Benessere animale


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““Per Coop la salvaguardia dell’ambiente, del potere d’acquisto e l’attenzione per la qualità della vita, sono pilastri della propria ragione d’essere. Per Coop migliorare le condizioni di allevamento significa non solo garantire agli animali allevati una vita degna d’essere vissuta, ma anche migliorare la loro salute, con conseguente innalzamento della qualità del prodotto, sia dal punto di vista della sicurezza, sia della qualità organolettica e nutrizionale. […] Siamo orgogliosi di ricevere questo riconoscimento che testimonia il nostro impegno concreto, fatto da progetti e azioni tesi a migliorare le condizioni di vita degli animali”.
Claudio Mazzini, Responsabile Sostenibilità, innovazione e valori di Coop Italia, 25/10/2012.

“Dall’impegno di Coop traggono beneficio ogni anno, vivendo una vita migliore, quasi 30 milioni di animali da allevamento. Vorrei altresì ricordare che Coop ha anche effettuato importanti campagne di comunicazione a favore del benessere animale, una cosa fondamentale in un Paese come il nostro, dove l’informazione al consumatore su questa tematica spesso scarseggia da parte dei mezzi di informazione”.
Annamaria Pisapia, Direttrice Italia di Compassion in World Farming, in merito al premio attribuito nel 2012.

Uno strano premio quello vinto da Coop, tanto che se non fosse contemplata l’ipocrisia come strategia di marketing, si potrebbe parlare di schizofrenia dell’azienda. Mali del resto ben noti e radicati nel mercato, come hanno dimostrato in modo più che esauriente già un decennio fa Achbar e Abbot in The Corporation.
Coop è ormai impegnata da anni in una massiccia operazione di immagine che trae sempre più energia da un dichiarato impegno nel campo dell’animal welfare. Il benessere animale, un nuovo campo del marketing in cui, da un lato, ti mostri come l’allevatore buono e compassionevole nei confronti delle tue macchine da latte viventi e dei pezzi di carne all’interno del bancone, dall’altro sollevi il consumatore dubbioso da qualsiasi senso di colpa che possa sorgere in lui e al tempo stesso lo rassicuri sulla maggiore salubrità dei tuoi prodotti che sono vissuti meglio rispetto a quelli di aziende meno scrupolose. Così sono tutti contenti: l’acquirente che si sente più sano e più etico e l’azienda, più green e più ricca. Questa strategia ha portato Coop a vincere un doppio premio nel 2012 attribuito dalla Compassion in World Farming (CIWF), una sedicente associazione per il benessere animale fondata nel 1967 da un allevatore di mucche da latte, già questo un ossimoro di partenza. Un circuito innescato fra controllati e controllori che si autoalimenta e si autosostiene sulla pelle e le penne degli animali negli allevamenti. Come se uno schiavista decidesse di fare catene un po’ più lunghe e cibo più nutriente per migliorare le performance dei propri prigionieri e conseguentemente anche la propria immagine al mercato degli schiavi. Col supporto di un’associazione che premia chi infligge un po’ meno frustate e allarga di qualche centimetro le celle di detenzione, ma senza mettere in nessun modo in dubbio l’eticità dello schiavismo, anzi, la sua esistenza. È quindi una ulteriore via per incrementare i guadagni. Per noi in realtà è solo un gioco senza scrupoli in cui venire supportati da associazioni che si dichiarano animaliste e che effettuano un monitoraggio delle condizioni di schiavitù degli animali negli allevamenti; associazioni come quella appena citata che si autoproclamano giudici del benessere animale elargendo premi alle aziende che, secondo i loro parametri, hanno apportato benefici agli esseri viventi loro prigionieri: qualche centimetro in più nelle gabbie, un po’ meno cibo tossico, qualche posatoio sparso qua e là negli affollatissimi capannoni per volatili, e il premio è assegnato. Il secondo step è avere buon ufficio marketing e comunicazione e la campagna per i prodotti animal friendly è pronta per debuttare sul mercato. C’è da chiedersi in effetti quali siano questi parametri e come abbiano fatto McDonald’s, Burger King UK o Amadori a rientrare tra i vincitori, aziende che negli ultimi decenni non hanno fatto altro che incrementare la somma delle sofferenze e delle morti nel regno animale per riempire i loro scaffali, i loro ristoranti e le loro casse. Un assunto comunque è chiaro: il marketing nel settore della vendita di cibo nella GDO impone di inserire quelle due parole magiche -benessere animale- per attrarre il consumatore che si dichiara consapevole e rassicurarne al tempo stesso la coscienza; è necessario per chi vuole emergere fra i protagonisti del nuovo corso del mercato capitalista dal nuovo volto green e sostenibile. La contraddizione dei termini animal welfare si evidenzia fin dall’inizio, dato che, facendo un paragone con gli umani da cui viene mutuata l’espressione, per i quali si parla di benessere in relazione a uomini liberi e lavoratori, in questo campo ci troviamo di fronte a vite fatte nascere con l’unico scopo di essere recluse e sfruttate contro la propria volontà, condotte al mattatoio il giorno in cui il loro corpo sfruttato non riesca più a produrre un solo centesimo di reddito per l’azienda. Può essere in qualche modo “una vita degna d’essere vissuta”, per riprendere le parole ufficiali di Coop al ritiro del premio, una vita considerata un prodotto, un oggetto, un ingrediente a cui si attribuisce un prezzo, una promozione e un posto strategico all’interno degli scaffali e dei surgelatori? Una vita vissuta all’interno di gabbie e recinti, fra catene, sbarre, senza nessuna libertà di muoversi e interagire liberamente con gli altri e instaurare legami sociali? Una vita che finirà nelle stesse gabbie fra gli stenti, lo stress più profondo o all’interno di mattatoi pieni di urla e sangue dei propri simili che pochi minuti prima l’hanno preceduta? E’ vita quella che si svolge nei nuovi lager etici che Coop propone? La Coop ha vinto nello specifico il premio Good Egg, perché ha dichiarato di non utilizzare più galline ovaiole vissute in gabbia, ma solo quelle a terra. In realtà la scelta segue le direttive della legge dell’UE sul benessere degli animali d’allevamento e fa un passettino avanti. Ma allevare le galline a terra non significa assolutamente per le galline libertà e spazi verdi, come l’espressione vorrebbe suggerire, ma ancora una volta affollamento, stress e ammoniaca delle proprie deiezioni, molto spesso dentro capannoni al chiuso dove non viene mai vista la luce del sole e dove è quasi impossibile sopravvivere a causa della tossicità dell’aria. Uno stress talmente elevato che ha portato gli allevatori delle galline ovaiole e dei polli da carne alla pratica del debeccaggio, il taglio di metà becco del volatile, per proteggere i propri prodotti dalle conseguenze dell’ansia e dagli scontri reciproci che normalmente sorgono a causa delle condizioni di vita impossibili da sostenere e che possono portare spesso al cannibalismo.
Ma c’è un altro aspetto fondamentale quando si parla di uova. Viene infatti tenuta spesso nascosta al consumatore la pratica ordinaria di sessazione per cui, alla schiusa delle uova, operai specializzati separano le future macchine da uova dai fratelli maschi che, non presentando alcun pregio per l’industria della carne, vengono scartati e triturati in appositi macchinari. Del resto è forse una sorte preferibile a quella delle femmine, che verranno sfruttate fino all’apice della produzione di uova e scartate a loro volta nel momento in cui questa inizi a calare, in genere dopo 2-3 anni. Per poi finire riciclate in hamburger e gustose polpettine ricche di additivi alimentari. Anche l’uovo più biologico che si voglia immettere nel mercato, accompagnato da immagini di galline che razzolano in prati sterminati, presuppone questa pratica di selezione commerciale.
Nel frattempo Coop ha studiato bene le possibili critiche all’ostentazione del proprio volto pubblico di amante degli animali e cerca di rispondere anche a quest’ultima appena esposta: ha già dichiarato infatti di voler selezionare una nuova specie di polli “a duplice attitudine”. Niente più lo spreco del 50% dei pulcini maschi triturati a vuoto, spese inutili e effetti collaterali d’immagine, ma una specie che produca al tempo stesso femmine ovaiole e maschi adatti a riempire i banconi del pollame. Un altro passo avanti nella compassione e nuove idee per i prossimi bio-spot. Un simile scenario di reclusione e sovraffollamento si presenta anche per l’altro premio vinto sempre del 2012, il Good Chicken, attribuito perché l’azienda ha concesso un po’ di spazio in più e posatoi nei capannoni dei broiler, i polli da carne. Pieni di farmaci e antibiotici, medicine somministrate a tutti gli animali d’allevamento per prevenire e curare le malattie causate in primis da incroci e processi di selezione che ne indeboliscono il corredo genetico e di conseguenza le difese immunitarie, poi dalle malsane condizioni di detenzione cui versano, questi volatili vengono fatti ingrassare nel minor tempo possibile in modo che non si sprechi tempo e mangime: dopo 36 giorni, sufficienti in media a raggiungere il peso ottimale, vengono macellati in vere e proprie catene di smontaggio. I banconi Coop, naturalmente, ci presentano anche gli altri animali per cui non è stato ancora vinto nessun premio. Maiali nati da fattrici detenute costantemente in gabbie che impediscono loro di muoversi, allontanati dalla madre dopo pochi giorni, castrati, privati dei denti e della coda affinché anche loro non si feriscano a vicenda per lo stress e dell’ansia da detenzione insostenibili. Ingrassati per 6 mesi, vedranno per la prima volta il sole e respireranno un’aria non contaminata dalle proprie deiezioni solo nel tragitto che li porta dall’allevamento al mattatoio. Costrizione e sofferenza non risparmiano neanche la produzione del latte, spremuto da madri ingravidate artificialmente a cui viene strappato il figlio al momento della nascita, così che non si possa perdere nessun litro prezioso da immettere nel mercato. Perché vicino all’immagine della mucca felice nei prati, non viene mai ricordato al consumatore che anche questa femmina, per produrre il latte, deve partorire un figlio, così come avviene per la specie umana. Questi figli, sottoprodotti del latte, entreranno appena nati nel circuito del mercato: se femmine, saranno nuove macchine da latte come le madri, se maschi, verranno immessi nel business della carne bianca e tenera dei vitelli. Una carne bianca che tanto piace al consumatore soprattutto per l’aspetto candido ottenuto grazie alla mancanza di ferro indotta volutamente dall’allevatore, proprio per mantenere quel colore che tanto la rende pregiata alla vista. Una mancanza di ferro che porta il cucciolo a leccare in modo ossessivo le sbarre della gabbia in cui verrà detenuto per circa 6 mesi in modo che non possa muoversi e modificare le caratteristiche della sua carne, prima di essere trascinato anche lui al mattatoio.
Coop investe costantemente nella sua immagine di compassionevole paladina dell’animal welfare e ad alimentare. Tanto che, in un nuovo spot per il circuito televisivo, si identifica con la bambina protagonista, figlia di una famiglia di campagna, che per ogni secondo dello spot abbraccia tutti gli animali della fattoria: cani, gatti, ma soprattutto galline ovaiole, polli, bovini da carne, vitelli dalla carne bianca, mucche da latte e anche il maiale alla fine. Certo un po’ più recluso rispetto agli altri, ma è pur sempre un maiale anche per loro. Manca però l’ultimo passaggio, quello in cui la Coop-bambina, nel suo abbraccio di morte, porta quei nasi umidi dai respiri che si condensano nell’aria verso il mattatoio stipati nei carri bestiame e poi via, di corsa verso i banconi dei supermercati. Un’omissione che aiuta l’immagine dell’azienda e che continua a far dormire sonni tranquilli al compiaciuto consumatore dei piccoli passi. Questo è il compassionevole e verde futuro di Coop.

“…E i vincitori sono… I veri vincitori sono gli oltre 337 milioni di animali da allevamento che ogni anno traggono beneficio dagli impegni dei vincitori dei nostri premi Benessere Animale.”
…dal sito di Compassion in World Farming – Ciwf.it.

Attraverso questo processo di reinvenzione della realtà è così possibile affiancare alle parole risemantizzate immagini finte e ricostruite che presentano animali felici e liberi, e anche sorridenti quando si vuole usare quell’antropizzazione che ne umilia ancora di più la reale condizione. E’ per questo che qualsiasi scelta fatta partendo dal cosiddetto “benessere animale” non potrà essere accettata se non in un’unica forma: abolire completamente l’allevamento e lo sfruttamento animale. Questo è l’unico benessere animale possibile, perché l’unica vita degna di essere vissuta è quella per cui si possa disporre della totale libertà di vivere al di fuori da gabbie, da tempi umani di produzione, da indagini di mercato, sbarre, catene e mattatoi.
Una critica è reale sono se propone la rinuncia totale del dominio dell’uomo sugli animali e finché non ci sarà una scelta da questo punto di vista, non sarà credibile né accettabile qualsiasi altra forma di fittizia e interessata compassione.”

Fonte http://www.veganzetta.org/expo-2015-e-il-business-del-benessere-animale

Come già affrontato precedentemente in questo luogo…il marketing è il vero alleato dell’antropocentrismo e vera minaccia dell’antispecismo.
Le grandi aziende della GDO sono ormai in allerta (Coop in testa, che da anni cerca ipocritamente di far prevalere nei consumatori questa “etica perbenista”) e per non soccombere in cadute deliranti cercano con ogni mezzo di emergere in questa nuova ottica simil-animalista.
Questo è veramente quanto di più deplorevole ed ignobile si possa fare.
Dopo anni di sfruttamento incontrollato, si vuole ancor di più infliggere agli animali una sofferenza più acuta e meschina: la bugia! E come non commentare l’ipocrisia disarmante in cui si compie tutto questo: la menzogna umana!
L’uomo ormai sta raggiungendo i suoi limiti di sofisticazione incontrollata, mentendo a lui stesso e a tutti i suoi simili, lasciando come sempre il peso delle responsabilità agli animali stessi: loro soffrono perchè vengono uccisi, loro soffriranno nel silenzio ammiccante.
L’antropocentrismo è al suo massimo apice!

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15 pensieri riguardo “Benessere animale

  1. Purtroppo non credo che l’antropocentrismo sia al suo apice, anzi lo deve ancora raggiungere! Hai già citato la “bella idea” di creare una nuova gallina che produca sia femmine ovaiole che maschi da carne; ma c’è anche la notizia che in Cina hanno “elaborato” una mucca che produce un latte simile a quello umano. E continuano a clonare animali per modificarli per i loro orrendi e proficui scopi. L’uomo continua il suo barbaro scempio di ciò che è natura e naturale e vuole convincere i consumatori che è per il loro bene; che la natura modificata dall’uomo è migliore (che bestemmia, specialmente per chi è crede in Dio!), che ci sarà più cibo per tutti (falsità delle falsità, la terra già produce cibo per tutti, solo che pochi se lo accaparrano e si ammalano e muoiono per gli eccessi alimentari, tanti muoiono di fame perchè vengono privati del necessario). E comunque la COOP ha disposto nei suoi supermercati anche un punto vegano (leggi questa frase con sarcasmo, molto sarcasmo). Insomma basta fare soldi, poi tutto va bene, tutto e il contrario di tutto! Nel mio piccolo sto adottando l’alimentazione vegana ( è una scelta etica e poi salutistica), ma la mia famiglia vuole la carne….non si sente storie, quando sono diversi giorni che non la presento in tavola, la reclamano. E io faccio del mio meglio. Ho convinto il marito a lasciare la macelleria della COOP e ad andare in una piccolissima fattoria vicino casa. Lì le bestie sono allo stato brado, le stalle, per quando devono stare al coperto, sono grandi e non sovraffollate. I vitelli vivono di più e, veramente, in modo più naturale, insieme alle loro mamme. Le galline razzolano per l’aia come 50 anni fa, e anche i maiali spaziano tra il campo e loro recinto. Intanto è così, con il tempo spero di poter arrivare a qualcosa di meglio.

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  2. Io mi ritengo molto ignorante nei confronti delle questioni del regno animale, comprese quelle relative all’alimentazione, da anni però mi ritengo altrettanto dubbioso e distante sul concetto generale della coop.
    Istintivamente, diciamo così, dubito sempre e in maniera molto pesante di chiunque “si vanti” delle sue buone azioni… le scelte civiche e morali sono sempre scelte personali, ogni forma di pubblicità che inciti al sostentamento purtroppo mi lascia l’impressione di nascondere qualcosa..
    Nessuno incita mai al comportamento etico perchè quello dovrebbe essere il principio morale di ogni essere umano vivente, ma tutti incitano a sostenere economicamente tali principi affidandosi a “conto terzi” ed è proprio questo che non funziona e che mi fa dubitare… incitateci a scegliere, sacrificate parte dei vostri profitti per darci altre possibilità di scelta o aiutateci a realizzare qualcosa di concreto non fatelo aiutandoci ad indirizzare i nostri denari… questo è l’unico vero cambiamento possibile, quello che parte delle idee, delle azioni e non dal portafoglio…

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    1. “…ogni forma di pubblicità che inciti al sostentamento purtroppo mi lascia l’impressione di nascondere qualcosa..”
      Esattamente Erik! Da una finta coop travestita da società per azioni non ci si può aspettare nulla di buono ed etico! E’ solo schizofrenia, nient’altro! Basta osservare i suoi lavoratori e il loro ambiente in cui operano! 😦
      Grazie del contributo! 🙂

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  3. Ciao! Dopo aver visitato l’allevamento di una mia amica ( che ama i suoi animali e li tratta bene) ho iniziato ad avere anche io qualche dubbio sulle “verità della carne”, ho comprato il libro di Safram Foer ” se niente importa perchè mangiamo gli animali” e il gioco è stato fatto: la mia visione di onnivora sta lentamente cambiando… Ora sono molto più perplessa davnti ad un hamburger che davanti ad un piatto di pasta! Ma la mia domanda er: gli allevamenti intensivi in Italia sono come quelli americani descritti nel libro? la pratica dei pulcini tritati c’è anche qua? Lo chiedo perchè mi sembra assurdo che in Italia/ Europa sia permessa una cosa simile! Grazie per aver iniziato a seguirmi: così facendo ti ho scoperto 🙂 Ciao!

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    1. Ciao Anna! La situazione italiana ed europea in termini d’allevamento non può sicuramente considerarsi migliore o peggiore di quella americana. Certamente in america la “resa” è molto più alta in quanto i consumi di carne sono decisamemte superiori rispetto ai nostri. Basta considerare che l’allevamento del bestiame in senso capitalista è nato proprio in U.S.A. Anche se recentemente le cose stanno cambiando: la gente inizia poco alla volta ad aprire gli occhi e le orecchie!
      Se vogliamo scendere nel dettaglio italiano c’è da sapere che la maggior parte della carne bovina e suina venduta nella grande distribuzione è al 80/90% estera (francese, polacca e tedesca ecc.), mentre per il pollame possiamo quasi totalmente essere certi dello loro nascita ed ingrasso in Italia grazie ai gruppi industriali made in italy noti ormai a tutti. Questo non significa che siano esenti da pratiche di sfruttamento intensivo…tutt’altro! Non esiste al mondo un solo allevamento intensivo etico e sostenibile! Tutto il resto sono balle: uova allevate a terra, bio-allevamento, fattoria felice ecc. ecc. Anche il contadino più cosciente e pulito alla fine ha il suo scopo economico. Certamente sono due mondi diversi, ma non credo che la mucca sia felice di regalare il proprio latte ad altri quando invece è destinato al suo vitello e solo a lui, idem per le uova di galline ottenute artificialmente con pratiche ai limiti della sopravvivenza o per il maiale che diventerà prosciutto e salame… 😦
      Per completezza ti riporto un articolo molto interessante: http://www.greenme.it/mangiare/alimentazione-a-salute/14703-allevamento-polli-antibiotici-italia
      Grazie per il tuo contributo, sono felice per la tua nuova visione etica della vita. Non mollare, la strada da percorrere è lunga e faticosa…ma c’è tutto da guadagnare e nulla da perdere! 😉

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  4. Ho letto solo questo articolo Roberto e mi è bastato. In genere non commento, ma qui. Qui apri una ferita che sanguina. La patina bugiarda dell’economia. La ferocia del mercato, questo essere invisibile che regola i nostri ritmi e ci riduce in schiavitù. Come ci si batte e si vince contro un non individuo invisibile? contro il capitalismo sfrenato che avvelena? Non finiamo anche noi in quel tritatutto dopo i cinquanta, e talvolta prima, quando a queste ‘linde e moraliste’ aziende non serviamo più? Ti seguirò con gioia. Felice che tu mi abbia pescata nella rete.

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    1. Ciao Emilia! Grazie a te per il tuo contributo! Quello che dici è vero: aziende capitaliste (anche italiane) a cui non frega nulla della nostra salute e del nostro tempo speso per i loro immensi fatturati dietro un compenso alquanto accettabile se non misero e scandaloso! Anch’io penso spesso a quest’aspetto…e mi chiedo come cavolo si può lavorare (schiavizzati) per conto di un estraneo che al momento opportuno ti darà un calcio nel sedere senza neanche un “grazie”! Purtroppo questa E’ la realtà moderna di cui ognuno di noi è parte integrante…in ogni settore produttivo…nessuno escluso…anzi, più è bassa la classe più vige lo sfruttamento ignobile! Una soluzione? Purtroppo ancora oggi non credo ci sia, se non quella di rifiuto almeno concettuale ad un sistema malato e delirante!
      Il veganismo (da qui in poi) può essere una valida azione di protesta…cosciente e responsabile.
      Cari saluti. 🙂

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  5. Ho smesso di mangiare carne a 10 anni quando in montagna ho visto trascinare via un vitellino dalla mucca. Urlavano entrambi e la scena si è impressa nel mio cervello per sempre. Dopo un po’ da vegetariana sono diventata vegan e devo dire che per me entrare in un supermercato e vedere tutti quei pezzi di cadaveri nei banconi è una grande sofferenza. Alla Coop non vado mai, mi da fastidio tutto di quel supermercato e grazie al tuo articolo ho capito perché: sono degli ipocriti manipolatori di menti deboli, è vero che questo è il lavoro di tutti i pubblicitari, ma loro credono anche di essere morali e questo veramente supera le mia capacità di sopportazione. Grazie per il bellissimo articolo.

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