Biofobia


Ovvero: “paura morbosa di avvicinare altri esseri viventi o di convivere con essi.”

Ci stiamo allontanando sempre più da tutto ciò che è Naturale, e con esso i suoi abitanti. Siamo lontani anche da noi stessi, sempre in competizione e in estremo confronto. L’evoluzione della tecnica, il cosiddetto progresso, ha trasformato ogni essenza primordiale rendendoci quindi schiavi di un sistema che si evolve velocemente, e con esso anche noi stessi. Basti pensare al carnismo e a tutti i suoi aspetti negativi. E’ pur vero che l’essere Umano mangia Animali da sempre, ma non in questo modo e non con questi mezzi.
Ritrarsi da tutto ciò pare un utopia, considerando anche che le nuove leve spesso sono indirizzate già dall’infanzia verso la psicosi da consumismo (vedi spot televisivi). Un bambino oggi a 5 anni ha già in mano uno smartphone connesso alla rete! E’ un beneficio? E’ sintomo di cambiamento da eguagliarsi alla massa che corre verso il futuro?
Non è per essere per forza dei rompi scatole, ma è opportuno che ogni evoluzione segua determinati risvolti etici. Anche perchè se un’ adolescente viene stuprata da 5 suoi coetanei, senza che loro possano avere rimorso o pentimento, significa che abbiamo superato la soglia della moralità e del giudizio. Certamente in passato sono accaduti ben altri crimini difficili da dimenticare, l’olocausto ancora riecheggia tristemente nelle menti, ma è importante riflettere su come e perchè nonostante i progressi ottenuti ancora oggi si commettono atroci violenze: il genocidio Animale non sembra diminuire, le malattie e le carestie aumentano, i conflitti e il terrorismo sembrano una quotidianità nelle notizie e nei discorsi interpersonali.

Perchè allora accade tutto questo? L’Umanità è condannata per colpa di un istinto autodistruttivo ed altamente malvagio? O l’egoismo che pervade è così dannatamente diffuso da non riuscire a placare quel senso morale così presente in molti soggetti?

Sembra un inutile rincorsa di dubbi ed incertezze, ma come dice l’autore dell’articolo L’epoca della biofobia

“Ma allora siamo senza speranza? Potremo mai riaggiustare il meccanismo, piegare la barra della storia facendo combaciare di nuovo le due estremità in un nuovo cerchio? Tornare ad appartenere alla natura e ai suoi meccanismi?
Non ci resta che riacciuffare quei vincoli strappati dal progresso e iniziare a tesserne le cime fra loro, lentamente. Incollare i cocci esplosi finché al loro interno non torneremo a vedere un’immagine coerente. Sarà un processo individuale e collettivo al tempo stesso. E anche piuttosto lungo. Sperando di essere ancora in tempo.”

 

 

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Solo la crisi ci può salvare


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Parlare oggi di decrescita sembra prematuro e scandaloso in particolar modo mentre si sta gioendo, a furor di popolo, dell’epoca più gloriosa del consumismo.

Ma perchè è così difficile approfondire tale nuova concezione dello sviluppo, in ogni suo aspetto consequenziale, in ogni suo risvolto costruttivo, in ogni sua parte sensibile e (perchè no) sincera e spudoratamente reale? In particolar modo, in vista di una più che probabile riduzione delle risorse energetiche, perchè non si discute oggi di una nuova era moderna che sembra apparire all’orizzonte?

Immaginiamoci un mondo senza petrolio, gas, carbone e nulla che possa scaldare le nostre case e muovere l’economia mondiale (previsione per niente utopica), in cui tutto ciò che ci circonda viene messo in discussione perchè non più fabbricabile o gestibile. Ogni oggetto, azione, comportamento, farmaco, mezzo di trasporto, abbigliamento, cibo e quant’altro appartenente al nostro benessere (e malessere) di colpo diventasse opinabile. Il collasso industriale non è una novità nell’emisfero del capitalismo recente. La saturazione dei bacini d’utenza non è una previsione fantastica o un brutto scherzo dei strateghi del marketing. Sono in molti che professano teorie abbastanza realistische su quello che si prospetta in uno scenario abbastanza attendibile. Ma come attuare una tale consapevolezza senza mezzi utili e mirati, soprattutto se nell’opinione pubblica è presente una totale disinformazione?

Parlare di decrescita in un luogo che vuole diffonderla… sembra atipico ed alquanto stupido. Proprio per questo, forse, le idee e le concezioni non sono per niente scontate, e a volte è opportuno rivederle e studiarle tramite un approccio più ampio e costruttivo. Molti sono i sostenitori famosi di tale rivalutazione sociale (inutile elencarli in questo contesto). Ma chi di loro è veramente consapevole e quindi convinto di attuare una nuova fisionomia sociale? Un stravolgimento radicale nelle proprie abitudini, ovvero provare sulla propria pelle un cambiamento presubilmente utile ma che comporta rinunce a dispetto delle proprie cose, della propria auto, del cellulare, dell’abito griffato, del piatto di carne ecc.ecc. Chi vuole mangiare tutto, fregandosene della naturale ed inevitabile conseguenza che ciò potrebbe provocare alla collettività, è veramente sicuro di perseguire l’unica vera alternativa all’attuale presente? Chi pensa all’estromissione totale e completa del lusso, del vizio, dell’audacia di perseguire il successo, o la carriera e la fama, è realmente considerabile un portatore sano della decrescita?

La carne è sinonimo di gusto e sazietà, non ci sono dubbi. Questo avviene ogni giorno al fast food, alla steak house, al centro commerciale, in crociera, alle sagre di paese, a natale e – perchè no? – anche a ferragosto. Ogni ricorrenza che si rispetti è sinonimo di grigliate con carne arrosto, alla griglia, bollita, fritta, alla brace, spezzatino, al sugo, e chi ne ha più ne metta. Si può mangiare la bistecca e allo stesso modo incentivare la decrescita felice? Certo, diranno in molti, comprando porzioni di filetto dal contadino di campagna. Oppure recandosi in quel piccolo agriturismo appena fuori città. E magari aiutando anche il bravo macellaio sotto casa che acquista i suoi cosciotti di pollo in allevamenti estensivi, a filiera corta, senza antibiotici, pertanto sostenibili. Ma il business green è il nuovo filone del momento? Riesumato forse da un commecio biologico che sa di vigore stantio? Probabilmente incentivato da una maggiore consapevolezza dei consumatori? O da una riuscita stretegia mediatica?

Personalmente credo poco nella affiliazione spontanea e, vivendo in un presente altamente indottrinato, sembra plausibile che alcune scelte alimentari e comportamentali siano avvantaggiate da coinvolgimenti di massa o peggio da marketing graffianti. Ecco perchè le decisioni strettamente personali spesso non sono affidabili, e purtroppo non persistenti verso una completa assimilazione delle proprie decisioni.

Se pensiamo ai precedenti movimenti sociali, utili a ribaltare profondi e radicati dogmi del passato, non tutti sono ad oggi rientrati nella normalità di un vivere quotidiano. Il femminismo stenta ancora ad affermare le proprie posizioni, soprattutto se analizziamo i recenti fatti di cronaca. Doveva rappresentare l’anti-mascolinità per eccellenza, e si è rivelato una farsa bella e buona. L’abortismo tanto acclamato resta ancora oggi una pratica non completamente ufficializzata e sono in molti gli obiettori che si rifiutano di applicarla, incentivando tra l’altro conseguenti interventi chirurgici di dubbia efficacia e sicurezza. Come non biasimarli del resto, la medicina non è mai stata completamente libera da prodondi interessi opportunisti.

E che dire dell’antirazzismo e di ogni valoroso rappresentante? Vittime e carnefici di una lotta tramandata di secolo in secolo. Pochi risvolti positivi verso una completa cancellazione dell’odio e della violenza verso i propri simili. Immigrazione e clandestinità sono una fonte inesauribile di guadagno a discapito di poveri senza nulla, neanche la loro dignità. Si aggiunge poi anche la beffa di essere accusati perfetti parassiti attaccati alla pelle di onesti cittadini (che ipocrisia infatti affermare che l’africano a casa nostra vive meglio di noi).

E per ultimo, non per meno importanza, che dire dell’animalismo? Completo fallimento?

Di tutto lo sforzo esteso in quasi tre decenni recenti non è rimasto nulla o quasi. I circhi, ed ogni luogo di detenzione, sono ancora aperti. Le pellicce si vendono ancora grazie a noti stilisti internazionali. La caccia è ancora legale, e la vivisezione pure. E che dire della fame di carne a sbafo? No comment… si potrebbe urlare. Neanche il comunicato dell’Oms ha fermato i carnivori poveri di proteine nobili.

Quindi… come poter essere ottimisti nei confronti di un futuro realmente privo di sfruttamento e speculazione? Come poter credere ad una decrescita logica, costruttiva e magicamente benefica? Come immaginare una nuova società libera da pregiudizi, speculazioni, frodi, inganni ed ogni tipo di mistificazione?

Viviamo nella società del profitto, della sopraffazione, della prevaricazione. Non esistono certezze assolute, né soluzioni certe per abbattere il capitalismo attuale, o ogni forma di civilizzazione forzata.

La decrescita ora come ora è un mezzo, uno strumento, non tanto una filosofia di vita. E certamente non con solide basi. Ecco perchè è d’obbligo la riflessione e la condivisione.

Il progresso morale non viaggia di pari passo con l’evoluzione della tecnica, per cui aspettiamoci altri temuti risvolti negativi che potrebbero di gran lunga peggiorare la rivoluzione in atto. A meno che non si voglia continuare ad impersonificare simbologie astratte poco coerenti con l’attuale presente.

A voi la scelta, a voi la libertà di interpretare.

 

E per non avere dubbi o interpretazioni errate è meglio leggere ed approfondire un testo abbastanza veritiero e coerente con l’approccio in questione.

“Basta con la follia della crescita! Siamo noi i principali artefici del nostro destino, oppure le scelte che ci riguardano dovranno sempre essere delegate ad altri?”

E’ ciò che Andrea Strozzi e Paolo Ermani vogliono far capire ai consumatori, ovvero i veri responsabili di tale crescita smisurata. All’interno del libro si affronta un analisi attenta e misurata che vuole mettere sotto esame l’attuale sistema economico, politico e, di conseguenza, sociale. Il mito del PIL, il sogno americano, l’egocentrismo con cui si affrontano le tematiche quotidiane. Tutta una serie di aspetti che inevitabilmente stanno portando l’umanità intera verso il collasso.

 

Solo la crisi ci può salvare

Zoopticon


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Da Veganzetta:

Elaborazione del discorso letto da Francesco Cortonesi in occasione della manifestazione svoltasi a Roma il 16 settembre 2017 per la Giornata Mondiale per la Fine dello Specismo.

L’antispecismo è un movimento rivoluzionario che vuole mostrare ciò che pur essendo davanti ai nostri occhi viene abilmente nascosto da una società basata sul dominio. Un dominio subdolo che a sua volta viene occultato da una moltitudine di parole come “libertà”, “uguaglianza”, “solidarietà”, “fratellanza” usate impropriamente dal potere costituito come dei paraventi per rendere eticamente accettabile ciò che non lo è. La reclusione, proposta come forma positiva di controllo, strutturata secondo una precisa divisione spaziale trova nel Panopticon, la grande struttura utopica della fine del Settecento che Jeremy Bentham aveva immaginato, la figura architettonica ideale, riproducibile, a seconda delle esigenze, in forme perfettamente integrabili e accettabili nella società che ci avvolge.

Il suo effetto principale è indurre nel detenuto una coscienza del proprio stato di visibilità che assicurerebbe il funzionamento automatico del potere. Per Bentham il potere doveva essere visibile e al contempo inverificabile. Non sono più necessari strumenti coercitivi estremi come le catene, gli spazi totalmente ristretti, la violenza continua per ridurre alla docilità. Il detenuto deve percepire una parvenza di libertà all’interno dello spazio limitato e per far questo tutto quello che serve è che le separazioni siano nette e le aperture che permettono visibilità e controllo ben disposte. In poche parole, con il modello Panopticon la prigionia assume un’altra forma: non più coercizione estrema e punizione, ma controllo e osservazione.

Non è un caso che questa nuova forma di prigionia, in grado di alleviare il potere dalle sue pesantezze fisiche peraltro anche costose, che richiedevano un alto numero di controllori disposti a soggiogare personalmente i detenuti mediante catene e violenza necessaria a garantire la punizione, venne ideata quasi sicuramente partendo dal serraglio che Le Vau aveva costruito a Versailles per il Re di Francia Luigi XIV in modo che lui potesse osservare in tutta sicurezza numerose specie di animali esotici direttamente dal suo salone, avendo l’impressione di osservare questi animali nel loro ambiente naturale e non in un giardino perfettamente organizzato nel cuore della Francia.

Il Panopticon è il serraglio del Re.
Il serraglio del Re è il Panopticon.

Animali umani e non umani sono i protagonisti reclusi di questa nuova forma di controllo. Il detenuto, che sia un essere umano o una giraffa, vive la sua limitazione non in funzione di un qualche progetto di recupero, ma esclusivamente per essere osservato e controllato.
Prigioni e zoo hanno molto in comune.
Volendo si può ipotizzare una variazione sul tema del panottico e azzardare un neologismo: lo “Zoo-opticon”. Nonostante sia apparentemente in crescita il numero di persone umane che si dichiarano contrarie agli zoo, ancora oggi anche in ambito antispecista, vengono relativamente presi in considerazione, del resto il proliferare degli zoo di nuova concezione, bioparchi e zoo safari per intendersi, induce l’idea che le tanto sbandierate parole chiave come “conservazione”, “protezione” e “educazione”, riferite alla missione che gli zoo stessi si attribuiscono, siano finalmente sul punto di avverarsi. Così ancora una volta, il potere costituito nei confronti degli altri Animali reinventandosi a parole e riorganizzando gli spazi proprio come i principi alla base del modello del Panopticon suggerivano e consigliavano, si occulta di nuovo.

Come il nuovo modello di prigione immaginato Bentham si scagliava con forza contro la vecchia concezione della “casa di correzione” con la sua struttura a fortezza, così lo Zoo-opticon si scaglia contro lo zoo classico, sfruttando il favore della percezione che offre la sua nuova organizzazione degli spazi, peraltro più estetica che reale, cercando di convincere che la limitazione della libertà sia ora da leggere in ottica esclusivamente positiva e che un Leone finalmente libero da catene e recluso in mezzo ettaro di terreno verde e perfettamente organizzato, sia finalmente un Leone felice. In apparenza il principio del nuovo zoo non può che essere considerato apprezzabile all’interno della società dello spettacolo: rendere visibile e accessibile a una moltitudine di Umani il non facilmente visibile. Ridotto ai minimi termini significa “mostrare a tutti un piccolo numero di oggetti”.
E tanto meglio se questi oggetti sono esseri viventi provenienti da paesi lontani e costosi da raggiungere.

Alcune persone umane che regolarmente frequentano zoo, percepiscono la reclusione ma solo in virtù dell’ambiente ristretto. Non si pongono cioè il problema della limitazione della libertà ma esclusivamente quello delle condizioni di reclusione. Quindi così come esiste l’idea della “carne felice”, ovvero che uccidere e mangiare Animali allevati al di fuori degli allevamenti intensivi e che abbiano trascorso la loro estremamente ridotta esistenza all’aperto sia etico e auspicabile, così esiste l’idea del “detenuto felice” che lo Zoo-opticon propone al visitatore.

Lo zoo di fatto ripropone il modello della prigione e come la prigione ci appare la forma più civilizzata di tutte le pene, così lo zoo ci vuole apparire come la forma più civilizzata della conservazione della Natura. A questo servono i tanti cartelli informativi che annunciano ai visitatori progetti, spesso inverificabili, di supporto alla Natura e agli Animali: a sostenere cioè che la detenzione che ci troviamo davanti non può essere confusa con la semplice privazione della libertà, ma come forma di conoscenza del detenuto, della sua condotta, delle sue necessità rendendo così i dominati collaboratori apparenti dei dominatori, cosa particolarmente apprezzata da chi gestisce il potere. Naturalmente non si può chiedere al detenuto dello zoo cosa ne pensa di tutto questo.

La macchina specista che costituisce la nostra società, nel caso dello Zoo-opticon offre un ulteriore aggancio: l’Animale può essere recluso senza aver compiuto alcun reato, semplicemente in virtù della sua presunta inferiorità nei confronti dell’Umano che ha tutto il diritto di stabilire cosa farne di lui. L’incasellamento nelle gabbie senza sbarre, la catalogazione della specie e la generalizzazione dello stato di conservazione sono tutto quello che c’è da fare e sapere a riguardo. Negli zoo non si racconta mai la storia dell’individuo se non raramente in funzione di un possibile incremento di interesse del visitatore che naturalmente coincide con un incremento economico. Non si racconta la storia di Pippo, l’Ippopotamo femmina che da 35 anni vive in un piccolo recinto dello zoo di Falconara, non la storia Bruno l’Orso regalato nel 1977 dall’Unione Sovietica allo zoo di Cavriglia per celebrare il ricordo di un partigiano caduto durante la Seconda Guerra Mondiale, non la storia di Riù, il Gorilla recluso nello zoo di Fasano che passa le sue giornate davanti a una televisione posta all’interno della sua gabbia, si parla di Ippopotami, Orsi e Gorilla come se fossero ambasciatori volontari, intenzionati a restare anonimi, della loro specie. Lo Zoo-opticon reclude e spersonalizza senza che il visitatore se ne accorga.

Il compito del movimento antispecista è anche quello di smantellare le sue strutture segreganti come gli zoo in ogni loro forma e variante. L’idea dello zoo è senza dubbio un modo economicamente vantaggioso per proporre una parvenza di soluzione allo stermino di milioni di Animali e l’estinzione di numerose specie che noi stessi stiamo perpetrando. Il nostro compito è quello di ripensarsi da cima a fondo, di proporre una visione politica nuova che prenda in considerazione l’animalità che svuoti la società della disumanità segregante e incasellante che la logica economica ci impone. Abbiamo ancora speranza, ma dobbiamo coglierla adesso.”

Francesco Cortonesi

Original post Zoopticon

Laika (Muttnik)


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(29 ottobre 2002) di Vittorio Zucconi da la Repubblica.it:

“Il cane che rincorse le stelle avrebbe di molto preferito continuare a rincorrere gatti e ciclisti per le strade di Mosca, se avesse potuto decidere lei, ma Laika non era un cane qualsiasi. Era un soldato, una bandiera, un latrato di battaglia, un monumento che l’Urss voleva costruire a se stessa con il materiale della Guerra fredda, con i motori, i missili, le ambizioni e, soprattutto, con le bugie della propaganda. Laika, la bastardina arruolata dagli accalappiacani di Kruscev nei vicoli di Mosca per essere la prima creatura vivente spedita in orbita, non morì la morte indolore nello spazio dopo una settimana di orbite, che la propaganda ci aveva raccontato allora, ma una morte orrenda e struggente, inscatolata nel minuscolo Sputnik, poche ore dopo il lancio. Il suo cuore di cane fu schiantato dal panico e dalla solitudine incomprensibile.

Un’altra delle perenni menzogne del potere in Russia, sovietico e non soltanto sovietico, viene a galla dopo 45 anni, dalla confessione di uno degli scienziati di quel programma spaziale che, tra il primo bip dello Sputnik e il viaggio di Gagarin attorno alla Terra, doveva essere la dimostrazione dei trionfi Socialisti sul nemico Capitalista. La prova della profezia di Nikita Kruscev all’Occidente, “in dieci anni vi seppelliremo”.

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Laika, insieme con Mushka e Albina, due altri cagnetti presi a caso tra i bastardini nelle vie della capitale, era stata scelta per la sua docilità, per la sua resistenza alle prove d’accelerazione nella centrifuga della “Città delle Stelle”, la Houston alle porte di Mosca e, dannazione dei piccoli, per le sue dimensioni contenute. Non c’era molto spazio per ospitare un cane dentro lo Sputnik 2 dal peso totale di 108 chili, che i vettori sovietici erano in grado di sparare in orbita in quel novembre del 1957. Ma per piccina e mansueta che fosse, Laika era pur sempre un cane e ci volle tempo per adattarla a quel viaggio.

Con le sue compagne fu messa nel frullatore della centrifuga che le spingeva il cuore fino a tre volte il ritmo normale delle pulsazioni cardiache, nella paura e nella fatica di pompare il sangue nel corpo schiacciato dall’accelerazione gravitazionale. Aveva, dice ora lo scienziato russo, una tendenza a soffrire di panico, perché il cuore impiegava poi il triplo di tempo rispetto alle sue compagne, prima di tornare a velocità normale.

Laika e le sue compagne furono costrette a vivere in gabbiette e contenitori sempre più piccoli e strette da catenelle sempre più strette, per periodi successivi di 3 settimane e a nutrirsi solo di gelatine, la pappa che sarebbe stato messo a bordo, perché lo potessero, poco alla volta, con parsimonia, leccare fino all’esaurimento e dunque alla morte.

Alla fine dell’addestramento, se così possiamo chiamare quella tortura, la vediamo nelle foto d’epoca, che spunta con il muso scuro e gli occhi giustamente preoccupati, da una sorta di tubo di dentrificio nero, l’ogiva nella quale sarebbe stata sparata dalla base di Baikonur, strettamente incatenata, per impedirle di rivoltarsi e di muoversi dentro il tubo.

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Mushka, oltre che piccola, era, per sua ulteriore sfortuna, anche la più intelligente. Era servita per collaudare i rudimentali strumenti di bordo, un ventilatore automatico che avrebbe dovuto raffreddare l’abitacolo quando, nei momenti di esposizione al sole durante le orbite la temperatura fosse salita oltre i 20 gradi.

Albina era stata sparata due volte con razzi, ma recuperata con paracadute dell’ogiva, per collaudare la resistenza al lancio. Ma Laika pescò la paglia corta. Fu scelta per il glorioso evento. E fu lanciata. Senza sapere che per lei non era stato previsto nessun rientro trionfale. Che sarebbe comunque morta girando attorno alla Terra. Il dottor Dimitri Malashenkov, lo specialista che la seguì, ha raccontato ieri a un congresso di medicina spaziale a Houston, le ultime ore di Laika. L’elettrocardiografia seguita via radio segnò un aumento parossistico delle pulsazioni quando i motori s’accesero e il missile cominciò a vibrare sollevandosi dalla piazzola, qualcosa che la cagnetta non aveva mai provato prima. Raggiunta la velocità orbitale, il ventilatore, secondo i leggendari standard del controllo di qualità sovietica, naturalmente non funzionò e la temperatura nella trappola spaziale cominciò a oscillare tra il caldo e il freddo estremi.

Il suo cuore di cane prese a battere irregolarmente, fibrillando quando l’assenza di peso rallentò di colpo le pulsazioni e alla quarta orbita, dopo 5 ore di tormento, il tracciato divenne misericordiosamente piatto. Forse fu la temperatura a ucciderla, o l’umidità che si era accumulata nel suo ansimare dentro quello spazio, o l’anidride carbonica che i filtri nella capsula avrebbero dovuto ripulire, ma che, probabilmente, non funzionarono a dovere. Il dottore non è sicuro.

Ma chiunque conosca un cane e abbia visto gli occhi di Laika mentre la insaccano dentro la sua gabbia, sa di che cosa è morta quella cagnetta, è morta di paura e di solitudine. Di stress, se si preferisce un’espressione più asettica. Sognando i vicoli di Mosca, il branco dei randagi e i gatti che non avrebbe più rincorso, la mano di quegli uomini ai quali si era sicuramente affezionata, senza sapere quello che loro stavano preparando per lei. Il funerale di Laika fu lungo. Andò avanti per 6 mesi e 2.570 orbite, mentre il Cremlino mentiva sulla sopravvivenza di Laika nello spazio indicata in “oltre quattro giorni” e l’America si rodeva nella sua goffa rincorsa con missili che esplodevano dopo il lancio e scimpanzé africani che stava addestrando per inseguire i cani russi.

Fu cremata l’8 aprile del 1958, quando lo Spuntik-2 perse velocità e rientrò nell’atmosfera, consumandosi in un ultimo, piccolo falò delle vanità ideologiche e della crudeltà umana. Tre anni dopo, il 12 aprile del ’61, un essere umano dal coraggio ultraterreno, Yuri Gagarin la seguì, sapendo che avrebbe potuto fare la fine della cagnetta che l’aveva preceduto e che era stata sacrificata per lui, da un regime che trattava gli uomini come cani e dunque i cani come gli uomini. Troppo tardi per fare compagnia a Laika e portarla a passeggio tra le stelle.”

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Original post Laika non visse nello spazio la cagnetta morì dopo il lancio

 

Aviaria all’Eurovo di Codigoro, saranno abbattute 850mila Galline


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“Codigoro (Ferrara), 8 ottobre 2017 – Ci sono 850mila Galline da abbattere. E’ ufficiale! Incombe il flagello dell’aviaria. Ieri l’ordinanza del sindaco di Codigoro Sabina Zanardi è stata perentoria. Muove sulla segnalazione del Centro nazionale di referenza per l’influenza aviaria all’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie. Le analisi non lasciano dubbi. Hanno confermato «La positività per il virus influenzale tipo A, sottotipo H5N8 – si legge – nell’allevamento della società agricola Fiorin di Lionello & Css». Lo stabilimento si trova in via per Ferrara nel territorio comunale di Codigoro. Impiega ottanta dipendenti, manodopera per lo più locale.”

Così titolano i giornali del posto, senza neanche troppi allarmismi. Senza neanche dire una sola parola a favore degli Animali (quasi 1 milione!) che saranno uccisi! Si pensa al danno economico, ai posti di lavoro e forse al pericolo di contaminazione…per carità tutto giusto, ma non abbastanza! Non è abbastanza per giustificare il silenzio assordante di chi vuole ancora una volta tacere e non vedere il genocidio in atto, la terribile devastazione di una specie animale. Una tragica conseguenza preannunciata e scontata, che si ripeterà ancora ed ancora fino a quando si capirà finalmente che gli Animali non sono nati per essere allevati e mangiati.