Potere assoluto


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Secondo uno studio dell’associazione privata “Council on Foreign Relations” solo nel 2016 il premio Nobel per la Pace Obama ha permesso che fossero sganciate ben <26.172> bombe su ben sette Paesi sovrani (Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia e Pakistan). Si tratta di tre bombe ogni ora per 24 ore al giorno che hanno ucciso migliaia e migliaia di civili innocenti, come coloro che passeggiavano sulla Rambla a Barcellona. Secondo un rapporto del 2014 dell’Ong britannica “Reprive” per ogni (presunto) terrorista ucciso nella guerra dei droni combattuta dagli Usa le vittime civili sono state <28>. In dieci anni su 41 (presunti) terroristi assassinati i droni hanno ucciso <1.147> innocenti: uomini, donne e bambini di cui giornali e tv non ci renderanno mai conto!

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Dove sono le bandiere sui profili? Dove sono i messaggi di cordoglio e solidarietà? Dov’è lo sdegno e la disapprovazione per i genocidi e le tragedie che colpiscono i popoli della Siria, dell’Iraq, dello Yemen, della Somalia…e di tutti gli oppressi che dimentichiamo quando ci fa comodo non vederli e non sentirli? Quando contiamo i morti non è una questione di differenze…ma di coerenza!

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Questo grazie al potere macabro e micidiale delle multinazionali, specialmente quelle specializzate in produzioni altamente deleterie, va ben oltre ogni ragionevole cognizione. Come poter abbattere e cancellare definitivamente questo predominio che regna ormai indiscusso da molti decenni? Una forma autoritaria di controllo delle masse che auspica un futuro dipendente e schiavizzato oltre l’attuale situazione già drammatica. L’attivismo diretto, tramite fisiche esposizioni personali, è un grande gesto di coraggio che va diffuso e rappresentato nella memoria di tutti. Questo per far sì che ognuno possa considerarsi parte integrante di una società libera da induzioni e costrizioni, libera di potersi ribellare pacificamente tramite mezzi alternativi non violenti (laddove permesso).

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Foto prelevate liberamente dal web (immagini postbelliche)

Hanno ucciso l’Orsa!


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Ancora un assassinio, ancora atrocità! In Trentino, e nel nord est italiano, non sono nuovi a queste simili gesta. E’ vergognoso che le istituzioni autorizzino tali azioni criminali. Bisogna ribellarsi e bisogna contrastare la violenza verso gli Animali.

 

“Nella serata di ieri gli agenti del Corpo forestale della Provincia autonoma di Trento hanno proceduto all’abbattimento dell’orsa KJ2 in attuazione dell’ ordinanza emessa dal presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, per garantire la sicurezza delle persone. Il Trentino, infatti, cercava ufficialmente l’orsa che il 22 luglio scorso aveva ferito un uomo che passeggiava con il suo cane in un bosco in zona laghi di Lamar. La stessa orsa era stata protagonista di un altro episodio di incontro con un escursionista che era rimasto ferito a Cadine, nel 2015. L’abbattimento è stato possibile grazie alle precedenti attività di identificazione genetica e successiva cattura e “radio collarizzazione” ai fini della riconoscibilità dell’animale, spiega una nota della Provincia di Trento.

 

Enpa, Trentino terra intollerante  – “Quello che si è consumato in Trentino, ovvero l’uccisione dell’orsa, è un vero e proprio delitto, un crimine contro gli animali, la natura, la biodiversità e in spregio ai milioni di cittadini italiani che hanno chiesto di lasciare in pace l’orsa, per chiarire le dinamiche dell’incidente in cui l’orsa sembra essere stata vittima di una aggressione e trovare soluzioni alternative alla troppo facile deriva dell’abbattimento”. Lo dice l’Enpa. “Invece la Provincia di Trento”, spiega l’Ente nazionale per la protezione degli animali, “ha preferito non ascoltare nessuno, e ha di fatto autorizzato una caccia all’orsa, per mera vendetta o per altre incomprensibili finalità. Nella storia del nostro Paese è stato toccato il punto più basso sulla tutela degli animali, una sconfitta per il mondo scientifico e politico, totalmente incapace e sordo, o spinto da altri interessi nel promuovere le uccisioni di animali che in Trentino sono ostaggio di politiche cruente e crudeli, finanziate anche cospicuamente dalle tasse dei contribuenti italiani, che pagano profumatamente politici senza competenze e capacità di soluzioni. Tanto basta perché i cittadini decidano di non recarsi più in Trentino né acquistare alcun prodotto di quella terra, avvelenata dall’intolleranza verso gli animali, dalla malapolitica, e anche, oltretutto, inquinata”.

Aidaa, boicottare i prodotti trentini – “Eravamo preoccupati per la vita dell’orsa KJ2 e purtroppo puntualmente quello che avevamo pensato si è avverato, gli assassini hanno colpito ancora e ieri sera hanno ucciso KJ2 l’orsa che rappresentava a loro dire un pericolo per la comunità umana”. Lo dice l’associazione Aidaa che “da subito sospende tutte le attività associative in segno di lutto per quanto accaduto ed invita tutti gli italiani al boicottare da subito i prodotti trentini, ed a disdire le vacanze o i soggiorni programmati nella provincia autonoma di Trento”. A livello legale Aidaa, spiega una nota, “domani stesso annuncerà le iniziative che intende mettere in pratica per contrastare questo fenomeno assurdo dell’abbattimento degli orsi (e in prospettiva dei lupi) e per far condannare a livello europeo le attività assassine messe in pratica con i decreti del presidente Ugo Rossi”. “Ce lo aspettavamo e non hanno mancato di compiere l’ennesimo barbaro inutile omicidio. Chi ha ordinato questo omicidio dell’orsa non è un uomo è un barbaro, comunque legalmente parlando l’uccisione di KJ2 non resterà impunita da subito via al boicottaggio e poi tutte le pratiche utili per fermare legalmente e isolare la mano assassina di animali di Ugo Rossi per il quale chiederemo anche la condanna del parlamento Europeo”, afferma il presidente Lorenzo Croce.”

Fonte ANSA | 13-08-2017 11:04

 

La grande siccità


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Ormai i meteorologi si sbizzarriscono per dare i nomi ai vari anticicloni: giuda, caronte, minosse ecc.ecc. Sono denominazioni che tradiscono la vera natura, non facendo intuire invece ben altre realtà. Manca l’acqua…è vero! Da molto tempo e in più parti! Ed ogni anno è sempre la stessa storia: inquinamento, effetto serra, riscaldamento globale…in tutte le salse con diverse spiegazioni scientifiche. E tutti ad abboccare verità presunte più o meno concrete. Nessuno che si prenda la briga di leggere un po’ di documenti e rendersi conto che nella storia di questo pianeta sono esistite altre epoche di grande siccità e glaciazioni, il tutto in una controversa era di caldo e freddo. Certamente nell’ultimo secolo gli accadimenti alquanto rapidi sono aumentati, ma non si può rifiutare un evento del tutto naturale. Del resto la scienza non è una certezza assodata, piuttosto una teoria applicata. Ma per restare in ambito di grande aridità, perchè non enunciare quello che stranamente viene estromesso da media e scienziati? Ovvero la carenza d’acqua negli allevamenti. Si comunica sempre a gran voce di fare meno docce, di usare mezzi alternativi all’auto, di spegnere i condizionatori…ma mai di mangiare meno carne e latticini: i veri responsabili di tanto saccheggio d’acqua. In Italia sono sotto assedio le province dove l’acqua è indispensabile per coltivare granturco e foraggio utile a nutrire oltre 650 mila Bovini che producono latte per i principali formaggi italiani (come il parmigiano reggiano), e 1,5 milioni di Maiali che forniscono le cosce per prosciutti di Parma e di Modena oltre a tante altre specialità culinarie. Ma gli stabilimenti di macellazione e trasformazione? Che fine hanno fatto nell’immaginario collettivo? Perché i mattatoi no? Eppure l’allevamento da carne non è un fenomeno facile da nascondere: “ogni anno in Italia vengono allevati oltre 10 milioni di Suini, oltre l’80% sono concentrati tra Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto.” (fonte Corriere.it 2015)

“Ma l’uccisione e la lavorazione degli Animali non impiega acqua? Dietro il velo scuro dei mattatoi c’è però di più! Un sottile, carsico senso di vergogna porta a occultare accuratamente la violenza e il sangue che scorre e che oceani d’acqua cercano di lavare. Ossequiosi al potere auto-attribuito sugli altri Animali, gli Umani mantengono saldi i propri privilegi coprendo meschinamente la verità. Basta non guardarla, basta far finta che non esista l’oscenità sporca della morte.
Manca l’acqua, il sangue però non è mai stato così abbondante.”

Costanza Troini da La grande aridità di Veganzetta.org

 

E’ possibile dunque che questa penuria di precipitazioni sia causata da qualcos’altro magari strettamente correlato all’opera Umana?

La teoria delle scie chimiche (in inglese chemtrails conspiracy theory) è molto dibattuta, e non solo tra i complottisti.

“Secondo la teoria, l’operazione farebbe parte di un complotto globale portato avanti da autori ignoti e per motivi sconosciuti. A tal riguardo sono state avanzate ipotesi diverse, la più comune delle quali è quella secondo cui si tratterebbe di una delle tecniche usate per l’alterazione e il controllo del clima terrestre.”

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Quello che è certo che non bisogna mai smettere di credere ad altre verità, altre certezze, ad altre situazioni causate da un sistema di potere altamente schierato verso bramose logiche di predominio e quindi profitto. Non bisogna più stupirsi se accadono eventi alquanto strani e controversi, soprattutto se questi vengono presto taciuti e spesso ridicolizzati. La stessa teoria dell’esistenza degli alieni (o anche dei crop circle) altro non è che una banale scusa per creare altri arsenali utili alla distruzione di ipotetici nemici. Non si spiegherebbe perchè queste “presenze” sono sempre e solo identificate come delle minacce, rispetto invece a possibili forze pacifiche. L’essere Umano da sempre è in continua lotta con gli altri (e quindi con se stesso), forse motivato da un suo bisogno primordiale di conquista incontrollata. Bisogna credere nelle eccezioni e in un evoluzione votata alla collaborazione pacifica, altrimenti non se ne esce da questo progresso tecnologico così tanto psicotico e pieno di contraddizioni.

 

Fonte Veganzetta.org e Wikipedia

Vietato frustare i Cavalli


 

 

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Di Annamaria Manzoni:

“VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia. La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno,  perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno  quando e quanto forte,  punisce un peccato non commesso. Come è il veganesimo a illuminare il carnismo, vale a dire non si prende atto della relatività di una scelta fino a quando si viene posti davanti alla prova provata della possibilità di una scelta di segno opposto, allo stesso modo il divieto di colpire i cavalli induce a giudicare in modo diverso l’abitudine a frustare, talmente diffusa nel mondo dell’ippica da non fare notizia, da passare inosservata. La frusta è considerata un  accessorio obbligato dell’abbigliamento di ogni fantino, non tanto diversa da stivali e berretto; trasformata addirittura in oggetto elegante, tanto che l’industria ne offre di tutti i generi e di tutti i tipi, con graziosi manici antiscivolo, di alta qualità ma anche in versione economica per porli democraticamente alla portata del portafoglio di chiunque. I modelli sono sempre più evoluti, perché l’origine è antica, ma i tempi richiedono prestazioni più adeguate, vale a dire devono consentire di fare del male al punto giusto e con la raffinatezza che gli stilisti del settore, esonerati anche loro da considerazioni etiche, rendono possibile. Le fruste per altro possono anche alternarsi ai nerbi di bue (o ai nerbi fatti con il pene di toro! ), come si fa per il Palio di Siena: niente di nuovo; in fondo anche la Gestapo li aveva in dotazione, e, se le notizie della rete sono esatte, in qualche stato centro e sudamericano, quali Guatemala e Colombia, normalmente non citati tra i campioni del rispetto per i diritti umani,  l’uso è anche destinato a sedare riottosità domestiche. La frusta è appendice all’equipaggiamento ippico persino di bambini alle prime armi (mai espressione fu più centrata): gliela si consegna, certo di dimensioni adeguate alle loro manine, non appena si avvicinano all’equitazione, così li si fanno sentire orgogliosi e anche (pre)potenti perché percepiscono trattarsi di uno strumento in grado di  conferire uno status, uno status dominante: conferisce un senso di forza e importanza, con la benedizione di mamma e papà. Ecco, la decisione presa a Montechiarugolo poggia sulla convinzione che uno strumento di costrizione non può essere considerato normale, naturale e necessario, non deve essere regolamentato, ma proibito perché crudele. L’input a questa visione delle cose, racconta Lorenzo Morini (uno dei gestori dell’ippodromo, che da due anni si batte per un disegno di legge che ne bandisca definitivamente l’uso), è nato nell’osservare la reazione dei bambini che, a lato delle piste, si rifiutavano di guardare: “Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”, dice. Non si può che  concordare con lui e contestualmente, pur nella soddisfazione per l’insight cognitivo, chiedersi come ad oggi, pressochè dovunque, lo si consideri invece proprio un bello spettacolo, uno di quelli da  incitare con urla entusiastiche, da osservare con il cannocchiale per non perdersi i particolari. Quella dei cavalli frustati è realtà, norma, spettacolo: incapace di urtare la sensibilità di  scommettitori obnubilati da puntate rovinose, ma neppure spettatori bighellonanti nell’ ozio domenicale, e tanto meno gentili signore e signorine in guanti bianchi e cappellini d’ordinanza sui prati inglesi o decisamente più casual su quelli di altri paesi. Infierire su animali impossibilitati a difendersi, frustandoli a dismisura, è ancora oggi non spettacolo per persone rudi e rovinate  dal vizio, ma sport of the kings: regale, illustre, nobile. Ancora una volta è la narrazione a farla da padrona: la realtà, che è sotto gli occhi di tutti, viene mistificata, diversamente raccontata, inserita in altra cornice cognitiva. Nella retorica giornalistica e nella percezione del pubblico, i cavalli non corrono perché, fustigati, tentano disperatamente di sottrarsi al dolore, ma sono purosangue (ma  mezzosangue, fa lo stesso) slanciati verso un trionfo da loro stessi ambito; morsi, paraocchi, briglie, redini, speroni non sono stigmatizzabili mezzi di contenzione e tortura, ma trasparenti, invisibili accessori d’ordinanza. Qualcosa non torna: o meglio,  torna solo in riferimento  a quei meccanismi di cui la nostra mente sa servirsi così bene al fine di proteggerci nel nostro quieto vivere. L’idea che ci facciamo delle cose non è frutto della realtà percepita, qui ed ora; si forma invece e poi  si sedimenta sulle convinzioni del contesto culturale di appartenenza, per distorte che siano. Aderiamo alle idee, ai modi di vedere che sono quelli del nostro ambiente o gruppo sociale, lo facciamo senza accendere la capacità di critica, attraverso i pre-giudizi, aderendo acriticamente all’interpretazione e alla codificazione della realtà che altri hanno dato prima di noi e che si è diffusa come fosse verità. Siamo convinti di avere un punto di vista e invece lo confondiamo con lo stato delle cose, con il punto di vista della maggioranza che ci influenza e dirige i nostri comportamenti verso quella che è una norma condivisa. Insomma, vogliamo essere rassicurati che tutto vada bene, che il mondo in cui viviamo è giusto, e così ci muoviamo avvolti nella cortina fumogena delle idee che sono dominanti nel contesto in cui viviamo. Si tratta di meccanismi potenti e prepotenti, tali da indurre una mistificazione della realtà altrimenti inspiegabile. Nulla però è statico: dal magma in movimento in cui ci sentiamo protetti, qualcosa sfugge, è una pulsione verso la verità, verso la de-mistificazione, la de-costruzione della falsificazione in atto. Il demiurgo prende le sembianze del rivoluzionario di turno, spinto a rivoltare il mondo dall’urgenza di verità e giustizia, ma anche solo del riformatore, che si materializza spesso grazie ad un clima culturale circostante in evoluzione, all’interno del quale alcuni comportamenti appaiono del tutto anacronistici, distonici rispetto a nuovi pensieri e nuove sensibilità. Nello specifico della situazione in oggetto, il divieto di frustare i cavalli è una proposta timida, non è un cambiamento epocale, figlio di un’esigenza profonda di rispetto verso  animali sfruttati e del desiderio di rendere loro la dignità: se così fosse, saremmo qui a parlare della fine stessa delle corse: tout court.  E’ comunque  un imprescindibile iniziale passo che prende l’avvio dalla consapevolezza della attuale diffusa connivenza con  un mondo costruito su intollerabili forme di sfruttamento e crudeltà. E’ interessante anche che l’input a tale demistificazione sia arrivato, come ha testimoniato Lorenzo Morini, dall’atteggiamento di insofferenza  dei bambini all’infierire degli uomini sui cavalli: non ancora coinvolti nel processo di mistificazione,  loro sì che possono giudicare la realtà con i propri occhi, dare diritto di cittadinanza a sensazioni ed emozioni, e molto banalmente considerare insopportabile che i cavalli vengano frustati: giusto in tempo, prima che subentri l’incorporazione del loro pensiero in quello dominante. Apprezzabile ci sia stato chi, osservandoli, ha colto e accolto il loro messaggio, dando il via ad un processo di demistificazione di una semplicità disarmante: le frustate fanno male, le frustate sono crudeli, le frustate sono ingiuste. Il fatto che siano inferte da sempre, lungi dall’offrire  giustificazioni, è se mai atto di accusa potente nei confronti della nostra specie, che, come con infinite altre nefandezze, ci convive non da secoli, ma da millenni, imperturbabile davanti alla sua realtà, e anche alla sua rappresentazione: persino  Ben Hur, che dagli schermi del  colosso cinematografico del 1959  fustigava forsennatamente i cavalli della sua quadriga per dodici interminabili minuti,   ha riscosso  entusiasmo filmico per il suo altissimo tasso spettacolare, meritevole di undici  Oscar, ma non risulta abbia suscitato nessuno sdegno che fosse ante litteram “animalista”. Infierire sui cavalli è azione ripugnante, è causa del loro inascoltato dolore. Ma  è anche altro: l’abitudine alla violenza comporta desensibilizzazione,  assuefazione e dipendenza: l’autorizzazione, anzi il diktat all’uso della frusta per addestrarli, ridurli all’obbedienza,  spingerli oltre i loro limiti, è talmente intrusivo nelle abitudini dei perpetratori, che finisce per abbattere i freni inibitori, si autoalimenta, si espande, dilaga. La dinamica è attestata dal fatto che è stato necessario introdurre  normative, per porre limiti esterni, in drammatica assenza di quelli interni, psicologici e morali, in sintonia con il clima culturale di ogni contesto: secondo una regolamentazione, il cui cinismo si commenta da solo, Italia, Inghilterra, Germania consentono che siano inferti ad un cavallo 7 colpi di frusta ogni 500 metri; la Francia, più comprensiva, ne ammette 10; Usa e Giappone, campioni di libertà civili, si affidano alla libera iniziativa personale e non pongono limite al libero sfogo degli impulsi umani, senza remore né fastidiosi deterrenti legali. Le limitazioni sono in genere mal sopportate e non mancano certo infrazioni, anche illustri: un fantino di grande fama, Frankie Dettori,  nel 2007 aveva un po’ esagerato ed è stato punito (tranquilli: 14 giorni di sospensione e poi tutto come prima) per avere inflitto la bellezza di 25 frustate al “suo” cavallo, quello che amava tanto, reo di non correre come lui voleva: un po’ troppe per i severi giudici, non per lui, che, intervistato, ha sostenuto avere fatto ciò che era giusto, con  colpi che travalicavano anche il limite del braccio che non avrebbe dovuto alzarsi oltre la spalla, per limitarne la violenza. Bazzecole, incapaci di modificare le sue radicate convinzioni. Che dire? Successive condanne allo stesso Dettori per uso di coca qualcosa dicono rispetto al suo  controllo degli impulsi. Neppure una leggenda dell’ippica, quale Varenne, forte di un mito mondiale costruito sui suoi successi, ha potuto sottrarsi alle frustate: quando età, stanchezza, sfiancatezza gli hanno fatto correre una corsa deludente, beh come poteva mai reagire il suo driver Giampaolo Minucci se non frustandolo? Certo, finchè le cose erano andate bene, se ne era astenuto, ma insomma, un po’ di comprensione: quando ci vuole ci vuole. Beninteso nei limiti legali. Un pensiero immenso, per concludere, a Tornasol,il cavallo che in diretta televisiva ha detto NO all’imposizione di correre, lì sulla mitica Piazza del Campo di Siena, dove, sotto il sole cocente del 2 di luglio, per 90 interminabili minuti teletrasmessi ha opposto la sua determinata opposizione al volere umano: a Trecciolino, il suo fantino (al secolo Luigi Bruschelli, per altro attualmente sotto inchiesta per maltrattamenti) che, incredulo, agitava il suo nerbo (di ordinanza appunto), ha risposto con sgroppate e sbuffi, e ha mostrato ad un’Italia basita la rappresentazione equina della disobbedienza civile, non violenta, ma decisa e vincente. Bello e orgoglioso, anzi no: bella e orgogliosa perché Tornasol è una femmina, ha semplicemente e coraggiosamente detto NO. E quale che sia stata la spinta che l’ha indotta a tanto, è assurta ad eroina, paladina degli oppressi della sua specie, fiera . I veterinari, che, esausti, hanno alla fine diagnosticato un “alterato stato fisico” nonché “attacchi di panico”, tanto ricordano quegli psichiatri che, in tempi non così lontani hanno racchiuso, prima ancora che nelle camicie di forza, in una diagnosi svilente la ribellione di tanti infelici ad uno stato delle cose intollerabile. Onore a Tornasol, allora, e a tutti coloro che imboccano strade che gli altri non sanno neppure vedere.”

Pubblicato anche su www.lindro.it

 

Original post VIETATO FRUSTARE I CAVALLI

 

&gt;&gt;&gt;ANSA/ PALIO: A SIENA LA CARRERA DELL'ASSUNTA

“Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”. Che dire? Cara Annamaria Manzoni​ probabilmente per Noi che abbiamo una maggiore sensibilità la cosa è normale e ben recepita! Ma lo stesso non è per una società votata alla violenza e al raggiungimento del profitto ad ogni costo. E’ così da sempre, ed ancora oggi…in un presente avvolto da tremende atrocità troppo spesso accettate, abilmente mistificate, ritenute giuste ed ammissibili. Del resto la mercificazione è frutto di congetture e strategie mirate ad ottenere cospicui fatturati aziendali, enormi stimoli alla Crescita smisurata di una economia psicotica. Il PIL è anche questo: settore ippico. Ben vengano quindi le timide manifestazioni di compassione, forse non rappresentative di una pura consapevolezza…ma pur sempre stimolanti alla rottura del sistema. I bambini insegnano ai più impassibili perchè sono naturalmente ricchi d’empatia e non ancora inculcati verso la strategia dominante del potere.

Perchè non partire da questo?

 

Foto in alto Cavallo da Dressage

Foto in basso una gara da Palio

La donna lunga


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Da Veganzetta.org:

“Questo racconto è ispirato a fatti realmente accaduti. In effetti la leggenda della Donna Lunga esiste davvero e in Toscana è abbastanza nota. Ce ne sono numerose versioni; quella che presento in questo racconto è la mia preferita. Naturalmente anche gli incidenti di caccia esistono davvero. In Italia molte persone, nel corso dell’anno, perdono la vita nei boschi, lasciando nel dolore intere famiglie. Che senso ha tutto questo? Cosa ci può essere di piacevole nell’uccidere Animali che se ne stanno tranquillamente nel bosco a farsi gli affari loro e contemporaneamente rischiare di essere uccisi da qualche altro cacciatore? Ad ogni modo La Donna Lunga è anche una storia di fantasmi, e in particolar modo del fantasma di Bambi che torna per prendersi la vendetta…

La donna lunga

“Nel cielo si sente il gracchiare dei corvi. La strada è interrotta. La tua storia sta per cadere. Stai. Per sapere. Cosa si prova“
Henry Ginsberg – Battuta di caccia

Luce
Mi sveglio.
Anna ancora dorme. La bacio.
Le preparo la colazione.
Partiamo per lo chalet. Voglio andare a caccia dico, voglio andare a caccia con tutto che non sono mai andato a caccia se non da bambino quando mi ci portava mio nonno di nascosto. I miei non volevano che andassi nei boschi con gente armata fino ai denti che non si faceva mai mancare un goccetto, dico.
La neve si sta sciogliendo e sui bordi della strada è tutto una poltiglia marrone che sembra nocciola. Anna si toglie le scarpe e si massaggia un piede. Non indossa i collant neppure in pieno inverno. Dice che non sopporta di sentire le gambe inguainate e che una donna per essere attraente deve avere le gambe nude. Mano a mano che saliamo incrociamo sempre meno macchine. A una ventina di chilometri dallo chalet siamo soli nella strada che s’inoltra nei boschi di betulle. Improvvisamente da un sentiero del bosco esce una vecchia. E’ una donna alta, molto alta ricurva, si appoggia a un bastone, Cammina scalza. Si avvia sul margine della carreggiata. La strada è ormai sterrata. Fredda. Ehi guarda quella, dice Anna. Proprio come te, dico io, sfiorandole la coscia nuda e sorridendo. La donna ci guarda mentre le passiamo accanto. Anna le fa un cenno con la mano. Lei risponde al saluto. La baita è al centro di una specie di radura. E’ di legno e con il tetto a spiovente. Le persiane sono chiuse. Parcheggio la jeep nel retro. Vicino alla legnaia. Non vedo l’ora di mettermi davanti al camino, dice Anna mentre s’infila una scarpa e apre lo sportello. Entriamo e apriamo le finestre, lasciando entrare la luce del primo pomeriggio e qualche raggio di sole che filtra dalla boscaglia. Alzo il telefono e chiamo Bruno per dirgli che siamo arrivati. Il posto è magnifico, dico. Entro mezz’ora sarò bello che pronto per andare a stanare la preda dico. Arrivo, dice, ti passo a prendere. Bene, dico. Tornerò tardi dico a Anna, sei sicura di non voler venire? Certo, dice lei mentre gira la manopola della doccia. L’acqua scende forte come un acquazzone estivo. Ma non vedo l’ora che torni, dice Anna. Magari ti faccio una sorpresa, dice, mandandomi un bacio. Adoro le sorprese, dico sorridendo. Mi rendo conto ancora una volta di quanto la amo. Sicura di non aver paura? dico. Terrò le luci accese, risponde mentre tende una mano sotto il flusso d’acqua della doccia, aspettando che si faccia un po’ più calda. Poi si toglie l’accappatoio.
Entra nella cabina.
Perfetto, dico.
La luce accesa.

Fa freddo. Non è ancora il tramonto. Saliamo sull’altana e Bruno sguaina le carabine. Poi apriamo due sedie pieghevoli e ci sediamo Non dobbiamo far altro che aspettare un cazzo di Bambi, un cazzo di Bambi che cada in trappola dice Bruno, mentre si accende una sigaretta. Bambi? domando. Bruno fa un profondo tiro dalla sigaretta. Cartone animato del cazzo quello, hai presente no? Certo, dico, chi non conosce Bambi? Una stronzata totale di quegli animalisti del cazzo, lì a Hollywood. E’ un cartone animato per bambini, dico. E’ un cartone animato che fa passare i cacciatori come degli assassini, altroché. Bruno solleva la sua carabina e la punta verso le betulle, come un cecchino in attesa del nemico. Comunque devo ammettere che ho visto fare a questi animali cose incredibili dice Bruno, cose incredibili come se comprendessero il mondo, come se conoscessero il segreto della vita. Senti questa: è successa poco tempo fa. Eravamo in tre. Eravamo proprio da queste parti. Insomma, te la faccio breve, eravamo appena arrivati quando all’improvviso, ecco uscire un Bambi dal sottobosco. Perciò tiriamo subito fuori le carabine e cerchiamo di metterlo nel mirino. Dopo una manciata di secondi, lo inquadro e premo il grilletto, ma Bambi fa uno scarto improvviso e vedo saltare un pezzo di tronco giusto dove un istante prima era la sua testa. Fanculo, dico, mentre gli altri si mettono a ridere. Nel frattempo ovviamente Bambi è scomparso. Passa una decina di minuti ed eccolo di nuovo. Sempre lui. Quando hai passato anni a inquadrarli nel mirino, ti rendi conto che riconoscerli è facile. A questo punto gli altri neanche ci provano a prendere la mira perché hanno capito che ormai è una cosa fra lui e me. Fra me e lui. Puoi capirlo no? Certe volte diventa una questione personale. E così lo punto di nuovo. Ma questa volta aspetto. Aspetto per essere sicuro di non mancarlo e fare la figura dello scemo. Aspetto. E il Bambi viene avanti, deciso, un passo dopo l’altro, guardando dritto verso di noi, quasi volesse farci vedere di non avere paura. Naturalmente noi restiamo in silenzio. E lo guardiamo avanzare, tanto che a un certo punto arriva fin quasi sotto l’altana. Quel cazzo di Bambi mi sta sfidando a premere il grilletto, dico mentre continuo a tenerlo dentro al mirino. A un certo punto Bambi allunga il collo come se volesse salire sull’altana e a quel punto capisco che non posso più aspettare, lo spettacolo è finito. Premo il grilletto. La sua testa esplode e il Bambi si è schianta sull’erba come se qualcuno gli avesse improvvisamente sfilato la terra sotto i piedi.
Così, sbang. Accidenti, dico, mentre prendo una sigaretta. Aspetta, dice Bruno, ancora non ho finito. C’è dell’altro? domando mentre armeggio con l’accendino. Certo, senti un po’, a quel punto scendiamo giù dall’altana e andiamo a vedere com’è messo il nostro amico. Scendiamo e cosa troviamo? Cosa trovate? dico. Beh, niente. Non troviamo niente, dice Bruno. Cosa vuol dire che non trovate niente? Quello che ti ho detto. Bambi è come scomparso, capisci? Svanito. Bruno si prende un’altra sigaretta. Quindi non era morto? chiedo, mentre cerco un posto dove spegnere la sigaretta. Probabilmente, dice Bruno. Resta il fatto che non c’era più. Neppure una goccia di sangue.

Saliamo sulla jeep e prendiamo la via di casa. Riproveremo domani sera, dice Bruno, entro questa settimana ti garantisco che stenderai il tuo Bambi. Certo, dico. Senti, la vuoi sapere un’altra storia? Che storia, dico. Quella della Donna Lunga. La Donna Lunga? E chi è la Donna Lunga? chiedo. Una vecchia pazza che vive in questi boschi, dice Bruno, una di quelle vecchie figlie dei fiori fissate con la difesa della natura. In molti raccontano di averla vista. Sembra che sia alta più due metri e che abbia il potere di prendere le sembianze degli animali, ma soprattutto di farle prendere agli altri. Dicono che viva in una baita circondata da Bambi e che i cacciatori che muoiono negli incidenti di caccia siano in realtà vittime della Donna Lunga. Intendi dire che trasforma un cacciatore in animale e l’altro gli spara convinto di avere sotto tiro una preda? chiedo. Si qualcosa del genere. Forse entra nella teste della gente, forse riesce a provocare le allucinazioni. Magari usa qualche droga. E come farebbe? A distanza? dico. Che vuoi che ne sappia. Alla fine è solo una storia, anche se è vero che molti incidenti di caccia restano inspiegabili. I cacciatori si sparano per errore, dico. O forse è la Donna Lunga, dice Bruno abbozzando un sorriso. La Donna Lunga, dico fra me e me, guardando fuori dal finestrino. Magari era lei il Bambi a cui ho sparato l’altra volta, dice Bruno ridendo. Nel frattempo imbocchiamo la strada sterrata che porta alla baita. Non è ancora l’alba.
Mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va, dico. Cosa significa? dice Bruno. Prendi i fucili, dico. C’è qualcosa che non va nella baita. Sono sicuro. La luce è spenta. Anna, urlo, Anna.
Anna non risponde. Mi accorgo che la porta è aperta.
Improvvisamente, lento, deciso, silenzioso, dalla porta esce un Bambi.
Cristo, dice, Bruno.
Prende il fucile.
Mi volto e.

Buio”

Francesco Cortonesi

 

 

Strana storia…come tutte quelle con il finale aperto. In ogni caso fa riflettere, e molto! Una riflessione acuta, quasi silenziosa…che fa rabbrividire.
Brutte storie quelle che accadono nei boschi, nei boschi bui dove ogni “piccolo” Umano armato compie un assassinio.

 

Original post La donna lunga