Vivisezione e morale


“…nelle maratone televisive per TELETHON non si mostra nessuno degli esperimenti e dei metodi di uccisione cui sono sottoposte le cavie (Animali), anzi si parla solo raramente delle cavie e in termini abbastanza neutri, senza specificare le azioni effettuate su di loro.”

– Michele Palatella.

 

Ho appreso da poco la notizia della scomparsa prematura di Michele Palatella, docente ed attivista. Non lo conoscevo personalmente ma che importa, ci si conosce anche solo virtualmente condividendo tematiche importanti e valorizzando parole molto significative che hanno lo scopo principale di diffondere ampie verità.
Lo sfruttamento Animale è una terribile realtà nascosta e mistificata e laddove viene giustificata, con prove e testimonianze ipocrite, non serve dilungarsi troppo in squallidi “chiacchericci”…basta solo mostrare la loro sofferenza.

 

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Ripropongo un suo testo divulgato qualche anno fa, ma ancora molto attuale:

“All’alba della scienza moderna, Cartesio fornì il quadro di riferimento teorico per le nascenti scienze biologiche, applicando i concetti della fisica meccanicistica ai sistemi viventi. Sulla base della distinzione umana tra res cogitans (anima) e res extensa (corpo), lo studioso pensò che gli animali fossero provvisti solo di meccanismi ciechi, senza la presenza di esperienze interiori, alla stregua di un orologio. I guaiti di un cane preso a martellate erano solo una risposta meccanica che poteva essere concepita come il rumore di un ingranaggio di una macchina: nonostante le evidenti similitudini, non significava affatto che in quel momento il cane stesse vivendo un “esperienza mentale” di dolore. Questa concezione meccanicistica, che negava persino l’istinto all’animale, era funzionale ideologicamente alla nuova scienza al servizio della struttura capitalistica che si andava sviluppando, al progetto di dominio del mondo da parte delle classi sociali emergenti e che avevano bisogno di una tecnologia che si ponesse l’obiettivo della trasformazione della natura. Questa concezione del non umano, per quanto improbabile e stridente con il senso comune, ebbe una lunga tradizione, che in alcuni casi continua ancora oggi, e servì ideologicamente alla scienze biologiche, psicologiche e mediche per giustificare gli esperimenti che si effettuavano, con inaudita crudeltà, su gran parte delle specie animali. Parallela e più raffinata, si sviluppò la concezione per cui non era lecita un’antropomorfizzazione nella comprensione del comportamento animale, e gli stati coscienti potevano essere tenuti in sottofondo nell’indagine sperimentale. Watson e i comportamentisti, sulla scia di Pavlov, continuavano a definire “senza mente” gli animali (e in realtà anche gli uomini) insistendo sulla teoria per cui non possiamo avere nessuna esperienza di ciò che succede nell’interiorità di soggetti viventi; la pretesa di una scienza della cognizione animale era priva di qualsiasi valore. Il meccanicismo, la negazione dell’analogia con l’uomo, l’assenza della mente erano la cornice teorica all’interno di cui si legittimava la sperimentazione animale; dal punto di vista metafisico, invece, regnava ancora (e regna) la presunta inferiorità ontologica dell’animale, concepito in definitiva come un soggetto privo di valore o – teologicamente – privo di anima e quindi non degno di considerazione morale. Tutto questo, ancora oggi, nonostante la teoria darwiniana. Darwin propose una teoria rivoluzionaria che davvero scosse dalle fondamenta l’antropocentrismo della tradizione metafisica e scientifica dell’Occidente (ben più dell’eliocentrismo copernicano): l’uomo era un prodotto casuale dell’evoluzione e si era formato a partire da antenati comuni alle grandi scimmie circa 7 milioni di anni fa. Nel ‘900 una nuova scienza naturale, l’etologia, scardinò i fondamenti scientifici della filosofia animale originatasi da Cartesio: affascinanti studi misero in luce la complessità della vita sociale degli animali, la raffinatezza della comunicazione (per es., nelle api e nelle formiche), la capacità di parlare il linguaggio dei sordomuti delle grandi scimmie, l’intelligenza mirabile anche di specie ritenute inferiori (come i corvi e i pappagalli), l’esistenza di sentimenti ed emozioni (la similarità dei processi neurofisiologici e delle sostanze implicate nella percezione del dolore degli animali) e addirittura l’esistenza di una proto-morale nelle scimmie (anche in questo caso con esperimenti che implicavano grandi sofferenze da parte delle cavie). La parentela di tutte le specie, la gradualità dell’evoluzione, la scomparsa dal discorso scientifico di proprietà essenziali delle specie animali, l’eliminazione dalla filosofia razionalistica dell’anima come entità metafisica tipicamente umana hanno reso ancora più drammatico il problema della liceità degli esperimenti sugli animali non umani; in realtà l’opposizione morale alla vivisezione era già vivissima durante il positivismo, quando scienziati e intellettuali cominciarono a scrivere i primi libri su ciò che succedeva nelle “camere di torture della scienza” e i primi attivisti animalisti intraprendevano manifestazioni davanti ai laboratori di medicina dell’Inghilterra. Tralasciando del tutto il discorso sulla validità scientifica della medicina traslazionale, ci soffermeremo sulla legittimazione morale operata dagli scienziati per giustificare il loro lavoro; en passant, gli scienziati sono consapevoli che il problema esiste, per il semplice fatto che si guardano bene dal pubblicizzare la loro professione mostrando filmati ed immagini degli esperimenti in televisione o in riviste popolari, consci delle reazioni che si potrebbero scatenare sul pubblico; per es., nelle maratone televisive per TELETHON non si mostra nessuno degli esperimenti e dei metodi di uccisione cui sono sottoposte le cavie, anzi si parla solo raramente delle cavie e in termini abbastanza neutri, senza specificare le azioni effettuate su di loro. Inoltre nella loro opera di propaganda danno l’impressione che si sperimenti solo sui topi, animali che in genere suscitano disgusto o indifferenza nelle persone e mai si accenna all’uso che si fa in Laboratorio di cani e gatti, animali amati dal pubblico che difficilmente accetterebbe la legittimità di esperimenti su di essi. E’ ben vero che la stragrande maggioranza degli animali usati è costituita da topi, ratti e cavie, ma il numero di cani, gatti e scimmie utilizzate è notevole, se si considera che 300 milioni di animali vengono uccisi all’anno nei reparti di ricerca. Il fatto, poi, che i ricercatori si premurano di tranquillizzare la gente dicendo che “trattano bene” gli animali conferma ciò di cui sopra, la consapevolezza che la sperimentazione non è giusta dal punto di vista etico (è evidente che si tratta di una bugia o di una “falsa coscienza”, dato che il solo fatto di rinchiudere un topo in gabbia per tutta la vita e di ucciderlo a fine “carriera” – stravolgendone le caratteristiche etologiche e sottoponendolo quanto meno ad una tortura psicologica – è ipso facto una mancanza di rispetto). Talvolta si sente spesso giustificare la SA con l’affermazione del “diritto del più forte” anche se non spesso, dato che tale teoria è di per sé una negazione della morale; anzi, la morale si costituisce proprio come la negazione del diritto del più forte, come dimostra il fatto che gli abusi sui più deboli, per es., sui bambini, sono considerati con maggiore indignazione rispetto alle violazioni (giuridiche e morali) tra pari. E poi, non credo che si sia disposti a giustificare la pedofilia, lo stupro delle bambine o le uccisioni delle donne con la teoria giuridica del diritto del più forte, soprattutto se la vittima appartiene al proprio ambito familiare. In ogni campo dello sfruttamento animale (alimentazione, abbigliamento ecc.) il ragionamento più frequente consiste nel negare all’animale i diritti “naturali” o la dignità della considerazione morale perché “esseri inferiori” o mancanti di proprietà appartenenti esclusivamente all’uomo, e che sole potrebbero inserire i non umani nella comunità giuridica ed etica. La vita del topo, si dice, vale meno di quella di un uomo. Esisterebbe un ordine gerarchico, nella storia dell’evoluzione, per cui l’animale che si situa al vertice della scala acquisirebbe un valore morale del tutto assente negli animali inferiori, comprese scimmie e delfini (esseri autocoscienti). Il fatto che l’uomo abbia il linguaggio, la cultura simbolica, la possibilità di scelta gli garantirebbe la giustificazione di operare qualsiasi azione sugli animali, anche la tortura e l’uccisione per il nostro vantaggio. Evidentemente nello sviluppo delle specie avverrebbe un salto qualitativo che metterebbe in un territorio di privilegio gli umani; questo, però, è negato dalla teoria che prevede uno sviluppo graduale da una specie ad un’altra, una continuità delle funzioni che nega a priori la comparsa di una proprietà ontologicamente altra rispetto a quelle già esistenti (vedi, per es., la capacità di combinare simboli nelle grandi scimmie – Koko addirittura parlava di morte in senso oggettivo e soggettivo con la studiosa Patterson – la capacità di “chiamarsi con “nomi individuali” tra balene e delfini ecc.). Il linguaggio umano sarebbe solo una questione di possibilità fisica (laringe con una certa configurazione) e di quantità, non di qualità. Anche la libertà di scelta non sarebbe una proprietà esclusivamente umana, come dimostrano gli esperimenti sui macachi reshus, che smettevano di azionare la leva distributrice di cibo per non ferire i compagni nelle altre gabbie (tali scimmie non avevano bisogno di fare esperimenti per rilevare la crudeltà dell’uomo). La critica non si limita in questo caso a reperire, antropocentricamente, proprietà e talenti che erano considerati – sbagliando – prettamente umani qualche tempo fa, ma si spinge oltre: l’idea che una specie animale che possiede proprietà casualmente derivate dall’evoluzione acquisisca il diritto di sfruttare altri animali è fuori luogo, perché saranno prese in considerazione quelle proprietà che si posseggono in maniera quantitativamente superiore; è certo che l’uomo giustificherà i suoi diritti sui non umani considerando il linguaggio, la cultura simbolica, l’intelligenza e non per es., la capacità di volare, di correre velocemente, o la robustezza fisica. Se si volesse procedere in questo modo, bisognerebbe applicare questa legge all’interno della specie umana stessa: i meno intelligenti, per es., dovrebbero poter essere sfruttati e uccisi senza problemi, dato che non posseggono in grande misura questa capacità; Einstein avrebbe il diritto di uccidere chi ha un QI inferiore a 70 per gli stessi motivi. Addirittura tutti quelli che non hanno la capacità morali, culturali, linguistiche e d’intelligenza dei normodotati (bambini, ritardati, autistici ecc.) non avrebbero diritto alla protezione e alla salvaguardia della loro vita; invece, deve succedere proprio il contrario: proprio chi non ha queste capacità ed è più “debole” dell’uomo adulto normodotato ha diritto ad una protezione maggiore rispetto agli altri, in virtù della sua incapacità di difendersi. E di fatto così è, ma solo per ciò che concerne le relazioni morali umane; stranamente per le altre specie l’argomento vale all’inverso! Le proprietà accidentali acquistate con l’evoluzione non danno luogo a nessuna entità metafisica a priori che porrebbe l’uomo su un piedistallo di maggior valore. L’uomo, spiegano gli evoluzionisti, non è al vertice della creazione, perché non c’è nessuna gerarchia ontologica e assiologica alla base delle leggi naturali. La mucca e il topo hanno sviluppato un’intelligenza perfettamente adeguata alla risoluzione dei problemi che l’ambiente pone, e non ha senso dire che noi siamo più intelligenti, e quindi abbiamo diritti maggiori; il fatto che un uomo occidentale non sopravviva nell’ambiente delle foreste dove vivono le tribù dell’Amazzonia non rende per questo i cacciatori-raccoglitori della zona superiori a lui e quindi con il diritto di sfruttarlo e ucciderlo. Gli scienziati sono consci delle aporie morali che si pongono con la SA dato che accettano il darwinismo e per questo rifiutano la gerarchia degli esseri viventi e l’antropocentrismo; così, per legittimare la loro impresa, riciclano una soluzione che sfocia a nostro avviso in un nuova forma di darwinismo sociale; una soluzione peggiore del problema; essi dicono che la SA non ha niente a che vedere con la morale, con la superiorità della specie dell’Homo Sapiens Sapiens, ma con la tendenza dell’uomo (e di tutte le specie viventi) a comportarsi avvantaggiando la propria specie rispetto alle altre. La SA, insomma, sarebbe una questione di fitness, di maggiore e migliore adattamento all’ambiente, seguirebbe una legge naturale che non ha implicazioni morali; non si deve giustificare il comportamento del proverbiale leone che mangia l’agnello…. così non si deve giustificare lo sperimentatore che uccide il cane per salvare la vita all’uomo, ad un conspecifico. Non è molto importante qui far notare la contraddizione di chi legittima la SA sulla base di una legge naturale, quando la medicina è per definizione una tecnica culturale molto raffinata, per niente naturale e che per giunta va contro le leggi della selezione naturale (se proprio si vogliono rispettare le dinamiche evolutive, si lascino morire i malati e i deboli per fortificare la specie), ma a noi risulta che la selezione dell’ambiente agisca sull’individuo e solo indirettamente sulla specie; non sussiste nessun principio di conservazione della specie! Leoni che mangiano i cuccioli di altri leoni, scimpanzé che organizzano blitz con i gruppi confinanti in un’orgia di selvaggia violenza in cui si uccidono conspecifici, gorilla che uccidono cuccioli di gorilla femmine per potersi accoppiare con le madri, uccelli che uccidono nel nido i propri fratelli ecc dimostrano che gli esseri viventi non hanno avuto in dono nessuna tendenza a salvare il maggior numero possibile di membri della propria specie, al limite solo quella dei propri figli, e nemmeno sempre. Come è facile dimostrare, basare un comportamento appellandosi alle leggi di natura è una contraddizione in termini; e non preserva dal pericolo, poi, di applicare quelle stesse leggi alle relazioni intra-specifiche. En passant, vorrei sottolineare un’argomentazione che talvolta anche i vivisettori fanno ma che non è estranea a nessun operatore che guadagna sulla pelle degli animali, e che sinceramente io trovo incomprensibile. Questa argomentazione morale è fondata sull’affermazione per cui “la natura non sempre è buona” (sic); cosa significhi è difficile capire; forse la lontananza degli scienziati dalla riflessione filosofica può portare a sillogismi del tutto fuorvianti o irrilevanti; se si vuole dire che in natura il leone mangia la gazzella, si può accettare, anche i bambini lo sanno; se si vuol dire che siccome in natura il leone mangia la gazzella, noi possiamo sfruttare e uccidere gli animali, si fa un’operazione illecita: si potrebbe rispondere che siccome gli uccelli mangiano i propri fratelli, è giusto uccidere gli altri fratelli anche in ambito umano. Come ultima chance, si potrebbe citare l’appartenenza dell’uomo ad una specie dotata di un’entità spirituale metafisica, chiamata anima; ed è ciò che fanno gli scienziati cattolici, che hanno la tendenza a credere che Dio abbia creato gli animali per le esigenze degli uomini; ovviamente, in un discorso scientifico e razionale, le essenze ontologiche non hanno diritto di cittadinanza, e quindi l’argomento va semplicemente ignorato; fa specie però vedere uomini impegnati in un’impresa razionale come la scienza, cedere alla credenza in un Dio inevitabilmente sadico e irrazionale, che fa divertire la sua creatura principale con esseri senzienti e sofferenti, quando sarebbe bastato creare un mondo senza malattie per eliminare alla radice il problema. Credere poi che le zanzare, responsabili di milioni di morti all’anno per la malaria, siano un “dono” di Dio difficilmente sarà accettato dalle popolazioni coinvolte, benché a digiuno di teologia cattolica. Che gli animali debbano godere di considerazione morale è ammesso, inconsapevolmente, dagli stessi fautori della SA; la loro preoccupazione di tranquillizzare la gente sul trattamento umanitario delle cavie dimostra in modo lampante l’ammissione che gli animali abbiano dignità morale (e però o ce l’hanno tutta o nessuna) e la loro insistenza sulla severità delle leggi che regolano la SA implica che siano d’accordo che gli animali debbano essere tutelati giuridicamente (anche qui, però, con la stessa aporia che abbiamo rilevato sopra). Se non è pura opera di propaganda, come tendiamo a credere noi, i sostenitori della SA si trovano nella strana situazione di dover difendere teoricamente l’impossibilità dell’animale ad appartenere ad una comunità morale e giuridica, e nello stesso tempo a doversi comportare rispettando moralmente e giuridicamente il non umano. O siamo di fronte a “cose” e allora anche “la tortura per il puro diletto” è ammissibile (come dice il Dizionario di teologia cattolica, Oxford, 1898) o siamo di fronte a soggetti, e allora non è possibile nessuno sfruttamento, nemmeno minimo. Tertium non datur. Tutto ciò è implicito anche nella giustificazione scientifica della SA: la SA funziona perché gli animali hanno minime differenze biologiche con noi, ma queste quasi “inesistenti” differenze producono misteriosamente un’infinita differenza sul piano morale: i primi possono essere manipolati, sfruttati e uccisi anche in modo spesso crudele, i secondi invece devono godere di tutti i diritti naturali! Eppure sono quasi uguali! Cambierà qualche gene, ma sostanzialmente sono la stessa cosa! Incredibile come la differenza dell’un per cento di struttura genetica determini un’infinita differenza morale! Tutta la filosofia morale dei fautori della SA è racchiusa nel semplice ma efficace slogan propagandistico “Salveresti un topo o un uomo?”. Ci sono diverse osservazioni da fare in proposito a) Si lascia intendere che gli unici animali utilizzati siano i topi, ma non è così; come abbiamo già detto, anche cani, gatti e scimmie vengono utilizzati, ed essi sono tenuti in gran considerazione dalle persone, data la diffusione di animali da compagnia nelle famiglie occidentali e l’alta considerazione di cui godono come membri della propria famiglia. b) La domanda intende far credere che ci sia una necessità oggettiva in cui è necessario scegliere, ma non è affatto così. Tutti risponderemmo che in una situazione disperata, in cui il corso naturale delle cose ci costringe a scegliere (per es., durante un’alluvione, un terremoto ecc.) tenderemmo senza dubbio a salvare il conspecifico anziché il topo. Ma nel caso della vivisezione, siamo noi che creiamo deliberatamente la scena, cioè un laboratorio dove i topi, che non hanno nulla da spartire con le malattie umane, devono essere “sacrificati” per il presunto bene dell’uomo. c) Posta così la domanda, si fa un errore di partenza: è anche difficile rispondere alla seguente domanda “Salveresti tuo figlio o uno sconosciuto?”. La risposta: “mio figlio” sarebbe anche accettabile dai filosofi morali, ma nascerebbero seri dubbi qualora per salvare mio figlio dovessi sottoporre l’altro alla sofferenza di una vita in gabbia e dei relativi test che producono, come minimo, indicibili sofferenze psicologiche. d) Sembra che l’esperimento sui topi salvi comunque necessariamente il bambino, ma non è così. Decine di farmaci sono stati ritirati dal commercio dopo che i test animali ne avevano accertato la sicurezza e l’efficacia; in questo caso si è ucciso sia il topo sia l’uomo, e d’altronde non si può sapere a priori se il farmaco salverà o meno, ucciderà o meno. e) la domanda sottintende che l’esperimento sugli animali sia risolutivo e poi non ci sia bisogno di sperimentare sull’uomo; non è così, dopo la fase preclinica, ci sono 4 fasi di sperimentazione sugli uomini (anche qui si aprirebbe un altro discorso sulla moralità di questi esperimenti) in cui non si sa, per ammissione stessa degli scienziati, che cosa succederà. Però la domanda, in realtà mal posta, fa presa sull’uomo medio, che non conosce i dettagli della sperimentazione e che non sa nulla dei suoi fallimenti.”

 

Michele Palatella – 14 ottobre 2015

 

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Farli ammalare non ci farà guarire! #novivisezione

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