Credere, obbedire, gattini


Da Veganzetta.org:

““Credere, obbedire, gattini” è il titolo di un articolo a firma di Lorenzo Bagnoli pubblicato sulla rivista online The Vision.L’autore tratta un argomento che purtroppo è innegabilmente di grande attualità: la proliferazione – nella società italiana e non solo – di gruppi di estrema destra in ambito animalista.
Nell’ormai lontano 2010 pubblicammo un dossier dal titolo “Antispecisti di destra? nel quale si esaminava il preoccupante fenomeno delle infiltrazioni di realtà legate direttamente o indirettamente all’estrema destra nell’ambiente animalista, vegano e addirittura antispecista.
La situazione da allora è cambiata ma, come si potrà notare, in peggio. Il testo di The Vision cita il nostro dossier e ne riprende alcuni passi, per poi riportare notizie di cronaca, dichiarazioni sui social network, articolo pubblicati su siti internet e giornali, nel tentativo di analizzare lo stato dei fatti. L’articolo in questione – seppur in modo a volte superficiale – ha il pregio di evidenziare alcune delle numerose – e recenti – connessioni tra il “variegato” mondo animalista e singoli o gruppi riconducibili ad ambienti fascisti, tutti legati dallo stesso approccio che pare ripetersi come un mantra: la politica non c’entra nulla con gli Animali. Ciò nella più totale e colpevole indifferenza o addirittura con il benestare (per misantropia, per tentazioni autoritarie o per altri motivi) di molte attiviste e attivisti.
Considerando la situazione attuale si deduce che l’ambiente animalista e vegano in generale sono contraddistinti da una sconfortante ignoranza che genera (nella migliore delle ipotesi) mancanza di basi teoriche e pertanto di consapevolezza e capacità critica. Tali gravi mancanze sono il motivo dell’estrema facilità con cui coloro che (da destra) tentano di infiltrarsi nell’animalismo riescono nel loro intento: è sufficiente fare leva su un’incomprensione di fondo (derivante dall’ignoranza di cui sopra) di ciò che è realmente la prassi politica dichiarandosi  “apolitici”, per ottenere il risultato voluto.
Il problema è serio, per quanto ancora si vorrà ignorarlo?”

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A.L.F. distrugge una casa di caccia.


Fonte: Il Resto del Carlino

“Lagosanto, gli animalisti distruggono la casa dei cacciatori

Blitz nella notte, tanti i danni: distrutti elettrodomestici e sanitari. Il sindaco: “Come un attentato”

Ferrara, 31 dicembre 2017 – «Quel che è accaduto qui, questa notte (tra il 29 e 30 dicembre ndr), non esito a paragonarlo a un attentato terroristico». L’ex sindaco di Lagosanto, Loris Gadda, scuote la testa. Davanti ai suoi occhi la devastazione della casa di caccia di Lagosanto, gestita dal 1985 dalla Federcaccia. Un assalto notturno firmato, più volte, con una bomboletta di vernice spray nera. Tre lettere: ALF, ovvero Animal Liberation Front, ossia Fronte di Liberazione Animale. Adriano Bui, presidente della sezione laghese di Federcaccia, è arrivato ieri verso le 9 al casale, ristrutturato e arredato con le sole forze dei volontari. Doveva accendere il riscaldamento in previsione della consueta cena settimanale che si sarebbe dovuta tenere ieri sera.

«Quando sono arrivato – ha detto Bui – mi è sembrato di entrare in un incubo. Scritte a lettere cubitali con vernice nera su tutti i muri, come ‘assassini’, ‘basta uccidere’. E poi più volte la scritta ALF. Chi ha fatto questo si è firmato con la sigla di quelli che per me sono estremisti. Fossero state solo le scritte, quelle le avremmo cancellate, ma hanno distrutto tutto. Dentro la casa non hanno lasciato nulla di integro, in più gli scuri del piano terra sono stati sigillati con la schiuma di poliuretano. Quando sono arrivato la porta d’ingresso era aperta – racconta –: sono entrato e non potevo credere ai miei occhi. A quel punto ho chiamato immediatamente i carabinieri, che in pochi minuti sono arrivati a fare un sopralluogo e come federazione abbiamo sporto denuncia».

I vandali animalisti per entrare hanno sfondato una finestra murata della parte posteriore della casa, dove nessuno poteva vederli. Una volta entrati non hanno lasciato nulla di integro: hanno spaccato i sanitari del bagno, i tavoli, gli elettrodomestici della cucina, il televisore, hanno imbrattato il quadro del pittore Franco Del Greco che arricchiva la cappa del grande camino utilizzato per arrostire i cibi. Hanno anche danneggiato le tubature, buttato sull’aia la macchinetta del caffè, imbrattato tutto, hanno versato ovunque barattoli di vernice e imbrattato la foto di gruppo di chi frequenta la casa di caccia, intitolata «Gli irriducibili della casa di caccia di Lagosanto». I carabinieri hanno anche richiesto di visionare le telecamere di videosorveglianza installate in un vicino magazzino agricolo in realtà chiuso per il periodo invernale, ma il sistema sarebbe attivo.”

Original post A.L.F. distrugge una casa di caccia

 

Che dire? Anche questo è opposizione ad un sistema di potere che sfrutta ed uccide. Il vandalismo è condannato dalla legge di uno Stato specista che utilizza ipocritamente risorse infinite per finanziare lo sfruttamento animale. Se questo episodio rappresenta un “attentato”…cosa sono le uccisioni legalizzate?

 

Cosa è l’A.L.F.

L’Animal Liberation Front (ALF) o Fronte di Liberazione Animale (FLA) nella sua versione italiana, consiste di gruppi autonomi di persone che in tutto il mondo eseguono azioni seguendo le linee guida.
Questi gruppi vengono chiamati cellule, che variano da un individuo a molte persone che lavorano insieme. Gli attivisti in una cellula non conoscono quelli di altre cellule
perché rimangono anonimi. Questo li aiuta a rimanere sconosciuti, a non coinvolgere troppe persone in caso di arresti o di persone che disgraziatamente cominciano a collaborare dopo un arresto, rimanendo dunque liberi di continuare ad agire.
Siccome non esiste una organizzazione centrale o un modo per iscriversi all’ALF, le persone si muovono solamente in base alla loro coscienza personale o alle decisioni della cellula con cui lavorano. L’ALF ha una struttura non gerarchica, in modo che ogni individuo che fa un azione ha il pieno controllo delle sue scelte e del suo destino.Ogni azione che segue le linee guida può essere considerata un’azione del’ALF.
I sabotaggi economici e il danneggiamento della proprietà privata sono considerate azioni ALF, così come lo sono le liberazioni degli animali.Siccome non c’è un modo per contattare l’ALF, perché l’ALF è solo un’idea e non una organizzazione, sta ad ognuno di voi decidere se prendere la responsabilità di lottare per fermare lo sfruttamento degli animali.
Un attivista arrestato per azioni ALF ha detto:
“quando vedi le immagini di un liberatore mascherato, smetti di chiederti chi potrebbe essere e comincia a guardare nello specchio!”
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Riconosci nell’animale un soggetto, non un oggetto?
Allora sii coerente,
non domandare “che cosa” mangiamo oggi,
ma “chi” mangiamo oggi.
(Charlotte Probst) 
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Dove sono i vegani?


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Siamo davvero sicuri del cambiamento in atto? Forse è il caso di fermarci un attimo e riflettere.

 

Nel creare e condividere la petizione contro l’acquario della trasmissione ”Che tempo che fa” ho incontrato non pochi problemi: offese ”da e verso” i vegani, commenti spregevoli, negazioni…ma soprattutto rifiuti e silenzi da parte delle principali associazioni animaliste. Le conosciamo tutte ed é inutile elencarle qui. Come non serve spiegare come mai i giornali non ne hanno parlato a sufficienza (sono solo Pesci chiusi in un recipiente, non fa notizia).
É molto deludente e soprattutto preoccupante la scarsa unione tra i vari esponenti della lotta antispecista, quasi dovesse essere una gara a chi é più vegano, o chi é più famoso di ”like”. Come sempre si perde di vista il vero obiettivo in causa: gli Animali.
I Pesci detenuti nello studio Rai non torneranno mai in libertà, anche se le proteste avranno grande riscontro. Ma cercare almeno di scuotere l’opinione pubblica su un fatto così usuale, ma moralmente deplorevole, é già una mezza vittoria.
É ridicolo e deprimente creare attrito ed antipatia tra chi invece dovrebbe diffondere azioni mirate a salvaguardare le vere vittime dello specismo. Non é una guerra tra ”i vegani e il resto del mondo”, né io voglio attaccare personalmente il sig. Fazio perché nega l’evidenza dei fatti. Per carità, lui sa di essere nel giusto perché la legge lo tutela. Non esiste infatti un solo reato a carico di chi imprigiona gli Animali negli acquari, nei circhi, negli zoo…ed anche nelle nostre case. Lo Stato lo permette, e di conseguenza nessuno si pone il problema della liberazione.


Non aiutarsi quindi nella causa, perseguendo invece interessi personali ricchi di egocentrismo, é un grave danno per il veganismo. Non meravigliamoci dunque se, almeno in Italia, non stia facendo progressi sostanziali. La ragione é da ricercare nei vari gruppi distaccati e lontani tra di loro. Ed ecco perché siamo tristemente ridicolizzati come ottusi rompiballe, o come degli incapaci fuori di testa che sparano teorie strampalate. Non ci sono linee guide, e non esiste un grande movimento di riferimento. Solo quattro sparuti che non riescono neanche a fare coesione tra di loro. É un vero peccato, anche perché in questo modo non si puó pretendere che altri abbandonino la carne. Così facendo si sentiranno ancor più legittimati a non farlo ed anzi…a perseverare nell’indigestione!

 

 

Per chi volesse firmare e condividere la petizione:

Via i Pesci dall’acquario di “Che tempo che fa”.

Petizione · Direttore Rai 1 Angelo Teodoli- Via i Pesci dall'acquario di -Che tempo che fa-. @fabfazio · Change.org.clipular

 

 

 

Pollo 100% italiano


“Pollo 100% italiano: questo si legge sulle confezioni dei grandi marchi nei supermercati, come se il Made in Italy fosse sinonimo di qualità e motivo di orgoglio.
Noi di Animal Equality abbiamo deciso di visitare personalmente gli allevamenti e i macelli che riforniscono i più grandi produttori di carne di pollo del nostro paese.
Le immagini documentate dai nostri investigatori dimostrano come la realtà si discosti enormemente dalle menzogne raccontate nelle pubblicità: una realtà desolante, fatta di violenza istituzionalizzata e totale disprezzo per la vita.
Le scene filmate non rappresentano casi isolati. Tutt’altro: queste sono le deplorevoli condizioni di vita del 95% dei polli che finiscono ogni anno sulle tavole degli italiani.

In Italia si macella quasi mezzo miliardo di polli ogni anno. Un numero sconvolgente.
Dal momento in cui nascono al momento della macellazione, questi animali sono trattati come parti inanimate di una catena di montaggio e anche le più elementari norme europee per il benessere animale sono quotidianamente infrante.
Tutto ciò è intollerabile. Non possiamo permettere che milioni di animali vivano così atrocemente nell’indifferenza di tutti.”

 

Fonte Animal Equality

(Animal Equality è un’organizzazione internazionale per i Diritti Animali fondata nel 2006. In Italia opera come associazione non profit iscritta al Registro Regionale delle Organizzazioni di Volontariato della Lombardia (iscrizione MI-816), pertanto onlus di diritto secondo l’Art. 10, c 8, DLgs 460/97.)

Vietato frustare i Cavalli


 

 

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Di Annamaria Manzoni:

“VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia. La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno,  perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno  quando e quanto forte,  punisce un peccato non commesso. Come è il veganesimo a illuminare il carnismo, vale a dire non si prende atto della relatività di una scelta fino a quando si viene posti davanti alla prova provata della possibilità di una scelta di segno opposto, allo stesso modo il divieto di colpire i cavalli induce a giudicare in modo diverso l’abitudine a frustare, talmente diffusa nel mondo dell’ippica da non fare notizia, da passare inosservata. La frusta è considerata un  accessorio obbligato dell’abbigliamento di ogni fantino, non tanto diversa da stivali e berretto; trasformata addirittura in oggetto elegante, tanto che l’industria ne offre di tutti i generi e di tutti i tipi, con graziosi manici antiscivolo, di alta qualità ma anche in versione economica per porli democraticamente alla portata del portafoglio di chiunque. I modelli sono sempre più evoluti, perché l’origine è antica, ma i tempi richiedono prestazioni più adeguate, vale a dire devono consentire di fare del male al punto giusto e con la raffinatezza che gli stilisti del settore, esonerati anche loro da considerazioni etiche, rendono possibile. Le fruste per altro possono anche alternarsi ai nerbi di bue (o ai nerbi fatti con il pene di toro! ), come si fa per il Palio di Siena: niente di nuovo; in fondo anche la Gestapo li aveva in dotazione, e, se le notizie della rete sono esatte, in qualche stato centro e sudamericano, quali Guatemala e Colombia, normalmente non citati tra i campioni del rispetto per i diritti umani,  l’uso è anche destinato a sedare riottosità domestiche. La frusta è appendice all’equipaggiamento ippico persino di bambini alle prime armi (mai espressione fu più centrata): gliela si consegna, certo di dimensioni adeguate alle loro manine, non appena si avvicinano all’equitazione, così li si fanno sentire orgogliosi e anche (pre)potenti perché percepiscono trattarsi di uno strumento in grado di  conferire uno status, uno status dominante: conferisce un senso di forza e importanza, con la benedizione di mamma e papà. Ecco, la decisione presa a Montechiarugolo poggia sulla convinzione che uno strumento di costrizione non può essere considerato normale, naturale e necessario, non deve essere regolamentato, ma proibito perché crudele. L’input a questa visione delle cose, racconta Lorenzo Morini (uno dei gestori dell’ippodromo, che da due anni si batte per un disegno di legge che ne bandisca definitivamente l’uso), è nato nell’osservare la reazione dei bambini che, a lato delle piste, si rifiutavano di guardare: “Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”, dice. Non si può che  concordare con lui e contestualmente, pur nella soddisfazione per l’insight cognitivo, chiedersi come ad oggi, pressochè dovunque, lo si consideri invece proprio un bello spettacolo, uno di quelli da  incitare con urla entusiastiche, da osservare con il cannocchiale per non perdersi i particolari. Quella dei cavalli frustati è realtà, norma, spettacolo: incapace di urtare la sensibilità di  scommettitori obnubilati da puntate rovinose, ma neppure spettatori bighellonanti nell’ ozio domenicale, e tanto meno gentili signore e signorine in guanti bianchi e cappellini d’ordinanza sui prati inglesi o decisamente più casual su quelli di altri paesi. Infierire su animali impossibilitati a difendersi, frustandoli a dismisura, è ancora oggi non spettacolo per persone rudi e rovinate  dal vizio, ma sport of the kings: regale, illustre, nobile. Ancora una volta è la narrazione a farla da padrona: la realtà, che è sotto gli occhi di tutti, viene mistificata, diversamente raccontata, inserita in altra cornice cognitiva. Nella retorica giornalistica e nella percezione del pubblico, i cavalli non corrono perché, fustigati, tentano disperatamente di sottrarsi al dolore, ma sono purosangue (ma  mezzosangue, fa lo stesso) slanciati verso un trionfo da loro stessi ambito; morsi, paraocchi, briglie, redini, speroni non sono stigmatizzabili mezzi di contenzione e tortura, ma trasparenti, invisibili accessori d’ordinanza. Qualcosa non torna: o meglio,  torna solo in riferimento  a quei meccanismi di cui la nostra mente sa servirsi così bene al fine di proteggerci nel nostro quieto vivere. L’idea che ci facciamo delle cose non è frutto della realtà percepita, qui ed ora; si forma invece e poi  si sedimenta sulle convinzioni del contesto culturale di appartenenza, per distorte che siano. Aderiamo alle idee, ai modi di vedere che sono quelli del nostro ambiente o gruppo sociale, lo facciamo senza accendere la capacità di critica, attraverso i pre-giudizi, aderendo acriticamente all’interpretazione e alla codificazione della realtà che altri hanno dato prima di noi e che si è diffusa come fosse verità. Siamo convinti di avere un punto di vista e invece lo confondiamo con lo stato delle cose, con il punto di vista della maggioranza che ci influenza e dirige i nostri comportamenti verso quella che è una norma condivisa. Insomma, vogliamo essere rassicurati che tutto vada bene, che il mondo in cui viviamo è giusto, e così ci muoviamo avvolti nella cortina fumogena delle idee che sono dominanti nel contesto in cui viviamo. Si tratta di meccanismi potenti e prepotenti, tali da indurre una mistificazione della realtà altrimenti inspiegabile. Nulla però è statico: dal magma in movimento in cui ci sentiamo protetti, qualcosa sfugge, è una pulsione verso la verità, verso la de-mistificazione, la de-costruzione della falsificazione in atto. Il demiurgo prende le sembianze del rivoluzionario di turno, spinto a rivoltare il mondo dall’urgenza di verità e giustizia, ma anche solo del riformatore, che si materializza spesso grazie ad un clima culturale circostante in evoluzione, all’interno del quale alcuni comportamenti appaiono del tutto anacronistici, distonici rispetto a nuovi pensieri e nuove sensibilità. Nello specifico della situazione in oggetto, il divieto di frustare i cavalli è una proposta timida, non è un cambiamento epocale, figlio di un’esigenza profonda di rispetto verso  animali sfruttati e del desiderio di rendere loro la dignità: se così fosse, saremmo qui a parlare della fine stessa delle corse: tout court.  E’ comunque  un imprescindibile iniziale passo che prende l’avvio dalla consapevolezza della attuale diffusa connivenza con  un mondo costruito su intollerabili forme di sfruttamento e crudeltà. E’ interessante anche che l’input a tale demistificazione sia arrivato, come ha testimoniato Lorenzo Morini, dall’atteggiamento di insofferenza  dei bambini all’infierire degli uomini sui cavalli: non ancora coinvolti nel processo di mistificazione,  loro sì che possono giudicare la realtà con i propri occhi, dare diritto di cittadinanza a sensazioni ed emozioni, e molto banalmente considerare insopportabile che i cavalli vengano frustati: giusto in tempo, prima che subentri l’incorporazione del loro pensiero in quello dominante. Apprezzabile ci sia stato chi, osservandoli, ha colto e accolto il loro messaggio, dando il via ad un processo di demistificazione di una semplicità disarmante: le frustate fanno male, le frustate sono crudeli, le frustate sono ingiuste. Il fatto che siano inferte da sempre, lungi dall’offrire  giustificazioni, è se mai atto di accusa potente nei confronti della nostra specie, che, come con infinite altre nefandezze, ci convive non da secoli, ma da millenni, imperturbabile davanti alla sua realtà, e anche alla sua rappresentazione: persino  Ben Hur, che dagli schermi del  colosso cinematografico del 1959  fustigava forsennatamente i cavalli della sua quadriga per dodici interminabili minuti,   ha riscosso  entusiasmo filmico per il suo altissimo tasso spettacolare, meritevole di undici  Oscar, ma non risulta abbia suscitato nessuno sdegno che fosse ante litteram “animalista”. Infierire sui cavalli è azione ripugnante, è causa del loro inascoltato dolore. Ma  è anche altro: l’abitudine alla violenza comporta desensibilizzazione,  assuefazione e dipendenza: l’autorizzazione, anzi il diktat all’uso della frusta per addestrarli, ridurli all’obbedienza,  spingerli oltre i loro limiti, è talmente intrusivo nelle abitudini dei perpetratori, che finisce per abbattere i freni inibitori, si autoalimenta, si espande, dilaga. La dinamica è attestata dal fatto che è stato necessario introdurre  normative, per porre limiti esterni, in drammatica assenza di quelli interni, psicologici e morali, in sintonia con il clima culturale di ogni contesto: secondo una regolamentazione, il cui cinismo si commenta da solo, Italia, Inghilterra, Germania consentono che siano inferti ad un cavallo 7 colpi di frusta ogni 500 metri; la Francia, più comprensiva, ne ammette 10; Usa e Giappone, campioni di libertà civili, si affidano alla libera iniziativa personale e non pongono limite al libero sfogo degli impulsi umani, senza remore né fastidiosi deterrenti legali. Le limitazioni sono in genere mal sopportate e non mancano certo infrazioni, anche illustri: un fantino di grande fama, Frankie Dettori,  nel 2007 aveva un po’ esagerato ed è stato punito (tranquilli: 14 giorni di sospensione e poi tutto come prima) per avere inflitto la bellezza di 25 frustate al “suo” cavallo, quello che amava tanto, reo di non correre come lui voleva: un po’ troppe per i severi giudici, non per lui, che, intervistato, ha sostenuto avere fatto ciò che era giusto, con  colpi che travalicavano anche il limite del braccio che non avrebbe dovuto alzarsi oltre la spalla, per limitarne la violenza. Bazzecole, incapaci di modificare le sue radicate convinzioni. Che dire? Successive condanne allo stesso Dettori per uso di coca qualcosa dicono rispetto al suo  controllo degli impulsi. Neppure una leggenda dell’ippica, quale Varenne, forte di un mito mondiale costruito sui suoi successi, ha potuto sottrarsi alle frustate: quando età, stanchezza, sfiancatezza gli hanno fatto correre una corsa deludente, beh come poteva mai reagire il suo driver Giampaolo Minucci se non frustandolo? Certo, finchè le cose erano andate bene, se ne era astenuto, ma insomma, un po’ di comprensione: quando ci vuole ci vuole. Beninteso nei limiti legali. Un pensiero immenso, per concludere, a Tornasol,il cavallo che in diretta televisiva ha detto NO all’imposizione di correre, lì sulla mitica Piazza del Campo di Siena, dove, sotto il sole cocente del 2 di luglio, per 90 interminabili minuti teletrasmessi ha opposto la sua determinata opposizione al volere umano: a Trecciolino, il suo fantino (al secolo Luigi Bruschelli, per altro attualmente sotto inchiesta per maltrattamenti) che, incredulo, agitava il suo nerbo (di ordinanza appunto), ha risposto con sgroppate e sbuffi, e ha mostrato ad un’Italia basita la rappresentazione equina della disobbedienza civile, non violenta, ma decisa e vincente. Bello e orgoglioso, anzi no: bella e orgogliosa perché Tornasol è una femmina, ha semplicemente e coraggiosamente detto NO. E quale che sia stata la spinta che l’ha indotta a tanto, è assurta ad eroina, paladina degli oppressi della sua specie, fiera . I veterinari, che, esausti, hanno alla fine diagnosticato un “alterato stato fisico” nonché “attacchi di panico”, tanto ricordano quegli psichiatri che, in tempi non così lontani hanno racchiuso, prima ancora che nelle camicie di forza, in una diagnosi svilente la ribellione di tanti infelici ad uno stato delle cose intollerabile. Onore a Tornasol, allora, e a tutti coloro che imboccano strade che gli altri non sanno neppure vedere.”

Pubblicato anche su www.lindro.it

 

Original post VIETATO FRUSTARE I CAVALLI

 

>>>ANSA/ PALIO: A SIENA LA CARRERA DELL'ASSUNTA

“Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”. Che dire? Cara Annamaria Manzoni​ probabilmente per Noi che abbiamo una maggiore sensibilità la cosa è normale e ben recepita! Ma lo stesso non è per una società votata alla violenza e al raggiungimento del profitto ad ogni costo. E’ così da sempre, ed ancora oggi…in un presente avvolto da tremende atrocità troppo spesso accettate, abilmente mistificate, ritenute giuste ed ammissibili. Del resto la mercificazione è frutto di congetture e strategie mirate ad ottenere cospicui fatturati aziendali, enormi stimoli alla Crescita smisurata di una economia psicotica. Il PIL è anche questo: settore ippico. Ben vengano quindi le timide manifestazioni di compassione, forse non rappresentative di una pura consapevolezza…ma pur sempre stimolanti alla rottura del sistema. I bambini insegnano ai più impassibili perchè sono naturalmente ricchi d’empatia e non ancora inculcati verso la strategia dominante del potere.

Perchè non partire da questo?

 

Foto in alto Cavallo da Dressage

Foto in basso una gara da Palio