Il macellaio


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La maggior parte degli omicidi mafiosi e non solo, specialmente quelli più efferati, sono stati eseguiti con la collaborazione di abili macellai e addetti specializzati dei mattatoi. Questo perché era opportuno far sparire le prove del delitto tramite sezionature e relative procedure annesse. Non stupisce quindi perché sia stato necessario rivolgersi a simili professionisti del settore così precisi e meticolosi nella macellazione degli Animali. Non stupisce neanche come mai molti di loro non si siano tirati indietro nel praticare tali atrocità, così talmente abituati a compiere amputazioni e disossi. Dietro un misero compenso si é capaci di effettuare meticolosamente ogni aberrità (mix di aberrazione ed atrocità). Qui non si vuole offendere ed accusare una categoria professionale, bensì ammettere una più cruda realtà.

Nicoletta, Raffaele e la commessa Barbara…lavoratori in un mattatoio.

Dario Cecchini, il famoso macellaio e ristoratore italiano conosciuto come il Michelangelo della carne, è una personalità quando si tratta di carne.

Si chiama Nusret Gökçe, ed è il proprietario di una piccola catena di steakhouse, chiamata “Nusr-Et”, amatissimo nella sua patria ha totalizzato 1,6 milioni di followers su Instagram, il suo modo sensuale di affettare, trattare e salare la carne stanno facendo impazzire il web e soprattutto le donne. Di umili origini Nusret ha dovuto lasciare gli studi per il lavoro, dopo aver fatto il macellaio ha aperto il primo ristorante e ora vanta più 400 di dipendenti, lavora ben 18 ore al giorno e non si concede mai un a vacanza.

E questo è il sig. Di Caprio (difensore del pianeta), insieme a Nusret Gökçe.

Foto prelevate liberamente dal web

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La teoria carnista


Nel video la dott.essa Melanie Joy spiega i meccanismi che rendono accettabile il consumo di carne, ovvero questo avviene in particolare attraverso la strategia delle tre «N», come la chiama Joy: mangiare animali è Naturale, Normale e Necessario:

– Naturale perché l’essere Umano è carnivoro fin dalla preistoria. Tuttavia, ricorda la ricercatrice, chi sostiene questa tesi finge di ignorare che prima di cacciare gli Animali l’uomo si nutriva essenzialmente di frutta.

  • Normale perché statisticamente i vegetariani/vegani, in molti paesi occidentali, sono appena uno su dieci. Ma può definirsi «normale» solo ciò che viene praticato dalla maggioranza?
  • Infine, mangiare Animali è Necessario per non incorrere in pericolosi squilibri alimentari. È la più forte delle argomentazioni dei carnivori, ma viene continuamente smentita dalle ricerche di molti medici e nutrizionisti.

 

Qui la sua biografia tratta Wikipedia e il suo sito ufficiale:

Melanie Joy

Melanie Joy

 

 

Prodotti Animali nella pubblicità? Se li riconosci, magari li eviti


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Di Annamaria Manzoni:

“Ogni adulto, che sia in grado di pensare, che non sia  sottoposto a costrizioni, e che abbia libero accesso ai mezzi di informazione è di fatto responsabile delle proprie azioni. Anche l’essere o non essere vegani, quindi, non è categoria dell’essere, ma scelta libera e consapevole, somma di comportamenti che dovremmo controllare. Dovremmo, per l’appunto, ma troppo spesso non lo facciamo: perchè non fluttuiamo in uno spazio vuoto in assenza di gravità, ma siamo impastati nella cultura che ci plasma, ci intride e ci condiziona, attraverso meccanismi a cui tendiamo troppo spesso a  soggiacere passivamente, senza riconoscerli, lasciandoci cullare nell’inerzia dell’irresponsabilità. Cultura che tendiamo a scambiare per assoluto, ogni volta che siamo incapaci di coglierne la relatività. Affiancare al termine cultura quello di  pubblicità può sembrare un azzardo, un ossimoro, ma,  al netto di snobismi, la sua influenza, forte di una presenza pervasiva e ossessiva, è enorme nel  modellare i costumi di quelli che ne sono gli utenti, cioè inevitabilmente tutti noi,  talvolta fruitori attenti e convinti, molto più spesso ascoltatori distratti, ma anche in questo caso inconsapevolmente permeabili ai messaggi.

Uno sguardo ai meccanismi di cui si serve è illuminante, fonte di molti elementi di riflessione e comprensione.  Prima di tutto,  un click sul telecomando ad una qualsiasi ora serale:  entriamo senza sforzo in medias res, davanti ad  una successione interminabile di input a mangiare animali, che però non sono riconoscibili come tali, ma trasformati in cose, prodotti di consumo e niente più.

A ruota libera:

Ti parlerò d’amore e sfoglierò una rosa : credere o meno, è da un grammofono del 1944, a voce della cosiddetta divina Wanda Osiris, che arriva la sollecitazione a consumare mortadella dal Consorzio di Bologna. Per  la cronaca, i versi successivi specificano sulla tua bocca ansiosa che non conosco ancor…

Il primo amore non si scorda mai:   ricordi in agrodolce delle prime passioni giovanili, palpiti e carezze entrati nelle nostre memorie inossidabili ? No: trattasi invece di prosciutto cotto.

Quel prosciutto che, in altro spot,  un ragazzino in improbabile estasi gastronomica gusta arrotolato su un grissino, sotto lo sguardo paterno dell’affettatore, a cui è lui a ricordare in tono di affettuoso rimprovero che….Ma  papà! è Granbiscotto. Si, perché tutto sommato è molto meglio ribattezzare e dolcificare quegli enormi pezzi animali che pendono dal soffitto di una stanza adibita ad hoc: e un  biscotto può fare al caso. Il padre con tono rapito,  degno di un’ ode del Petrarca, fa sapere al  suo pargolo in età evolutiva che il  gusto è morbido e leggero: il tutto per conto  della Rovagnati.

Il tono si può fare ancora molto più leggero ed entrare nel registro della commedia all’italiana se si ingaggia uno come Christian De Sica che fa il tombeur de femmes dietro il suo bancone di prosciutti al ritmo di oh c’est si bon! Amstrong, ….tanto per non farci mancare nulla.

Nella sua estrema versatilità lo stesso De Sica (che nostalgia di Vittorio!) può facilmente convertirsi da testimonial della carne di maiale a quella bovina e riempire di scatolette l’interno del suo impermeabile, che apre dopo scarsa resistenza, portato via da due tutori dell’ordine: siamo tutti maniaci…della Simmenthal  dice nella sua veste di felice squilibrato in uno spot che più unconventional non si può, a favore di un brand che di tutto si può accusare tranne che di non avere uno spirito gioioso e informale.

L’approccio può mutare: ed essere democraticamente onnicomprensivo, inglobando senza tante sottigliezze qualsivoglia “prodotto”: è allora una coppia di mezza età (per inciso talmente poco attraente da sollecitare la domanda su che presa possa mai avere, su chi siano quelli disposti ad una identificazione tanto malinconica) evidentemente rappresentativa del consumatore medio, ad ammiccare a favore della Conad e di tutti i suoi alimenti con zoomate su brandelli di animale di qualsivoglia specie. Purchè italiane, beninteso, perché è questo quello che conta. Il commentatore, mentre con tono ispirato ricorda in sottofondo che ci sono persone oltre le cose(e in quest’ultima categoria ha appena immesso le cosce di bovino adulto) mostra sintomi di preoccupante confusione nel non riconoscere che, oltre alle persone, non ci sono solo cose, ma purtroppo anche animali, quelli che lì, nel ruolo di vittime, sono costretti ad esserci grazie alla Conad e a tutti gli altri. Che neppure li vedono. Pubblicità speculare a quella cartacea de Il Gigante, che, quando ci sono Feste, quelle con la F maiuscola, propone bontà che, a fronte di un ananas, glorificano Coniglio disossato, l’Orata di Portovenere, il Cappone anche lui disossato, il Salmone preaffettato: 4 a 1, ma talvolta va persino peggio e il confronto tra esseri senzienti e non, può terminare con un sonoro cappotto. C’è poi il tonno: e ancora una volta il tono diventa elegiaco e parla di qualità e…. tenersi  forti, rispetto !!!!! Presente la pesca del tonno????? E’ Asomar a  rassicurare  che i suoi sono solo tonni adulti perché l’azienda è, tenersi  forte un’altra volta, Friend of the Sea: In quanto tale, si sente autorizzata a sfidare sul piano dell’etica i suoi concorrenti, Nostromo & c, che si limitano a gioiosi tributi alla tenerezza, tra nonni bonari  e nipotini spensierati.  Altri tonni in altri spot sono salutati con un dispiacere che vorrebbe essere divertente perché sono sempre i migliori che se ne vanno. Ancora: ecco la mamma che, proprio perché la mamma è sempre la mamma, non fa mai mancare la Simmenthal al suo pargolo riconoscente ; ed ecco quell’altra mamma che non può mancare se c’è Aia perché Se c’è Aia c’è gioia, e se c’è mamma c’è bonbon Aia. Mamma, gioia e Aia: una nuova trinità, in verità un po’ laica, ma del resto non si può avere tutto. Si può continuare con le  infinite famiglie felici che, grazie ad un pollo arrosto, un hamburger o delle cotolette in centro tavola, trovano il collante di valori di cui si era perso persino il ricordo: miracoli del galletto e del maialino.

Insomma, e in sintesi, la pubblicità di prodotti animali la fa da padrona negli spazi commerciali e, conseguentemente, nei nostri spazi mentali, che va ad invadere. E mentre sollecita a comprare e a consumare, attua un formidabile meccanismo di negazione della realtà: una realtà, quella degli allevamenti intensivi, dei mattatoi, della pesca, delle tonnare, che è di una violenza talmente estrema che non potrebbe neppure  essere immaginata se non fossero inchieste, documenti, filmati a mettercela davanti agli occhi in tutta la sua drammatica evidenza. Non è inutile rimarcare che questa realtà non viene minimizzata o  edulcorata o  giustificata: viene invece cancellata, negata, come se non esistesse. E’ il meccanismo difensivo che entra in gioco in situazioni estreme: si potevano forse minimizzare i campi di concentramento? L’unica via se non si vuole essere travolti dalle responsabilità è allora la negazione, meccanismo perverso  in cui, come dice Umberto Galimberti, risiede “la prima radice,  la più profonda, dell’immoralità collettiva.” Perché induce ad ignorare le grandi ingiustizie ed impedisce la reazione che potrebbe avere luogo se venissero riconosciute. Ecco: nella pubblicità il meccanismo della negazione è totale: sono completamente negati gli animali dal cui sfruttamento e uccisione provengono tutti i prodotti reclamizzati: semplicemente viene negata la loro stessa esistenza a vantaggio della “cosa” alimentare in cui sono stati trasformati. Non bastasse, si può sempre fare di più e ricorrere alla formazione reattiva, vale a dire mettersi al riparo da possibili contraccolpi emotivi, dovesse fuoriuscire qualche brandello di verità,   trasformando la realtà e facendola corrispondere, appunto reattivamente, al suo contrario:  laddove sangue, sofferenza, crudeltà, terrore, grida sono esplosive, il mondo viene ossessivamente descritto con   riferimenti a  gioia, tenerezza, rispetto, bontà, morbidezza. Meglio lasciare l’Ombra, il male, ben nascosto nel profondo, e abbagliare con fasci di luce la superficie. Non sono certo un caso neppure l’uso e l’abuso dei bambini: siccome è sempre  meglio cominciare da piccoli,  bambini e bambine di ogni età ringraziano mamme dolci e sorridenti per avere loro messo nel piatto pasticci di carne, cosa per cui si sentono indistintamente, ma poderosamente in dovere di  filiale riconoscenza. L’operazione pubblicitaria che coinvolge i destinatari più giovani si gioca sulla consapevolezza che il cibo contiene istanze simboliche di potente pregnanza, che trasmettono   messaggi suggestivi associando il cibo al mondo degli affetti: ne consegue che, a livello inconscio e profondo, andranno determinandosi sovrapposizioni e identificazioni tra le relazioni familiari più importanti e il cibo animale, operazione facilitata dal fatto che il cibo contiene in sé valenze profonde, perché va a solleticare  le prime relazioni familiari, il latte materno, la nutrizione come prendersi cura: è quindi depositario di forti  valenze simboliche. Dal  punto di vista  etico e del benessere psicologico, si tratta di un’operazione tanto furba quanto disonesta: va a innescare un meccanismo di  scissione tra due realtà che sono destinate a mantenersi  estranee l’una all’altra: il bambino continuerà a sorridere ai porcellini e a mangiarli, una volta sgozzati, senza avvertire  l’incongruenza. I genitori prima lo guarderanno con compiacimento  intenerirsi  giocoso e dopo gli serviranno in tavola il prosciutto, la carne, il tonno. Per quanto riguarda loro, la scissione ha avuto inizio da tempo immemorabile ed è ora perfettamente funzionante: non resta che favorirla  a vantaggio delle future generazioni. Per inciso  la scissione è un meccanismo di difesa  psicologicamente grave, primitivo; è quello che consente di non integrare le caratteristiche dell’altro in immagini coese, e di assolutizzare  ora l’uno ora l’altro degli aspetti che vengono in contatto con la propria esperienza immediata e con le relative emozioni: così mi piace tanto il porcellino rosa , con quella sua aria tenera e ingenua, e lo mangio con grande gusto una volta scannato. “Ma cosa c’entra?!”  è in genere la risposta indispettita e  di certo non articolata,  che viene fornita a chi, basito, chiede come sia possibile una tale dissociata incongruenza. Dissociazione che pare essere la cifra del mondo adulto rispetto all’infanzia: da una parte si commuove, si intenerisce e si diverte nel prendere atto dell’atteggiamento affettuoso e solidale dei bambini verso le bestie, e, senza soluzione di continuità,  li educa ad abitudini che  ripercorrono  e cronicizzano il quotidiano asservimento e sfruttamento perpetrato a loro danno. La manipolazione della  suggestionabilità dei bambini è operazione fin troppo facile: essendo la loro facoltà di giudizio personale ancora tutta da costruire, essi  danno progressivamente forma alla realtà attraverso i messaggi che gli adulti mandano e la colorazione emotiva che  vi attribuiscono: una cosa è buona se è presentata come tale.  Quindi se i grandi  offrono cadaveri e sorridono, si vede che è giusto così. E non si tratta solo di dare il carattere di postulato al senso di un comportamento indecifrabile nella sua illogicità: succede di più, in quanto la sovrapposizione tra quel cibo e l’atmosfera familiare impedirà di tracciare confini : quelle sensazioni i bambini se le porteranno con sé diventando adulti e quegli stessi alimenti avranno il potere di evocare fondamentali relazioni affettive associate al suo consumo.

Insomma, come dice il poeta  Kiarostami, i bambini non sono bachi da seta che diventeranno farfalle: succede ahimè il contrario. O più prosasticamente, secondo altri, gli adulti non sono che bambini andati a male. In sintesi quella che viene consumata a livello pubblicitario è un’operazione tanto subdola quanto  efficace: essa ha origine dalla ovvia consapevolezza che  davanti agli spettacoli insanguinati  e raccapriccianti che sottendono ogni  zampone, salsiccia o asettica scatoletta di carne almeno una fetta degli abituali consumatori finirebbe per astenersi dal mangiarne, se non per principi etici, almeno perché l’inevitabile automatico richiamo alla mente di tale realtà, una volta che le due immagini fossero associate,  per qualcuno risulterebbe insopportabile. La pubblicità insomma offre i vestiti al Re: il grande inganno è sotto gli occhi di tutti, che vivono sereni perché vivere di allucinazioni fa tanto comodo. C’è chi però il Re lo sa vedere nudo, e non serve essere sciamani e mistici per alzare il velo: solo un po’ procacciaguai, come possiamo, forse vogliamo, di certo dobbiamo essere.”

 

Original post PRODOTTI ANIMALI NELLA PUBBLICITA’? SE LI RICONOSCI, MAGARI LI EVITI

 

 

Cara Annamaria Manzoni purtroppo i bambini sono sempre più presenti nella pubblicità rappresentando un modello da perseguire e i genitori, seguendo questo atteggiamento fuorviante, inducono insegnamenti spesso errati. Ma come pensare che la televisione insegni qualcosa? Uno strumento abile ed astuto utilizzato dai brand per costruire induzioni commerciali e tu, con la tua profonda analisi, lo hai spiegato perfettamente: “PRODOTTI ANIMALI NELLA PUBBLICITA’? SE LI RICONOSCI, MAGARI LI EVITI.”
Infatti è così…se il cibo d’origine animale viene considerato prodotto commerciale (ovvero “cose”) come diffondere empatia verso altre specie?

 

 

Tutte le scuse portano al macello…


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Ciò che avviene all’interno dei macelli, o più comunemente definiti mattatoi, non è conosciuto ai più. Volutamente non viene rappresentato, nè descritto alla perfezione: terribili luoghi di morte. Oggi molti potrebbero documentarsi e farsi una ricerca appropriata per capire le varie modalità di uccisione legalizzata. Ma se si continua a giustificare il genocidio Animale, tale analisi non ha senso di esistere. Stesso paragone può applicarsi a tutti i genocidi che puntualmente avvengono in angoli bui del pianeta, ma che difficilmente vengono divulgati alle masse popolari, non tramite le opportune considerazioni. Si preferisce non vedere, tacere, non influenzare coscienze sensibili che potrebbero devastare anche le menti più rigide. Non è proficuo, non è produttivo, non è politicamente corretto. La coscienza viene assopita e le masse vengono dirottate verso coinvolgimenti pilotati atti a rappresentare un istituzione, un dogma, uno status. Tutto è più semplice da gestire se la direzione è unica.

Esiste quindi la cosiddetta dissonanza cognitiva, ovvero:

“sostenere due o più cognizioni o pensieri che risultano in contraddizione tra loro e questo genera tensione e disagio”

 

Come dire che ognuno è consapevole di ciò che succede, si sente coinvolto emotivamente tramite consapevolezze del tutto naturali, ma in realtà nel proprio vivere quotidiano applica varie azioni che di fatto contribuiscono al proseguimento di tali atrocità. Non capire per esempio le origini del terrorismo islamico, o la fame nel terzo mondo, o i traffici internazionali di armi e droga. Tutto sottomesso e messo da parte come se appartenesse ad altri, senza riguardo o possibilità di risoluzione. Menefreghismo a parte ci si sente impotenti e forse deboli, ma basterebbe anche un lieve consapevolezza per modificare lo stato delle cose. Il senso di colpa raramente interviene a favore di una ragionevole conversione d’abitudine, ma piuttosto si cercano ostinatamente varie scuse per giustificare il proprio operato. Gli esempi sono innumerevoli e ben noti a tutti, e molti dei quali abbastanza allegorici…inutile pertanto elencarli qui. Basta solo riflettere a fondo per capire che finchè si nasce, si cresce e si vive in una società basata sulla ricerca infinita di profitto…mai nulla di considerevole potrà essere applicato alla liberazione Animale.

 

Margaret Mead disse:

“Se guardate attentamente vedrete che quasi tutto ciò che conta davvero per noi, tutto ciò che rappresenta il nostro impegno più profondo nel modo in cui la vita umana deve essere vissuta e curata, dipende da una qualche forma di volontariato.”

 

 

Foto di Laverabestia.org

Il termine “vivisezione” continuerà a far parte del nostro vocabolario


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Da Veganzetta.org:

“Numerose testate giornalistiche hanno di recente divulgato la notizia che in seguito a una sentenza della terza sezione civile della corte di Cassazione, dare del “vivisettore” a chi pratica esperimenti sugli Animali è un reato.
La sentenza in questione riguarda un processo civile intentato (molti anni fa) contro un’attivista animalista responsabile del sito web della campagna antivivisezionista NoRBM (conclusa nel 2004) che avrebbe – secondo l’accusa – diffamato il personale dell’azienda RBM, che si trova vicino a Ivrea (Torino) e che nei suoi laboratori compie esperimenti su Animali.
Qualora tale notizia fosse stata vera, per quanto riguarda l’attivismo antispecista nulla sarebbe cambiato, il punto è che essa non risulta nemmeno fondata – come è stato illustrato nel comunicato pubblicato su AgireOra Network –, è giusto pertanto smascherare l’ennesima menzogna divulgata dai media mainstream per arrecare danno alla lotta per la liberazione animale.
Per tale motivo di seguito riportiamo, per completezza d’informazione, alcune considerazioni di Carlo Prisco, avvocato e attivista animalista.


La sentenza numero 14694/2016 della terza sezione civile della corte di Cassazione è stata recentemente oggetto di molte diatribe, nonché di evidenti strumentalizzazioni.
In particolare si è cercato di affermare il principio che dare a qualcuno del “vivisettore” configuri il reato di diffamazione. Che questa interpretazione non sia corretta lo suggerisce il fatto che a occuparsene sia stata proprio la Cassazione civile anziché quella penale.
Ma allora di che cosa si è occupata questa pronuncia? Com’è implicito nel fatto che si tratti di una sezione civile, oggetto del contendere era la responsabilità risarcitoria e non quella penale.
Dunque si potrebbe già concludere non soltanto che “dare del vivisettore” a qualcuno non sia reato, ma addirittura che ciò sia talmente evidente da non dover neppure richiedere un processo per accertarlo.
A questo punto ci si potrebbe domandare come mai chi effettua la sperimentazione sugli Animali sia tanto interessato ad affermare il concetto che il termine “vivisettore” vada bandito dal vocabolario, addirittura invocando la legge o arrivando a travisare pronunce giurisprudenziali per tale finalità.
L’enciclopedia Treccani definisce la vivisezione come: “Atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale, privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare l’attività didattica o l’addestramento a particolari tecniche chirurgiche, o, più raramente, a fornire responsi diagnostici”.
È chiaro che qualsiasi atto operatorio compiuto su un Animale vivo rientra a pieno titolo nella definizione; ma i fautori di tale pratica, focalizzando l’attenzione sulla variabilità degli esperimenti possibili, rivendicano la necessità di utilizzare l’espressione “sperimentazione animale” per motivi di precisione terminologica. A conforto di queste posizioni s’invoca il disuso in ambito scientifico dell’espressione “vivisezione”, che sarebbe invece deliberatamente dispregiativa.
Pensando al fenomeno dell’inflazione terminologica: qualunque categoria contraddistinta da un termine, con il tempo, finisce progressivamente e inevitabilmente per sentirsene etichettata, e dunque esso verrà sistematicamente soppiantato da uno nuovo.
Un esempio su tutti: soltanto negli anni ‘80 era considerato normale definire “handycappato” un Umano portatore di un’invalidità, mentre poi è stato considerato dispregiativo e soppiantato dal termine “disabile”, che a sua volta è progressivamente diventato dispregiativo ed è stato sostituito dall’espressione “diversamente abile”.
Insomma, l’intera battaglia degli sperimentatori/vivisettori sembrerebbe di donchisciottiana memoria, tanto che viene da domandarsi: cui prodest?
Forse che, una volta abbandonata l’espressione “vivisezione” a favore di “sperimentazione animale”, questa non diverrà a sua volta dispregiativa per via di ciò che viene fatto agli Animali?
Perché allora condurre una simile crociata? Forse perché il termine “vivisezione” concentra l’attenzione sull’atto e sulla vittima, mentre “sperimentazione” evoca un’attività di per sé asettica e focalizza semmai sullo scopo. Come a dire: chi “seziona Animali vivi” non sembra attirare su di sé le simpatie popolari, mentre uno “sperimentatore” può più facilmente assurgere a paladino della società. Società che, come gli scienziati sanno bene, è in gran parte contraria alla vivisezione, ma che – come questi hanno cercato di dimostrare – è assai più incline ad avallarne l’operato, se “correttamente informata”.
Uno degli argomenti che è stato rappresentato dagli sperimentatori/vivisettori, è appunto questo: l’elevata percentuale di dissenso sociale verso tali pratiche, sarebbe frutto della manipolazione mediatica da parte degli animalisti e del ricorso a concetti come quello di vivisezione. E il “metodo scientifico” adoperato per confermare quanto sopra consiste nell’”informare” l’opinione pubblica, fornendo una visione del tutto soggettiva, volta a dimostrare che:

1) gli Animali non soffrono,
2) gli sperimentatori lavorano in nome d’interessi altruistici e idealistici,
3) tali pratiche sono necessarie e non surrogabili.

Ecco dunque che s’impugnano le armi contro i mulini a vento della vivisezione: nella consapevolezza che ciò che viene fatto veramente (operare Animali vivi) evochi tale repulsione da dover “distrarre” l’attenzione del pubblico con pratiche degne dei migliori illusionisti, sicché, mentre la gente “guarda” al nobile scienziato che guida il progresso morale e materiale dei popoli, con il cuore grondante sangue per l’inevitabile sacrificio degli Animali, il tavolo operatorio dove le vittime inermi giacciono venga coperto dall’oblio.
Finché la pratica di usare per scopi scientifici Animali vivi non cesserà il termine “vivisezione”, anche nella sua accezione di base e più letterale, sarà perfettamente calzante alle pratiche “scientifiche” odierne, mentre, nella sua accezione estesa continuerà a esserlo fino a quando verranno causate privazione di libertà, sofferenza e morte.
Questo caso, in conclusione, rappresenta una cartina al tornasole di ciò che gli sperimentatori/vivisettori vorrebbero che fosse, cioè un bavaglio all’espressione stigmatizzata, e di ciò che è, cioè una pratica tuttora invalsa e una definizione di uso comune per fare genericamente riferimento all’uso di Animali per fini sperimentali.”

Carlo Prisco

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Original post Il termine “vivisezione” continuerà a far parte del nostro vocabolario

 

Il metodo è sempre lo stesso: si cerca di indurre nell’opinione pubblica una sorta di giustificazione alle pratiche di sfruttamento animale. Si utlizzano degli eufemismi atti ad attenuare l’asprezza di un concetto sostituendo al vocabolo una perifrasi o un altra parola meno cruda…ovvero deve risuonare bene, parlar bene, dir bene. Una specie di retorica ben studiata a priori, o successivamente per “riparare” il danno inflitto alla coscienza Umana. Un classico esempio è riportato nell’articolo: handicappato, specifica descrizione di chi è affetto da menomazione fisica o psichica. Essa è ancora in vigore ma usualmente svanita per tutti i preconcetti consequenziali dovuti ad un cattivo utilizzo della stessa spesso in modo offensivo e denigratorio. Nell’epoca più gloriosa dell’informazione, della condivisione, della divulgazione la terminologia è utilizzata anche tramite link, hashtag o citazioni brevi in cui si racchiude un significato riassuntivo dell’argomento trattato. Quindi si può concepire facilmente come essa sia molto fondamentale nel linguaggio moderno. In questo caso specifico da parte degli addetti ai lavori si preferisce sostituire il termine “vivisezione”, così tanto evidente e limpido data la sua tematica particolare, con il più neutro e distaccato “sperimentazione animale”. Gli esempi in archivio sono innumerevoli: per esempio si utlizza “eutanasia” per definire letteralmente “bene (buona) morte” , o “pena capitale” per autorizzare la morte di un detenuto, o “cacciagione” l’insieme degli Animali da cacciare o uccisi a caccia, o addirittura “soluzione finale” (in tedesco “endlösung der judenfrage) adottata dai nazisti per sterminare infine gli ebrei detenuti nei lager. Questa eufemia serviva da una parte a mimetizzare il genocidio verso l’esterno, dall’altra per una giustificazione ideologica, come se davvero si risolvesse un problema di portata mondiale.
Insomma si può dialogare infinitamente su come spesso una parola magistralmente mistificata nasconda invece tutta l’amarezza e la crudeltà inflitta a vittime innocenti. Meglio così quindi che una volta tanto le istituzioni si schierino dalla parte giusta affermando con una sentenza che la vivisezione può essere ancora considerata pratica d’uccisione animale a scopo scientifico.