Vietato frustare i Cavalli


 

 

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Di Annamaria Manzoni:

“VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia. La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno,  perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno  quando e quanto forte,  punisce un peccato non commesso. Come è il veganesimo a illuminare il carnismo, vale a dire non si prende atto della relatività di una scelta fino a quando si viene posti davanti alla prova provata della possibilità di una scelta di segno opposto, allo stesso modo il divieto di colpire i cavalli induce a giudicare in modo diverso l’abitudine a frustare, talmente diffusa nel mondo dell’ippica da non fare notizia, da passare inosservata. La frusta è considerata un  accessorio obbligato dell’abbigliamento di ogni fantino, non tanto diversa da stivali e berretto; trasformata addirittura in oggetto elegante, tanto che l’industria ne offre di tutti i generi e di tutti i tipi, con graziosi manici antiscivolo, di alta qualità ma anche in versione economica per porli democraticamente alla portata del portafoglio di chiunque. I modelli sono sempre più evoluti, perché l’origine è antica, ma i tempi richiedono prestazioni più adeguate, vale a dire devono consentire di fare del male al punto giusto e con la raffinatezza che gli stilisti del settore, esonerati anche loro da considerazioni etiche, rendono possibile. Le fruste per altro possono anche alternarsi ai nerbi di bue (o ai nerbi fatti con il pene di toro! ), come si fa per il Palio di Siena: niente di nuovo; in fondo anche la Gestapo li aveva in dotazione, e, se le notizie della rete sono esatte, in qualche stato centro e sudamericano, quali Guatemala e Colombia, normalmente non citati tra i campioni del rispetto per i diritti umani,  l’uso è anche destinato a sedare riottosità domestiche. La frusta è appendice all’equipaggiamento ippico persino di bambini alle prime armi (mai espressione fu più centrata): gliela si consegna, certo di dimensioni adeguate alle loro manine, non appena si avvicinano all’equitazione, così li si fanno sentire orgogliosi e anche (pre)potenti perché percepiscono trattarsi di uno strumento in grado di  conferire uno status, uno status dominante: conferisce un senso di forza e importanza, con la benedizione di mamma e papà. Ecco, la decisione presa a Montechiarugolo poggia sulla convinzione che uno strumento di costrizione non può essere considerato normale, naturale e necessario, non deve essere regolamentato, ma proibito perché crudele. L’input a questa visione delle cose, racconta Lorenzo Morini (uno dei gestori dell’ippodromo, che da due anni si batte per un disegno di legge che ne bandisca definitivamente l’uso), è nato nell’osservare la reazione dei bambini che, a lato delle piste, si rifiutavano di guardare: “Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”, dice. Non si può che  concordare con lui e contestualmente, pur nella soddisfazione per l’insight cognitivo, chiedersi come ad oggi, pressochè dovunque, lo si consideri invece proprio un bello spettacolo, uno di quelli da  incitare con urla entusiastiche, da osservare con il cannocchiale per non perdersi i particolari. Quella dei cavalli frustati è realtà, norma, spettacolo: incapace di urtare la sensibilità di  scommettitori obnubilati da puntate rovinose, ma neppure spettatori bighellonanti nell’ ozio domenicale, e tanto meno gentili signore e signorine in guanti bianchi e cappellini d’ordinanza sui prati inglesi o decisamente più casual su quelli di altri paesi. Infierire su animali impossibilitati a difendersi, frustandoli a dismisura, è ancora oggi non spettacolo per persone rudi e rovinate  dal vizio, ma sport of the kings: regale, illustre, nobile. Ancora una volta è la narrazione a farla da padrona: la realtà, che è sotto gli occhi di tutti, viene mistificata, diversamente raccontata, inserita in altra cornice cognitiva. Nella retorica giornalistica e nella percezione del pubblico, i cavalli non corrono perché, fustigati, tentano disperatamente di sottrarsi al dolore, ma sono purosangue (ma  mezzosangue, fa lo stesso) slanciati verso un trionfo da loro stessi ambito; morsi, paraocchi, briglie, redini, speroni non sono stigmatizzabili mezzi di contenzione e tortura, ma trasparenti, invisibili accessori d’ordinanza. Qualcosa non torna: o meglio,  torna solo in riferimento  a quei meccanismi di cui la nostra mente sa servirsi così bene al fine di proteggerci nel nostro quieto vivere. L’idea che ci facciamo delle cose non è frutto della realtà percepita, qui ed ora; si forma invece e poi  si sedimenta sulle convinzioni del contesto culturale di appartenenza, per distorte che siano. Aderiamo alle idee, ai modi di vedere che sono quelli del nostro ambiente o gruppo sociale, lo facciamo senza accendere la capacità di critica, attraverso i pre-giudizi, aderendo acriticamente all’interpretazione e alla codificazione della realtà che altri hanno dato prima di noi e che si è diffusa come fosse verità. Siamo convinti di avere un punto di vista e invece lo confondiamo con lo stato delle cose, con il punto di vista della maggioranza che ci influenza e dirige i nostri comportamenti verso quella che è una norma condivisa. Insomma, vogliamo essere rassicurati che tutto vada bene, che il mondo in cui viviamo è giusto, e così ci muoviamo avvolti nella cortina fumogena delle idee che sono dominanti nel contesto in cui viviamo. Si tratta di meccanismi potenti e prepotenti, tali da indurre una mistificazione della realtà altrimenti inspiegabile. Nulla però è statico: dal magma in movimento in cui ci sentiamo protetti, qualcosa sfugge, è una pulsione verso la verità, verso la de-mistificazione, la de-costruzione della falsificazione in atto. Il demiurgo prende le sembianze del rivoluzionario di turno, spinto a rivoltare il mondo dall’urgenza di verità e giustizia, ma anche solo del riformatore, che si materializza spesso grazie ad un clima culturale circostante in evoluzione, all’interno del quale alcuni comportamenti appaiono del tutto anacronistici, distonici rispetto a nuovi pensieri e nuove sensibilità. Nello specifico della situazione in oggetto, il divieto di frustare i cavalli è una proposta timida, non è un cambiamento epocale, figlio di un’esigenza profonda di rispetto verso  animali sfruttati e del desiderio di rendere loro la dignità: se così fosse, saremmo qui a parlare della fine stessa delle corse: tout court.  E’ comunque  un imprescindibile iniziale passo che prende l’avvio dalla consapevolezza della attuale diffusa connivenza con  un mondo costruito su intollerabili forme di sfruttamento e crudeltà. E’ interessante anche che l’input a tale demistificazione sia arrivato, come ha testimoniato Lorenzo Morini, dall’atteggiamento di insofferenza  dei bambini all’infierire degli uomini sui cavalli: non ancora coinvolti nel processo di mistificazione,  loro sì che possono giudicare la realtà con i propri occhi, dare diritto di cittadinanza a sensazioni ed emozioni, e molto banalmente considerare insopportabile che i cavalli vengano frustati: giusto in tempo, prima che subentri l’incorporazione del loro pensiero in quello dominante. Apprezzabile ci sia stato chi, osservandoli, ha colto e accolto il loro messaggio, dando il via ad un processo di demistificazione di una semplicità disarmante: le frustate fanno male, le frustate sono crudeli, le frustate sono ingiuste. Il fatto che siano inferte da sempre, lungi dall’offrire  giustificazioni, è se mai atto di accusa potente nei confronti della nostra specie, che, come con infinite altre nefandezze, ci convive non da secoli, ma da millenni, imperturbabile davanti alla sua realtà, e anche alla sua rappresentazione: persino  Ben Hur, che dagli schermi del  colosso cinematografico del 1959  fustigava forsennatamente i cavalli della sua quadriga per dodici interminabili minuti,   ha riscosso  entusiasmo filmico per il suo altissimo tasso spettacolare, meritevole di undici  Oscar, ma non risulta abbia suscitato nessuno sdegno che fosse ante litteram “animalista”. Infierire sui cavalli è azione ripugnante, è causa del loro inascoltato dolore. Ma  è anche altro: l’abitudine alla violenza comporta desensibilizzazione,  assuefazione e dipendenza: l’autorizzazione, anzi il diktat all’uso della frusta per addestrarli, ridurli all’obbedienza,  spingerli oltre i loro limiti, è talmente intrusivo nelle abitudini dei perpetratori, che finisce per abbattere i freni inibitori, si autoalimenta, si espande, dilaga. La dinamica è attestata dal fatto che è stato necessario introdurre  normative, per porre limiti esterni, in drammatica assenza di quelli interni, psicologici e morali, in sintonia con il clima culturale di ogni contesto: secondo una regolamentazione, il cui cinismo si commenta da solo, Italia, Inghilterra, Germania consentono che siano inferti ad un cavallo 7 colpi di frusta ogni 500 metri; la Francia, più comprensiva, ne ammette 10; Usa e Giappone, campioni di libertà civili, si affidano alla libera iniziativa personale e non pongono limite al libero sfogo degli impulsi umani, senza remore né fastidiosi deterrenti legali. Le limitazioni sono in genere mal sopportate e non mancano certo infrazioni, anche illustri: un fantino di grande fama, Frankie Dettori,  nel 2007 aveva un po’ esagerato ed è stato punito (tranquilli: 14 giorni di sospensione e poi tutto come prima) per avere inflitto la bellezza di 25 frustate al “suo” cavallo, quello che amava tanto, reo di non correre come lui voleva: un po’ troppe per i severi giudici, non per lui, che, intervistato, ha sostenuto avere fatto ciò che era giusto, con  colpi che travalicavano anche il limite del braccio che non avrebbe dovuto alzarsi oltre la spalla, per limitarne la violenza. Bazzecole, incapaci di modificare le sue radicate convinzioni. Che dire? Successive condanne allo stesso Dettori per uso di coca qualcosa dicono rispetto al suo  controllo degli impulsi. Neppure una leggenda dell’ippica, quale Varenne, forte di un mito mondiale costruito sui suoi successi, ha potuto sottrarsi alle frustate: quando età, stanchezza, sfiancatezza gli hanno fatto correre una corsa deludente, beh come poteva mai reagire il suo driver Giampaolo Minucci se non frustandolo? Certo, finchè le cose erano andate bene, se ne era astenuto, ma insomma, un po’ di comprensione: quando ci vuole ci vuole. Beninteso nei limiti legali. Un pensiero immenso, per concludere, a Tornasol,il cavallo che in diretta televisiva ha detto NO all’imposizione di correre, lì sulla mitica Piazza del Campo di Siena, dove, sotto il sole cocente del 2 di luglio, per 90 interminabili minuti teletrasmessi ha opposto la sua determinata opposizione al volere umano: a Trecciolino, il suo fantino (al secolo Luigi Bruschelli, per altro attualmente sotto inchiesta per maltrattamenti) che, incredulo, agitava il suo nerbo (di ordinanza appunto), ha risposto con sgroppate e sbuffi, e ha mostrato ad un’Italia basita la rappresentazione equina della disobbedienza civile, non violenta, ma decisa e vincente. Bello e orgoglioso, anzi no: bella e orgogliosa perché Tornasol è una femmina, ha semplicemente e coraggiosamente detto NO. E quale che sia stata la spinta che l’ha indotta a tanto, è assurta ad eroina, paladina degli oppressi della sua specie, fiera . I veterinari, che, esausti, hanno alla fine diagnosticato un “alterato stato fisico” nonché “attacchi di panico”, tanto ricordano quegli psichiatri che, in tempi non così lontani hanno racchiuso, prima ancora che nelle camicie di forza, in una diagnosi svilente la ribellione di tanti infelici ad uno stato delle cose intollerabile. Onore a Tornasol, allora, e a tutti coloro che imboccano strade che gli altri non sanno neppure vedere.”

Pubblicato anche su www.lindro.it

 

Original post VIETATO FRUSTARE I CAVALLI

 

>>>ANSA/ PALIO: A SIENA LA CARRERA DELL'ASSUNTA

“Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”. Che dire? Cara Annamaria Manzoni​ probabilmente per Noi che abbiamo una maggiore sensibilità la cosa è normale e ben recepita! Ma lo stesso non è per una società votata alla violenza e al raggiungimento del profitto ad ogni costo. E’ così da sempre, ed ancora oggi…in un presente avvolto da tremende atrocità troppo spesso accettate, abilmente mistificate, ritenute giuste ed ammissibili. Del resto la mercificazione è frutto di congetture e strategie mirate ad ottenere cospicui fatturati aziendali, enormi stimoli alla Crescita smisurata di una economia psicotica. Il PIL è anche questo: settore ippico. Ben vengano quindi le timide manifestazioni di compassione, forse non rappresentative di una pura consapevolezza…ma pur sempre stimolanti alla rottura del sistema. I bambini insegnano ai più impassibili perchè sono naturalmente ricchi d’empatia e non ancora inculcati verso la strategia dominante del potere.

Perchè non partire da questo?

 

Foto in alto Cavallo da Dressage

Foto in basso una gara da Palio

Il Milan, Montella e le favole vegane


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Di Annamaria Manzoni:

“Difficile ignorare, anche se del tutto insensibili all’argomento, che il Milan in un paio di settimane è riuscito a inanellare la bellezza di ben  quattro sconfitte, in campionato e fuori: gran brutta esperienza, meritevole di approfondimenti su un numero impressionante di canali televisivi, impossibili da dribblare (sic!) se solo si fa un po’ di zapping. Farlo è comunque interessante perchè inaspettatamente immette nel vivo di animate discussioni sul veganismo, che deve essere diventato un fenomeno davvero inquietante se riesce ad invadere anche questo genere di spazi. E se ne scoprono allora della belle. La faccenda è ormai risaputa: nell’ottobre scorso l’allenatore Vincenzo Montella stabilisce per la sua squadra un nuovo regime alimentare, con l’ausilio del preparatore atletico Emanuele Marra e sotto la guida della naturopata Michela Valentina Benaglia. Si comincia a parlare di dieta vegana, ma un po’ a bassa voce, con un interesse tutto sommato molto contenuto. Che resta tale fino ai giorni scorsi, quando le performances non proprio entusiasmanti dei  rossoneri hanno scatenato la caccia all’untore: individuato appunto nel veganesimo, rinato dalle ceneri dell’indifferenza per finire  lì sul banco degli imputati: sarebbe riuscito ad indebolire gli atleti, nel fisico certamente, ma anche nel morale, nella psiche. Un giocatore, coraggiosamente trincerato dietro un anonimato  forse degno di più temibili minacce, avrebbe confidato al giornalista “…mi alleno meglio con la carne rossa” (Pianeta Milan, 03.02.2017): il giornalista, comprensivo, afferma a commento che “l’istinto carnivoro comincia a farsi sentire”, sostenuto nella sua visione delle cose da un suo collega di Repubblica, Enrico Currò, il quale, umilmente, attribuisce valore scientifico alle proprie convinzioni quando afferma che “…la carne rossa…tra l’altro è parte importante della dieta da calciatori”. Si, sì: proprio quella inserita nell’elenco degli alimenti “probabilmente cancerogeni” dall’OMS (Lancet Oncology, 26.10.2015). All’ a.d. Galliani non resta che giocare sulla difensiva (sic!) e rassicurare che quella imposta non è una dieta vegana, ma vegetariana (Corriere dello Sport, 5 febbraio)! Così magari i tifosi si tranquillizzano nel sentire che i loro eroi sono sì sottoposti a sacrifici, ma non estremi.  Di sacrifici e rinunce non si astiene dal parlare lo stesso Montella, severo sì, ma consapevole che la dura scelta è il prezzo da pagare sulla via della gloria (che magari arriverà). I titoli dei giornali hanno in genere sintetizzato la scelta alimentare in questione riferendosi a “soia e kamut” nonché “famigerato latte di soia o di cocco” (per la cronaca, famigerato è sinonimo di malfamato: il latte di soia!?!)  per un “Milan in crisi e affamato” per il quale sarebbero stati violati gli standard nutrizionali con questa “dieta che sembrerebbe addirittura vegana”. Addirittura?! Non è casuale  il richiamo ad alimenti poco usati nella nostra cucina, certamente perdenti nel confronto con cibi ritenuti virili, ben più adatti ai loro campioni: che quindi sono in crisi di astinenza, soffrono di languore carnivoro, hanno già allucinazioni (Repubblica, 3 febbraio). Bene, una verifica dei cibi contemplati dal piano alimentare sotto processo contiene una scoperta davvero interessante: perché tra questi vi sono carne di tacchino nonché ragù di pollo: ignoranza allo stato puro oppure mistificazione della realtà? Nessuno, per quanto del tutto disinteressato alla questione, può ignorare che  vegetarianesimo e veganesimo non sono compatibili con il  consumo di alcun animale: e si dà il caso che tacchini e polli lo siano. Quindi, la famigerata dieta è semplicemente una dieta leggera, ma il gioco di squadra (sic!) dei media non ha contemplato si alzassero voci per correggere l’errore o condannare la mistificazione:  muro compatto in difesa dell’indifendibile, quindi. Visto che la tesi acriticamente accreditata faceva riferimento al veganesimo,  avrebbe potuto essere l’occasione per alzare il sipario su uno stile di vita, da molti rimosso perché in grado di smentire luoghi comuni e abitudini inveterate, e invece abbracciato da indiscussi campioni di svariate discipline.  A cominciare dal più grande, quel Carl Lewis, “figlio del vento”, indiscussa leggenda con le sue dieci medaglie olimpiche oltre alle altre, che nel 1990 diventa vegano, per motivi etici e religiosi, nel bel mezzo della sua attività sportiva e dichiara  “Ho scoperto che un atleta non ha bisogno di proteine animali per essere un atleta di successo. Infatti il mio migliore anno nelle competizioni di atletica leggera è stato quando mi sono convertito al veganismo”.  Lo sprinter, due volte primatista mondiale nei 100 metri, che si palleggia con lui titoli prestigiosi, è Leroy Burrel, lui invece “soltanto” vegetariano. Si potrebbe continuare con  Edwin Moses, che per otto anni non ha mai perso la gara dei 400 metri ad ostacoli, o Murray Rose, vegetariano dalla nascita. Ma è esaustiva la dichiarazione di Dave Scott, considerato il più grande triatleta del mondo, che definisce “un errore ridicolo “pensare che gli atleti abbiano bisogno di proteine animali. E per sfatare il mito che vuole i vegani pallidi ed emaciati, grotteschi seguaci di uno stile di vita francescano, corredati da  una masochistica propensione all’autoflagellazione edonistica, basta dedicare un pensiero reverente alle sorelle Williams, Venus e Serena, l’una vegana su indicazione del medico, l’altra per condivisione solidale, secondo quanto riportato dai media: di loro,   sulla cui potenza fisica avrebbero molto da dire le centinaia di tenniste che hanno avuto la (mala)sorte di doverle fronteggiare, tutto si può dire tranne che richiamino, nell’aspetto e nella forza dirompente, sofferte privazioni alimentari. Se poi vogliamo restare nei patri confini, un grande testimonial è Mirco Bergamasco, statuario e imponente, il quale di mestiere gioca a   rugby, che notoriamente, per dirla con Nanni Moretti, non è uno sport per signorine: richiede velocità, forza, potenza, agilità, prontezza di riflessi, concentrazione, e anche coraggio. Appunto: lui è vegano. Insomma, davanti ad uno stato delle cose di cui gli esempi precedenti offrono solo un timido accenno, le reazioni del mondo calcistico, quello di testa e quello di pancia, della stampa che interpreta e dei tifosi che si scatenano, lasciano basiti: la ragione di fondo si appoggia all’esistenza di una profonda convinzione, in gran parte inconscia, che gli alimenti abbiano una forte connotazione sessista: ci sono quelli da uomini e ci sono quelli da donna . Gli stereotipi sono radicati  e la carne, soprattutto quella rossa, resta alimento icona dell’uomo macho, metafora di virilità. Risalendo nel tempo, era diffusa  la convinzione antica che introiettare un animale significasse impossessarsi delle sue caratteristiche, convinzione che sopravvive ancora oggi  nell’asserzione condivisa che si è ciò che si mangia. La carne rossa, poi, con il suo stesso aspetto, richiama concetti collegati all’uomo primitivo, quello che si procurava il cibo cacciandolo: quindi dal cavernicolo passando per il cacciatore per arrivare al calciatore, secondo una efficace sintesi di Brunella Gasperini (Repubblica, 15.12.2014). Dall’altra parte c’è il mondo dei cibi leggeri, delle donne, quelle che si nutrono garbatamente e con delicatezza di soia e affini, rafforzando un’identità di genere fondata sulla debolezza. “Is meat male?” E’ maschile la carne? E’ il titolo di una ricerca pubblicata nel 2012 sul Journal of Consumer Research, autore Paul Rozin, professore di psicologia della Università di Pennsylvania. Risposta positiva, a quanto pare,  non solo in nome dell’analisi scientifica dei dati, ma anche di una statistica molto più casereccia sulle abitudini osservabili intorno. Associamo ai cibi caratteristiche che sono coerenti con l’identità di genere: la carne (rossa) è macha e si connette ad uno stereotipo virile a quanto pare ancora vivo e vegeto: non sarà che nutrendo gli eroi in calzoncini corti con soia e kamut incomba su di loro una sorta di castrazione metaforica, non abdicheranno, insieme al consumo di carne, alla loro identità virile? Identità che, curiosamente, non appare però scalfitta dall’irruzione, negli spogliatoi e fuori, di profumi e deodoranti, gel e depilazioni. Ma tant’è: la coerenza latita nelle cose di questo mondo. In sintesi, del veganesimo è accreditata   una rappresentazione impropria: della sua essenza, perché confuso con ciò che non è, e delle sue ricadute, che vengono mistificate. Rappresentazione che appare difensiva in risposta anche al  diffondersi di un nuovo stile di vita, dall’indiscussa rilevanza economica, sancita persino dal paniere ISTAT, che vede nel 2017 i prodotti vegetariani e vegani presi in considerazione, in quanto divenuti significativi delle abitudini alimentari. Non c’è che dire: le cose cambiano e lo fanno velocemente se è vero che i tempi in cui, alla richiesta di un piatto vegano, la reazione era interrogativa, sconcertata, di panico (“che è?!”) sembrano appartenere ad un’altra era, ma da loro ci distanziano non più di  due o tre anni. L’opposizione al cambiamento, in risposta, assume forme diverse e passa anche dalla svalutazione esplicita o implicita dei nuovi cibi, ma soprattutto delle persone. Maurizio Crozza ne è il testimonial intoccabile più dirompente: la rappresentazione che lui fa del veganesimo è filtrata da un personaggio ridicolizzato all’eccesso, lo chef Germidi Soia, tutto erbe e radici, e, guarda caso, fortemente femminilizzato anche attraverso l’accentuazione di una gestualità che risulta francamente fuori tempo massimo : il quale, con una  reazione da decompressione, si fa venire la bava alla bocca al solo sentire nominare un panino con salame e maionese. Copione identico a quello dei giocatori i quali, secondo la tesi accreditata da alcuni commentatori, pagherebbero sul campo le abbuffate natalizie, ovvia risposta liberatoria  in reazione al regime alimentare subito. Insomma se un nuovo stile di vita va diffondendosi, mantenere lo status quo diventa per molti necessario: invece di un’analisi che non potrebbe che essere   perdente, è allora più facile opporre reazioni sconsiderate, giocate sulla messa in ridicolo di chi lo fa proprio. Esiste una ricerca, pubblicata sul British Journal of Sociology nel marzo 2011 ( datata, ma non si ha notizia di lavori altrettanto significativi più recenti), svolta sui giornali inglesi del 2007, da cui emerge l’attitudine degli stessi a gettare discredito sul veganesimo, descritto come bizzarro e comunque di difficile attuazione: i “seguaci” sarebbero ascetici, capricciosi, sentimentali, estremisti, in preda ad una nuova mania. Il ritratto che ne esce è fortemente peggiorativo  e gli autori, Matthew Cole e Karen Morgan, lo interpretano alla luce della vegafobia, come volontà di riproduzione dello specismo, quindi allargando correttamente il discorso dal piano alimentare a quello etico. Il veganesimo, spiegano, viene marginalizzato come fenomeno attraverso la cattiva rappresentazione che ne viene data; argutamente osservano che, in questo modo,  viene contestualmente perpetuata un’offesa morale anche a danno degli onnivori, ai quali non viene offerta l’opportunità di capire che cosa davvero è lo stile di vita di cui si sta parlando, lontano anni luce dall’essere una dieta, e quale enorme sfida alla svalutazione di tutte le specie animali contenga: ridicolizzare è il  modo per oscurare e quindi riprodurre e perpetuate relazioni di sfruttamento tra umani e non umani. E’ esattamente questo il nocciolo duro della questione: anche nelle situazioni di casa nostra, quelle a cui si è fatto riferimento nelle pagine precedenti, grandi assenti, invitati di pietra, sono gli animali non umani: si parla di cibo e non si parla di loro, che sono i soggetti implicati, sulla cui vita, ma soprattutto sulla cui morte, si gioca la vera partita, infinitamente più drammatica di quelle sui campi di calcio: la questione etica scompare per far posto a infinite, stucchevoli discussioni a base di luoghi comuni, inesattezze, preoccupazioni per il tono muscolare. E così è tutto un mondo fatto di ingiustizie, sofferenze, irraccontabili crudeltà,  a scomparire, rimosso e negato. Sarebbe auspicabile che almeno qualcuno tra i destinatari illustri della nuova dieta, anziché lamentarsi a bassa voce, cogliesse l’occasione per informarsi e poi spendesse la propria immagine, prendendo posizione: non in favore delle virtù di  kamut e soia, che davvero non importano a nessuno, ma di tutti quegli animali che popolano anche il loro mondo dorato. Le ricadute sarebbero enormi, in virtù della loro popolarità: dì una sola parola….: la aspettiamo, insieme a tutti gli altri animali, per i quali la partita che si gioca è quella tra la vita e la morte. Grazie in anticipo.”

Original post IL MILAN, MONTELLA E LE FAVOLE VEGANE

 

Bella riflessione scaturita da un banale ma essenziale scoop giornalistico che (come sempre) vuole demonizzare e quindi creare scalpore, più che informare e raccontare fatti o circostanze e considerazioni. Brutta cosa l’ignoranza soprattutto quella acuta, profonda, radicata nelle menti ottuse che non vogliono scoprire e capire nuove realtà, nuove concezioni, nuove consapevolezze. Si preferisce confondere, smontare e ridicolizzare chi o cosa simboleggia il nuovo progresso morale. L’etico non fa moda e spettacolo, e quindi profitto! Siamo alle solite: la diffusione (sempre e comunque) di banalità speculative che creano audience e popolarità, piuttosto che coerenza e giudizio. Addirittura l’accostamento della carne alla virilità è, comunque e purtroppo, un omofoba rappresentazione odierna che stenta a scomparire. Il machismo ed ogni discriminazione razziale rappresenta la forza dello sfruttamento e del predominio Umano.

Non fare l’asino, regalalo! Il natale della Caritas: solidale, ma non con tutti


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Di Annamaria Manzoni:

“Viene giudicata originale, persino un po’ impertinente la trovata della Caritas altoatesina di promuovere quest’anno un modo alternativo di festeggiare un natale che sia solidale anziché consumistico: sì, perché non pensa solo agli alimenti per le persone bisognose dell’Alto Adige, alla legna per gli anziani della Serbia, alle scarpe per i bambini boliviani, agli alberi da frutta per l’Etiopia, alle sementi per Haiti o a un pozzo per una comunità del Kenia, ma si compiace del proprio anticonformismo nel proporre come regalo a comunità bisognose un asino o una capra, che vanno ad arricchire il parco-animali delle ormai usuali mucche, offerte come dono da altre associazioni umanitarie. Le battute si sprecano: e quindi l’asinello impacchettato con tanto di fiocco sopra è pretesto per immancabili spiritosaggini sullo stereotipo della presunta stupidità della sua specie: non fare l’asino! Oltre all’uso, anche lo scherno, tanto alla luce di cause nobili tutto si può sdoganare. Prescindiamo innanzi tutto dal fatto che esseri viventi vengano mischiati ed equiparati a cose: asini o scarpe fa lo stesso: e siamo già sul terreno scivoloso di una pericolosa confusione da cui le altre hanno origine. Nessun dubbio che il rispetto per gli altri animali sia tanto più imprescindibile quanto più le condizioni di vita sono tali da non assorbire ogni energia per la propria sopravvivenza e possano concedere quindi spazio anche per la cura degli altri: superfluo dire che non è per esempio perseguibile un’adesione al veganesimo nelle comunità del Senegal, che hanno porti pescosissimi a fronte di una miseria eclatante e pervasiva in tutto il territorio. Questo mentre la gran parte del mondo occidentale, a pancia debitamente riempita, considera il non nutrirsi con prodotti di origine animale una scelta masochisticamente francescana, foriera di rinunce iperumane, novella impresa di Sisifo, impraticabile se non grazie ad una forza di volontà che definire epica sarebbe poco: il tutto in presenza di ipermercati strabordanti di qualsivoglia cibo alternativo. In questa ottica chiedere a comunità in grande difficoltà di preoccuparsi dell’asinello, della capra o della mucca suonerebbe stonato, provocatorio, laddove gli stessi animali sono usati e sfruttati da un’altra parte di mondo per motivi lontani mille miglia da logiche di sussistenza. Ma il problema esiste ed è doveroso porselo; perché mai devono essere sempre e comunque gli animali ad essere messi sotto l’ultimo dei gradini a fungere da vittime pagando il prezzo più amaro di tutte le ingiustizie? Non sono i più diseredati a dover rifiutare l’offerta, sono i donatori a non essere in diritto di farla: nel momento in cui questo diritto se lo arrogano, sostengono ancora una volta il proprio ruolo di padroni di qualcuno (loro pensano di qualcosa) che di fatto non appartiene loro. L’alternativa non è ovviamente quella di disinteressarsi di chi non ha mezzi di sussistenza, ma quello di andare in suo soccorso con ciò che è lecito (sementi, pozzi, legname, fertilizzanti…..) anzichè rimediare ad un’ingiustizia creando un’altra ingiustizia. Troppo facile ammantarsi di una solidarietà, che furoreggia all’insegna del siamotuttipiùbuoni a spese altrui. Il meccanismo è ben rodato, che si tratti di portare cibo a che non ne ha, di sostenere la ricerca in soccorso di chi è malato, di aiutare economie in crisi:  se ne è avuta dimostrazione evidente in risposta al terremoto della scorsa estate nei paesi dell’Italia centrale, in seguito al quale in moltissime parti d’Italia sono stati organizzati banchetti a base di amatriciana allo scopo, si è sbandierato, di aiutare economie in ginocchio. Francamente, per chi ha deciso di aderire, l’impegno non è stato dei più onerosi dal momento che tutto ciò che si chiedeva di fare era mangiare, mangiare e poi ancora mangiare, attività notoriamente apprezzata al di là di ogni necessità. E se qualcuno, in preda a deliri di conoscenza, avesse deciso di porsi qualche domanda su chi (non cosa) era parte di una prelibatezza quale l’amatriciana è, il garbo del linguaggio avrebbe costituito ulteriore argine all’irrompere di qualche pensiero disturbante: come ingrediente clou della preparazione avrebbe infatti trovato, oltre al pecorino (ma tanto il formaggio non si connette mai all’idea di sfruttamento animale) il guanciale: lusinghe del linguaggio, che sollecita immagini di morbidezza, quiete, accoglienza: il guanciale, quando non è quello che favorisce i nostri sonni sereni, è, nel nostro immaginario,  quello fatto di rose. In realtà nulla di più alieno dalla verità, che è invece quella della guancia del maiale (nessuna parte di questo animale viene in altri contesti chiamata con un termine tanto gentile: se mai zampone, cotenna, strutto….) , sulla cui consistenza di grasso e venature magre gli esperti vanno discutendo. Quanti sono quelli capaci di accostare il pensiero di quella guancia, con quel sapore di umano che il termine contiene, ai maiali uccisi, appesi a testa in giù a sgocciolare sangue, dopo avere cercato di scalciare lontano la loro morte? Meglio che no: il piacere della gola e quello della pancia normalmente zittiscono le cattive associazioni, figurarsi la meraviglia di poter spostare tutta l’attenzione sulla solidarietà, di cui piace tanto sentirsi interpreti. Il copione di base, mutatis mutandis, viene recitato in altri contesti: siamo in tempi di maratona Telethon, alias raccolta fondi (tantissimi) per la ricerca. Buonisti di tutto il mondo unitevi: tutti in abiti da sera, festosi e luccicanti, presumibilmente ben pagati, a sollecitare dagli schermi i migliori istinti solidaristici in favore di chi sta male: urletti di entusiasmo per la generosità dei telespettatori, che non deludono mai e magari, qua e là, un’intervista a bambini affetti da malattie genetiche, con primi piani soltanto un po’ sfocati (un po’ di rispetto, che diamine, per il dolore altrui!), a schiacciare il pedale dell’emotività. Anche in questo caso, grande assente è parte dell’informazione: non una sola parola, neppure per sbaglio, a ricordare che la ricerca viene svolta anche con la sperimentazione sugli animali, vale a dire con metodi sottoposti a fondamentale revisione scientifica. Soprattutto silenzio tombale sulle inaudite terrificanti sofferenze di tutti gli animali coinvolti, convitati di pietra alla serata di gala, quelli, pensando alla cui disperazione, Elsa Morante commentava “Non c’è parola in nessun linguaggio umano capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte”. Sulla pelle degli animali vengono quotidianamente compiute le peggiori nefandezze, nel silenzio delle coscienze tacitate da meccanismi che tendono a rimuovere o negare una realtà tanto scomoda che ci dovrebbe piuttosto inchiodare alle nostre responsabilità. Ai meccanismi rodati, va ad aggiungersi in questi casi quello della giustificazione morale: il male inflitto, nel caso in cui fuoriesca dalle maglie della rimozione e della negazione che tendono a tenerlo ben lontano dalla nostra consapevolezza, è comunque non solo necessario, ma anche legittimato da nobili scopi, da ideali superiori: soccorriamo chi è in difficoltà, ci diamo da fare per alleviare le sue sofferenze. Non siamo lontani dalla dottrina machiavellica del fine (elevato) che giustifica i mezzi (disumani): l’attenzione tutta concentrata sul bene in corso d’opera, vero o presunto che sia, che tendiamo ad amplificare ed esaltare, viene distolto dai metodi usati, dal dolore con cui è lastricata l’intera strada. Ogni intervento in difesa degli animali, in un contesto del genere, suscita reazioni scandalizzate, che, nel solito marasma di argomentazioni, mistifica la realtà riorganizzandola nel binomio che oppone le persone per bene, quelle che fanno loro la assodata gerarchia dei viventi, in cima alla quale pongono se’ stessi, alle altre che, nell’identificazione con chi le proprie ragioni le vede sempre negate, vengono delegittimate, condannate senza processo per crimini di insensibilità. “E’ nel buio che devi guardare, con disobbedienza, ottimismo e avventatezza”, raccomandava Marguerite Yourcenar: in questo buio, a ben guardare, li possiamo vedere tutti gli esseri che continuano a pagare senza colpa, senza poter capire altro che la propria stessa sofferenza, senza poter fare nulla per sottrarvisi. Allora forse almeno il buon gusto di non ammantarci di un altruismo, che davvero ci è estraneo, dovremmo conservarlo.”

 

Original post Non fare l’asino, regalalo! Il natale della Caritas: solidale, ma non con tutti

Siamo alle solite: ogni atteggiamento o azione di profitto personale viene mistificata con la “buona causa”.

Il Cane Angelo, randagio di Calabria


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Di Annamaria Manzoni:

Angelo è il nome dato al cane di Sangineto, provincia di Cosenza, massacrato per gioco da quattro balordi, anzi no, molto peggio:  da quattro ragazzi normali. Nome, quello di Angelo, che riporta ad una contaminazione distrattamente trascurata: quella di un essere umano che è però dotato di parti squisitamente animali, le ali, che, lungi dallo sminuirlo, gli attribuiscono un’essenza soprannaturale, che va oltre l’umano per collegarsi direttamente con il trascendente. Essere che racchiude in sé in modo ben visibile quella animalità, che siamo portati a dimenticare, a disconoscere e a misconoscere: e il cane Angelo, che scodinzolava a quelli che lo bastonavano e non reagiva mentre lo stavano ammazzando a badilate, ma li guardava, indifeso e mite fino all’ultimo respiro, davvero sembra testimoniare di un’essenza tanto più grande della nostra, incomprensibile a chi si limita a ragionare sul registro di azioni e speculari reazioni: azioni che, quando sono violente, generano reazioni che lo sono altrettanto. La storia di Angelo ha riempito le cronache recenti, sollevando enorme indignazione, ma sfortunatamente è solo la punta dell’iceberg di una situazione molto diffusa: Angelo è assurto alla ribalta di una cronaca nero pece soprattutto perché della sua tortura si sono vantati i responsabili, che l’hanno filmata e  messa in rete, in quel moderno ricettacolo cioè, che è una sorta di cloaca massima in cui tutto confluisce, senza filtri, alla ricerca di una visibilità che amplifichi le proprie “gesta”, e lusinghi di una popolarità perseguita con ogni mezzo. Nel caso diffuso in cui non si abbia altro di cui vantarsi, ci si vanta della propria pochezza, scambiandola per audacia: purchè gli altri  guardandoci ci illudano che meritiamo attenzione:  e si arriva a mettere in scena un film dell’orrore, ridendo e sghignazzando. I quattro di Sangineto l’obiettivo della  popolarità l’hanno certamente ottenuto, popolarità di dimensioni che non avrebbero certo potuto immaginare, ma, purtroppo per loro, di segno contrario a quello previsto. Trasmissioni televisive, manifestazioni, interviste hanno fatto da megafono ad  una vasta condanna, e hanno esposto i responsabili ad una meritatissima gogna. Purtroppo le reazioni non sono andate oltre, in quell’oltre in cui si aprono situazioni che non possono essere ignorate, se davvero l’obiettivo, al di là della doverosa condanna dell’episodio,  è quello di una necessaria prevenzione affinchè nulla del genere debba ripetersi. Le notizie  di regolari  efferatezze su cani indifesi (come per altro su ogni altra specie animale, a partire dai gatti) si inseguono in resoconti agghiaccianti: volontari, associazioni animaliste, semplici cittadini raccontano con drammatica frequenza di animali sepolti vivi, incendiati, impiccati; foto raccapriccianti che testimoniano creative crudeltà sono reperibili a non finire su facebook. Solo in riferimento alla cronaca recente, poche settimane fa su BlogSicilia sono state postate le foto di un grosso cane seviziato e poi bruciato; mentre a Pantano Borghese (Roma) nello scorso settembre veniva ritrovato il cadavere di un cane bruciato, con gli arti posteriori parzialmente amputati.  L’irritazione dei quattro giovani davanti alla pessima pubblicità che li ha colti impreparati e lo speculare  fastidio dei loro compaesani  (ben documentati nella trasmissione delle Iene, andata in onda il 23 ottobre scorso) discendono certo da insensibilità, ma anche da ruspante incapacità di capire: cosa c’è da scandalizzarsi tanto? -si chiedono un po’ tutti- Dove è il problema se questo è quello che succede   tutti i giorni? “Per un c…o di cane!” è il raffinato commento di uno degli intervistati. “Hanno fatto una cosa giusto per ridere!” argomenta un altro profondo conoscitore delle umane dinamiche comportamentali. “Sono bravi ragazzi: è una bravata!” incita a sdrammatizzare un altro. Anche il prete svicola veloce sulla sua auto, evitando di farsi coinvolgere nelle umane vicende di violenza, perché la vittima, in quanto d’altra specie, esula forse dalle competenze di quel Dio, di cui lui si occupa, per entrare nel raggio d’azione, se mai, di un dio minore. Bene sarebbe invece che l’orrenda vicenda di Angelo fosse l’occasione per  una seria indagine sui diffusi crimini contro gli animali d’affezione che sporcano tante strade italiane,  sparse da nord a sud, ma senza ombra di dubbio molto di più in alcune regioni meridionali, segnate da una significativa discrepanza rispetto a quelle settentrionali: una ragione, o più d’una, ci sono di sicuro, e le risposte ipotizzabili sono certo interessanti.   E’ fondamentale, per esempio, riflettere che si tratta delle regioni  in cui il randagismo non solo non è sconfitto, ma in alcuni casi neppure affrontato, da una politica che porta il peso di responsabilità enormi al riguardo con la sua colpevolissima e non casuale passività: le indagini del Ministero della Salute sono davvero antiche, segno evidente di sottostima del problema, visto che i dati ufficiali non sono più stati aggiornati negli ultimi dieci anni e si riferiscono quindi alla situazione del 2006 (Dossier randagismo, LAV 2016); nel dossier non sono contenute informazioni (numero dei canili sanitari, sterilizzazioni, cani nei canili, adozioni….) relative alla Calabria, che non ha evidentemente reputato la richiesta del governo degna di risposta: sono informazioni del tutto ufficiose a parlare di una significativa diminuzione a seguito del diffondersi del cimurro, che si sarebbe sostituito ad altri più civili interventi nel compito di contenere il problema. Non si può sottovalutare la portata incivile del randagismo, per le sue proporzioni (il numero complessivo in Italia si aggirerebbe sulle 6/700.000 unità, a fronte di alcune regioni dove risulta praticamente debellato) ma anche per i suoi correlati. Si tratta  di  un fenomeno dalle ricadute enormi, che va regolarmente di pari passo con le mancate sterilizzazioni: tende quindi  ad amplificarsi in modo esponenziale, dal momento che le cucciolate, mediamente di 5/6 piccoli,  si riprodurranno a propria volta. Le femmine, partoriti i piccoli,  avranno impellente bisogno di cibo per se stesse per poterli allattare;  non essendoci nessuno ad aiutarle, vagheranno ogni giorno per cercarlo, osando anche inoltrarsi per disperazione dove di solito sanno di non poterlo fare, in risposta ad un  insopprimibile istinto materno e di sopravvivenza. Inoltre spesso i cani randagi  tendono ad abitare territori prossimi alle aree urbane, perché è lì che possono trovare cibo, e a  riunirsi in branchi, che rispondono al naturale bisogno di aggregazione: inevitabilmente possono creare problemi sanitari e di sicurezza, che si trasformano in breve tempo in giustificazione per la popolazione locale a intervenire con metodi violenti: si specula facilmente sulla paura e la loro soppressione viene vissuta come meritoria, in quanto difensiva del sempre prioritario benessere umano. I metodi usati per liberarsi di loro si mischiano e si confondono con l’espressione di una violenza bruta, che va a punire il potenziale colpevole di qualche danno: si parla di sicurezza (e ben sappiamo quante malvagità, anche in contesti d’altra specie, vengano perpetrate in suo nome) e si procede ad eliminazioni di massa. Inoltre ci  saranno cani,  vittime di incidenti stradali, che resteranno feriti ai bordi delle strade, sempre che qualcuno abbia il buon gusto di spostarli dal centro della carreggiata, e finiranno per rimanere lì a morire lentamente, nell’indifferenza generale. Tutti o quasi vagano, spesso  con evidenti infezioni, sempre smagriti, raggelati o riarsi a seconda della stagione: quando la fame è tale da indurli ad avvicinarsi a qualche umano, nonostante una annichilente diffidenza, della scelta dovranno spesso pentirsi: perché nessuna situazione naturale raggiunge mai l’efferatezza che l’uomo sa imprimere al proprio operato. In interi paesi e vaste zone, comunità assuefatte a tutto questo sanno da tempo immemorabile che quelli sono esseri di serie zeta, senza diritti; incarnano l’immagine del nemico, quello che viene da fuori e che deve essere scacciato, perché certamente  pericoloso; su cui infierire, perché diventa inevitabilmente capro espiatorio di frustrazioni variegate; su cui non mobilitare forme di empatia. Si comincia con lo scacciarli a sassate e si finisce per esercitare contro di loro ogni perverso impulso sadico: il link è evidente. In questa ottica si inserisce la posizione degli abitanti di Sangineto, arroccati sulla difesa dei quattro ventenni, tanto aggressiva quanto inargomentata: vi si legge il desiderio difensivo di allontanare i riflettori. Ma la mancata reazione di sdegno, inutilmente sollecitata dagli intervistatori, parla anche di una reale incapacità a  indignarsi davanti a scene di violenza, anche inaudita, sugli animali: scene che non indignano per il motivo semplicissimo che non se ne coglie l’inaccettabilità, dal momento che sono  diffuse. Il confine tra scacciare impietosamente a sassate, magari azzoppandolo, un animale affamato, si sposta progressivamente e prenderlo a badilate non è un’evenienza lontana: i comportamenti  si situano su un continuum che è fonte di una crescente desensibilizzazione, favorita dal fatto che di tutto questo si è stati testimoni da sempre, da bambini: lo si è imparato e introiettato come comportamento normale, anzi doveroso, giusto, civile. E’ lecito supporre che i quattro ventenni azioni analoghe le avessero già compiute, magari in una diversa composizione del gruppo, o avessero assistito a quelle messe in atto da altri, bravi maestri di una crudeltà, regolarmente seguita da una rassicurante impunità.  L’arroccamento difensivo della comunità intorno a loro è lì a sostenere l’ipotesi. Limitarsi a considerarli una minibanda di psicopatici, mostri ai confini della realtà da mettere alla gogna, è soluzione a portata di mano, ma ben poco esplicativa della realtà; di certo essi si sono dimostrati allievi zelanti alla scuola di una violenza diffusa e quanto hanno fatto ad Angelo  testimonia della loro incapacità di empatia, del sadismo che li ha indotti a provare piacere davanti alla sofferenza di una vittima indifesa, del machismo e del malinteso concetto di virilità che li anima, nella convinzione perversa che forza e  violenza sino concetti sovrapponibili (e il pensiero non può non correre alle dinamiche alla base dei tanti femminicidi), anziché antitetici. Un evidentissimo innegabile link arricchisce il quadro argomentativo, se ci sforziamo, bypassando la nostra diffusa schizofrenia morale, di pensare secondo coerenti categorie di giudizio. Riguarda la caccia, ancora oggi considerata attività sportiva, e i suoi cultori, i cacciatori: anche loro sono persone che provano un’eccitazione sfrenata, come raccontano regolarmente in rete, nell’andare a inseguire e stanare animali a volte mitissimi, sempre  indifesi, tesi solo a cercare una via di fuga; mettono in campo una forza assolutamente  sproporzionata grazie all’uso di armi  devastanti; progettano come braccarli; procedono a ferirli e, nella migliore delle ipotesi, ad  ucciderli presto, ma spesso li lasciano ad agonizzare nelle trappole o sul terreno, senza neppure prendersi  la briga di andare a raccoglierli. Uccidono tanto, sembra non bastargli mai ed occorrono  norme di legge a limitare un istinto che, fosse per loro, si placherebbe solo con carneficine totali.  Usano richiami vivi;  mandano i loro cani nelle tane a stanare volpi che cercano di difendere se stesse e i loro cuccioli, che vengono invece sbranati e lacerati; costringono animali a fughe disperate che fanno scoppiare loro il cuore. Si divertono un mondo nel farlo, non si fermano davanti alla mitezza delle loro vittime, non si impietosiscono davanti ai loro perdenti tentativi di non farsi strappare la vita; si vantano molto e, come i quattro di Sangineto, mettono foto e filmati a ricordo e imperitura testimonianza delle loro gesta, foto e filmati in cui si mostrano orgogliosi di sé, soddisfatti e sorridenti davanti al cadavere di una vittima importante o alla strage di tante vittime più umili. Non riescono nemmeno a cogliere la vigliaccheria e il sadismo insiti nei loro comportamenti, anzi: orgogliosi nella  propria protervia,  si meravigliano delle proteste altrui: esattamente come i quattro di Sangineto. Allora, nel momento stesso in cui inorridiamo davanti a loro e chiediamo giustizia per la loro vittima, non possiamo che prendere atto che stiamo confrontandoci con quella che è la punta dell’iceberg: sotto la superficie c’è un inestricabile intreccio di altre analoghe nefandezze, inscindibili l’una dall’altra: perchè tutte le forme di violenza sono interrelate e non è possibile decifrare nessun fenomeno  isolandolo da tutti gli altri.

Per concludere, ricordiamo Angelo, la sua muta sofferenza che è un atto di accusa verso tutto quello che l’uomo è in grado di infliggere a chi è debole; ricordiamolo come un piccolo scodinzolante cane bianco, a propria insaputa metafora di ogni essere senza diritti, di ogni migrante senza patria, di ogni uomo senza identità.”

Articolo pubblicato su L’indro
Grazie Annamaria Manzoni per questo articolo molto interessante e toccante. Peccato che le istituzioni, e chi dovrebbe intervenire in primis, non possiedono la volontà di concepire tale urgenza e necessità. Si spera sempre in una maggiore presa di coscienza, più ampia ed utile per abbattere l’ignoranza, l’indifferenza e la violenza di molti.

Prodotti Animali nella pubblicità? Se li riconosci, magari li eviti


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Di Annamaria Manzoni:

“Ogni adulto, che sia in grado di pensare, che non sia  sottoposto a costrizioni, e che abbia libero accesso ai mezzi di informazione è di fatto responsabile delle proprie azioni. Anche l’essere o non essere vegani, quindi, non è categoria dell’essere, ma scelta libera e consapevole, somma di comportamenti che dovremmo controllare. Dovremmo, per l’appunto, ma troppo spesso non lo facciamo: perchè non fluttuiamo in uno spazio vuoto in assenza di gravità, ma siamo impastati nella cultura che ci plasma, ci intride e ci condiziona, attraverso meccanismi a cui tendiamo troppo spesso a  soggiacere passivamente, senza riconoscerli, lasciandoci cullare nell’inerzia dell’irresponsabilità. Cultura che tendiamo a scambiare per assoluto, ogni volta che siamo incapaci di coglierne la relatività. Affiancare al termine cultura quello di  pubblicità può sembrare un azzardo, un ossimoro, ma,  al netto di snobismi, la sua influenza, forte di una presenza pervasiva e ossessiva, è enorme nel  modellare i costumi di quelli che ne sono gli utenti, cioè inevitabilmente tutti noi,  talvolta fruitori attenti e convinti, molto più spesso ascoltatori distratti, ma anche in questo caso inconsapevolmente permeabili ai messaggi.

Uno sguardo ai meccanismi di cui si serve è illuminante, fonte di molti elementi di riflessione e comprensione.  Prima di tutto,  un click sul telecomando ad una qualsiasi ora serale:  entriamo senza sforzo in medias res, davanti ad  una successione interminabile di input a mangiare animali, che però non sono riconoscibili come tali, ma trasformati in cose, prodotti di consumo e niente più.

A ruota libera:

Ti parlerò d’amore e sfoglierò una rosa : credere o meno, è da un grammofono del 1944, a voce della cosiddetta divina Wanda Osiris, che arriva la sollecitazione a consumare mortadella dal Consorzio di Bologna. Per  la cronaca, i versi successivi specificano sulla tua bocca ansiosa che non conosco ancor…

Il primo amore non si scorda mai:   ricordi in agrodolce delle prime passioni giovanili, palpiti e carezze entrati nelle nostre memorie inossidabili ? No: trattasi invece di prosciutto cotto.

Quel prosciutto che, in altro spot,  un ragazzino in improbabile estasi gastronomica gusta arrotolato su un grissino, sotto lo sguardo paterno dell’affettatore, a cui è lui a ricordare in tono di affettuoso rimprovero che….Ma  papà! è Granbiscotto. Si, perché tutto sommato è molto meglio ribattezzare e dolcificare quegli enormi pezzi animali che pendono dal soffitto di una stanza adibita ad hoc: e un  biscotto può fare al caso. Il padre con tono rapito,  degno di un’ ode del Petrarca, fa sapere al  suo pargolo in età evolutiva che il  gusto è morbido e leggero: il tutto per conto  della Rovagnati.

Il tono si può fare ancora molto più leggero ed entrare nel registro della commedia all’italiana se si ingaggia uno come Christian De Sica che fa il tombeur de femmes dietro il suo bancone di prosciutti al ritmo di oh c’est si bon! Amstrong, ….tanto per non farci mancare nulla.

Nella sua estrema versatilità lo stesso De Sica (che nostalgia di Vittorio!) può facilmente convertirsi da testimonial della carne di maiale a quella bovina e riempire di scatolette l’interno del suo impermeabile, che apre dopo scarsa resistenza, portato via da due tutori dell’ordine: siamo tutti maniaci…della Simmenthal  dice nella sua veste di felice squilibrato in uno spot che più unconventional non si può, a favore di un brand che di tutto si può accusare tranne che di non avere uno spirito gioioso e informale.

L’approccio può mutare: ed essere democraticamente onnicomprensivo, inglobando senza tante sottigliezze qualsivoglia “prodotto”: è allora una coppia di mezza età (per inciso talmente poco attraente da sollecitare la domanda su che presa possa mai avere, su chi siano quelli disposti ad una identificazione tanto malinconica) evidentemente rappresentativa del consumatore medio, ad ammiccare a favore della Conad e di tutti i suoi alimenti con zoomate su brandelli di animale di qualsivoglia specie. Purchè italiane, beninteso, perché è questo quello che conta. Il commentatore, mentre con tono ispirato ricorda in sottofondo che ci sono persone oltre le cose(e in quest’ultima categoria ha appena immesso le cosce di bovino adulto) mostra sintomi di preoccupante confusione nel non riconoscere che, oltre alle persone, non ci sono solo cose, ma purtroppo anche animali, quelli che lì, nel ruolo di vittime, sono costretti ad esserci grazie alla Conad e a tutti gli altri. Che neppure li vedono. Pubblicità speculare a quella cartacea de Il Gigante, che, quando ci sono Feste, quelle con la F maiuscola, propone bontà che, a fronte di un ananas, glorificano Coniglio disossato, l’Orata di Portovenere, il Cappone anche lui disossato, il Salmone preaffettato: 4 a 1, ma talvolta va persino peggio e il confronto tra esseri senzienti e non, può terminare con un sonoro cappotto. C’è poi il tonno: e ancora una volta il tono diventa elegiaco e parla di qualità e…. tenersi  forti, rispetto !!!!! Presente la pesca del tonno????? E’ Asomar a  rassicurare  che i suoi sono solo tonni adulti perché l’azienda è, tenersi  forte un’altra volta, Friend of the Sea: In quanto tale, si sente autorizzata a sfidare sul piano dell’etica i suoi concorrenti, Nostromo & c, che si limitano a gioiosi tributi alla tenerezza, tra nonni bonari  e nipotini spensierati.  Altri tonni in altri spot sono salutati con un dispiacere che vorrebbe essere divertente perché sono sempre i migliori che se ne vanno. Ancora: ecco la mamma che, proprio perché la mamma è sempre la mamma, non fa mai mancare la Simmenthal al suo pargolo riconoscente ; ed ecco quell’altra mamma che non può mancare se c’è Aia perché Se c’è Aia c’è gioia, e se c’è mamma c’è bonbon Aia. Mamma, gioia e Aia: una nuova trinità, in verità un po’ laica, ma del resto non si può avere tutto. Si può continuare con le  infinite famiglie felici che, grazie ad un pollo arrosto, un hamburger o delle cotolette in centro tavola, trovano il collante di valori di cui si era perso persino il ricordo: miracoli del galletto e del maialino.

Insomma, e in sintesi, la pubblicità di prodotti animali la fa da padrona negli spazi commerciali e, conseguentemente, nei nostri spazi mentali, che va ad invadere. E mentre sollecita a comprare e a consumare, attua un formidabile meccanismo di negazione della realtà: una realtà, quella degli allevamenti intensivi, dei mattatoi, della pesca, delle tonnare, che è di una violenza talmente estrema che non potrebbe neppure  essere immaginata se non fossero inchieste, documenti, filmati a mettercela davanti agli occhi in tutta la sua drammatica evidenza. Non è inutile rimarcare che questa realtà non viene minimizzata o  edulcorata o  giustificata: viene invece cancellata, negata, come se non esistesse. E’ il meccanismo difensivo che entra in gioco in situazioni estreme: si potevano forse minimizzare i campi di concentramento? L’unica via se non si vuole essere travolti dalle responsabilità è allora la negazione, meccanismo perverso  in cui, come dice Umberto Galimberti, risiede “la prima radice,  la più profonda, dell’immoralità collettiva.” Perché induce ad ignorare le grandi ingiustizie ed impedisce la reazione che potrebbe avere luogo se venissero riconosciute. Ecco: nella pubblicità il meccanismo della negazione è totale: sono completamente negati gli animali dal cui sfruttamento e uccisione provengono tutti i prodotti reclamizzati: semplicemente viene negata la loro stessa esistenza a vantaggio della “cosa” alimentare in cui sono stati trasformati. Non bastasse, si può sempre fare di più e ricorrere alla formazione reattiva, vale a dire mettersi al riparo da possibili contraccolpi emotivi, dovesse fuoriuscire qualche brandello di verità,   trasformando la realtà e facendola corrispondere, appunto reattivamente, al suo contrario:  laddove sangue, sofferenza, crudeltà, terrore, grida sono esplosive, il mondo viene ossessivamente descritto con   riferimenti a  gioia, tenerezza, rispetto, bontà, morbidezza. Meglio lasciare l’Ombra, il male, ben nascosto nel profondo, e abbagliare con fasci di luce la superficie. Non sono certo un caso neppure l’uso e l’abuso dei bambini: siccome è sempre  meglio cominciare da piccoli,  bambini e bambine di ogni età ringraziano mamme dolci e sorridenti per avere loro messo nel piatto pasticci di carne, cosa per cui si sentono indistintamente, ma poderosamente in dovere di  filiale riconoscenza. L’operazione pubblicitaria che coinvolge i destinatari più giovani si gioca sulla consapevolezza che il cibo contiene istanze simboliche di potente pregnanza, che trasmettono   messaggi suggestivi associando il cibo al mondo degli affetti: ne consegue che, a livello inconscio e profondo, andranno determinandosi sovrapposizioni e identificazioni tra le relazioni familiari più importanti e il cibo animale, operazione facilitata dal fatto che il cibo contiene in sé valenze profonde, perché va a solleticare  le prime relazioni familiari, il latte materno, la nutrizione come prendersi cura: è quindi depositario di forti  valenze simboliche. Dal  punto di vista  etico e del benessere psicologico, si tratta di un’operazione tanto furba quanto disonesta: va a innescare un meccanismo di  scissione tra due realtà che sono destinate a mantenersi  estranee l’una all’altra: il bambino continuerà a sorridere ai porcellini e a mangiarli, una volta sgozzati, senza avvertire  l’incongruenza. I genitori prima lo guarderanno con compiacimento  intenerirsi  giocoso e dopo gli serviranno in tavola il prosciutto, la carne, il tonno. Per quanto riguarda loro, la scissione ha avuto inizio da tempo immemorabile ed è ora perfettamente funzionante: non resta che favorirla  a vantaggio delle future generazioni. Per inciso  la scissione è un meccanismo di difesa  psicologicamente grave, primitivo; è quello che consente di non integrare le caratteristiche dell’altro in immagini coese, e di assolutizzare  ora l’uno ora l’altro degli aspetti che vengono in contatto con la propria esperienza immediata e con le relative emozioni: così mi piace tanto il porcellino rosa , con quella sua aria tenera e ingenua, e lo mangio con grande gusto una volta scannato. “Ma cosa c’entra?!”  è in genere la risposta indispettita e  di certo non articolata,  che viene fornita a chi, basito, chiede come sia possibile una tale dissociata incongruenza. Dissociazione che pare essere la cifra del mondo adulto rispetto all’infanzia: da una parte si commuove, si intenerisce e si diverte nel prendere atto dell’atteggiamento affettuoso e solidale dei bambini verso le bestie, e, senza soluzione di continuità,  li educa ad abitudini che  ripercorrono  e cronicizzano il quotidiano asservimento e sfruttamento perpetrato a loro danno. La manipolazione della  suggestionabilità dei bambini è operazione fin troppo facile: essendo la loro facoltà di giudizio personale ancora tutta da costruire, essi  danno progressivamente forma alla realtà attraverso i messaggi che gli adulti mandano e la colorazione emotiva che  vi attribuiscono: una cosa è buona se è presentata come tale.  Quindi se i grandi  offrono cadaveri e sorridono, si vede che è giusto così. E non si tratta solo di dare il carattere di postulato al senso di un comportamento indecifrabile nella sua illogicità: succede di più, in quanto la sovrapposizione tra quel cibo e l’atmosfera familiare impedirà di tracciare confini : quelle sensazioni i bambini se le porteranno con sé diventando adulti e quegli stessi alimenti avranno il potere di evocare fondamentali relazioni affettive associate al suo consumo.

Insomma, come dice il poeta  Kiarostami, i bambini non sono bachi da seta che diventeranno farfalle: succede ahimè il contrario. O più prosasticamente, secondo altri, gli adulti non sono che bambini andati a male. In sintesi quella che viene consumata a livello pubblicitario è un’operazione tanto subdola quanto  efficace: essa ha origine dalla ovvia consapevolezza che  davanti agli spettacoli insanguinati  e raccapriccianti che sottendono ogni  zampone, salsiccia o asettica scatoletta di carne almeno una fetta degli abituali consumatori finirebbe per astenersi dal mangiarne, se non per principi etici, almeno perché l’inevitabile automatico richiamo alla mente di tale realtà, una volta che le due immagini fossero associate,  per qualcuno risulterebbe insopportabile. La pubblicità insomma offre i vestiti al Re: il grande inganno è sotto gli occhi di tutti, che vivono sereni perché vivere di allucinazioni fa tanto comodo. C’è chi però il Re lo sa vedere nudo, e non serve essere sciamani e mistici per alzare il velo: solo un po’ procacciaguai, come possiamo, forse vogliamo, di certo dobbiamo essere.”

 

Original post PRODOTTI ANIMALI NELLA PUBBLICITA’? SE LI RICONOSCI, MAGARI LI EVITI

 

 

Cara Annamaria Manzoni purtroppo i bambini sono sempre più presenti nella pubblicità rappresentando un modello da perseguire e i genitori, seguendo questo atteggiamento fuorviante, inducono insegnamenti spesso errati. Ma come pensare che la televisione insegni qualcosa? Uno strumento abile ed astuto utilizzato dai brand per costruire induzioni commerciali e tu, con la tua profonda analisi, lo hai spiegato perfettamente: “PRODOTTI ANIMALI NELLA PUBBLICITA’? SE LI RICONOSCI, MAGARI LI EVITI.”
Infatti è così…se il cibo d’origine animale viene considerato prodotto commerciale (ovvero “cose”) come diffondere empatia verso altre specie?