Credere, obbedire, gattini


Da Veganzetta.org:

““Credere, obbedire, gattini” è il titolo di un articolo a firma di Lorenzo Bagnoli pubblicato sulla rivista online The Vision.L’autore tratta un argomento che purtroppo è innegabilmente di grande attualità: la proliferazione – nella società italiana e non solo – di gruppi di estrema destra in ambito animalista.
Nell’ormai lontano 2010 pubblicammo un dossier dal titolo “Antispecisti di destra? nel quale si esaminava il preoccupante fenomeno delle infiltrazioni di realtà legate direttamente o indirettamente all’estrema destra nell’ambiente animalista, vegano e addirittura antispecista.
La situazione da allora è cambiata ma, come si potrà notare, in peggio. Il testo di The Vision cita il nostro dossier e ne riprende alcuni passi, per poi riportare notizie di cronaca, dichiarazioni sui social network, articolo pubblicati su siti internet e giornali, nel tentativo di analizzare lo stato dei fatti. L’articolo in questione – seppur in modo a volte superficiale – ha il pregio di evidenziare alcune delle numerose – e recenti – connessioni tra il “variegato” mondo animalista e singoli o gruppi riconducibili ad ambienti fascisti, tutti legati dallo stesso approccio che pare ripetersi come un mantra: la politica non c’entra nulla con gli Animali. Ciò nella più totale e colpevole indifferenza o addirittura con il benestare (per misantropia, per tentazioni autoritarie o per altri motivi) di molte attiviste e attivisti.
Considerando la situazione attuale si deduce che l’ambiente animalista e vegano in generale sono contraddistinti da una sconfortante ignoranza che genera (nella migliore delle ipotesi) mancanza di basi teoriche e pertanto di consapevolezza e capacità critica. Tali gravi mancanze sono il motivo dell’estrema facilità con cui coloro che (da destra) tentano di infiltrarsi nell’animalismo riescono nel loro intento: è sufficiente fare leva su un’incomprensione di fondo (derivante dall’ignoranza di cui sopra) di ciò che è realmente la prassi politica dichiarandosi  “apolitici”, per ottenere il risultato voluto.
Il problema è serio, per quanto ancora si vorrà ignorarlo?”

Annunci

“fagli vedere come si uccide una Nutria”


Nutria-orange.JPG

Da Veganzetta.org

“Un video di una violenza terribile sull’uccisione di una famiglia di Nutrie avvenuta nella campagna veneta, ricevuto dai volontari OIPA di Treviso e diffuso dal quotidiano onlineTrevisotoday. Badili, bastoni, Cani addestrati, il tutto per stanare e massacrare degli Animali contro i quali da anni è stata scatenata una guerra feroce senza precedenti. Un massacro a cui ha assistito anche un bambino per “vedere come si uccide una Nutria”.
La Regione Veneto ha “formato” ben 20.000 cacciatori e stanziato 250.000 euro di denaro pubblico, per un programma inutile e sanguinario di eliminazione fisica delle Nutrie dal territorio. Un assassinio legalizzato di Animali considerati dannosi da media e opinione pubblica, probabilmente per questo motivo gli individui protagonisti della mattanza del video si sentono legittimati, tanto da divulgarlo loro stessi.  Stanare e ammazzare a bastonate una famiglia di Nutrie con una crudeltà indicibile, aizzare dei Cani mettendo a rischio la loro vita a causa della difesa disperata delle Nutrie, far assistere un bambino alla scena per “educarlo” a come si trattano gli Animali selvatici, pare essere un’efficace valvola di sfogo delle pulsioni sanguinarie e patologiche di molti individui, che lungi dall’essere casi isolati, tentano anche di formare alle stesse pratiche le giovani generazioni.”

(attenzione: immagini violente)

http://www.trevisotoday.it/video/nutria-ammazzata-treviso-2-dicembre-2017.html

 

Original post Video: “fagli vedere come si uccide una Nutria”

 

 

La violenza fa parte della natura Umana, ciò è imprescindibile ma soprattutto non si può sottovalutare.
Da questo presupposto parte ogni sfruttamento riconducibile alla sofferenza altrui…Umana e quindi anche Animale. Se si riesce a concepire questo paradigma (pur altamente negativo) allora può essere ben chiara l’attuale situazione, ovvero il genocidio di miliardi di esseri viventi.

Zoopticon


leoni-in-gabbia-e1510051865780

Da Veganzetta:

Elaborazione del discorso letto da Francesco Cortonesi in occasione della manifestazione svoltasi a Roma il 16 settembre 2017 per la Giornata Mondiale per la Fine dello Specismo.

L’antispecismo è un movimento rivoluzionario che vuole mostrare ciò che pur essendo davanti ai nostri occhi viene abilmente nascosto da una società basata sul dominio. Un dominio subdolo che a sua volta viene occultato da una moltitudine di parole come “libertà”, “uguaglianza”, “solidarietà”, “fratellanza” usate impropriamente dal potere costituito come dei paraventi per rendere eticamente accettabile ciò che non lo è. La reclusione, proposta come forma positiva di controllo, strutturata secondo una precisa divisione spaziale trova nel Panopticon, la grande struttura utopica della fine del Settecento che Jeremy Bentham aveva immaginato, la figura architettonica ideale, riproducibile, a seconda delle esigenze, in forme perfettamente integrabili e accettabili nella società che ci avvolge.

Il suo effetto principale è indurre nel detenuto una coscienza del proprio stato di visibilità che assicurerebbe il funzionamento automatico del potere. Per Bentham il potere doveva essere visibile e al contempo inverificabile. Non sono più necessari strumenti coercitivi estremi come le catene, gli spazi totalmente ristretti, la violenza continua per ridurre alla docilità. Il detenuto deve percepire una parvenza di libertà all’interno dello spazio limitato e per far questo tutto quello che serve è che le separazioni siano nette e le aperture che permettono visibilità e controllo ben disposte. In poche parole, con il modello Panopticon la prigionia assume un’altra forma: non più coercizione estrema e punizione, ma controllo e osservazione.

Non è un caso che questa nuova forma di prigionia, in grado di alleviare il potere dalle sue pesantezze fisiche peraltro anche costose, che richiedevano un alto numero di controllori disposti a soggiogare personalmente i detenuti mediante catene e violenza necessaria a garantire la punizione, venne ideata quasi sicuramente partendo dal serraglio che Le Vau aveva costruito a Versailles per il Re di Francia Luigi XIV in modo che lui potesse osservare in tutta sicurezza numerose specie di animali esotici direttamente dal suo salone, avendo l’impressione di osservare questi animali nel loro ambiente naturale e non in un giardino perfettamente organizzato nel cuore della Francia.

Il Panopticon è il serraglio del Re.
Il serraglio del Re è il Panopticon.

Animali umani e non umani sono i protagonisti reclusi di questa nuova forma di controllo. Il detenuto, che sia un essere umano o una giraffa, vive la sua limitazione non in funzione di un qualche progetto di recupero, ma esclusivamente per essere osservato e controllato.
Prigioni e zoo hanno molto in comune.
Volendo si può ipotizzare una variazione sul tema del panottico e azzardare un neologismo: lo “Zoo-opticon”. Nonostante sia apparentemente in crescita il numero di persone umane che si dichiarano contrarie agli zoo, ancora oggi anche in ambito antispecista, vengono relativamente presi in considerazione, del resto il proliferare degli zoo di nuova concezione, bioparchi e zoo safari per intendersi, induce l’idea che le tanto sbandierate parole chiave come “conservazione”, “protezione” e “educazione”, riferite alla missione che gli zoo stessi si attribuiscono, siano finalmente sul punto di avverarsi. Così ancora una volta, il potere costituito nei confronti degli altri Animali reinventandosi a parole e riorganizzando gli spazi proprio come i principi alla base del modello del Panopticon suggerivano e consigliavano, si occulta di nuovo.

Come il nuovo modello di prigione immaginato Bentham si scagliava con forza contro la vecchia concezione della “casa di correzione” con la sua struttura a fortezza, così lo Zoo-opticon si scaglia contro lo zoo classico, sfruttando il favore della percezione che offre la sua nuova organizzazione degli spazi, peraltro più estetica che reale, cercando di convincere che la limitazione della libertà sia ora da leggere in ottica esclusivamente positiva e che un Leone finalmente libero da catene e recluso in mezzo ettaro di terreno verde e perfettamente organizzato, sia finalmente un Leone felice. In apparenza il principio del nuovo zoo non può che essere considerato apprezzabile all’interno della società dello spettacolo: rendere visibile e accessibile a una moltitudine di Umani il non facilmente visibile. Ridotto ai minimi termini significa “mostrare a tutti un piccolo numero di oggetti”.
E tanto meglio se questi oggetti sono esseri viventi provenienti da paesi lontani e costosi da raggiungere.

Alcune persone umane che regolarmente frequentano zoo, percepiscono la reclusione ma solo in virtù dell’ambiente ristretto. Non si pongono cioè il problema della limitazione della libertà ma esclusivamente quello delle condizioni di reclusione. Quindi così come esiste l’idea della “carne felice”, ovvero che uccidere e mangiare Animali allevati al di fuori degli allevamenti intensivi e che abbiano trascorso la loro estremamente ridotta esistenza all’aperto sia etico e auspicabile, così esiste l’idea del “detenuto felice” che lo Zoo-opticon propone al visitatore.

Lo zoo di fatto ripropone il modello della prigione e come la prigione ci appare la forma più civilizzata di tutte le pene, così lo zoo ci vuole apparire come la forma più civilizzata della conservazione della Natura. A questo servono i tanti cartelli informativi che annunciano ai visitatori progetti, spesso inverificabili, di supporto alla Natura e agli Animali: a sostenere cioè che la detenzione che ci troviamo davanti non può essere confusa con la semplice privazione della libertà, ma come forma di conoscenza del detenuto, della sua condotta, delle sue necessità rendendo così i dominati collaboratori apparenti dei dominatori, cosa particolarmente apprezzata da chi gestisce il potere. Naturalmente non si può chiedere al detenuto dello zoo cosa ne pensa di tutto questo.

La macchina specista che costituisce la nostra società, nel caso dello Zoo-opticon offre un ulteriore aggancio: l’Animale può essere recluso senza aver compiuto alcun reato, semplicemente in virtù della sua presunta inferiorità nei confronti dell’Umano che ha tutto il diritto di stabilire cosa farne di lui. L’incasellamento nelle gabbie senza sbarre, la catalogazione della specie e la generalizzazione dello stato di conservazione sono tutto quello che c’è da fare e sapere a riguardo. Negli zoo non si racconta mai la storia dell’individuo se non raramente in funzione di un possibile incremento di interesse del visitatore che naturalmente coincide con un incremento economico. Non si racconta la storia di Pippo, l’Ippopotamo femmina che da 35 anni vive in un piccolo recinto dello zoo di Falconara, non la storia Bruno l’Orso regalato nel 1977 dall’Unione Sovietica allo zoo di Cavriglia per celebrare il ricordo di un partigiano caduto durante la Seconda Guerra Mondiale, non la storia di Riù, il Gorilla recluso nello zoo di Fasano che passa le sue giornate davanti a una televisione posta all’interno della sua gabbia, si parla di Ippopotami, Orsi e Gorilla come se fossero ambasciatori volontari, intenzionati a restare anonimi, della loro specie. Lo Zoo-opticon reclude e spersonalizza senza che il visitatore se ne accorga.

Il compito del movimento antispecista è anche quello di smantellare le sue strutture segreganti come gli zoo in ogni loro forma e variante. L’idea dello zoo è senza dubbio un modo economicamente vantaggioso per proporre una parvenza di soluzione allo stermino di milioni di Animali e l’estinzione di numerose specie che noi stessi stiamo perpetrando. Il nostro compito è quello di ripensarsi da cima a fondo, di proporre una visione politica nuova che prenda in considerazione l’animalità che svuoti la società della disumanità segregante e incasellante che la logica economica ci impone. Abbiamo ancora speranza, ma dobbiamo coglierla adesso.”

Francesco Cortonesi

Original post Zoopticon

Imposizione vaccinale


John Holcraft (35).jpg

I vaccini sono un obbligo imposto dalle istituzioni, e di riflesso dalle case farmaceutiche per garantire il diritto al profitto corporativo. E’ pur vero che anche 40 anni addietro esistevano tali vaccinazioni, ma ciò non significa che siano giuste ed utili a non diffondere epidemie. Si dice da anni che molte malattie sono state debellate proprio grazie ai vaccini, ma in realtà non è così…anzi nuovi ceppi virali sono presenti ed altri arriveranno sempre e comunque per garantire il raggiungimento di un obiettivo capitalista. Peggio se molti ritengono, erroneamente, che la diffusione di presunte malattie sia causata da un afflusso esagerato di migranti (vedi ultimo caso di malaria). I motivi per cui avvengono tali episodi, pur terribili, sono da ricercare altrove e in altri ambiti. Purtroppo la strumentalizzazione con cui i mezzi d’informazione intendono fare notizia è ormai quotidiana e su ogni fronte. Non esiste più, o poco, il diritto alla libera informazione anche e soprattutto con l’avvento delle web-news, sempre più infondate e troppo veloci per essere verificate e discusse. Questo è un grave danno che si ripercuote su tutta la collettività, ed in misura ridotta su gli stessi autori di tali scempi scandalistici che perdono quindi ogni credibilità. E’ pur vero che gli utenti finali si preoccupano solamente di creare scalpore ed audience personale, quindi è ovvio e scontato che si arrivasse a questo. Del resto la generazione dei social-network è viva e vegeta proprio grazie al “fake” e a tutto ciò che ne consegue. Quindi…perchè contraddirla ufficialmente?

Di seguito un acuta riflessione su ciò che riguarda l’attuale vaccinazione obbligatoria nata e concepita grazie ad un allarmismo sconsiderato frutto di strategie ben mirate a creare profitto opportunista. Peccato che le vittime di tale scempio commerciale siano ignari e purtroppo innocenti!

Di Adriano Fragano

“Non voglio entrare in merito alla questione vaccini perché è stato detto davvero di tutto, vorrei solo fare una semplice considerazione sulla presunta situazione di “libertà” in cui viviamo. La nostra società ci impone un numero infinito di costrizioni di vario genere, ma le più pesanti e intollerabili – a mio avviso – sono quelle che hanno a che fare con il controllo dei corpi. Quello della campagna forzata di vaccinazione è un esempio lampante: nel nostro Paese non è possibile realmente capire (e tantomeno decidere) cosa iniettare nel nostro corpo, pena l’esclusione da un presunto diritto che però è in realtà un altro obbligo: quello della scolarizzazione e in definitiva dell’inclusione sociale.
I vaccini coatti si collegano con un’altra enorme ingiustizia che riguarda la legittima gestione del nostro corpo (sono solo due esempi ma in realtà ce ne sarebbero davvero molti altri), quella del divieto di decidere quando porre fine alla nostra esistenza. Con questi due esempi si chiude un cerchio di controllo biologico degli individui che parte dalla nascita (vaccinazione) e termina con l’ultimo giorno di vita.
Tali considerazioni sono ovviamente scontate, ma forse sono utili per comprendere in che situazione ci muoviamo anche in relazione alla lotta per le libertà degli altri Animali che sempre più pare essere una finestra aperta sul futuro degli individui della nostra specie.”

 

Foto di John Holcroft

 

La donna lunga


La-donna-lunga-foto-2-e1500116977989.jpg

Da Veganzetta.org:

“Questo racconto è ispirato a fatti realmente accaduti. In effetti la leggenda della Donna Lunga esiste davvero e in Toscana è abbastanza nota. Ce ne sono numerose versioni; quella che presento in questo racconto è la mia preferita. Naturalmente anche gli incidenti di caccia esistono davvero. In Italia molte persone, nel corso dell’anno, perdono la vita nei boschi, lasciando nel dolore intere famiglie. Che senso ha tutto questo? Cosa ci può essere di piacevole nell’uccidere Animali che se ne stanno tranquillamente nel bosco a farsi gli affari loro e contemporaneamente rischiare di essere uccisi da qualche altro cacciatore? Ad ogni modo La Donna Lunga è anche una storia di fantasmi, e in particolar modo del fantasma di Bambi che torna per prendersi la vendetta…

La donna lunga

“Nel cielo si sente il gracchiare dei corvi. La strada è interrotta. La tua storia sta per cadere. Stai. Per sapere. Cosa si prova“
Henry Ginsberg – Battuta di caccia

Luce
Mi sveglio.
Anna ancora dorme. La bacio.
Le preparo la colazione.
Partiamo per lo chalet. Voglio andare a caccia dico, voglio andare a caccia con tutto che non sono mai andato a caccia se non da bambino quando mi ci portava mio nonno di nascosto. I miei non volevano che andassi nei boschi con gente armata fino ai denti che non si faceva mai mancare un goccetto, dico.
La neve si sta sciogliendo e sui bordi della strada è tutto una poltiglia marrone che sembra nocciola. Anna si toglie le scarpe e si massaggia un piede. Non indossa i collant neppure in pieno inverno. Dice che non sopporta di sentire le gambe inguainate e che una donna per essere attraente deve avere le gambe nude. Mano a mano che saliamo incrociamo sempre meno macchine. A una ventina di chilometri dallo chalet siamo soli nella strada che s’inoltra nei boschi di betulle. Improvvisamente da un sentiero del bosco esce una vecchia. E’ una donna alta, molto alta ricurva, si appoggia a un bastone, Cammina scalza. Si avvia sul margine della carreggiata. La strada è ormai sterrata. Fredda. Ehi guarda quella, dice Anna. Proprio come te, dico io, sfiorandole la coscia nuda e sorridendo. La donna ci guarda mentre le passiamo accanto. Anna le fa un cenno con la mano. Lei risponde al saluto. La baita è al centro di una specie di radura. E’ di legno e con il tetto a spiovente. Le persiane sono chiuse. Parcheggio la jeep nel retro. Vicino alla legnaia. Non vedo l’ora di mettermi davanti al camino, dice Anna mentre s’infila una scarpa e apre lo sportello. Entriamo e apriamo le finestre, lasciando entrare la luce del primo pomeriggio e qualche raggio di sole che filtra dalla boscaglia. Alzo il telefono e chiamo Bruno per dirgli che siamo arrivati. Il posto è magnifico, dico. Entro mezz’ora sarò bello che pronto per andare a stanare la preda dico. Arrivo, dice, ti passo a prendere. Bene, dico. Tornerò tardi dico a Anna, sei sicura di non voler venire? Certo, dice lei mentre gira la manopola della doccia. L’acqua scende forte come un acquazzone estivo. Ma non vedo l’ora che torni, dice Anna. Magari ti faccio una sorpresa, dice, mandandomi un bacio. Adoro le sorprese, dico sorridendo. Mi rendo conto ancora una volta di quanto la amo. Sicura di non aver paura? dico. Terrò le luci accese, risponde mentre tende una mano sotto il flusso d’acqua della doccia, aspettando che si faccia un po’ più calda. Poi si toglie l’accappatoio.
Entra nella cabina.
Perfetto, dico.
La luce accesa.

Fa freddo. Non è ancora il tramonto. Saliamo sull’altana e Bruno sguaina le carabine. Poi apriamo due sedie pieghevoli e ci sediamo Non dobbiamo far altro che aspettare un cazzo di Bambi, un cazzo di Bambi che cada in trappola dice Bruno, mentre si accende una sigaretta. Bambi? domando. Bruno fa un profondo tiro dalla sigaretta. Cartone animato del cazzo quello, hai presente no? Certo, dico, chi non conosce Bambi? Una stronzata totale di quegli animalisti del cazzo, lì a Hollywood. E’ un cartone animato per bambini, dico. E’ un cartone animato che fa passare i cacciatori come degli assassini, altroché. Bruno solleva la sua carabina e la punta verso le betulle, come un cecchino in attesa del nemico. Comunque devo ammettere che ho visto fare a questi animali cose incredibili dice Bruno, cose incredibili come se comprendessero il mondo, come se conoscessero il segreto della vita. Senti questa: è successa poco tempo fa. Eravamo in tre. Eravamo proprio da queste parti. Insomma, te la faccio breve, eravamo appena arrivati quando all’improvviso, ecco uscire un Bambi dal sottobosco. Perciò tiriamo subito fuori le carabine e cerchiamo di metterlo nel mirino. Dopo una manciata di secondi, lo inquadro e premo il grilletto, ma Bambi fa uno scarto improvviso e vedo saltare un pezzo di tronco giusto dove un istante prima era la sua testa. Fanculo, dico, mentre gli altri si mettono a ridere. Nel frattempo ovviamente Bambi è scomparso. Passa una decina di minuti ed eccolo di nuovo. Sempre lui. Quando hai passato anni a inquadrarli nel mirino, ti rendi conto che riconoscerli è facile. A questo punto gli altri neanche ci provano a prendere la mira perché hanno capito che ormai è una cosa fra lui e me. Fra me e lui. Puoi capirlo no? Certe volte diventa una questione personale. E così lo punto di nuovo. Ma questa volta aspetto. Aspetto per essere sicuro di non mancarlo e fare la figura dello scemo. Aspetto. E il Bambi viene avanti, deciso, un passo dopo l’altro, guardando dritto verso di noi, quasi volesse farci vedere di non avere paura. Naturalmente noi restiamo in silenzio. E lo guardiamo avanzare, tanto che a un certo punto arriva fin quasi sotto l’altana. Quel cazzo di Bambi mi sta sfidando a premere il grilletto, dico mentre continuo a tenerlo dentro al mirino. A un certo punto Bambi allunga il collo come se volesse salire sull’altana e a quel punto capisco che non posso più aspettare, lo spettacolo è finito. Premo il grilletto. La sua testa esplode e il Bambi si è schianta sull’erba come se qualcuno gli avesse improvvisamente sfilato la terra sotto i piedi.
Così, sbang. Accidenti, dico, mentre prendo una sigaretta. Aspetta, dice Bruno, ancora non ho finito. C’è dell’altro? domando mentre armeggio con l’accendino. Certo, senti un po’, a quel punto scendiamo giù dall’altana e andiamo a vedere com’è messo il nostro amico. Scendiamo e cosa troviamo? Cosa trovate? dico. Beh, niente. Non troviamo niente, dice Bruno. Cosa vuol dire che non trovate niente? Quello che ti ho detto. Bambi è come scomparso, capisci? Svanito. Bruno si prende un’altra sigaretta. Quindi non era morto? chiedo, mentre cerco un posto dove spegnere la sigaretta. Probabilmente, dice Bruno. Resta il fatto che non c’era più. Neppure una goccia di sangue.

Saliamo sulla jeep e prendiamo la via di casa. Riproveremo domani sera, dice Bruno, entro questa settimana ti garantisco che stenderai il tuo Bambi. Certo, dico. Senti, la vuoi sapere un’altra storia? Che storia, dico. Quella della Donna Lunga. La Donna Lunga? E chi è la Donna Lunga? chiedo. Una vecchia pazza che vive in questi boschi, dice Bruno, una di quelle vecchie figlie dei fiori fissate con la difesa della natura. In molti raccontano di averla vista. Sembra che sia alta più due metri e che abbia il potere di prendere le sembianze degli animali, ma soprattutto di farle prendere agli altri. Dicono che viva in una baita circondata da Bambi e che i cacciatori che muoiono negli incidenti di caccia siano in realtà vittime della Donna Lunga. Intendi dire che trasforma un cacciatore in animale e l’altro gli spara convinto di avere sotto tiro una preda? chiedo. Si qualcosa del genere. Forse entra nella teste della gente, forse riesce a provocare le allucinazioni. Magari usa qualche droga. E come farebbe? A distanza? dico. Che vuoi che ne sappia. Alla fine è solo una storia, anche se è vero che molti incidenti di caccia restano inspiegabili. I cacciatori si sparano per errore, dico. O forse è la Donna Lunga, dice Bruno abbozzando un sorriso. La Donna Lunga, dico fra me e me, guardando fuori dal finestrino. Magari era lei il Bambi a cui ho sparato l’altra volta, dice Bruno ridendo. Nel frattempo imbocchiamo la strada sterrata che porta alla baita. Non è ancora l’alba.
Mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va, dico. Cosa significa? dice Bruno. Prendi i fucili, dico. C’è qualcosa che non va nella baita. Sono sicuro. La luce è spenta. Anna, urlo, Anna.
Anna non risponde. Mi accorgo che la porta è aperta.
Improvvisamente, lento, deciso, silenzioso, dalla porta esce un Bambi.
Cristo, dice, Bruno.
Prende il fucile.
Mi volto e.

Buio”

Francesco Cortonesi

 

 

Strana storia…come tutte quelle con il finale aperto. In ogni caso fa riflettere, e molto! Una riflessione acuta, quasi silenziosa…che fa rabbrividire.
Brutte storie quelle che accadono nei boschi, nei boschi bui dove ogni “piccolo” Umano armato compie un assassinio.

 

Original post La donna lunga