L’economia senza denaro


change.jpg

“Togliamocelo dalla testa: in fondo nessuno di noi ha bisogno di soldi. Abbiamo tutti bisogno d’altro. Mangiare, dormire, riposare tranquilli. E poi amare, divertirci, realizzarci come individui e nella relazione con gli altri. Per ottenere tutto questo non bisogna inchinarsi per forza al dio denaro. Da qualche decennio ci siamo dimenticati che il denaro è solo un mezzo, una convenzione, creata con l’obiettivo originario di favorire lo scambio e le funzioni sociali. Fuori dai circuiti chiusi dell’euro oggi si scopre tutto un mondo pulsante fatto di relazioni, passioni, interessi comuni, sinergie impreviste e cariche di significato che possono arricchire la nostra vita. Gli strumenti sono la banca del tempo, il dono, il baratto o le monete locali. Di questa ricchezza a Bruxelles o a Wall Street non se ne parla. Ma i fautori della decrescita sono sicuri: i bisogni di una comunità possono venire soddisfatti più facilmente senza passaggi di soldi. Quante energie, quanti sentimenti e quante capacità abbiamo perso, riducendo tutto il nostro interagire a un freddo interscambio di banconote! A volte sono le piccole cose che fanno la felicità. Come qualcuno che stiri le tue camice, due ore di babysitter, un massaggio, una mano per montare un armadio. Servizi che potremmo scambiare con quello che sappiamo fare: una torta di mirtilli, una lezione di inglese, il taglio dell’erba in giardino. Nei mercatini del baratto, o negli orti condivisi, sembra risorgere «la creatività contro l’economia dell’assurdo», secondo un titolo profetico di Serge Latouche. Una teoria che si è già fatta realtà in molte località sparse per l’Italia. Realtà che sembrano frammentarie, vissute come sacche di resistenza, se non altro perché faticano a farsi conoscere. È facile immaginare i frequentatori di questi ambienti con camicioni a quadri, maglioni larghi e lunghe collane, tra le spire di incenso e il tam tam dei tamburi. Il fascino della reciprocità, invece, seduce anche le persone apparentemente più lontane dal mondo alternativo. Molti fanatici della moda oggi, a Milano come a Roma, rinunciano alle vetrine del corso per darsi agli «swap party», le feste dello scambio, in cui si barattano capi e accessori firmati. «Non vogliamo rottamare capi vecchi e consunti» si legge sulla pagina di Facebook di BarattaMi. «Proponiamo il recupero e il ri-uso intelligente di tutti quegli indumenti semi-nuovi che giacciono dimenticati nei nostri guardaroba». Della serie anche gli yuppie hanno un’anima.

Baratto online
Piccola o grande che sia, la transizione verso un’economia di autoconsumo ha preso il via. Alcuni giornalisti parlano di boom del baratto in Italia, con il rischio di fare un po’ di sensazionalismo. «Dire che tutti gli italiani siano improvvisamente passati al baratto sembra una voce un po’ troppo colorata» commenta Paolo Severi di Zerorelativo, la prima community di baratto, scambio e riuso online, «però i dati dello scambio online vanno decisamente bene». Zerorelativo vanta oltre 31.000 iscritti e più di 90.000 annunci attivi, principalmente di baratto, ma anche di prestito e dono. I numeri sono di effetto: dal 2008 ad oggi su questo portale sono stati conclusi 102.000 baratti, 91.000 prestiti e oltre 4000 doni. «Negli ultimi mesi c’è stato un incremento dell’utilizzo del sito» argomenta Severi «ma non si può dire che con la crisi si baratta di più. Chi baratta fa una scelta etica, crede prima di tutto in un altro stile di vita. Dopodiché guarda alla convenienza economica». A quanto pare la maggior parte dell’utenza è interessata alle relazioni, più che all’affare in sé. «C’è una volontà di entrare in comunicazione con altre persone che hanno uno stile di vita simile al nostro. Spesso succede che venga a costare di più la spedizione rispetto al valore dell’oggetto stesso. Lo si fa perché si è convinti». Del resto c’è anche chi preferisce scambiare a mano, e chi al posto di oggetti offre prestazioni professionali o un po’ del proprio tempo. Su questa piattaforma si trova di tutto. Con una prevalenza di abbigliamento, prodotti per la casa e per l’infanzia, visto che l’80% dell’utenza è femminile. Le transazioni avvengono in base alla fiducia, con la garanzia del feedback, che fa somigliare Zerorelativo anche solo lontanamente al sito Ebay. Con la differenza sostanziale che qui i soldi non girano. 

La vacanza senza soldi
«Se avessi i soldi per viaggiare mi farei una bella vacanza»: quante volte lo abbiamo sentito dire! Ma il problema è da cercare nella testa, più che nel portafogli. Lo scambio di ospitalità è una realtà consolidata, mutuata da siti come servas.it o couchsurfing.it, ma senza scambi di denaro è possibile anche alloggiare in strutture ricettive munite di ogni comfort. Il sito bedandbreakfast.it, che ospita e convoglia oltre 15 mila soluzioni di microricettività tra b&b, case vacanza, appartamenti, locande, ostelli, country house, a fine novembre ha lanciato la settimana del baratto: una lunga serie di gestori si è resa disponibile a barattare il soggiorno in cambio di beni o servizi. Strutture ricettive di collina, mare, montagna, città d’arte che aprono le porte ai visitatori in cambio di massaggi, lezioni di canto, siti internet. Tra i servizi più gettonati la realizzazione di video o servizi fotografici, il posizionamento sul web, la traduzione di testi in inglese o tedesco. Porte spalancate anche a chi è disposto a rimboccarsi le maniche per la raccolta delle olive, un’imbiancatura alle pareti, lavori di giardinaggio. C’è poi chi si accontenta di beni più prosaici come una playstation usata, una tv con decoder, o un vecchio tablet funzionante. Gli organizzatori dell’evento sono stati chiari: «Puoi barattare qualsiasi cosa, nei limiti del ragionevole, ovviamente. Le possibilità di condivisione e scambio possono essere infinite, l’importante è non limitarsi, non avere imbarazzi e proporre lo scambio nella massima serietà, cortesia, curiosità, empatia, simpatia, originalità». La buona notizia è che diversi gestori sono disponibili ad estendere lo scambio anche in altri periodi dell’anno.

Entra ed esci senza pagare
A Osimo (An) esattamente tre anni fa partiva il Punto Baratto, il primo negozio per il baratto stanziale. Gli oggetti raccolti qui vengono valutati in «stelle» e contabilizzati nelle schede dare/avere di ogni partecipante affezionato, che un paio di volte alla settimana può fare un salto nella sede a vedere cosa c’è di nuovo. Un’attività che sta in piedi grazie all’appoggio di Spring Color, che ha messo a disposizione lo spazio, e all’attività degli iscritti, che non possono definirsi volontari: per ogni ora di presenza al Punto Baratto guadagnano una stella! A Firenze ha aperto un’osteria dove alla fine del pasto, su prenotazione, è possibile pagare con il baratto. Il nome del locale «L’è maiala» allude all’attuale congiuntura economica, mantra toscano per scongiurare la crisi. In cambio di una buona cena si accettano le primizie contadine della campagna, prodotti di artigianato locale, antiquariato e modernariato. Ma ogni trattativa va intavolata sempre prima del pasto. Quella che sembra un’idea stravagante, un negozio dove entri e non paghi, in alcuni paesi è una realtà consolidata. Il concetto base delle botteghe gratis è semplice: molta gente possiede cose di cui non può o non vuole più servirsi, e che prima di finire in discarica ingombrano soffitte e garage. Nei paesi di lingua tedesca si contano circa 70 negozi di questo tipo, i cosiddetti Umsonstladen o il modello austriaco del Kostnix, che si basano più o meno sugli stessi principi: non si acquista, si possono prendere un massimo di tre oggetti per volta e non possono essere rivenduti. Questi luoghi spesso diventano punto di appoggio per le banche del tempo, o altre iniziative di economia conviviale basata sulla reciprocità. Al di sotto del Brennero incontriamo il negozio Passamano , nel centro di Bolzano. «Siamo una decina di persone che ha preso una stanza e cominciato a metterci delle cose» racconta Franco, che non sembra amare le prolusioni e preferisce chiarire gli aspetti pratici. «Per ora abbiamo escluso i mobili, perché non avremmo abbastanza spazio. Poi ci sono solo alcune cose che non accettiamo, roba rotta o inadeguata, come macchine da scrivere elettriche, stampanti senza usb, televisori senza schermo piatto, ma per il resto accettiamo qualunque cosa». Una strategia per evitare l’accumulo di inutili cianfrusaglie, garantendo un certo livello di fruibilità delle merci. «Si possono prendere al massimo cinque oggetti gratuitamente a meno che non porti qualcosa in cambio. Abbiamo dovuto fissare queste regole per evitare che qualche scroccone accumulasse della roba per poi rivenderla». L’attività sta in piedi anche grazie alle offerte che gli avventori possono lasciare, che servono per pagare luce, acqua, immondizia, condominio, furgoncino e assicurazione. Non ci sono spese di affitto, perché la sede appartiene a uno dei fondatori. Tutto il lavoro si svolge dal lunedì al venerdì per mezzo di una decina di volontari, impegnati per tre turni alla settimana. «Ha funzionato da subito» racconta Franco. «C’erano tante persone che non sapevano dove mettere la roba. Non volevano buttarla, perché c’erano affezionate. In questo luogo diamo nuova vita alle cose». Che sono di nuovo libere di circolare.

La bottega dei bisogni
Concedetemi una precisazione. L’esperienza di cui raccontiamo si chiama Bottega per Nulla, ma questo titolo ci sembra più azzeccato. Siamo alla Mag 6 di Reggio Emilia, che propone un’economia centrata sulle relazioni e sui bisogni degli individui, attraverso un percorso che parte da lontano. I concetti di finanza critica, economia solidale, partecipazione e mutualità qui si masticano da quasi 25 anni. L’attività di base di questa cooperativa finanziaria partecipata è quella di raccogliere il denaro dei soci sotto forma di capitale sociale, in modo da poter sostenere iniziative economiche dal basso e offrire opportunità di finanziamenti etici e solidali. All’interno di questa cornice si sperimentano iniziative di mutualità, come la circolazione dei saperi e lo scambio non monetario di beni e servizi. Proprio qui nasce la Bottega per Nulla, che trae ispirazione dall’esempio degli Umsonstladen tedeschi, ma che può vantare un approccio del tutto originale. Precisiamo: questo non è certo un luogo dove fare shopping o riempirsi la borsa di cose. Anche perché come luogo fisico, almeno per ora, non esiste. Si tratta di un luogo virtuale, in cui circolano diversi beni materiali durevoli, messi in prestito dai soci. Oggetti utili, a volte costosi, che non si devono necessariamente possedere: un tagliaerba, una motosega, un compressore, un box porta-tutto per auto o una tenda da campeggio. Tutte cose che si possono avere in prestito! «Chiediamo alle persone di mettere a disposizione degli altri quegli oggetti che uno si sente tranquillo a prestare» ci spiega il referente Enrico Manzo. «Non diamo nulla per scontato, sappiamo che la fiducia bisogna costruirla piano piano. Non abbiamo nemmeno fissato delle regole. A noi interessa favorire lo scambio. Dopo un paio di volte magari si cambia atteggiamento, si diventa più flessibili, ma prima bisogna guardarsi dentro, rendersi conto a che punto siamo». Enrico ci spiega che potrebbe anche esserci una compartecipazione ai costi: «Se ad esempio uso un camper, magari è ragionevole che chieda un contributo per le spese di assicurazione e manutenzione, che non si può considerare uno scambio monetario». A ben vedere quella di Mag 6 assomiglia a una rivoluzione copernicana. Al centro della questione non stanno gli oggetti stessi, ma i bisogni delle persone. A ogni socio che partecipa all’assemblea viene chiesta una lista di ciò che può e vuole condividere. «In tutto questo la dichiarazione dei propri bisogni è un percorso importante» argomenta Enrico. «Vogliamo affrontare questa nostra difficoltà a chiedere o a mostrare all’altro che abbiamo bisogno di qualcosa. E lo si fa all’interno di una rete che ti può aiutare a soddisfare questi bisogni senza passaggi di denaro». Un’economia conviviale e concreta, decisamente fuori dagli schemi. «Abbiamo sottratto punti percentuali al PIL» ironizza Enrico. «Sono stati cambiati elettrodomestici nuovi, forni, videoregistratori, dvd, macchine da cucire».

Gli esseri umani forse sono più generosi di quanto si pensi.”

 

Articolo “L’economia senza denaro” tratto dal numero cartaceo Dicembre 2012 del mensile Terra Nuova, disponibile anche come eBook

Foto di Bansky

Annunci

2 pensieri riguardo “L’economia senza denaro

Invia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...