotti nei quali sono contenuti tali prodotti animali, come per esempio le preparazioni con lo strutto;

• l’alimentazione ovo-vegetariana oltre a non ammettere il consumo di carnami, proscrive
pure quello di latte e suoi derivati, permettendo il consumo delle uova;

• l’alimentazione lacto-vegetariana esclude l’utilizzo di carne, pesce, uova, ma consente quello di latte e suoi derivati;

• l’alimentazione granivora prevede l’assunzione di soli cereali;

• l’alimentazione 100% vegetale o vegana prevede il consumodi cibi di origine vegetale, escludendo carne, pesce, uova, latte e suoi derivati, nonché i prodotti delle api (miele, polline, pappa reale, ecc.);

• l’alimentazione crudista prevede solo l’uso di prodotti crudi, cioè non cotti (dal lat. crudus = sanguinolento, non cotto, immaturo, crudele, dalla stessa radice del latino cruor = sangue) e può includere l’utilizzo di carne e pesce, come l’istintoterapia di C. Burger; nel qual caso si viene in sostanza a perdere la connotazione vegetariana, includendo alimenti uccisi e perdendo la valenza non violenta;

• l’alimentazione fruttariana o frugivora è adottata da chi si ciba di soli frutti, cioè dei prodotti di piante arboree come mele, pere, ciliege, pesche, arance, ecc., ma anche di frutti di piante erbacee (fragole, cocomeri, angurie, ecc.). 

La scelta vegana (termine coniato nel 1944 da Donald Watson, il fondatore della Vegan Society inglese eliminando semplicemente la parte centrale della parola vegetarian) racchiude un significato etico e supera l’aspetto puramente dietetico dell’alimentazione 100% vegetale. Essa prevede, infatti, di non utilizzare alcun ingrediente ottenuto dallo sfruttamento e uccisione di animali (per la produzione di latte e uova gli animali sono infatti sfruttati e poi uccisi esattamente come nella produzione di carne). Essa comprende anche la scelta di non utilizzare alcun prodotto di origine animale in ogni altro aspetto della propria esistenza, non solo nell’alimentazione: ossia evitare pellicce di animali per coprirsi, pelli nel tessuto di calzature, cinture e borse, lana (derivante dall’allevamento, e conseguente inevitabile macellazione, delle pecore), cosmetici che impiegano prodotti animali, e altri sistemi come la vivisezione. Prevede anche di non visitare zoo, acquari, circhi con animali e qualsiasi luogo di reclusione e sofferenze per gli animali. Il principio che sta alla base di questa motivazione è che la vita di tutti gli animali, esseri senzienti come noi, debba essere sempre rispettata anzi salvaguardata.

Circa venti secoli fa Giovenale (morto intorno al 140 d.C.) affermava che la sanità della mente dipende da quella del corpo: «mens sana in corpore sano» (Satire, X, 356). In tutti i campi e in ogni epoca storica, nel mondo della scienza, della religione, della filosofia, dell’arte, della medicina, dello sport, della letteratura, dello spettacolo, ecc., moltissime persone che hanno fatto la scelta di non mangiare animali si sono mostrate intelligenti, colte, aperte, sagge, serie, pacifiche, spirituali, tolleranti, serene. Per loro non è stata una scelta politica, una moda, un modo per mettersi in evidenza, ma una disposizione interiore, che ognuno vive con sfumature diverse.” 

Fonte www.scienzavegetariana.it – info@scienzavegetariana.it