Veganismo un tanto al chilo


despar-veggie-1-e1455036073716.jpg

Da Veganzetta.org

“Molti grandi geni pensavano “veggie” anche Leonardo da Vinci.

Questa è la scritta che campeggia a caratteri cubitali in una nuova pubblicità su megacartelloni che si può incontrare percorrendo le strade di alcune città del Veneto in questi giorni.
La pubblicità commerciale – a cura di Despar, Eurospar e Interspar, marchi del gruppo internazionale austriaco SPAR – si presenta così al pubblico per proporre una nuova linea di prodotti vegetariani e vegani (come se si trattasse della stessa cosa) che prende il nome di “Despar veggie“.
“Un’idea geniale, il veggie che piace a tutti“, così recita il testo introduttivo alla linea sulle pagine del sito web Despar.it: in particolare con riferimento al bollino che ne contraddistingue i prodotti, si afferma che “Despar garantisce che in questo prodotto viene rispettata una filosofia e uno stile di vita bene preciso, improntato al massimo rispetto etico verso il mondo animale“. Gran bella frase ad effetto, perlomeno Despar dimostra di aver ben compreso, al contrario di molte persone umane vegane, che c’è differenza tra una filosofia e uno stile di vita.
Che Leonardo da Vinci fosse un genio è chiaramente fuori di discussione, che avesse grande rispetto, empatia e compassione per gli Animali è altresì noto, che quindi la sua figura sia stata usata – insieme a quella di altre figure illustri come il Mahatma Gandhi, Richard Wagner e Albert Einstein – per pubblicizzare una linea commerciale di prodotti vegetariani e vegan da un importante gruppo della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), non è certo geniale, ma sicuramente furbo.
Se alcuni grandi geni dell’umanità pensavano “veggie” (neologismo orribile utile però ad accomunare vegetariani, vegani e le mille altre varianti con più o meno senso, per creare una nuova categoria sociale e di consumatori), perché non dovremmo farlo anche noi semplici mortali, magari comprando i prodotti suggeriti?
Despar attua un’operazione semplice in sé, ma di indubbia efficacia: utilizza un’istanza etica – parla chiaramente di un’idea – come quella vegana, per trasformarla in un’esigenza consumistica alla quale risponde con un’offerta commerciale. Un’idea rivoluzionaria come quella vegana che prevede – mediante una coerente pratica quotidiana – il rifiuto palese di sfruttare gli Animali, diviene oggetto di marketing: si trasforma da denuncia, in una richiesta di beni e servizi di un ben determinata e caratterizzata tipologia di consumatori (definiti etici), che hanno il diritto di essere riconosciuti, rispettati e accontentati dalla Grande Distribuzione Organizzata (ma più in generale dal comparto produttivo, terziario e commerciale) mediante l’offerta sempre più specializzata e ricca di prodotti adatti alle loro necessità.
In questo modo la persona umana vegana che acquista prodotti vegani appositamente creati per lei, in estrema sintesi baratta (o svende?) un’ideologia per acquistare un ruolo consumistico riconosciuto e accettato – perché funzionale – dalla società: quello del cliente esigente, informato e esclusivo, disposto a spendere di più per ottenere dei prodotti di nicchia.
Molti affermeranno che non c’è nulla di male in tutto ciò, che finalmente la società specista si sta accorgendo delle nostre istanze e che le sta riconoscendo anche – e soprattutto – a livello commerciale: un passo necessario verso una società umana meno ingiusta e crudele, un passo verso la comprensione e l’accettazione.
L’idea che i prodotti vegani negli esercizi commerciali siano in constante aumento e che ciò significhi la diminuzione dello sfruttamento degli Animali può risultare in prima battuta affascinante; di sicuro per chi – come il sottoscritto – ha abbracciato la filosofia vegana da molti anni, non essere più considerato uno squilibrato o un alieno è egoisticamente perlomeno confortante, ma ai fini pratici il concetto di “riduzione della crudeltà” è tragicamente sbagliato e fuorviante: la schiavitù animale è paradigmatica e sistemica, è dentro la nostra cultura, la nostra educazione, la visione del mondo che ci viene insegnata e la nostra società; non possono esistere pertanto prodotti veramente “etici” e men che meno cruelty free, perché a riempire gli scaffali dei negozi di prodotti vegani non è la convinzione che ciò sia giusto, etico e compassionevole, ma che sia vantaggioso economicamente, di conseguenza il concetto di sfruttamento e dominio che sottende al processo di produzione di detti prodotti rimane del tutto intatto e anzi si rafforza.
Nella realtà quindi un passo c’è ma è verso l’omologazione. Il mercato ci osserva, ci analizza, ci classifica e reagisce con una gamma di prodotti e servizi adeguati alle nostre esigenze. Noi dal canto nostro siamo chiamati a rispondere, ad assumere il ruolo conferitoci e a divenire parte attiva del ciclo produttivo e consumistico: a entrare nella nostra casella. Potrebbe essere una sorta di pacifica integrazione, se non fosse per il fatto che si tratta di una fagocitosi: il sistema capitalistico iperconsumista ha ben compreso la potenzialità economica che l’idea vegana – privata di ogni caratteristica eversiva e culturalmente destabilizzante – rappresenta e ha operato uno slittamento ideologico dalla questione animale al diritto del consumatore vegano. Le proposte commerciali come quella della Despar, non sono altro che offerte per il soddisfacimento di un’esigenza consumistica che è solo nostra (in quanto vegani), ma il veganismo nel suo pensiero originale – non edulcorato o stravolto come lo si può conoscere ai nostri giorni – si cura dei diritti fondamentali degli Animali e del rispetto del Pianeta tutto, non certo delle persone vegane in quanto consumatrici capaci di far girare meglio l’economia. Aderire alla filosofia vegana significa lottare per il diritto fondamentale alla vita altrui, non per un nostro interesse o il soddisfacimento di nostre voglie.
Un veganismo consumista è solamente autoreferenzialità e in definitiva ricade di nuovo nella visione antropocentrica della società umana: non siamo noi ad aver diritto di trovare prodotti vegani sugli scaffali dei negozi (e non dovremmo chiedere a nessuno tali diritti), ma gli Animali a vivere liberi dalla crudeltà e dalla schiavitù. Bisogna evidenziare, inoltre, che un veganismo ridotto a mero fenomeno consumista o di costume, abbandona ogni velleità politica e si riduce a una delle varianti comportamentali previste e accettate – perché non conflittuali e problematiche – dalla società contemporanea che di sicuro in un prossimo futuro ne riconoscerà i diritti, proprio per concludere il lavoro d’istituzionalizzazione che è già in corso. Insomma essere vegan significa già, e lo significherà sempre più, divenire una delle numerose minoranze parte integrante della società globalizzata e chiunque di noi avrà il diritto di mangiare cibo vegano o di vivere secondo lo stile di vita vegano, a patto che gli altri siano liberi di continuare a vivere come desiderano. Ciò ci permetterà di avere una coscienza più leggera, ma accettare l’idea che ciascuno sia libero – in quanto Umano – di causare sofferenza e morte agli Animali a causa delle proprie abitudini, come noi siamo liberi di decidere (bontà nostra) di non sfruttarli, è già di per se una sconfitta totale e definitiva.
Accettare e – peggio – avallare entusiasticamente queste iniziative commerciali equivale al non aver compreso minimamente che la pratica vegana può solo essere un’obiezione di coscienza tesa a criticare fortemente un sistema sociale, economico e politico che fonda la propria sopravvivenza sullo sfruttamento e sul dominio dei più deboli, a partire dai non umani.
Riempire il carrello della spesa di prodotti vegani è un abdicare alle lusinghe del mercato, rinunciare alla caratteristica rivendicativa della pratica vegana, abbandonare il suo messaggio anti-sistema in favore di una placida collaborazione e adesione nella speranza che la massa – acritica e per questo innocua – delle persone umane vegane aumenti a dismisura. Ciò, però, non aiuterà di certo gli Animali, perché il nostro ruolo sarà né più né meno quello di nutrire lo stesso sistema che li schiavizza e che continuerà a farlo anche grazie al nostro apporto e al nostro denaro convertendo una visione rivoluzionaria in un’opzione culinaria o in uno stile di vita di tendenza che fa gola al mercato e che vale ad oggi ben 320 milioni di euro, così perlomeno afferma Il Corriere della Sera in un articolo dal titolo che la dice lunga sulla questione: “Quanto valgono vegetariani e vegani?”
Nello stesso tra l’altro si legge:
Le aziende dell’alimentare cavalcano l’onda. Findus ha lanciato gli hamburger vegetariani. Caso sorprendente è quello di Granarolo. Il gruppo, guidato da un consorzio di un migliaio di allevatori, è sinonimo di latte. Poco dovrebbe avere a che fare con il mondo veg. Invece… «L’anno scorso abbiamo lanciato la linea Granarolo vegetale (bevande a base di soia, riso, mandorla) e in nove mesi abbiamo fatturato per 14 milioni. Molto oltre le attese», dice il presidente Gianpiero Calzolari. Gli affari hanno fatto il miracolo e gli allevatori si convertono. «A marzo lanceremo burger, polpette e piatti pronti a base 100% vegetale», annuncia Calzolari.
Quanto affermato è una delle dimostrazioni lampanti di come sia impossibile considerare un prodotto industriale cruelty free, ma gli esempi potrebbero essere numerosissimi: ciò perché è assurdo chiedere a un sistema violento di autocorreggersi rischiando di minare le proprie fondamenta, per di più chiedendolo a suon di quattrini.
Ci è rimasto un briciolo di consapevolezza e vogliamo evitare di vendere l’idea vegana un tanto al chilo?
Qualora non fosse già troppo tardi – e vi sono fondati motivi per pensarlo – per prima cosa dovremmo smettere con l’atteggiamento da “happy vegan“, felici di essere finalmente considerati interessanti ottenendo l’elargizione di uno spazio, uno scaffale o una corsia di prodotti ad hoc nei negozi: di essere considerati in buona sostanza degli stupidi.
Facile a dirsi! Si potrebbe rispondere, ma chi era vegano 10, 15 o 20 anni fa – e che continua a esserlo tutt’ora – ha potuto condurre un’esistenza dignitosa anche senza prodotti creati appositamente e anzi – forse proprio perché ignorato dalla società dei consumi – ha potuto probabilmente esercitare con maggiore facilità e efficacia la giusta attività di critica alla società del consumo e del dominio, tessendo relazioni e avviando progetti virtuosi che dovrebbero essere le vere e uniche strade percorribili da chi lotta seriamente per la liberazione animale: l’autoproduzione (a qualsiasi livello e in qualsiasi modo mediante orti privati, collettivi, pubblici o urbani), i GASV (Gruppi di Acquisto Solidale Vegani), l’acquisto in piccole realtà produttive locali vegane, mercatini solidali, il recupero di cibo “scartato” o non più considerato commerciabile (skipping o accordi con esercizi commerciali o banchi dei mercati), l’utilizzo di prodotti semplici e grezzi, freschi, di stagione, non lavorati e locali ecc..
Insomma il veganismo si propone – e deve continuare a proporsi sempre più – come idea conflittuale nei confronti del capitalismo e al contempo suggerire delle opportunità pratiche sostitutive al consumismo che sono numerose e varie, con ciò non s’intende dire che d’un tratto si debbano abbandonare in toto abitudini sedimentate da anni, ma l’intento dovrebbe essere un graduale e sicuro allontanamento. Il veganismo dovrebbe essere realmente una pratica di rottura in vista della fondazione di una nuova società umana meno crudele e non un tanto entusiastico quanto irresponsabile e rovinoso adeguamento alla società del dominio, come sta accadendo.”

Adriano Fragano

Original post Veganismo un tanto al chilo

 

Non è un etica giusta e sincera quella che permette ai vegan-trendy dell’ultimo minuto l’acquisto di questi prodotti, ovvero articoli “veganizzati” che fanno solo ingrassare le casse della grande distribuzione responsabile insieme alle multinazionali del cibo di ogni tragica devastazione ambientale ed animale. Mai e poi mai una persona dalla coscienza pura e sana dovrebbe comprare una polpetta o un affettato veg. L’unico scopo di queste grandi insegne ipocrite è quello di costringere altri consumatori a scegliere prodotti insignificanti, disgustosi e poco nutrienti ma che soprattutto e purtroppo ricordano la carne vera e cruda (in aspetto visivo e nominale non certamente dai loro ingredienti che sono comunque di dubbia provenienza).
Proprio in questi giorni una grande società distributiva nazionale sta diffondendo una campagna pubblicitaria che concede uno sconto maggiore sull’acquisto di un Agnello a pasqua. Che dire?! Quando sento parlare di gdo “sostenibile” non riesco a capire dove sia il progresso e lo sviluppo etico a favore del benessere degli Animali (perchè è di questo che si dovrebbe parlare, e non di insignificanti prodotti simil-vegetali).
Poi c’è chi addirittura esulta sapendo che “finalmente” qualcuno nelle alte sfere del marketing si è accorto di qualche milione di consumatori che preferisce il tofu al parmigiano o il seitan al posto della salsiccia. C’è chi afferma coraggiosamente che il mondo non cambia attraverso stravolgimenti epocali ma grazie a piccoli passi che a volte sembrano insignificanti se visti al di fuori del contesto evolutivo. In che modo le polpette vegane vendute da grandi brand corporativi dovrebbero salvare tutti, sinceramente, è un vero mistero! Forse aumentando i consuntivi aziendali?! Io personalmente le polpette di verdure o il panino farcito me lo preparo da solo in casa senza neanche perdere troppo tempo. Poi se invece la sera vado al ristorante e trovo un menù vegano tanto meglio, ma di certo non sono felice nel vedere carrelli della spesa pieni di packaging-veg.
Laddove non si riesce ad autoprodurre basta acquistare responsabilmente ortofrutta fresca meglio se biologica e possibilmente da produzioni locali, non certamente da insegne della gdo che schiavizzano i dipendenti tramite orari di lavoro massacranti e paghe irrisorie, soprattutto vendendo prodotti che non ha nulla da condividere con l’etica vegana. Non è che adesso nominando tutto con la V o VEG o VEGAN gli Animali smettono di soffrire. Il concetto deve essere chiaro e il più possibile condiviso da tutti. Che poi si voglia creare un mercato parallelo (ed era ovvio che accadesse) al consumismo attuale…lo si faccia pure, ma questo non contribuisce a nulla anzi crea solo tanta confusione, la gente acquista questi prodotti inconsapevolmente ma non sa nulla di genocidio animale, e magari continua a vivere in maniera totalmente contraria alla salvaguardia delle specie viventi.

Annunci

5 pensieri riguardo “Veganismo un tanto al chilo

  1. Sì certe pubblicità se le possono risparmiare davvero. Come se mangiare vegano portasse all’intelligenza creativa! Dicono sciocchezze su sciocchezze. Poi adesso c’è una vera e propria forzatura sul vegan. Lo trovi pubblicizzato dovunque e sempre in modo pessimo devo dire.

    Liked by 1 persona

  2. Riporto il commento di Cori, prelevato direttamente all’articolo originale su Veganzetta.org:

    “Cori ha scritto:

    Purtroppo vorrei ricordarvi che i “luoghi cruelty free” in un sistema crudele per definizione e di fatto, non esistono da nessuna parte, nemmeno dentro di noi. Ostinarsi a crederlo e voler auto ingannarsi e illudersi a tutti i costi. Prima guardiamo in faccia a questa scomoda realtà prima abbiamo una minima possibilità di uscirne, sempre se questo sia possibile, oggi non ne sono più tanto sicura.
    Sono d’accordo con la lucida analisi dell’articolo, ed è da diverso tempo che guardo di sbiego la tendenza al “veganizzare” la realtà, intuitivamente non mi è mai piaciuta e non ho mai cantato vittoria, anzi mi da una sensazione spiacevole, quasi una sconfitta. parto dal presuposto, forse è un mio pregiudizio, che ogni qual volta un sistema competitivo e aggressivo cerca di inglobarti in se, questo sia pericoloso. Semplicemente come minoranza vieni assorbito dalla maggioranza e perciò scompari!
    Condividendo la mia esperienza personale, non ho avuto la tendenza di integrare o sostituire i prodotti che negli anni la mia coscienza ha rigettato spontaneamente. Non ho sostituito la carne di animali con la soia, il tofu, il seitan, i legumi. Il latte che non bevevo da quando avevo 10 anni con il latte vegetale o altre bevande elaborate, il formaggio con altri surrogati, le uova con l’agar agar o che ne so io.
    Ho semplicemente eliminato e semplificato, trovandomi oggi a nutrirmi prevalentemente di frutta e verdura, pochi semi e noci, pochissimi cereali, zero farine. Non ho avuto nessun tipo di mancanza, non mi sono nemmeno mai posta il problema della salute. Non entro qui in merito dell’aspetto primario che per me è quello etico, e quindi do un po per scontato che lo sia anche per voi, dagli interventi che leggo qui sopra. Non voglio dire che tutti debbano fare così, ma pensateci, quando entrate nelle botteghe piccole, nei vari negozi del biologico soprattutto quella che sta diventando una catena in tutta Italia “Natura si”, eccetto alcune singole e isolate realtà, nessuno di quei luoghi è mai stato cruelty free. Natura si , dove abito io, da sempre espone e vende latte, formaggi e uova, che siano biologiche non toglie il fatto che siano intrise di sofferenza e si basano sullo sfruttamento di individui. Inoltre hanno piazzato da molti anni, in mezzo al negozio un bancone di macelleria biologica, che atrocità! Cosa significa questo, che per andare in fondo al negozio dove stanno i vegtali devi passare davanti a quel bancone e che tutto il negozio sa di un odore sgradevole di putrefazione e sofferenza, non sono paranoica, è un dato di fatto. E’ uno sberleffo, una presa in giro, accettata all’unaminità dai consumatori di prodotti biologici compreso vegetariani e vegani. Il primo colpo sul fianco che hanno inferto al movimento vegano, la carne biologica e il latte e le uova biologiche…bella trovata! Il secondo colpo è quello di aver prodotto surrogati, prima le piccole dite biologiche, dei vari affettato di seitan/maphur/muscolo di grano, hamburger di…., wurstel di…., bistecche di…., arrosto di…., ma sentite che brutta sensazione rievoca continuamente la carne e la sofferenza animale mascherato e distorto da….
    Il terzo colpo è quello di inserire in ogni dove, supermercati, autogrill, ristoranti, pizzerie, brioches vegani, menu per vegani, la giornata del vegano, la cena vegana…non se ne può più, qui c’è qualcosa che stride. Quale sarà il quarto colpo inferto alle spalle e subdolamente? Dove si andrà a parare, non lo so.
    Siamo in un sistema che ci sta condizionando pesantemente e che fa leva sulle nostre paure inconscie, se non mangi carne, latte, uova quindi proteine animali devi sotituirle con altre proteine, soia, legumi ecc. nulla di più falso! Ci imprigionano nella cultura delle mancanze e perciò la gente continua a nutrirsi male e di conseguenza a emettere pensieri offuscati, perchè le cose sono connesse. La maggioranza cede a questo ricatto implicito e perciò i prodotti pseudo vegani, per nulla cruelty free, nocivi per la salute (basta leggere gli ingredienti), commercializzati da colossi e multinazionali totalmente in linea con il sistema di dominio, vengono accolti con entusiasmo da una grande fetta di neo vegani, meno informati, più giovani e quindi non consapevole di quello che sta a monte. Se obbietti, gli stessi vegani ti danno pure del paranoico, fanatico o altrimenti del vegano moderato, basta leggere i tanti forum di vegani che si scannano e aggrediscono tra di loro.
    Con l’aria che tira adesso, personalmente mi dissocio dall’ettichetta vegano, che ha perso ormai il suo senso profondo. Certo qualcuno potrà dirmi, ecco il 4 colpo…la dispersione, la separazione. Forse è ora di smettere di auto ettichettarsi, di restare semplicemente persone con una coscienza etica in evoluzione, responsabili e partecipi alla creazione di un mondo in cui c’è rispetto e amore per la vita.Vigili e aperti, e disposti a rovesciare un paradigma ormai obsoleto, quello del mondo del dominio e del controllo.
    Poi aggiungo un altra cosa, il problema non sta nel essere più consapevoli quando si va al ristorante, a qualche festa, a fare la spesa….secondo me rovesciare un paradigma è non fare più quello che si è fatto fino ad un secondo fa senza tuttavvia sapere cosa si farà domani. Se prima si andava al ristorante e si ordinavano le verdure al posto della carne, da adesso non si va più al ristorante, neanche a quello vegetariano o vegano. Perchè non si può cambiare un idea, un abitudine, un paradigma distruttivo cambiandogli semplicemente il colore. Ci troviamo di fronte ad un rovesciamento, nel quale il vecchio non va più bene…il nuovo ne abbiamo un vaga idea, forse…quindi bisogna avere il coraggio intanto di smettere di fare come si è sempre fatto, senza paura che tutto si sgretoli, che i negozi chiudano perchè nessuno compra più, che il denaro scompare perchè perde il suo valore e quant’altro. Non possaimo di certo continuare con i vecchi compromessi per paura di morire, dobbiamo morire, il vecchio deve morire per fare spazio al nuovo. Prima il vecchio muore prima il nuovo appare all’orizzonte.”
    17 febbraio, 2016

    Mi piace

    1. Assolutamente daccordo con Cori…un attenta e profonda analisi sull’attuale situazione consumista. Non è difficile (almeno da parte di chi è molto attento) capire che oggi ci troviamo perfettamente davanti ad una svolta epocale, e che questi anni che abbiamo davanti saranno molto importanti per decidere realmente quale direzione l’essere Umano dovrà intraprendere.

      “Vigili e aperti, e disposti a rovesciare un paradigma ormai obsoleto, quello del mondo del dominio e del controllo.”

      E’ proprio così!
      Un pericoloso miraggio appare all’orizzonte…e se si osserva bene ciò che un solo secolo di consumismo estremo ha prodotto terribilmente intorno alle nostre vite, il futuro stesso mai potrà essere così maledettamente progredito da temere una catastrofe imminente! L’essere Umano deve indubbiamente soccombere di fronte a tutte queste atrocità, e l’incoscienza media che invade tutto non prefigge nulla di buono. Il veganismo inteso come presa di coscienza etica può essere una speranza per la salvaguardia di tutte le specie viventi. Ma come pensare che questo sogno possa sopravvivere in una società del dominio, dell’egoismo e della soddisfazione personale?
      Il vero ed autentico passo in avanti deve per obbligo e dovere lasciar spazio ad una decrescita, non ci sono alternative. Il progresso forzato e la crescita infinita stanno uccidendo tutto e tutti.

      Mi piace

    2. Piuttosto che capire le scelte alimentari altrui è opportuno invece analizzare gli aspetti molto controversi che purtroppo la stessa GDO ha imposto a tutti i consumatori.
      Ma il problema principale non sono i supermercati in sè, essi sono l’ultima anello di una catena sanguinaria. Si dice che il libero mercato offre il meglio per utilità e possibilità di crescita. All’atto pratico però non è assolutamente così, le manovre strategiche del marketing e i poteri forti delle corporazioni offrono un imposizione piuttosto che una scelta libera, e come già detto in precedenza i grandi brand si lanceranno a capofitto in questa nuova tendenza commerciale…anzi, lo stanno già facendo: http://www.veganzetta.org/igualdad-animal-e-la-maionese-vegana-di-unilever/.
      E come se ciò non bastasse sempre più spesso si sente parlare di “benessere animale” e “sostenibilità ambientale” da parte di gruppi industriali zootecnici che auspicano una produzione ecologica. Il cosiddetto business-green è da tempo un abile e furba strategia di successo che ora sta inglobando anche il veggie-style.
      La “normalità” sarà raggiunta solo quando non esisteranno più allevamenti di Animali, quando non si ucciderà più per profitto ed interesse personale, quando l’essere Umano avrà raggiunto un progresso evolutivo tale da impedirgli supremazia e controllo sulle vite altrui. Sembra un utopia ma finchè ci sarà opportunità di denaro, come ultimo profitto di un attività lavorativa o come obiettivo primario per la soddisfazione di un bisogno non necessario, nulla cambierà in termini di solidarietà, tolleranza e salvaguardia. Viviamo in un epoca consumista dettata da rigide regole capitaliste, e questo è il risultato di secoli di storia Umana totalmente specista. La civilizzazione ed il progresso a cui assistiamo è il risultato macabro e micidiale di una sofisticazione della malvagità Umana. Si uccide selvaggiamente oggi come ieri, sono cambiate solo le regole ed i metodi…e purtroppo anche i numeri delle vittime. La crescita infinita dettata dallo sfruttamento delle risorse naturali è una priorità delle grandi aziende capitaliste. Le corporazioni sono costituite da coloro che si fingono persone nobili e magnanime, si mascherano da promotori del Pil (finto indice di benessere comune) ed escludono ogni rimorso e compassione, altruismo ed empatia. Questi non sono sentimenti a disposizione di chi vive di preventivi e consuntivi di reddito, e la globalizzazione ha aumentato ancor di più la mercificazione degli Animali…senza escludere tutto il resto. Tutto ciò che viene venduto è pura speculazione, proprio perchè il guadagno intrinseco è parte del meccanismo corrotto. Altri sistemi di interscambio al di fuori del denaro non vengono accettati da un dittatura commerciale che sfrutta esseri viventi. Cosa succederà quando ogni risorsa terrestre sarà miserabilmente esaurita? Viviamo su un pianeta finito! Stiamo liquidando le risorse naturali della madre terra per alimentare il nostro consumo! Sistema dopo sistema, la domanda sta superando l’offerta! Se il progresso tecnologico viaggia più velocemente delle coscienze assopite non si prevede altro di più benefico che una descrescita lunga e costruttiva (pur senza danni). Più in là esiste solo una catastrofe planetaria.
      Le etichette non mi sono mai piaciute, ed oggi bisogna aver il coraggio di distanziarsi dalla definizione puramente amplificata del vegano trendy, del vegano salutista, del vegano dissidente, del vegano politico e da ogni forma di protagonismo. Il vegano è diventato un personaggio, ed è sempre più presente nell’attualità quotidiana. Ma per quale scopo? A mio avviso se ne parla troppo e male!
      Come avviene spesso per le le mode, che arrivano e passano, forse è necessario armarsi di tanta pazienza, continuare a coltivare la causa con impegno e dedizione, osservare gli eventi ed augurarsi che il tormentone passi indolore e senza ulteriori danni. Contemporaneamente continuiamo a lottare tra la folla senza ulteriori spot stilizzati, sperando che il tempo dia buoni frutti.

      Mi piace

Invia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...