Vivisezione e morale


“…nelle maratone televisive per TELETHON non si mostra nessuno degli esperimenti e dei metodi di uccisione cui sono sottoposte le cavie (Animali), anzi si parla solo raramente delle cavie e in termini abbastanza neutri, senza specificare le azioni effettuate su di loro.”

– Michele Palatella.

 

Ho appreso da poco la notizia della scomparsa prematura di Michele Palatella, docente ed attivista. Non lo conoscevo personalmente ma che importa, ci si conosce anche solo virtualmente condividendo tematiche importanti e valorizzando parole molto significative che hanno lo scopo principale di diffondere ampie verità.
Lo sfruttamento Animale è una terribile realtà nascosta e mistificata e laddove viene giustificata, con prove e testimonianze ipocrite, non serve dilungarsi troppo in squallidi “chiacchericci”…basta solo mostrare la loro sofferenza.

 

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Ripropongo un suo testo divulgato qualche anno fa, ma ancora molto attuale:

“All’alba della scienza moderna, Cartesio fornì il quadro di riferimento teorico per le nascenti scienze biologiche, applicando i concetti della fisica meccanicistica ai sistemi viventi. Sulla base della distinzione umana tra res cogitans (anima) e res extensa (corpo), lo studioso pensò che gli animali fossero provvisti solo di meccanismi ciechi, senza la presenza di esperienze interiori, alla stregua di un orologio. I guaiti di un cane preso a martellate erano solo una risposta meccanica che poteva essere concepita come il rumore di un ingranaggio di una macchina: nonostante le evidenti similitudini, non significava affatto che in quel momento il cane stesse vivendo un “esperienza mentale” di dolore. Questa concezione meccanicistica, che negava persino l’istinto all’animale, era funzionale ideologicamente alla nuova scienza al servizio della struttura capitalistica che si andava sviluppando, al progetto di dominio del mondo da parte delle classi sociali emergenti e che avevano bisogno di una tecnologia che si ponesse l’obiettivo della trasformazione della natura. Questa concezione del non umano, per quanto improbabile e stridente con il senso comune, ebbe una lunga tradizione, che in alcuni casi continua ancora oggi, e servì ideologicamente alla scienze biologiche, psicologiche e mediche per giustificare gli esperimenti che si effettuavano, con inaudita crudeltà, su gran parte delle specie animali. Parallela e più raffinata, si sviluppò la concezione per cui non era lecita un’antropomorfizzazione nella comprensione del comportamento animale, e gli stati coscienti potevano essere tenuti in sottofondo nell’indagine sperimentale. Watson e i comportamentisti, sulla scia di Pavlov, continuavano a definire “senza mente” gli animali (e in realtà anche gli uomini) insistendo sulla teoria per cui non possiamo avere nessuna esperienza di ciò che succede nell’interiorità di soggetti viventi; la pretesa di una scienza della cognizione animale era priva di qualsiasi valore. Il meccanicismo, la negazione dell’analogia con l’uomo, l’assenza della mente erano la cornice teorica all’interno di cui si legittimava la sperimentazione animale; dal punto di vista metafisico, invece, regnava ancora (e regna) la presunta inferiorità ontologica dell’animale, concepito in definitiva come un soggetto privo di valore o – teologicamente – privo di anima e quindi non degno di considerazione morale. Tutto questo, ancora oggi, nonostante la teoria darwiniana. Darwin propose una teoria rivoluzionaria che davvero scosse dalle fondamenta l’antropocentrismo della tradizione metafisica e scientifica dell’Occidente (ben più dell’eliocentrismo copernicano): l’uomo era un prodotto casuale dell’evoluzione e si era formato a partire da antenati comuni alle grandi scimmie circa 7 milioni di anni fa. Nel ‘900 una nuova scienza naturale, l’etologia, scardinò i fondamenti scientifici della filosofia animale originatasi da Cartesio: affascinanti studi misero in luce la complessità della vita sociale degli animali, la raffinatezza della comunicazione (per es., nelle api e nelle formiche), la capacità di parlare il linguaggio dei sordomuti delle grandi scimmie, l’intelligenza mirabile anche di specie ritenute inferiori (come i corvi e i pappagalli), l’esistenza di sentimenti ed emozioni (la similarità dei processi neurofisiologici e delle sostanze implicate nella percezione del dolore degli animali) e addirittura l’esistenza di una proto-morale nelle scimmie (anche in questo caso con esperimenti che implicavano grandi sofferenze da parte delle cavie). La parentela di tutte le specie, la gradualità dell’evoluzione, la scomparsa dal discorso scientifico di proprietà essenziali delle specie animali, l’eliminazione dalla filosofia razionalistica dell’anima come entità metafisica tipicamente umana hanno reso ancora più drammatico il problema della liceità degli esperimenti sugli animali non umani; in realtà l’opposizione morale alla vivisezione era già vivissima durante il positivismo, quando scienziati e intellettuali cominciarono a scrivere i primi libri su ciò che succedeva nelle “camere di torture della scienza” e i primi attivisti animalisti intraprendevano manifestazioni davanti ai laboratori di medicina dell’Inghilterra. Tralasciando del tutto il discorso sulla validità scientifica della medicina traslazionale, ci soffermeremo sulla legittimazione morale operata dagli scienziati per giustificare il loro lavoro; en passant, gli scienziati sono consapevoli che il problema esiste, per il semplice fatto che si guardano bene dal pubblicizzare la loro professione mostrando filmati ed immagini degli esperimenti in televisione o in riviste popolari, consci delle reazioni che si potrebbero scatenare sul pubblico; per es., nelle maratone televisive per TELETHON non si mostra nessuno degli esperimenti e dei metodi di uccisione cui sono sottoposte le cavie, anzi si parla solo raramente delle cavie e in termini abbastanza neutri, senza specificare le azioni effettuate su di loro. Inoltre nella loro opera di propaganda danno l’impressione che si sperimenti solo sui topi, animali che in genere suscitano disgusto o indifferenza nelle persone e mai si accenna all’uso che si fa in Laboratorio di cani e gatti, animali amati dal pubblico che difficilmente accetterebbe la legittimità di esperimenti su di essi. E’ ben vero che la stragrande maggioranza degli animali usati è costituita da topi, ratti e cavie, ma il numero di cani, gatti e scimmie utilizzate è notevole, se si considera che 300 milioni di animali vengono uccisi all’anno nei reparti di ricerca. Il fatto, poi, che i ricercatori si premurano di tranquillizzare la gente dicendo che “trattano bene” gli animali conferma ciò di cui sopra, la consapevolezza che la sperimentazione non è giusta dal punto di vista etico (è evidente che si tratta di una bugia o di una “falsa coscienza”, dato che il solo fatto di rinchiudere un topo in gabbia per tutta la vita e di ucciderlo a fine “carriera” – stravolgendone le caratteristiche etologiche e sottoponendolo quanto meno ad una tortura psicologica – è ipso facto una mancanza di rispetto). Talvolta si sente spesso giustificare la SA con l’affermazione del “diritto del più forte” anche se non spesso, dato che tale teoria è di per sé una negazione della morale; anzi, la morale si costituisce proprio come la negazione del diritto del più forte, come dimostra il fatto che gli abusi sui più deboli, per es., sui bambini, sono considerati con maggiore indignazione rispetto alle violazioni (giuridiche e morali) tra pari. E poi, non credo che si sia disposti a giustificare la pedofilia, lo stupro delle bambine o le uccisioni delle donne con la teoria giuridica del diritto del più forte, soprattutto se la vittima appartiene al proprio ambito familiare. In ogni campo dello sfruttamento animale (alimentazione, abbigliamento ecc.) il ragionamento più frequente consiste nel negare all’animale i diritti “naturali” o la dignità della considerazione morale perché “esseri inferiori” o mancanti di proprietà appartenenti esclusivamente all’uomo, e che sole potrebbero inserire i non umani nella comunità giuridica ed etica. La vita del topo, si dice, vale meno di quella di un uomo. Esisterebbe un ordine gerarchico, nella storia dell’evoluzione, per cui l’animale che si situa al vertice della scala acquisirebbe un valore morale del tutto assente negli animali inferiori, comprese scimmie e delfini (esseri autocoscienti). Il fatto che l’uomo abbia il linguaggio, la cultura simbolica, la possibilità di scelta gli garantirebbe la giustificazione di operare qualsiasi azione sugli animali, anche la tortura e l’uccisione per il nostro vantaggio. Evidentemente nello sviluppo delle specie avverrebbe un salto qualitativo che metterebbe in un territorio di privilegio gli umani; questo, però, è negato dalla teoria che prevede uno sviluppo graduale da una specie ad un’altra, una continuità delle funzioni che nega a priori la comparsa di una proprietà ontologicamente altra rispetto a quelle già esistenti (vedi, per es., la capacità di combinare simboli nelle grandi scimmie – Koko addirittura parlava di morte in senso oggettivo e soggettivo con la studiosa Patterson – la capacità di “chiamarsi con “nomi individuali” tra balene e delfini ecc.). Il linguaggio umano sarebbe solo una questione di possibilità fisica (laringe con una certa configurazione) e di quantità, non di qualità. Anche la libertà di scelta non sarebbe una proprietà esclusivamente umana, come dimostrano gli esperimenti sui macachi reshus, che smettevano di azionare la leva distributrice di cibo per non ferire i compagni nelle altre gabbie (tali scimmie non avevano bisogno di fare esperimenti per rilevare la crudeltà dell’uomo). La critica non si limita in questo caso a reperire, antropocentricamente, proprietà e talenti che erano considerati – sbagliando – prettamente umani qualche tempo fa, ma si spinge oltre: l’idea che una specie animale che possiede proprietà casualmente derivate dall’evoluzione acquisisca il diritto di sfruttare altri animali è fuori luogo, perché saranno prese in considerazione quelle proprietà che si posseggono in maniera quantitativamente superiore; è certo che l’uomo giustificherà i suoi diritti sui non umani considerando il linguaggio, la cultura simbolica, l’intelligenza e non per es., la capacità di volare, di correre velocemente, o la robustezza fisica. Se si volesse procedere in questo modo, bisognerebbe applicare questa legge all’interno della specie umana stessa: i meno intelligenti, per es., dovrebbero poter essere sfruttati e uccisi senza problemi, dato che non posseggono in grande misura questa capacità; Einstein avrebbe il diritto di uccidere chi ha un QI inferiore a 70 per gli stessi motivi. Addirittura tutti quelli che non hanno la capacità morali, culturali, linguistiche e d’intelligenza dei normodotati (bambini, ritardati, autistici ecc.) non avrebbero diritto alla protezione e alla salvaguardia della loro vita; invece, deve succedere proprio il contrario: proprio chi non ha queste capacità ed è più “debole” dell’uomo adulto normodotato ha diritto ad una protezione maggiore rispetto agli altri, in virtù della sua incapacità di difendersi. E di fatto così è, ma solo per ciò che concerne le relazioni morali umane; stranamente per le altre specie l’argomento vale all’inverso! Le proprietà accidentali acquistate con l’evoluzione non danno luogo a nessuna entità metafisica a priori che porrebbe l’uomo su un piedistallo di maggior valore. L’uomo, spiegano gli evoluzionisti, non è al vertice della creazione, perché non c’è nessuna gerarchia ontologica e assiologica alla base delle leggi naturali. La mucca e il topo hanno sviluppato un’intelligenza perfettamente adeguata alla risoluzione dei problemi che l’ambiente pone, e non ha senso dire che noi siamo più intelligenti, e quindi abbiamo diritti maggiori; il fatto che un uomo occidentale non sopravviva nell’ambiente delle foreste dove vivono le tribù dell’Amazzonia non rende per questo i cacciatori-raccoglitori della zona superiori a lui e quindi con il diritto di sfruttarlo e ucciderlo. Gli scienziati sono consci delle aporie morali che si pongono con la SA dato che accettano il darwinismo e per questo rifiutano la gerarchia degli esseri viventi e l’antropocentrismo; così, per legittimare la loro impresa, riciclano una soluzione che sfocia a nostro avviso in un nuova forma di darwinismo sociale; una soluzione peggiore del problema; essi dicono che la SA non ha niente a che vedere con la morale, con la superiorità della specie dell’Homo Sapiens Sapiens, ma con la tendenza dell’uomo (e di tutte le specie viventi) a comportarsi avvantaggiando la propria specie rispetto alle altre. La SA, insomma, sarebbe una questione di fitness, di maggiore e migliore adattamento all’ambiente, seguirebbe una legge naturale che non ha implicazioni morali; non si deve giustificare il comportamento del proverbiale leone che mangia l’agnello…. così non si deve giustificare lo sperimentatore che uccide il cane per salvare la vita all’uomo, ad un conspecifico. Non è molto importante qui far notare la contraddizione di chi legittima la SA sulla base di una legge naturale, quando la medicina è per definizione una tecnica culturale molto raffinata, per niente naturale e che per giunta va contro le leggi della selezione naturale (se proprio si vogliono rispettare le dinamiche evolutive, si lascino morire i malati e i deboli per fortificare la specie), ma a noi risulta che la selezione dell’ambiente agisca sull’individuo e solo indirettamente sulla specie; non sussiste nessun principio di conservazione della specie! Leoni che mangiano i cuccioli di altri leoni, scimpanzé che organizzano blitz con i gruppi confinanti in un’orgia di selvaggia violenza in cui si uccidono conspecifici, gorilla che uccidono cuccioli di gorilla femmine per potersi accoppiare con le madri, uccelli che uccidono nel nido i propri fratelli ecc dimostrano che gli esseri viventi non hanno avuto in dono nessuna tendenza a salvare il maggior numero possibile di membri della propria specie, al limite solo quella dei propri figli, e nemmeno sempre. Come è facile dimostrare, basare un comportamento appellandosi alle leggi di natura è una contraddizione in termini; e non preserva dal pericolo, poi, di applicare quelle stesse leggi alle relazioni intra-specifiche. En passant, vorrei sottolineare un’argomentazione che talvolta anche i vivisettori fanno ma che non è estranea a nessun operatore che guadagna sulla pelle degli animali, e che sinceramente io trovo incomprensibile. Questa argomentazione morale è fondata sull’affermazione per cui “la natura non sempre è buona” (sic); cosa significhi è difficile capire; forse la lontananza degli scienziati dalla riflessione filosofica può portare a sillogismi del tutto fuorvianti o irrilevanti; se si vuole dire che in natura il leone mangia la gazzella, si può accettare, anche i bambini lo sanno; se si vuol dire che siccome in natura il leone mangia la gazzella, noi possiamo sfruttare e uccidere gli animali, si fa un’operazione illecita: si potrebbe rispondere che siccome gli uccelli mangiano i propri fratelli, è giusto uccidere gli altri fratelli anche in ambito umano. Come ultima chance, si potrebbe citare l’appartenenza dell’uomo ad una specie dotata di un’entità spirituale metafisica, chiamata anima; ed è ciò che fanno gli scienziati cattolici, che hanno la tendenza a credere che Dio abbia creato gli animali per le esigenze degli uomini; ovviamente, in un discorso scientifico e razionale, le essenze ontologiche non hanno diritto di cittadinanza, e quindi l’argomento va semplicemente ignorato; fa specie però vedere uomini impegnati in un’impresa razionale come la scienza, cedere alla credenza in un Dio inevitabilmente sadico e irrazionale, che fa divertire la sua creatura principale con esseri senzienti e sofferenti, quando sarebbe bastato creare un mondo senza malattie per eliminare alla radice il problema. Credere poi che le zanzare, responsabili di milioni di morti all’anno per la malaria, siano un “dono” di Dio difficilmente sarà accettato dalle popolazioni coinvolte, benché a digiuno di teologia cattolica. Che gli animali debbano godere di considerazione morale è ammesso, inconsapevolmente, dagli stessi fautori della SA; la loro preoccupazione di tranquillizzare la gente sul trattamento umanitario delle cavie dimostra in modo lampante l’ammissione che gli animali abbiano dignità morale (e però o ce l’hanno tutta o nessuna) e la loro insistenza sulla severità delle leggi che regolano la SA implica che siano d’accordo che gli animali debbano essere tutelati giuridicamente (anche qui, però, con la stessa aporia che abbiamo rilevato sopra). Se non è pura opera di propaganda, come tendiamo a credere noi, i sostenitori della SA si trovano nella strana situazione di dover difendere teoricamente l’impossibilità dell’animale ad appartenere ad una comunità morale e giuridica, e nello stesso tempo a doversi comportare rispettando moralmente e giuridicamente il non umano. O siamo di fronte a “cose” e allora anche “la tortura per il puro diletto” è ammissibile (come dice il Dizionario di teologia cattolica, Oxford, 1898) o siamo di fronte a soggetti, e allora non è possibile nessuno sfruttamento, nemmeno minimo. Tertium non datur. Tutto ciò è implicito anche nella giustificazione scientifica della SA: la SA funziona perché gli animali hanno minime differenze biologiche con noi, ma queste quasi “inesistenti” differenze producono misteriosamente un’infinita differenza sul piano morale: i primi possono essere manipolati, sfruttati e uccisi anche in modo spesso crudele, i secondi invece devono godere di tutti i diritti naturali! Eppure sono quasi uguali! Cambierà qualche gene, ma sostanzialmente sono la stessa cosa! Incredibile come la differenza dell’un per cento di struttura genetica determini un’infinita differenza morale! Tutta la filosofia morale dei fautori della SA è racchiusa nel semplice ma efficace slogan propagandistico “Salveresti un topo o un uomo?”. Ci sono diverse osservazioni da fare in proposito a) Si lascia intendere che gli unici animali utilizzati siano i topi, ma non è così; come abbiamo già detto, anche cani, gatti e scimmie vengono utilizzati, ed essi sono tenuti in gran considerazione dalle persone, data la diffusione di animali da compagnia nelle famiglie occidentali e l’alta considerazione di cui godono come membri della propria famiglia. b) La domanda intende far credere che ci sia una necessità oggettiva in cui è necessario scegliere, ma non è affatto così. Tutti risponderemmo che in una situazione disperata, in cui il corso naturale delle cose ci costringe a scegliere (per es., durante un’alluvione, un terremoto ecc.) tenderemmo senza dubbio a salvare il conspecifico anziché il topo. Ma nel caso della vivisezione, siamo noi che creiamo deliberatamente la scena, cioè un laboratorio dove i topi, che non hanno nulla da spartire con le malattie umane, devono essere “sacrificati” per il presunto bene dell’uomo. c) Posta così la domanda, si fa un errore di partenza: è anche difficile rispondere alla seguente domanda “Salveresti tuo figlio o uno sconosciuto?”. La risposta: “mio figlio” sarebbe anche accettabile dai filosofi morali, ma nascerebbero seri dubbi qualora per salvare mio figlio dovessi sottoporre l’altro alla sofferenza di una vita in gabbia e dei relativi test che producono, come minimo, indicibili sofferenze psicologiche. d) Sembra che l’esperimento sui topi salvi comunque necessariamente il bambino, ma non è così. Decine di farmaci sono stati ritirati dal commercio dopo che i test animali ne avevano accertato la sicurezza e l’efficacia; in questo caso si è ucciso sia il topo sia l’uomo, e d’altronde non si può sapere a priori se il farmaco salverà o meno, ucciderà o meno. e) la domanda sottintende che l’esperimento sugli animali sia risolutivo e poi non ci sia bisogno di sperimentare sull’uomo; non è così, dopo la fase preclinica, ci sono 4 fasi di sperimentazione sugli uomini (anche qui si aprirebbe un altro discorso sulla moralità di questi esperimenti) in cui non si sa, per ammissione stessa degli scienziati, che cosa succederà. Però la domanda, in realtà mal posta, fa presa sull’uomo medio, che non conosce i dettagli della sperimentazione e che non sa nulla dei suoi fallimenti.”

 

Michele Palatella – 14 ottobre 2015

 

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Farli ammalare non ci farà guarire! #novivisezione

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Basta alla sofferenza dei Cavalli!


Roma non ha bisogno delle botticelle e della sofferenza dei Cavalli.

<<Per questo ti chiediamo di votare SI’ alla proposta di delibera popolare 51/2015.>>

Questo è lo slogan che i destinatari del Comune di Roma riceveranno se firmerai anche tu la mail che trovi a questo indirizzo:
http://www.oipa.org/italia/stop-botticelle-mail-bombing/
#stopbotticelle stop alla sofferenza dei Cavalli.
Info su Oipa.

 

Qui di seguito la lettera che verrà inviata al Comune di Roma:

 

“Gentili signori,

Giovedì 3 maggio, nella convocazione prevista dalle 12:00 alle 17:00, il Consiglio Comunale di Roma si dovrà finalmente esprimere, ai sensi dello Statuto di Roma Capitale, sulla Delibera di iniziativa popolare 51/2015 “Stop botticelle, tutela dei cavalli e riconversione delle licenze in altre attività di trasporto”.
Forti di un autorevole parere legale a difesa della richiesta sottoscritta da oltre 10.500 romani tre anni e tre mesi fa, le associazioni animaliste promotrici Animalisti Italiani, Enpa, Avcpp-IoLibero, Lav e Oipa sottolineano che questo è l’unico atto formale depositato sul tema mentre gli annunci di una Delibera alternativa non si sono mai concretizzati.
La proposta di Deliberazione popolare ha ottenuto anche l’intervento del Prefetto in quanto l’attività delle botticelle non è compatibile con l’etologia dei cavalli come dimostrano purtroppo i molteplici incidenti occorsi. Sono proprio i Comuni, in forza di una norma di rango primario, a esercitare la funzione di protezione degli animali sul proprio territorio e quindi a poter, anzi a dover regolare in maniera adeguata le attività che ne potrebbero eventualmente compromettere la tutela; la Legge 15 gennaio 1992 n.21 sugli autoservizi pubblici non di linea non prevede alcun obbligo relativo alla necessità della presenza di servizi a trazione animale tanto che la quasi totalità dei Comuni italiani non ha botticelle e carrozzelle pubbliche trainate da animali; la legge regionale n.58 del 1993 sullo stesso tema lascia chiaramente la piena autonomia ai Comuni anche di scegliere di non avere una o più tipologie di veicoli e natanti per l’esercizio del trasporto pubblico non di linea e, quindi, un numero di licenze pari a zero, così come è attualmente a Roma, senza alcuna contestazione, per le motocarrozzette e i natanti nel pieno rispetto della normativa sovraordinata.
Roma non ha bisogno delle botticelle e della sofferenza dei cavalli.
Per questo le chiediamo di votare SI’ alla proposta di Delibera popolare 51/2015!”

“Liberazione Animale – una prospettiva antispecista” esprime il suo dissenso all’attività venatoria.


Pubblico un articolo dell’associazione animalista “Liberazione Animale – una prospettiva antispecista” con sede a Foggia in merito all’evento venatorio “Nature Show” che si svolgerà in aprile:

NO AL NATURE SHOW! NO ALL’UCCISIONE DI ANIMALI INNOCENTI!

Come un evento all’apparenza mondano nasconde invece profonde logiche di profitto: armi da fuoco.

Purtroppo ci risiamo, e torniamo ancora una volta a gridare il nostro dissenso ad un evento opportunista, ipocrita e totalmente fuorviante: “Nature Show”.

Anche quest’anno infatti la triste manifestazione, in cui la vendita delle armi viene magistralmente mistificata, è alle porte.

Il 14, 15 e 16 aprile prossimi si svolgerà a Foggia, all’interno dei padiglioni Ente Fiera Autonomo, lo spettacolo dei cultori dell’attività venatoria, ossia caccia e pesca ed ogni sollazzo annesso. Ma la brutta notizia è che il divertimento puro non sarà a beneficio dei reali protagonisti di questa vicenda, ovvero gli Animali. Sì perchè il tema principale, per chi non conoscesse il temine venatorio, è sparare in ambiente aperto contro esseri viventi indifesi, utilizzare canne ultra sofisticate per pescare innocui Pesci, che poi non verranno mangiati (non che sia una giustificazione) ma ributtati morti nelle acque. Ma soprattutto il Nature Show pubblicizza la vendita e quindi la diffusione di pistole e fucili autentitici. Non parliamo di mezzi a scopo ludico, giocattoli per intenderci, bensì vere e proprie armi da fuoco. Le stesse che vengono adottate dalle forze militari e di polizia: armi a scopo offensivo, ferimento ed uccisione.

I casi di cronaca evidenziano un aumento dei delitti, come i fatti tragici di Macerata in cui un folle estremista ha sparato contro persone inermi ferendole gravemente. Ma non solo: i casi di violenza sono esponenzialmente cresciuti. I giornali d’informazione sono pieni di reati a scopo omicidio, soprattutto in una realtà come quella meridionale dove criminalità e scarso senso civico vanno per la maggiore. Il foggiano è tristemente famoso per eventi così tragici e penosi, in cui organizzazioni malavitose operano indisturbate all’interno di un apparente pacifica realtà.

E a Foggia che cosa si organizza? Una fiera delle armi! Sì, avete letto bene, un’esposizione di armi! Questo è davvero troppo anche per i più distratti e menefreghisti!

Come già detto l’anno scorso il nostro giudizio in qualità di associazione animalista è assolutamente negativo. Ma quello che più ci stupisce è il silenzio assordante che nuovamente, a poche settimane dall’inizio, pervade incontrastato. Le istituzioni sono assenti, le onlus latitanti, la popolazione assorta in altre occupazioni. Il nostro impegno è quello di protestare in maniera unanime affinchè eventi di questo scarso spessore etico non siano più protagonisti all’interno di un luogo dove la cultura e la gioiosità dovrebbero abbondare. L’Ente Fiera ha il dovere di diffondere progetti educativi e di sviluppo morale, e non squallide manifestazioni di morte. Oltretutto promuovere la bellezza della natura tramite il culto venatorio è ormai un passaggio ideologico che non ha più senso di esistere. Da innumerevoli posizioni sempre più persone dichiarano il loro sdegno verso l’uccisione e il maltrattamento degli Animali. Ormai non solo Cani e Gatti sono in cima alla lista delle priorità da tutelare e conservare. Il concetto antispecista è in graduale aumento proprio per identificare una presa di coscienza sempre più ampia tra chi preferisce abbandonare il vizio del gusto e dello svago opportunista rispetto alla cura e alla salvaguardia del mondo Animale. Gli Animali sono esseri senzienti dotati di ogni attitudine morale. Provano emozioni e sentimenti puri, non come noi ma molto più di noi! Non si spiegherebbe perchè l’essere Umano è l’unico individuo che pratica ogni violenza possibile in maniera totalmente gratuita. La sopravvivenza non c’entra nulla, “non siamo più cavernicoli” (almeno non dovremmo, in base ad un evoluzione logica e morale). I danni collaterali di un antroponcentrismo secolare stanno partorendo i peggiori frutti acerbi.

Senza dilagare in contesti a noi non consoni (quali inquinamento, malattie ed altro) l’equilibrio internazionale è inqualificabilmente ricco di conflitti estremi in cui più popolazioni si scontrano quotidianamente e senza sosta. L’utilizzo delle armi da fuoco è in aumento esponenziale colpa anche la politica che, tramite strategie estreme e lontane da un giudizio virtuoso, tenta inutilmente di risolvere in questo modo spregevole i contrasti tra popoli.

A maggior ragione il nostro dissenso è totalmente favorevole ad uno stop del Nature Show, e ad una rivalutazione del programma ufficiale che attualmente prevede:

“abbigliamento accessori e attrezzature per la caccia e la pesca, armi e munizioni, buffetteria, coltelleria, riserve caccia e pesca, arte a tema venatorio, ottiche, tecnologia e attrezzature da richiamo, prodotti per la caccia e la pesca, tiro sportivo, stampa specializzata, turismo venatorio, veicoli fuoristrada, incisioni ed incisoritrofei e imbalsamazione, cinofilia ecc.”

Qui il regolamento ufficiale scaricabile:

http://natureshowfiera.it/wp-content/uploads/2018/02/regolamento_generalenatureshow2018.pdf

Ma quello che è più grave ed inaccettabile riguarda una nota all’interno del suddetto regolamento, e cioè testuali parole:

“Gli espositori si assumono ogni responsabilità riguardo al materiale che portano in esposizione in particolare per l’esposizione di armi e di munizioni, è a loro carico l’obbligo di adottare tutte le precauzioni possibili per evitare furti, incendi, spari, corto-circuiti, rumori molesti, etc.”

Ciò significa che se malaugoratamente dovesse accadere un incidente…gli organizzatori non hanno nessuno colpa e quindi responabilità! Non credo ci sia altro da aggiungere per commentare questa ennesima farsa.

Da parte nostra utilizzaremo ogni mezzo a nostra disposizione per diffondere una corretta informazione ed una giusta condivisione della giustizia e della logica.

A presto per nuovi aggiornamenti.

Autore: Roberto Contestabile

P.S. anche Promiseland ne parlahttp://www.promiseland.it/2018/02/17/nature-show-a-foggia-la-fiera-delle-armi-da-fuoco/

 

L’attività venatoria provoca in Italia ogni anno numerose vittime, oltre che innumerevoli danni all’ambiente. Ma quello che a noi deve interessare è il genocidio perpetrato agli Animali che vengono quindi uccisi senza pietà e senza motivo alcuno. I dati nella stagione 2016/17 sono allarmanti: 203 Animali definiti “domestici”, 1733 Animali NON cacciabili (specie che rientrano tra quelle cacciabili, ma cacciate in periodo, luogo o mezzi non consentiti). La caccia e la pesca sono azioni deleterie ben lontane da un aspetto logico ed etico. Le menzogne che puntualmente arrivano dai responsabili rappresentano tutta l’ipocrisia e la sfacciataggine con cui si vuole sbeffeggiare l’intelligenza e la morale dell’opinione pubblica. Eventi altamente negativi e fuorvianti come il “Nature Show” a Foggia sono la rappresentazione emblematica di come questi personaggi non sanno più come diffondere la cultura della violenza a scopo ludico.

Bisogna reagire energicamente per impedire che simili manifestazioni siano motivo d’intrattenimento e svago. Il NO categorico deve essere unanime!

Roberto Contestabile

Tabella vittime Animali NON cacciabili:

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I dati sono stati reperiti dall’associazione vittime caccia – Dossier vittime caccia 2016/17

L’immoralità del progresso tecnologico


Lo sfruttamento mistificato come modernizzazione.

La maggior parte degli Animali è uccisa per scopi alimentari. Secondo l’organizzazione mondiale per l’alimentazione (Fao) gli esseri Umani uccidono circa 53 miliardi di Animali per la propria alimentazione ogni anno (cioè 53.000.000.000). A questi si aggiungono (non per meno importanza) tutti i Pesci, e questo tragico numero è in continua crescita e raddoppierà nella seconda parte di questo secolo, insieme ad un costante aumento della popolazione Umana che richiederà nuovo cibo e quindi nuove uccisioni.

Lo sfruttamento animale è attorno a noi, in ogni azione, tendenza, oggetto, o pratica sociale. Il cibo industriale è completamente contaminato da scarti animali: pensiamo agli additivi utilizzati da grandi brand commerciali, per finire ai classici prodotti da scaffale come i succhi di frutta addizionati con la Cocciniglia (Insetto da cui si ricava un colorante rosso). La vivisezione è ai sui massimi storici, basta analizzare le notizie passate che hanno visto alla ribalta numerosi scandali nascosti o mistificati dall’industria. I fatti recenti in merito a presunti test effettuati per verificare i fumi di scarico dei motori diesel da parte di importanti gruppi tedeschi sono solo l’inizio di un immensurabile catastrofe morale.

Tutta la nostra vita moderna è figlia dello schiavismo. Accade da sempre, dagli albori della nascita Umana. Quello che non si può sopportare però è l’indifferenza e la spietata ipocrisia con cui si affronta il progresso tecnologico. Non è vero che non esiste futuro senza meccanizzazione, e si mente quando non si affrontano nuove frontiere della modernizzazione. Il capitalismo moderno ha visto nascere nuovi metodi di uccisione, nuove torture, nuove atrocità. La ricerca infinita di profitto dispone di un meccanismo incontrollato che prefigge sempre più nuove leve sfruttabili a piacimento. L’ambientalismo non basta per placare la sofferenza e la prigionia con cui interminabili comunità animali giacciono prive di salvaguardia e tutela. Pensiamo alla caccia, alla pesca, al bracconaggio…all’ipocrisia istituzionale che difende e tutela tali modus operandi. Pesca sostenibile certificata da dubbiosi enti istituzionali, associazioni di cacciatori finanziati da fondi governativi, raccolte di fondi monetari (Telethon) pubblicizzati come ricerche scientifiche a scopo sperimentazione animale. Ogni pratica viene soggiogata da interessi di capitalismo. E in questo la responsabilità è assolutamente collettiva.

E’ necessaria una forma più importante di attivismo sociale, da portare avanti a nome degli Animali e a testimonianza di ogni ingiustizia sociale.

L’abolizione dello sfruttamento animale è possibile, e dipende dalle proprie scelte abituali.

Credere, obbedire, gattini


Da Veganzetta.org:

““Credere, obbedire, gattini” è il titolo di un articolo a firma di Lorenzo Bagnoli pubblicato sulla rivista online The Vision.L’autore tratta un argomento che purtroppo è innegabilmente di grande attualità: la proliferazione – nella società italiana e non solo – di gruppi di estrema destra in ambito animalista.
Nell’ormai lontano 2010 pubblicammo un dossier dal titolo “Antispecisti di destra? nel quale si esaminava il preoccupante fenomeno delle infiltrazioni di realtà legate direttamente o indirettamente all’estrema destra nell’ambiente animalista, vegano e addirittura antispecista.
La situazione da allora è cambiata ma, come si potrà notare, in peggio. Il testo di The Vision cita il nostro dossier e ne riprende alcuni passi, per poi riportare notizie di cronaca, dichiarazioni sui social network, articolo pubblicati su siti internet e giornali, nel tentativo di analizzare lo stato dei fatti. L’articolo in questione – seppur in modo a volte superficiale – ha il pregio di evidenziare alcune delle numerose – e recenti – connessioni tra il “variegato” mondo animalista e singoli o gruppi riconducibili ad ambienti fascisti, tutti legati dallo stesso approccio che pare ripetersi come un mantra: la politica non c’entra nulla con gli Animali. Ciò nella più totale e colpevole indifferenza o addirittura con il benestare (per misantropia, per tentazioni autoritarie o per altri motivi) di molte attiviste e attivisti.
Considerando la situazione attuale si deduce che l’ambiente animalista e vegano in generale sono contraddistinti da una sconfortante ignoranza che genera (nella migliore delle ipotesi) mancanza di basi teoriche e pertanto di consapevolezza e capacità critica. Tali gravi mancanze sono il motivo dell’estrema facilità con cui coloro che (da destra) tentano di infiltrarsi nell’animalismo riescono nel loro intento: è sufficiente fare leva su un’incomprensione di fondo (derivante dall’ignoranza di cui sopra) di ciò che è realmente la prassi politica dichiarandosi  “apolitici”, per ottenere il risultato voluto.
Il problema è serio, per quanto ancora si vorrà ignorarlo?”