C’era una volta un fuggiasco


Arrivo nel porto di Catania dei 27 sopravvissuti al naufragio
“Non c’è modo di conoscere la vita di un morto senza nome.
Qualche anno fa, in un’estate calda da soffocare, entrai in una stanza d’ospedale dove c’era un lettino tutto bianco su cui spiccava la faccia nera di un uomo giovane. Guardava fuori dalla finestra, quest’uomo giovane, e non si accorse di me che entravo accompagnata da una mediatrice culturale. Si girò dopo qualche momento in cui io ero rimasta a osservare la magrezza del braccio in cui era conficcato l’ago della flebo: non dovevano avere faticato a trovargli le vene, le infermiere, erano dei piccoli fiumi gonfi sulla pianura della sua pelle.

“Good morning”, disse sorridendo con dei denti perfetti così, per natura e non per mano di un costoso odontoiatra. Gli avevano spiegato che una giornalista sarebbe andata a intervistarlo per raccontare la sua storia, che era una storia un po’ più triste di quelle storie già tanto tristi di chi è costretto a lasciare tutto e mettersi alla ricerca di una fortuna lontana migliaia di chilometri.

Non c’era ancora la guerra in Libia, quando entrai in quella stanzetta d’ospedale, Isis, Al Nusra e Boko Haram dovevano ancora meritarsi le prime pagine dei giornali, Gheddafi era ancora vivo e Osama Bin Laden era stato sepolto da pochi mesi in una bara d’acqua. Quell’uomo veniva dalla Nigeria aveva una moglie e un paio di figli di cui non si stancava di guardare una foto rovinata dall’acqua e dal sale. Non era la vittima di una guerra, in Nigeria non c’era la guerra, o almeno non c’era quella che noi siamo abituati a considerare una guerra. Eppure quest’uomo aveva avuto il padre e uno zio decapitati perché in certi posti del mondo la politica è questione di teste: vince chi ne salva di più.

Se non voleva finire anche lui con la testa mozzata doveva scappare, doveva imbarcarsi e tentare di arrivare in Europa. Non conosceva una sola parola d’italiano, non pensava che un giorno gli sarebbe servita per parlare con dei medici in una città del Nord di questo Paese. Non immaginava che sarebbe finito in un lettino bianco d’ospedale perché i suoi reni avevano smesso di funzionare, indeboliti da un naufragio dove l’acqua che ti finisce in bocca non ti serve per sopravvivere, ma è buona per morire. Se ne stava lì con la sua flebo ad aspettare che qualcuno gli prestasse un telefono per chiamare casa e parlare coi suoi figli.

Gli prestai il mio e poi gli chiesi se aveva voglia di raccontarmi un po’ di sé. Non ne aveva tanta, ma acconsentì a ritornare indietro nei mesi e negli anni, a quando la sua vita era una buona vita, onesta, normale; a quando la mattina si alzava e andava a lavorare e poi tornava a casa da sua moglie, a quando gli nacque il primo figlio e dopo il secondo. Mi raccontava di quando era un ‘essere umano’ e lo faceva con un rimpianto che era la perfezione del dolore. Parlava avendo perso prima ancora che la salute la sua integrità di uomo onesto: “Io sono ancora clandestino qui, non lo so se posso diventare rifugiato politico, capisci? Io posso essere rimandato a casa mia e venire ammazzato. Capisci?”.

No, non capivo, provavo a immaginare, a tradurre in sensazioni reali le sue parole, ma non potevo comprendere, perché io a casa mia non sono mai stata costretta ad avere paura di venire ammazzata perché la penso in un modo invece che in un altro. Perché a mio padre nessuno ha staccato la testa dal collo, perché il fratello di mio padre è morto naturalmente e non per mano di un tagliagole. Non potevo capire, potevo solo provare a raccontare. Ed è quello che tentai di fare: trovare uno spazio per raccontare, a chi avesse avuto la voglia di leggermi, cosa si prova quando oltre alla famiglia, alla casa, al lavoro e alla felicità perdi la salute.

Non interessò a nessuno la storia di questo giovane uomo e io rimasi a cullarmi la frustrazione di non essere riuscita a fare niente per lui, neanche rimediargli un piccolo spazio in cui condividere la sua tristezza. Lo andai a trovare un paio di altre volte, da sola, senza la mediatrice culturale: ormai ci intendevamo con il nostro inglese gesticolato. Gli allungavo il telefono e lui chiamava a casa, poi mi chiedeva di me, dell’articolo che avrei dovuto scrivere su di lui e io gli rispondevo con una bugia: “Guarda sono interessati, eh… Vedrai che nei prossimi giorni ce la facciamo a uscire”. Intanto lui migliorava, i suoi reni continuavano a fare i capricci, ma non più così tanto da mettere in pericolo la sua vita e un pomeriggio mi disse che sarebbe stato dimesso il giorno dopo.

Non me lo disse con la felicità di ogni malato guarito, me lo disse con la preoccupazione di chi non conosce il suo destino. “Deborah se scrivi quell’articolo magari accettano la mia richiesta di asilo politico”.
Era l’estate del 2010, sono passati 5 anni e fino ad oggi non sono riuscita a raccontare la storia triste di questo giovane fuggiasco. Non l’ho aiutato. Non so nemmeno che fine abbia fatto: dopo quel pomeriggio non l’ho mai più rivisto. Non so se sia rimasto in Italia, se sia andato in un altro paese europeo o se qualcuno lo abbia infilato su un aereo e mandato a morire a casa sua dove sulla sua testa pendeva una taglia a forma di machete.

Ho pensato spesso a lui, anche se non sono stata capace di ricordarne il nome: il cervello trova molti modi di proteggere il cuore, il mio ha escogitato questo.
Oggi che di fuggiaschi sono piene le nostre coste, oggi che di profughi sono stipati i nostri centri di prima accoglienza, oggi che l’umanità degli italiani è chiamata ad allargare i suoi confini, ripenso a lui e alla sua vita.
Perché nessuno dimentichi che chi fugge perde tutto ma non il diritto a vivere.”

Original post http://www.huffingtonpost.it/deborah-dirani/cera-una-volta-un-fuggiasco_b_7098848.html?fb_action_ids=1592865270970040&fb_action_types=og.comments

Complimenti! Complimenti a questo articolo di denuncia così importante. Un racconto di pura e reale informazione. Fa bene a tutti leggere questa storia, queste poche ma tanto significative parole che commuovono, rattristano e trascinano in un groviglio di tensioni nervose che obbligano a riflettere e a pensare che ogni singolo problema quotidiano da italiano borghese è nulla a confronto a tutto ciò che provano e subiscono i residenti africani, tutti quelli che hanno la sfortuna e la condanna di nascere in una nazione non più sovrana e libera di praticare leggi, regole, e benessere per i suoi cittadini. I sentimenti di odio, intolleranza, spesso e peggio anche di razzismo, sono inaccettabili e assolutamente condannabili da tutti. Bisogna riflettere e andare oltre le apparenze. Giudicare con crudeltà ed indifferenza senza capire la sofferenza e il disagio altrui è un comportamento immorale tale e quale a qualsiasi altro crimine, soprattutto se chi lo commette si ostina a non capire che “salvare gli altri e come salvare se stessi”.

Annunci

4 pensieri riguardo “C’era una volta un fuggiasco

  1. Bellissimo articolo, grazie per averlo condiviso!
    E’ davvero pazzesca questa indifferenza da cui siamo sommersi, il rispetto per la vita dovrebbe essere il primo principio etico di ogni essere umano e invece ci ritroviamo ad ascoltare discorsi razzisti da parte di chi non ha la minima idea di cosa voglia dire vivere nei Paesi dai quali arriva quella povera gente che troppo spesso ormai viene inghiottita dal mare! In questa epoca di scarsi valori morali, penso che la nostra salvezza consista nel renderci conto che facciamo tutti parte di un’unica razza, la razza umana e condividiamo tutti lo stesso meraviglioso Pianeta, senza confini, se non quelli della nostra mente!
    Il mio pensiero pieno di solidarietà va a tutti gli emigranti del Mondo, da qualsiasi posto partano e in qualsiasi posto siano diretti, ma soprattutto a quelli che fuggono da regimi dittatoriali, mettendo in serio pericolo la loro stessa vita!
    Ciao, buon week end
    Serena

    Liked by 1 persona

  2. Sono pienamente d’accordo con l’articolo e con Serena, ma vorrei mettere in evidenza una realtà. Come volontaria CARITAS sono spesso a contatto con gli immigrati. Almeno nella mia cittadina stanno diventando tanti, stanno diventando troppi (è proprio questione di capienza del territorio) e, purtroppo, moltissimi sono arroganti. Vorrei sfatare il pensiero che le persone di buon cuore e sensibili hanno (e anche io avevo prima di iniziare il volontariato) cioè che il povero/immigrato ha bisogno di tutto, tutto gli viene dato e ne è riconoscente. No, non è così. La maggior parte di loro è arrogante, pretende, disprezza gli italiani (parlo volutamente in generale) in quanto cristiani e democratici. Quello che gli viene dato non è mai sufficiente…..ed è inutile spiegare che più di quello non abbiamo, non possiamo……ci insultano, ci danno dei razzisti perchè diamo tutto agli italiani (da ridere, se così si può dire, in quanto gli italiani dicono la solita cosa degli immigrati). Molte volte sono anche violenti. E vi garantisco che TUTTI gli operatori sono attenti alla loro cultura, rispettosi nel proporgli alimenti consentiti dalla loro religione, rispettosi del ramadan…..Certo non sono tutti così. Ci sono diverse famiglie ben integrate, chi lavora e chi no, ma capiscono che ci stiamo spendendo per loro al meglio che possiamo. Con alcuni io e mio marito siamo diventati amici. E proprio questi ci informano di come, spesso, veniamo considerati dai musulmani.
    Quando sono arrivati gli extra-comunitari sono stati accolti benissimo da tutta la cittadinanza, c’è stata vera solidarietà. Poi li abbiamo conosciuti meglio…..poi sono arrivati a valanga…..poi il numero è cresciuto tanto……poi il lavoro è finito e adesso la situazione si è esasperata. Il discorso standard che sento è “Io non sono razzista, hanno bisogno anche loro, ma non c’è neppure per noi!…..tornino a casa sua”. Ci sono immigrati che non possono (guerre, discriminazione politica o tribale), ma ci sono anche quelli che potrebbero e non lo fanno (detto da loro) perchè i pochi euro che guadagno qui gli consentono, al loro paese, di essere benestanti. E poi troppe altre cose…….A parere mio occorre più discernimento nell’accoglienza ( che è dovuta al fratello che fugge dalla guerra e carestia), controlli seri, tutto nel rispetto e dignità dell’essere umano.

    Liked by 1 persona

    1. Cara Cinzia grazie per il tuo prezioso contributo. Concordo con te in merito a ciò che dici:

      “A parere mio occorre più discernimento nell’accoglienza ( che è dovuta al fratello che fugge dalla guerra e carestia), controlli seri, tutto nel rispetto e dignità dell’essere umano.”

      Ma non condivido assolutamente la seguente affermazione:

      “Io non sono razzista, hanno bisogno anche loro, ma non c’è neppure per noi!…..tornino a casa sua.”

      Bisogna soffermarsi e riflettere profondamente sul problema delicato dell’immigrazione, e non solamente su questioni superficiali poco significative, rispetto invece a tanti altri aspetti molto importanti che riguardano e racchiudono buona tolleranza e giusta solidarietà. La maggior parte di questi immigrati proviene da zone di guerra, carestia e quant’altro di più terribile si possa immaginare. Molti di questi sventurati sono anziani, donne, bambini, malati bisognosi di cure ed affetto. Molti sono anche uomini in salute che potrebbero lavorare e contribuire socialmente…è vero, ma non dimentichiamo: chi è disperato ha poca scelta, o fugge o muore! Ricordiamoci che l’Africa eredita un colonialismo europeo passato infame e poco dignitoso che dovrebbe almeno in parte renderci obbligati a curarli e a difenderli da altre pestilenze. Inoltre non tutti sono di religione musulmana…anzi! Anzi quest’ultimo aspetto non cambia la sostanza, in quanto non bisogna creare distinzioni di razza, credo o cultura. Poco importa se il loro atteggiamento è poco consono alle buone maniere. E se accettassimo e respingessimo le loro offese verbali in egual modo…non ci comporteremmo proprio come loro? Quindi a cosa serve l’assistenza sociale se non a creare pace e benessere per tutti? Naturalmente tramite opportune procedure e dovute cautele, e non con speculazioni egoiste e sprovvedute. C’è chi sfrutta gli immigrati per loschi guadagni…e non sono pochi spiccioli! Quindi i nostri cari concittadini tanto razzisti ed intolleranti non sono da meno…anzi sono peggio di qualche ladruncolo o maleducato!
      Io credo che sia necessario guardare oltre le apparenze e verificare bene e meglio, soprattutto come e quanto sia utile aiutare gli altri…chiunque essi siano! Salvare gli altri significa salvare se stessi! E questa non è demagogia, ma pura consapevolezza!

      Mi piace

Invia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...