No alla bioviolenza


“E’ innegabile, evidente e ormai provato dalla scienza, che tutti gli animali comunemente allevati per la produzione di carne sono in grado, come i cani e i gatti, di provare, oltre che dolore fisico, anche un variegato spettro di sentimenti, sia positivi che negativi.
Quando ci prendiamo cura di un animale, di qualsiasi specie, portiamo tale animale a credere di potersi fidare di noi. Creiamo in lui un sentimento di fiducia, che il più delle volte si trasforma presto in amore.
Nell’ipotesi che in alcuni allevamenti non intensivi gli animali siano effettivamente curati e accuditi, rimane dunque il problema che il loro custode ha un secondo fine, è SEMPRE così negli allevamenti. Per tutto il tempo in cui egli si prende cura dell’animale, in realtà sta solo pianificando di ucciderlo per venderne le carni: così, il vincolo di fiducia è completamente violato dall’essere umano. Una violazione di tale portata, in una situazione in cui uno dei due individui dipende dall’altro per ogni aspetto della sua vita, merita senza dubbio la definizione di TRADIMENTO. Maggiore è la dipendenza e la fiducia nel custode, maggiore è la gravità del tradimento: visto che gli animali sono del tutto dipendenti da chi li cura e la loro fiducia è massima, tale è anche il tradimento di chi invece alla fine li uccide: il tradimento supremo.

  • Cosa c’è di “umanitario” nell’uccidere?
    I sostenitori degli allevamenti “umanitari/umani” (humane) o “compassionevoli”, in cui in teoria gli animali dovrebbero essere trattati meglio – fino al momento in cui saranno uccisi – perdono di vista il reale significato di questi termini e trascurano completamente il concetto di tradimento summenzionato.
    Un atteggiamento “umano” è caratterizzato dalla compassione e comprensione, dall’empatia, dal rispetto verso gli altri (umani o animali che siano), ma questo è in antitesi col considerare gli animali come mera merce, anziché esseri senzienti. “E’ impossibile conciliare i principi di un trattamento umano con l’atto intrinsecamente inumano di mandare gli animali al macello, per quanto ‘bene’ siano stati trattati nella loro vita”.
    Se trattassimo bene una persona e poi la assassinassimo, il fatto di averla trattata bene di certo non sarebbe una scusante per averla uccisa, né legalmente né moralmente. Certo, se prima di ucciderla l’avessimo anche torturata, la sentenza in tribunale sarà ancora peggiore, ma l’assassinio rimane il crimine massimo, nessun avvocato si sognerebbe mai di tentare di scagionare il suo cliente sostenendo semplicemente che prima di ucciderla aveva trattato bene la vittima per anni, e quindi va assolto!
    Mettiamoci noi stessi nei panni della vittima: poniamo di essere del tutto dipendenti da una persona che ogni giorno ci presta le sue cure – ci porta il cibo, ci cura se siamo malati, ci dà un posto in cui dormire. A un certo punto, ci porta in un campo di concentramento dove veniamo messi in fila per essere ammazzati. Cosa proviamo per quella persona? La perdoniamo perché ci ha sempre trattato bene, o la disprezziamo e la odiamo perché ha finto di prendersi cura di noi con l’unico scopo di ammazzarci?
    Ebbene, questo è esattamente quello che fanno gli allevatori degli allevamenti cosiddetti “compassionevoli” o “biologici” o non intensivi che dir si voglia. In questa luce, il fatto di trattare meno peggio gli animali in vita non è una scusante: lo fanno solo per motivi di marketing, per guadagnare più soldi, non c’è alcuna compassione nei loro comportamenti, c’è solo tradimento supremo!

  • Il crimine massimo.
    E’ stupefacente come le persone, nel tentativo di avere allo stesso tempo la carne nel piatto e la coscienza pulita, si costruiscano una scala di valori che è del tutto rovesciata rispetto a quanto applicano nel resto della loro vita.
    L’uccisione è sempre e da tutti considerata il crimine massimo. Più del maltrattamento, più del rapimento e di una violenza fisica che lasci in vita la vittima. Il nostro stesso codice penale funziona in questo modo, sia applicato agli esseri umani che agli animali da compagnia.
    Invece, nel caso degli allevamenti si trascura del tutto l’atto dell’uccisione, lo si accetta a priori, non lo si discute. Anche tra le persone che invece sono disponibili a spendere più soldi per comprare “merce” secondo loro esente da crudeltà, la crudeltà più grande, il crimine peggiore, viene completamente rimosso dalla valutazione e dal ragionamento. Certo, perché senza quello, la “merce”, cioè la carne – come anche il latte e le uova – non esisterebbe.
    Allora scelgono di concentrarsi su come l’animale è stato trattato in vita, come se questo potesse cancellare l’orrore della sua uccisione.
    Va benissimo porsi il problema di come gli animali sono trattati negli allevamenti, e voler evitare le torture cui oggi sono quotidianamente sottoposti. Ma il fatto stesso di porsi il problema dimostra che sappiamo che gli animali sono esseri senzienti. Se lo sappiamo, non possiamo ammettere che sia loro inflitto il crimine peggiore, quello dell’uccisione.
    Il piacere nel mangiare le loro carni non può valere la loro vita, c’è troppa disparità: per noi un futile piacere, per gli animali il sacrificio della vita. Come possiamo, se vogliamo definirci umani e compassionevoli, accettare una ingiustizia di questa portata?
    “L’idea che si possa uccidere un animale in modo umano è del tutto assurda. Lo stesso atto di uccidere è la più grande causa di inumanità e il peggior atto di violenza.”
    E’ chiaro che trattarli male in allevamento è ancor peggio, ma il trattarli meglio non cambia il livello di ingiustizia: il crimine rimane lo stesso.
    “Se l’animale è trattato bene prima del macello, allora l’infrazione che precede il crimine è il tradimento. Se l’animale è trattato male, allora il crimine precedente è il maltrattamento.”
    Ma il crimine finale è sempre lo stesso, ed è il più grave: il togliere la vita.

  • Conclusione.
    Nella quasi totalità dei casi negli allevamenti “compassionavoli” in realtà gli animali non vengono affatto trattati bene, ma solo un po’ meno peggio.
    Il concetto fondamentale qui espresso è che non ha alcun senso logico e morale chiudere gli occhi sul crimine massimo – l’uccisione – e concentrarsi sul trattamento che precede l’uccisione.
    Se siamo abbastanza intelletualmente onesti e proviamo abbastanza empatia verso gli altri esseri da preoccuparci di non farli soffrire, a maggior ragione dobbiamo preoccuparci di non ucciderli. Perciò, anziché cercare allevamenti “umanitari”, cerchiamo un bel libro di ricette vegan per porre in atto ciò che il nostro senso di giustizia, la nostra razionalità, ma anche il nostro cuore, ci suggeriscono: smettere di fare del male. E avremo la bella sorpresa di scoprire che non solo non dovremo rinunciare a nulla, dal mero punto di vista del palato, ma che, al contrario, possiamo mangiare anche meglio di prima.

Ecco un libro di ricette gratuito, con quasi 1000 ricette di ogni genere:
http://www.veganhome.it/ricette-vegan-home.pdf

Infine, per tutti coloro che, pur rispettando essi stessi gli animali e non mangiandoli, credono di fare una cosa buona diffondendo le campagne per gli allevamenti della “carne felice” perché ritengono che quello sia “il male minore”: se così fate, farete solo il gioco degli allevatori, e farete perdere per strada tutte le persone che potrebbero invece fare una reale scelta etica. Gli animali continueranno a morire nello stesso numero di prima e anziché contribuire a salvarli contribuirete a ucciderli. Isoliamo queste vergognose campagne, che falsamente dicono di voler aiutare gli animali mentre ne decretano la morte e la fanno apparire accettabile.”

Fonte http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=1467
Foto tratta da Coop
suiniliberi

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7 pensieri riguardo “No alla bioviolenza

  1. Hai scritto bene: uccidere gli animali per mangiarli è un crimine. Ma il paranoico ed antropocentrico umano, prima negando agli altri animali l’anima, poi l’intelligenza, ha fatto in modo di procurarsi proteine a buon mercato a spese di tutto il pianeta. Tutto questo finirò con la Terra ridotta ad un deserto, inabitabile per qualsiasi vivente. Mi dispiace solo per tutte le altre specie viventi.

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    1. Ciao Elena. Fino a quando l’uomo e la donna considereranno “accettabile” la morte degli altri esseri viventi come conseguenza al piacere e al lusso di una vita moderna psicotica…non ci sarà mai pace e benessere. Il cambiamento personale è doveroso e indispensabile, per una crescita cosciente e consapevole. Solo così l’essere umano potrà considerarsi finalmente progredito.
      Grazie del tuo contributo e cari saluti. 🙂

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  2. Condivido pienamente ciò che dici Roberto. Io sto vivendo delle difficoltà per il mio veganesimo; l’unica cosa che ho potuto fare al momento, per la mia famiglia che non lo accetta, è convincere mio marito a comprare la carne in un piccolissimo allevamento biologico (tutti gli animali stanno liberi nei terreni della fattoria). Io persevero nel non nutrirmi con animali e suoi derivati.
    Per concludere una mia nuora, per questo Natale, mi ha regalato una “bella trapunta in piuma d’anatra”! Vedi te quanto hanno capito!

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    1. Cara Cinzia…informazione prima di tutto! Far capire cosa è giusto da cosa è sbagliato! Mi dispiace per te, ma nutrirsi con carne definita “biologica” non significa nulla! E’ come comprarla al supermercato…è la stessa identica cosa! Ti rispondo come farei io al tuo posto: rispedirei al mittente la “trapunta” e non cucinerei più derivati animali alla mia famiglia (se vogliono la carne che se la cuociano da soli o vadano al ristorante…). Lo so è un azione dura e drastica, ma volere è potere, coerenza significa giustizia!
      Non ti faccio gli auguri di buone feste perchè già conosco il tuo menù natalizio, per cui…niente di personale. Forza e coraggio e cari saluti. 🙂

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      1. Caro Roberto, impensabile restituire al mittente in quanto la nuora è di mio marito e poi a lui la trapunta piace e non vuole rischiare un “incidente” in famiglia (è stata regalata ad entrambi). Io ho spiegato a mio marito perchè non la voglio nel letto e l’ho relegata nell’armadio in alto,
        Non ho ancora il coraggio di non cucinare la carne alla mia famiglia; la evito più che posso, ma ancora non l’ho eliminata. Lo so che la carne biologica è come l’altra (vive meno peggio, ma muore ugualmente per la gola degli uomini), ma è un primo passo verso…..
        Il MIO menù natalizio è vegan 100% quello degli altri no. Prevedo per queste feste (per me) tanta frutta e poco cibo visto che ci sono in programma diversi inviti dai parenti!
        Ti ringrazio per la ferma disciplina che sempre mi dai, mi aiuta molto.
        Ti auguro serenità e pace, indipendentemente dal Natale (anche se io sono cristiana)

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      2. Carissima Cinzia…ti stimo molto per l’impegno e la volontà che hai nel predisporre un cambiamento nella tua famiglia, da te che hai già le idee molto chiare! Non mollare, ed insisti! Dobbiamo rompere le tradizioni e guardare avanti!
        Auguro anche a te e alla tua famiglia tanta pace e serenità!
        A presto. 🙂

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