Cavia


“Sul tavolo degli esperimenti non sono più legati e crocifissi un cane, un coniglio, una
scimmia…: lo sperimentatore vede solo una “cavia”, che esiste per essere vivisezionata.

I filmati clandestini dei laboratori mostrano anche la possibilità che si infierisca ulteriormente sulle vittime con torture gratuite e supplementari: nell’esperimento di Milgram (“ http://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_Milgram ”), molti soggetti manifestarono la tendenza a biasimare duramente la vittima (“Era talmente stupido e ostinato che meritava proprio di ricevere la scossa!” – Harry Harlow) proprio in conseguenza del loro stesso comportamento nei suoi confronti. “Bisogna prima svilire e denigrare l’altro per potere dopo infierire su di lui, nella convinzione che la sua ostinazione o la sua stupidità giustifichino quello che gli fanno”. Insomma: “Stupido com’è, gli sta bene! Se l’è proprio meritata!”.
Con gli animali appunto è ancora più facile, perchè buona parte del lavoro è già stata ampiamente compiuta quando entrano in laboratorio: “Sono solo animali”, denigrati e sviliti nella nostra concezione antropocentrica, in quanto non appartenenti alla specie umana. Se poi li chiamiamo “cavie”, non è banale questione nominalistica, ma ne trasformiamo la stessa essenza. Esistono per essere oggetti di ricerca, esattamente come gli animali da pelliccia esistono perchè li si uccida per usarne le pelli, o gli animali da latte per essere munti…: “L’uso definisce l’essenza!”.

Tutt’altro che difficile poi ricorrere a svalutazioni supplementari offerte dalle diverse specie di appartenenza degli animali, secondo la regola generale che quelli più “simili a noi” sono più “degni di rispetto” (“stessa cosa dicasi tra gli esseri umani”), mentre queli meno affini e soprattutto più o meno universalmente screditati (“come i rom o gli immigrati…”) non preoccupano (“e non sono adeguati alle nostre attenzioni”).
Non è certo un caso che tra gli animali più usati nei laboratori di vivisezione ci siano i proprio i “topi”: su di loro cominciano a impratichirsi anche (“soprattutto”) gli studenti più sensibili, così intanto si abituano…e di loro i ricercatori parleranno sempre con grande tranquillità, confidando che anche le peggiori “prove” a cui vengono sottoposti solleveranno ben poco sdegno in una opinione pubblica che appare tanto poco emotivamente “vulnerabile” nei loro confronti.

Inutile sottolineare che “nessuno è più debole degli animali”, a causa dell’impotenza a cui possono facilmente essere ridotti e della mancanza di tutele giuridiche a loro vantaggio.
I terribili reportage dei macelli, degli allevamenti intensivi, i modi di addestramento di animali esotici costretti a esibizioni talmente contrarie alla loro natura da poter essere raggiunte solo a prezzo di inumane sofferenze, l’uccisione crudelissima di animali da pelliccia, e poi ancora la pesca del tonno (“del delfino”), la sanguinaria tosatura a catena di montaggio di migliaia di pecore (“lo spiumaggio delle oche”)…e tutto il resto a seguire, allora, a volte parlano non tanto e non solo di strutture sadiche di personalità, ma di meccanismi che entrano in gioco in contesti caratterizzati e definiti su strutture di “potere” e di “predominio”, dove infierire sull’altro (“essere vivente”) fa parte delle dinamiche relazionali, che in modo estremamente facile sfuggono dal loro controllo e si alimentano poi della parte peggiore di sé…di “noi”.

Non possiamo prescindere dalla considerazione che “la possibilità del male ci appartiene in quanto esseri umani tanto quanto la possibilità del bene”: l’uno e l’altro possono raggiungere intensità impensate con un predominio, sembra innegabile, della parte negativa che possiede maggiori possibilità di estrinsecazione forse di più grande creatività.
Di certo sa raggiungere una spaventosa potenza, come tutta la storia dell’umanità con le sue guerre e le infinite crudeltà, vessazioni, ingiustizie…è lì a dimostrare!”.

Fonte Annamaria Manzoni – Sulla cattiva strada, edizioni Sonda
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