La donna lunga


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Da Veganzetta.org:

“Questo racconto è ispirato a fatti realmente accaduti. In effetti la leggenda della Donna Lunga esiste davvero e in Toscana è abbastanza nota. Ce ne sono numerose versioni; quella che presento in questo racconto è la mia preferita. Naturalmente anche gli incidenti di caccia esistono davvero. In Italia molte persone, nel corso dell’anno, perdono la vita nei boschi, lasciando nel dolore intere famiglie. Che senso ha tutto questo? Cosa ci può essere di piacevole nell’uccidere Animali che se ne stanno tranquillamente nel bosco a farsi gli affari loro e contemporaneamente rischiare di essere uccisi da qualche altro cacciatore? Ad ogni modo La Donna Lunga è anche una storia di fantasmi, e in particolar modo del fantasma di Bambi che torna per prendersi la vendetta…

La donna lunga

“Nel cielo si sente il gracchiare dei corvi. La strada è interrotta. La tua storia sta per cadere. Stai. Per sapere. Cosa si prova“
Henry Ginsberg – Battuta di caccia

Luce
Mi sveglio.
Anna ancora dorme. La bacio.
Le preparo la colazione.
Partiamo per lo chalet. Voglio andare a caccia dico, voglio andare a caccia con tutto che non sono mai andato a caccia se non da bambino quando mi ci portava mio nonno di nascosto. I miei non volevano che andassi nei boschi con gente armata fino ai denti che non si faceva mai mancare un goccetto, dico.
La neve si sta sciogliendo e sui bordi della strada è tutto una poltiglia marrone che sembra nocciola. Anna si toglie le scarpe e si massaggia un piede. Non indossa i collant neppure in pieno inverno. Dice che non sopporta di sentire le gambe inguainate e che una donna per essere attraente deve avere le gambe nude. Mano a mano che saliamo incrociamo sempre meno macchine. A una ventina di chilometri dallo chalet siamo soli nella strada che s’inoltra nei boschi di betulle. Improvvisamente da un sentiero del bosco esce una vecchia. E’ una donna alta, molto alta ricurva, si appoggia a un bastone, Cammina scalza. Si avvia sul margine della carreggiata. La strada è ormai sterrata. Fredda. Ehi guarda quella, dice Anna. Proprio come te, dico io, sfiorandole la coscia nuda e sorridendo. La donna ci guarda mentre le passiamo accanto. Anna le fa un cenno con la mano. Lei risponde al saluto. La baita è al centro di una specie di radura. E’ di legno e con il tetto a spiovente. Le persiane sono chiuse. Parcheggio la jeep nel retro. Vicino alla legnaia. Non vedo l’ora di mettermi davanti al camino, dice Anna mentre s’infila una scarpa e apre lo sportello. Entriamo e apriamo le finestre, lasciando entrare la luce del primo pomeriggio e qualche raggio di sole che filtra dalla boscaglia. Alzo il telefono e chiamo Bruno per dirgli che siamo arrivati. Il posto è magnifico, dico. Entro mezz’ora sarò bello che pronto per andare a stanare la preda dico. Arrivo, dice, ti passo a prendere. Bene, dico. Tornerò tardi dico a Anna, sei sicura di non voler venire? Certo, dice lei mentre gira la manopola della doccia. L’acqua scende forte come un acquazzone estivo. Ma non vedo l’ora che torni, dice Anna. Magari ti faccio una sorpresa, dice, mandandomi un bacio. Adoro le sorprese, dico sorridendo. Mi rendo conto ancora una volta di quanto la amo. Sicura di non aver paura? dico. Terrò le luci accese, risponde mentre tende una mano sotto il flusso d’acqua della doccia, aspettando che si faccia un po’ più calda. Poi si toglie l’accappatoio.
Entra nella cabina.
Perfetto, dico.
La luce accesa.

Fa freddo. Non è ancora il tramonto. Saliamo sull’altana e Bruno sguaina le carabine. Poi apriamo due sedie pieghevoli e ci sediamo Non dobbiamo far altro che aspettare un cazzo di Bambi, un cazzo di Bambi che cada in trappola dice Bruno, mentre si accende una sigaretta. Bambi? domando. Bruno fa un profondo tiro dalla sigaretta. Cartone animato del cazzo quello, hai presente no? Certo, dico, chi non conosce Bambi? Una stronzata totale di quegli animalisti del cazzo, lì a Hollywood. E’ un cartone animato per bambini, dico. E’ un cartone animato che fa passare i cacciatori come degli assassini, altroché. Bruno solleva la sua carabina e la punta verso le betulle, come un cecchino in attesa del nemico. Comunque devo ammettere che ho visto fare a questi animali cose incredibili dice Bruno, cose incredibili come se comprendessero il mondo, come se conoscessero il segreto della vita. Senti questa: è successa poco tempo fa. Eravamo in tre. Eravamo proprio da queste parti. Insomma, te la faccio breve, eravamo appena arrivati quando all’improvviso, ecco uscire un Bambi dal sottobosco. Perciò tiriamo subito fuori le carabine e cerchiamo di metterlo nel mirino. Dopo una manciata di secondi, lo inquadro e premo il grilletto, ma Bambi fa uno scarto improvviso e vedo saltare un pezzo di tronco giusto dove un istante prima era la sua testa. Fanculo, dico, mentre gli altri si mettono a ridere. Nel frattempo ovviamente Bambi è scomparso. Passa una decina di minuti ed eccolo di nuovo. Sempre lui. Quando hai passato anni a inquadrarli nel mirino, ti rendi conto che riconoscerli è facile. A questo punto gli altri neanche ci provano a prendere la mira perché hanno capito che ormai è una cosa fra lui e me. Fra me e lui. Puoi capirlo no? Certe volte diventa una questione personale. E così lo punto di nuovo. Ma questa volta aspetto. Aspetto per essere sicuro di non mancarlo e fare la figura dello scemo. Aspetto. E il Bambi viene avanti, deciso, un passo dopo l’altro, guardando dritto verso di noi, quasi volesse farci vedere di non avere paura. Naturalmente noi restiamo in silenzio. E lo guardiamo avanzare, tanto che a un certo punto arriva fin quasi sotto l’altana. Quel cazzo di Bambi mi sta sfidando a premere il grilletto, dico mentre continuo a tenerlo dentro al mirino. A un certo punto Bambi allunga il collo come se volesse salire sull’altana e a quel punto capisco che non posso più aspettare, lo spettacolo è finito. Premo il grilletto. La sua testa esplode e il Bambi si è schianta sull’erba come se qualcuno gli avesse improvvisamente sfilato la terra sotto i piedi.
Così, sbang. Accidenti, dico, mentre prendo una sigaretta. Aspetta, dice Bruno, ancora non ho finito. C’è dell’altro? domando mentre armeggio con l’accendino. Certo, senti un po’, a quel punto scendiamo giù dall’altana e andiamo a vedere com’è messo il nostro amico. Scendiamo e cosa troviamo? Cosa trovate? dico. Beh, niente. Non troviamo niente, dice Bruno. Cosa vuol dire che non trovate niente? Quello che ti ho detto. Bambi è come scomparso, capisci? Svanito. Bruno si prende un’altra sigaretta. Quindi non era morto? chiedo, mentre cerco un posto dove spegnere la sigaretta. Probabilmente, dice Bruno. Resta il fatto che non c’era più. Neppure una goccia di sangue.

Saliamo sulla jeep e prendiamo la via di casa. Riproveremo domani sera, dice Bruno, entro questa settimana ti garantisco che stenderai il tuo Bambi. Certo, dico. Senti, la vuoi sapere un’altra storia? Che storia, dico. Quella della Donna Lunga. La Donna Lunga? E chi è la Donna Lunga? chiedo. Una vecchia pazza che vive in questi boschi, dice Bruno, una di quelle vecchie figlie dei fiori fissate con la difesa della natura. In molti raccontano di averla vista. Sembra che sia alta più due metri e che abbia il potere di prendere le sembianze degli animali, ma soprattutto di farle prendere agli altri. Dicono che viva in una baita circondata da Bambi e che i cacciatori che muoiono negli incidenti di caccia siano in realtà vittime della Donna Lunga. Intendi dire che trasforma un cacciatore in animale e l’altro gli spara convinto di avere sotto tiro una preda? chiedo. Si qualcosa del genere. Forse entra nella teste della gente, forse riesce a provocare le allucinazioni. Magari usa qualche droga. E come farebbe? A distanza? dico. Che vuoi che ne sappia. Alla fine è solo una storia, anche se è vero che molti incidenti di caccia restano inspiegabili. I cacciatori si sparano per errore, dico. O forse è la Donna Lunga, dice Bruno abbozzando un sorriso. La Donna Lunga, dico fra me e me, guardando fuori dal finestrino. Magari era lei il Bambi a cui ho sparato l’altra volta, dice Bruno ridendo. Nel frattempo imbocchiamo la strada sterrata che porta alla baita. Non è ancora l’alba.
Mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va, dico. Cosa significa? dice Bruno. Prendi i fucili, dico. C’è qualcosa che non va nella baita. Sono sicuro. La luce è spenta. Anna, urlo, Anna.
Anna non risponde. Mi accorgo che la porta è aperta.
Improvvisamente, lento, deciso, silenzioso, dalla porta esce un Bambi.
Cristo, dice, Bruno.
Prende il fucile.
Mi volto e.

Buio”

Francesco Cortonesi

 

 

Strana storia…come tutte quelle con il finale aperto. In ogni caso fa riflettere, e molto! Una riflessione acuta, quasi silenziosa…che fa rabbrividire.
Brutte storie quelle che accadono nei boschi, nei boschi bui dove ogni “piccolo” Umano armato compie un assassinio.

 

Original post La donna lunga

 

Il dolore dei Pesci


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“L’Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore definisce il dolore come “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno reale o potenziale dei tessuti. L’incapacità di comunicare verbalmente non nega la possibilità che un individuo sta vivendo il dolore “. Nel suo libro “Do Fish Feel Pain”, Victoria Braithwaite presenta le prove scientifiche di come i pesci siano intelligenti e cogntivamente competenti.
Posseggono gli stessi nostri cinque sensi e anche di più: dei ricettori sensoriali sui fianchi che gli consentono di percepire gli oggetti che hanno vicino.
Sebbene non possano urlare, se provassimo a guardarli mentre hanno un amo infilato nella carne o mentre si dimenano fuori dall’ acqua, riusciremmo a vedere il loro dolore.
I pesci sono in grado, esattamente come noi umani, di secernere endorfine, sostanze chimiche che entrano in gioco per ridurre la sensazione del dolore.
Esattamente come i mammiferi, posseggono nocicettori, i ricettori del dolore. Il paradosso è che buona parte di queste scoperte è stata fatta sottoponendo gli animali a test dolorosi e invasivi, come la somministrazione per bocca di veleno d’ ape o acido acetico e la successiva somministrazione di morfina.
Michael Stoskopf, professore esperto di animali acquatici, fauna selvatica e medicina animale alla North Carolina University, a propostito della pesca sportiva (che consiste nel pescare l’ animale per poi ributtarlo in acqua) ha detto: “Sarebbe un errore ingiustificato supporre che i pesci non percepiscono il dolore in queste situazioni.”
Il ricercatore Culum Brown, conclude che “sarebbe impossibile per i pesci sopravvivere da animali cognitivamente e comportamentale complessi quali sono, senza la capacità di sentire dolore. La crudeltà che noi esseri umani infliggiamo ai pesci è da capogiro”. Una stima approssimativa della cattura globale di pesci selvatici (pesca) va dai 1000 ai 2700 miliardi di animali, circa 150 volte il numero di mammiferi e uccelli uccisi per il consumo alimentare. Riconoscere la capacità di soffrire di un animale deve necessariamente cambiare il modo in cui interagiamo con loro e influenzare il nostro giudizio etico e morale.”

free (11)

 

Original post Do fish feel pain?

Fonte Basta delfinari

L’economia senza denaro


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“Togliamocelo dalla testa: in fondo nessuno di noi ha bisogno di soldi. Abbiamo tutti bisogno d’altro. Mangiare, dormire, riposare tranquilli. E poi amare, divertirci, realizzarci come individui e nella relazione con gli altri. Per ottenere tutto questo non bisogna inchinarsi per forza al dio denaro. Da qualche decennio ci siamo dimenticati che il denaro è solo un mezzo, una convenzione, creata con l’obiettivo originario di favorire lo scambio e le funzioni sociali. Fuori dai circuiti chiusi dell’euro oggi si scopre tutto un mondo pulsante fatto di relazioni, passioni, interessi comuni, sinergie impreviste e cariche di significato che possono arricchire la nostra vita. Gli strumenti sono la banca del tempo, il dono, il baratto o le monete locali. Di questa ricchezza a Bruxelles o a Wall Street non se ne parla. Ma i fautori della decrescita sono sicuri: i bisogni di una comunità possono venire soddisfatti più facilmente senza passaggi di soldi. Quante energie, quanti sentimenti e quante capacità abbiamo perso, riducendo tutto il nostro interagire a un freddo interscambio di banconote! A volte sono le piccole cose che fanno la felicità. Come qualcuno che stiri le tue camice, due ore di babysitter, un massaggio, una mano per montare un armadio. Servizi che potremmo scambiare con quello che sappiamo fare: una torta di mirtilli, una lezione di inglese, il taglio dell’erba in giardino. Nei mercatini del baratto, o negli orti condivisi, sembra risorgere «la creatività contro l’economia dell’assurdo», secondo un titolo profetico di Serge Latouche. Una teoria che si è già fatta realtà in molte località sparse per l’Italia. Realtà che sembrano frammentarie, vissute come sacche di resistenza, se non altro perché faticano a farsi conoscere. È facile immaginare i frequentatori di questi ambienti con camicioni a quadri, maglioni larghi e lunghe collane, tra le spire di incenso e il tam tam dei tamburi. Il fascino della reciprocità, invece, seduce anche le persone apparentemente più lontane dal mondo alternativo. Molti fanatici della moda oggi, a Milano come a Roma, rinunciano alle vetrine del corso per darsi agli «swap party», le feste dello scambio, in cui si barattano capi e accessori firmati. «Non vogliamo rottamare capi vecchi e consunti» si legge sulla pagina di Facebook di BarattaMi. «Proponiamo il recupero e il ri-uso intelligente di tutti quegli indumenti semi-nuovi che giacciono dimenticati nei nostri guardaroba». Della serie anche gli yuppie hanno un’anima.

Baratto online
Piccola o grande che sia, la transizione verso un’economia di autoconsumo ha preso il via. Alcuni giornalisti parlano di boom del baratto in Italia, con il rischio di fare un po’ di sensazionalismo. «Dire che tutti gli italiani siano improvvisamente passati al baratto sembra una voce un po’ troppo colorata» commenta Paolo Severi di Zerorelativo, la prima community di baratto, scambio e riuso online, «però i dati dello scambio online vanno decisamente bene». Zerorelativo vanta oltre 31.000 iscritti e più di 90.000 annunci attivi, principalmente di baratto, ma anche di prestito e dono. I numeri sono di effetto: dal 2008 ad oggi su questo portale sono stati conclusi 102.000 baratti, 91.000 prestiti e oltre 4000 doni. «Negli ultimi mesi c’è stato un incremento dell’utilizzo del sito» argomenta Severi «ma non si può dire che con la crisi si baratta di più. Chi baratta fa una scelta etica, crede prima di tutto in un altro stile di vita. Dopodiché guarda alla convenienza economica». A quanto pare la maggior parte dell’utenza è interessata alle relazioni, più che all’affare in sé. «C’è una volontà di entrare in comunicazione con altre persone che hanno uno stile di vita simile al nostro. Spesso succede che venga a costare di più la spedizione rispetto al valore dell’oggetto stesso. Lo si fa perché si è convinti». Del resto c’è anche chi preferisce scambiare a mano, e chi al posto di oggetti offre prestazioni professionali o un po’ del proprio tempo. Su questa piattaforma si trova di tutto. Con una prevalenza di abbigliamento, prodotti per la casa e per l’infanzia, visto che l’80% dell’utenza è femminile. Le transazioni avvengono in base alla fiducia, con la garanzia del feedback, che fa somigliare Zerorelativo anche solo lontanamente al sito Ebay. Con la differenza sostanziale che qui i soldi non girano. 

La vacanza senza soldi
«Se avessi i soldi per viaggiare mi farei una bella vacanza»: quante volte lo abbiamo sentito dire! Ma il problema è da cercare nella testa, più che nel portafogli. Lo scambio di ospitalità è una realtà consolidata, mutuata da siti come servas.it o couchsurfing.it, ma senza scambi di denaro è possibile anche alloggiare in strutture ricettive munite di ogni comfort. Il sito bedandbreakfast.it, che ospita e convoglia oltre 15 mila soluzioni di microricettività tra b&b, case vacanza, appartamenti, locande, ostelli, country house, a fine novembre ha lanciato la settimana del baratto: una lunga serie di gestori si è resa disponibile a barattare il soggiorno in cambio di beni o servizi. Strutture ricettive di collina, mare, montagna, città d’arte che aprono le porte ai visitatori in cambio di massaggi, lezioni di canto, siti internet. Tra i servizi più gettonati la realizzazione di video o servizi fotografici, il posizionamento sul web, la traduzione di testi in inglese o tedesco. Porte spalancate anche a chi è disposto a rimboccarsi le maniche per la raccolta delle olive, un’imbiancatura alle pareti, lavori di giardinaggio. C’è poi chi si accontenta di beni più prosaici come una playstation usata, una tv con decoder, o un vecchio tablet funzionante. Gli organizzatori dell’evento sono stati chiari: «Puoi barattare qualsiasi cosa, nei limiti del ragionevole, ovviamente. Le possibilità di condivisione e scambio possono essere infinite, l’importante è non limitarsi, non avere imbarazzi e proporre lo scambio nella massima serietà, cortesia, curiosità, empatia, simpatia, originalità». La buona notizia è che diversi gestori sono disponibili ad estendere lo scambio anche in altri periodi dell’anno.

Entra ed esci senza pagare
A Osimo (An) esattamente tre anni fa partiva il Punto Baratto, il primo negozio per il baratto stanziale. Gli oggetti raccolti qui vengono valutati in «stelle» e contabilizzati nelle schede dare/avere di ogni partecipante affezionato, che un paio di volte alla settimana può fare un salto nella sede a vedere cosa c’è di nuovo. Un’attività che sta in piedi grazie all’appoggio di Spring Color, che ha messo a disposizione lo spazio, e all’attività degli iscritti, che non possono definirsi volontari: per ogni ora di presenza al Punto Baratto guadagnano una stella! A Firenze ha aperto un’osteria dove alla fine del pasto, su prenotazione, è possibile pagare con il baratto. Il nome del locale «L’è maiala» allude all’attuale congiuntura economica, mantra toscano per scongiurare la crisi. In cambio di una buona cena si accettano le primizie contadine della campagna, prodotti di artigianato locale, antiquariato e modernariato. Ma ogni trattativa va intavolata sempre prima del pasto. Quella che sembra un’idea stravagante, un negozio dove entri e non paghi, in alcuni paesi è una realtà consolidata. Il concetto base delle botteghe gratis è semplice: molta gente possiede cose di cui non può o non vuole più servirsi, e che prima di finire in discarica ingombrano soffitte e garage. Nei paesi di lingua tedesca si contano circa 70 negozi di questo tipo, i cosiddetti Umsonstladen o il modello austriaco del Kostnix, che si basano più o meno sugli stessi principi: non si acquista, si possono prendere un massimo di tre oggetti per volta e non possono essere rivenduti. Questi luoghi spesso diventano punto di appoggio per le banche del tempo, o altre iniziative di economia conviviale basata sulla reciprocità. Al di sotto del Brennero incontriamo il negozio Passamano , nel centro di Bolzano. «Siamo una decina di persone che ha preso una stanza e cominciato a metterci delle cose» racconta Franco, che non sembra amare le prolusioni e preferisce chiarire gli aspetti pratici. «Per ora abbiamo escluso i mobili, perché non avremmo abbastanza spazio. Poi ci sono solo alcune cose che non accettiamo, roba rotta o inadeguata, come macchine da scrivere elettriche, stampanti senza usb, televisori senza schermo piatto, ma per il resto accettiamo qualunque cosa». Una strategia per evitare l’accumulo di inutili cianfrusaglie, garantendo un certo livello di fruibilità delle merci. «Si possono prendere al massimo cinque oggetti gratuitamente a meno che non porti qualcosa in cambio. Abbiamo dovuto fissare queste regole per evitare che qualche scroccone accumulasse della roba per poi rivenderla». L’attività sta in piedi anche grazie alle offerte che gli avventori possono lasciare, che servono per pagare luce, acqua, immondizia, condominio, furgoncino e assicurazione. Non ci sono spese di affitto, perché la sede appartiene a uno dei fondatori. Tutto il lavoro si svolge dal lunedì al venerdì per mezzo di una decina di volontari, impegnati per tre turni alla settimana. «Ha funzionato da subito» racconta Franco. «C’erano tante persone che non sapevano dove mettere la roba. Non volevano buttarla, perché c’erano affezionate. In questo luogo diamo nuova vita alle cose». Che sono di nuovo libere di circolare.

La bottega dei bisogni
Concedetemi una precisazione. L’esperienza di cui raccontiamo si chiama Bottega per Nulla, ma questo titolo ci sembra più azzeccato. Siamo alla Mag 6 di Reggio Emilia, che propone un’economia centrata sulle relazioni e sui bisogni degli individui, attraverso un percorso che parte da lontano. I concetti di finanza critica, economia solidale, partecipazione e mutualità qui si masticano da quasi 25 anni. L’attività di base di questa cooperativa finanziaria partecipata è quella di raccogliere il denaro dei soci sotto forma di capitale sociale, in modo da poter sostenere iniziative economiche dal basso e offrire opportunità di finanziamenti etici e solidali. All’interno di questa cornice si sperimentano iniziative di mutualità, come la circolazione dei saperi e lo scambio non monetario di beni e servizi. Proprio qui nasce la Bottega per Nulla, che trae ispirazione dall’esempio degli Umsonstladen tedeschi, ma che può vantare un approccio del tutto originale. Precisiamo: questo non è certo un luogo dove fare shopping o riempirsi la borsa di cose. Anche perché come luogo fisico, almeno per ora, non esiste. Si tratta di un luogo virtuale, in cui circolano diversi beni materiali durevoli, messi in prestito dai soci. Oggetti utili, a volte costosi, che non si devono necessariamente possedere: un tagliaerba, una motosega, un compressore, un box porta-tutto per auto o una tenda da campeggio. Tutte cose che si possono avere in prestito! «Chiediamo alle persone di mettere a disposizione degli altri quegli oggetti che uno si sente tranquillo a prestare» ci spiega il referente Enrico Manzo. «Non diamo nulla per scontato, sappiamo che la fiducia bisogna costruirla piano piano. Non abbiamo nemmeno fissato delle regole. A noi interessa favorire lo scambio. Dopo un paio di volte magari si cambia atteggiamento, si diventa più flessibili, ma prima bisogna guardarsi dentro, rendersi conto a che punto siamo». Enrico ci spiega che potrebbe anche esserci una compartecipazione ai costi: «Se ad esempio uso un camper, magari è ragionevole che chieda un contributo per le spese di assicurazione e manutenzione, che non si può considerare uno scambio monetario». A ben vedere quella di Mag 6 assomiglia a una rivoluzione copernicana. Al centro della questione non stanno gli oggetti stessi, ma i bisogni delle persone. A ogni socio che partecipa all’assemblea viene chiesta una lista di ciò che può e vuole condividere. «In tutto questo la dichiarazione dei propri bisogni è un percorso importante» argomenta Enrico. «Vogliamo affrontare questa nostra difficoltà a chiedere o a mostrare all’altro che abbiamo bisogno di qualcosa. E lo si fa all’interno di una rete che ti può aiutare a soddisfare questi bisogni senza passaggi di denaro». Un’economia conviviale e concreta, decisamente fuori dagli schemi. «Abbiamo sottratto punti percentuali al PIL» ironizza Enrico. «Sono stati cambiati elettrodomestici nuovi, forni, videoregistratori, dvd, macchine da cucire».

Gli esseri umani forse sono più generosi di quanto si pensi.”

 

Articolo “L’economia senza denaro” tratto dal numero cartaceo Dicembre 2012 del mensile Terra Nuova, disponibile anche come eBook

Foto di Bansky

Opportunismo vs altruismo


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“Ci si immedesima nel dolore altrui in due modi molto differenti:

1- A prescindere da etnia, specie, cultura, religione, orientamento sessuale e provenienza geografica, si riconosce in ogni essere senziente, persona o animale, la capacità di provare sentimenti ed il suo diritto alla vita ed alla libertà.
Il dolore fisico o psicologico provato da un animale non è meno intenso ed importante di quello provato da un essere umano.
Il dolore di un qualsiasi essere senziente diventa anche il nostro, nonostante la posizione privilegiata nella quale ci troviamo, rispetto a chi subisce violenze, maltrattamenti ed ingiustizie.

2- “Sono un uomo occidentale e vivo nella parte meno disagiata del pianeta.
Non riesco ad immedesimarmi nel dolore di chi è distante geograficamente e culturalmente da me, anche se cerco di negarlo in tutti i modi con il mio buonismo di facciata. Ad esempio, quando in Nigeria ad agosto sono stati massacrati centinaia di civili dai terroristi jihadisti, non ho utilizzato come immagine del profilo la bandiera nigeriana e al bar ho continuato a parlare di calciomercato.
I nigeriani sono così lontani dal mio deretano, si sono sempre ammazzati e continueranno a farlo poichè incivili ed arretrati rispetto a noi occidentali smartphonati, sensibili ed evoluti.
E poi diciamolo, la mia quotidianità non è in pericolo, quindi va bene così, le guerre ci son sempre state ed i terroristi pure.

Però quando delle persone residenti dalle mie parti e con le mie stesse abitudini vengono rapite e barbaramente assassinate, riconosco in loro il mio stesso dolore.
Perchè?
Potrei dirvi tutte le frasi buoniste ed ipocrite di questo mondo, ma la realtà è molto semplice e non così nobile come potrebbe sembrare:
io uomo occidentale smartphonato HO PAURA, avverto il pericolo, so che potrei fare la stessa fine dei parigini e per la prima volta da quando sono nato comprendo cosa significhi dover fare i conti con individui prepotenti, sanguinari e senza scrupoli.
Per la prima volta sono IO la potenziale vittima, la carne da macello.

Me ne sbatto le palle degli animali che faccio ingabbiare e delle condizioni pietose nelle quali li costringo a sopravvivere, e mi giro dall’altra parte quando sono pervasi dal terrore al mattatoio, poco prima di essere sgozzati senza pietà.

Solo io ho il diritto di essere libero, di poter scegliere cosa fare della mia vita, di poter viaggiare, amare, sognare.
La sofferenza altrui conta davvero solo nel caso in cui venga messo a repentaglio, direttamente o indirettamente, il destino del mio piccolo orticello”.

Alla luce di questa veritiera analisi che smaschera l’ipocrisia di molti, decidete voi a quale corrente di pensiero appartenere.
Vi immedesimate nel dolore altrui solo per PAURA, mentre sarebbe giusto farlo per AMORE verso qualunque essere senziente si trovi costretto a subire violenze e torture.
Avete paura di trovarvi inginocchiati sul freddo pavimento di un locale, con una pistola puntata alla fronte, ma la stessa scena si ripete ogni singolo giorno nei mattatoi, dove voi siete i mandanti e gli animali le vittime innocenti.
Come ci si sente nel ruolo opposto, col timore che un terrorista possa decidere di sacrificare la vostra vita in nome dei suoi ideali/tornaconti?
Perchè non rispettate la scelta del carnefice in questo caso?
Vi alimentate di TERRORE altrui e contemporaneamente alimentate il terrore stesso, dando energia ad una società basata sui soprusi.
Quale mondo scegliete dunque, quale futuro desiderate per l’umanità?
Scegliete un mondo fondato sulla paura oppure sull’amore?
Preferite abuso ed opportunismo o rispetto ed altruismo?”

Original post https://www.facebook.com/moralizzatore.vegano/photos/a.192756014265152.1073741828.191271487746938/453032524904165/?type=3

“Rane volanti”


“PETA ha ottenuto un video inquietante che apparentemente è stato girato alla Sickles High School di Tampa in Florida e raffigura un insegnante giocare con Rane morte pronte per essere sezionate nella sua classe di scienze (chiamandole “Rane volanti”) mentre i suoi studenti guardano e ridono. Per mesi PETA ha tentato di collaborare con il distretto scolastico per sostituire la dissezione Animale con moderni metodi non Animali, ma gli educatori non sono riusciti (più volte) a partecipare alle riunioni organizzate per discutere la questione. Gli studi dimostrano che la dissezione Animale può causare disagio psicologico agli studenti per tutta la loro vita e promuovere l’insensibilità verso gli Animali, e questa situazione è proprio un esempio calzante! Gli studenti apprendono più velocemente e meglio utilizzando metodi non Animali, come i programmi software interattivi. Con questi nuovi strumenti più moderni ed etici non imparano a considerare gli Animali come oggetti inanimati per il loro divertimento o screzio.”

Per condividere ed inviare un messaggio alla Sickles High School:
http://peta.vg/1nve