Informazione


L’informazione ufficiale odierna ci proviene direttamente da notiziari e agenzie nazionali, organi di stampa e peggio da social network e portali web. La maggior parte di queste news non sono veritiere ma false, ammiccanti, non interpretate nel giusto contesto, condizionate, tendenziose e peggio taroccate. La maggior parte dell’opinione pubblica le percepisce come realtà, oggetto di cronaca comune, le somatizza, le associa a realtà ben lontane o comunque indifferenti al proprio vivere quotidiano e conclude psicologicamente parlando con una riflessione di schiva ed incosciente casualità voluta, ottendendo solo un fine prettamente indotto e costretto di assuefazione al fatto in sè acquisito. Come dire: “è normale che in Medio Oriente ci sia la guerra in quanto è da decenni che avviene. Quindi io non posso fare nulla in merito per cambiere la situazione, quindi non mi interessa, anzi la guerra è l’unica soluzione più idonea in quanto veloce e risolutiva senza danni al mio essere personale, ovvero allontano il problema dal mio stato sociale tramite violenza indiretta”. Del resto il sentimento di vendetta è un atto dovuto molto forte nell’animo umano, non a caso utilizzato da figure politiche potenti per giustificare e fomentare la cosiddetta “guerra giusta” rispetto a “invasione” o la più assurda definizione di “missione di pace” rispetto a “conflitto” o ancora “contingente umanitario” rispetto a “truppe di terra”.
Si discute in demagogia spesso incosciente ed inconsapevole e ciò che è più grave ci si lascia coinvolgere in tematiche qualunquiste e provocatorie, o meglio ci si sente parte integrante del problema solo per manifestare indirettamente il proprio parere e giudizio disinteressato. Negativo. Il cosiddetto “protagonismo” degno della realtà web sempre più virtuale. Alcuni esempi plateali sono i messaggi razzisti nei confronti di extracomunitari o comunque appartenenti a civiltà diverse dalla nostra, che coinvolgono masse di utenti in odio ed intolleranza già motivata e sponsorizzata da testate giornalistiche interessate solo ad uno scoop pubblicitario, e non dalla veridicità stessa della notizia collegata. Del resto anche l’informazione mediatica oggi è reale “profitto”, legata ad interessi economici sponsorizzati senza precedenti. Come non pensare che essa sia pilotata verso scopi ben diversi non legati prettamente alla giusta informazione stessa? Come non sottovalutare il secondo fine che si nasconde dietro questa induzione mediatica? Come non capire lo “strumento” televisivo utilizzato da “terroristi” e “presunti tali” favoreggiato da scopi lucrosi di strategia politica?

La Near East News Agency (Nena News), Agenzia Stampa Vicino Oriente, nasce nel 2010 dal progetto di un collettivo di giornalisti e ricercatori, che vivono e lavorano nel Vicino Oriente e in Italia, con l’obiettivo di diffondere un’informazione indipendente su un’area del mondo che è terreno di conflitti che condizionano l’intero pianeta. Il Vicino Oriente è da sempre oggetto di particolare attenzione da parte dei maggiori mezzi d’informazione; un’attenzione spesso appiattita su rappresentazioni schematiche della realtà dei singoli paesi della regione che, al contrario, è complessa e articolata. Gran parte delle notizie diffuse offre punti di vista parziali che trascurano l’analisi dei contesti politici, sociali ed economici entro i quali maturano ed esplodono conflitti e contraddizioni.
Nena News, aperta al contributo di giovani reporter, si propone di fornire aggiornamenti quotidiani sui conflitti in corso, sui processi politici di cambiamento, le dinamiche sociali, le lotte dei lavoratori, il protagonismo emergente dei giovani e delle donne, le produzioni culturali e musicali. Lo fara’ sia attraverso la diffusione di articoli, reportages, analisi e materiale multimediale.

Pubblico un articolo di Richard Falk – Il Manifesto:
“Se prendiamo in considerazione quanto sta avvenendo nella regione mediorientale a livello politico, circola un’altra ‘verità’ che disturba non poco: l’intera regione in questa fase appare meglio governata in modo ‘autoritario’, anziché in una sorta di ‘incoraggiamento alla democrazia’.
Era questo il tema della litania della presidenza di George Bush (2000-2008) che sembrava così piena di speranze in Siria, Egitto, Yemen, Bahrain…risultata infine poi insostenibile. I paesi con risultati migliori di questi, ora sembano essere proprio quelli laddove il vecchio regime autoritario è prevalso senza grandi intralci (come in Marocco) con qualche riforma ‘cosmetica’. Le alternative presentano un situazione molto peggiore: terribile guerra civile (Siria) oppure una situazione caotica senza uscita (Libia). Data la situazione in Iraq, gli strateghi americani non preferirebbero, segretamente, un ritorno di Saddam Hussein in Iraq come ‘regalo degli dei??’ La Siria, come l’Iraq, ha inviato segnali errati in tutta la regione mediorientale. È iniziato tutto con una sfida della popolazione contro il regime di Assad, che ha fornito l’occasione per scatenare una sanguinaria campagna di repressione di ‘counterinsurgency’.
In seguito, forze politiche esterne, Turchia, Usa, Paesi del Golfo, hanno formato una coalizione come ‘amici della Siria’ per aiutare le forze dell’opposizione ad avere la meglio, mal calcolando le capacità militari del governo di Damasco. In Siria invece di un cambio di regime va così avanti una guerra civile che ha già causato 200 mila vite umane e milioni di rifugiati. Tre risultati negativi politici sono la conseguenza di queste direttive: i paesi confinanti sono stati destabilizzati, la irrisolta guerra siriana ha fatto sorgere varie forme di estremismo islamico, e le atrocità di Assad hanno costituito una licenza ad altri nella regione di perpetrare crimini umanitari che restano impuniti.
Quale è la lezione da apprendere? Gli ultimi decenni dovrebbero insegnare all’Occidente che la fase di instaurare interventi coloniali che riportino successo è finita! E che fondare la nuova era di diplomazia interventista con la ‘crociata morale’ di difesa dei diritti umani, democrazia e di antiterrorismo può ingannare solo i cittadini del proprio paese. Qualora l’intervento militare, poi, non abbia come conseguenza l’occupazione, i risultati non sono migliori. Montagne di corpi umani e desolazione è quanto resta, ma la nuova realtà che si prospetta, come nel caso della Libia, è un caos ingovernabile con milizie armate che si sostituiscono alle norme di legge. Washington chiama queste situazioni ‘failed states’ come se non avesse nulla a che vedere con il collasso della ‘governance’.
L’America e la Nato avrebbero dovuto capire i limiti della superiorità militare e le problematiche relative all’occupazione dai loro fallimenti in Afghanistan ed Iraq. La superiorità militare può generalmente impressionare soltanto un governo del Terzo Mondo e distruggere la sua capacita militare, ma questa è soltanto una fase iniziale e semplice, come uno sforzo per controllare il future politico di un determinate paese. Bush non capì questo quando per l’Iraq annunciò ‘missione compiuta’ al mondo intero. L’idea di trasformare in sicurezza una milizia indigena addestrata per salvaguardare il governo imposto con un intervento militare è davvero una ‘missione impossibile’. Non è con la forza militare che si puo controllare la storia. Questo modo di pensare è parte della cultura politica degli Usa, in base al quale la sicurezza viene assicurata con la violenza del potere. Questo ci riconduce all’Isis e quanto si può fare per migliorare la situazione e non peggiorarla. Obama è stato incaricato di formulare la risposta nella regione mediorientale. Ha dovuto affrontare una problematica dai molteplici aspetti. È stato eletto presidente due volte, in parte per porre fine al coinvolgimento americano nelle guerre oltreoceano, sopratutto in Medio Oriente e ancora una volta sta facendo una corsa per ramazzare nella regione ed in Europa alleati per una nuova guerra contro un nemico che non poneva nessuna minaccia reale o presunta contro la popolazione occidentale. Per aggirare questa realtà è stato necessario drammatizzare la barbarie dell’Isis, focalizzandosi sulle vittime americane e assicurando che non ci sarebbero stati altri morti. E qui sta il nocciolo del problema: la leadership americana nella regione dipende dalla protezione dello status-quo autoritario. Quanto ha proposto Obama è una vecchia formula per il fallimento: bombardamenti, addestramento, fornitura di armi e ‘consiglieri’ per forze amiche (curdi iracheni, siriani moderati, milizie irachene) per spezzare l’arruolamento e i finanziamenti dell’Isis.
Il programma di Obama è una pallida versione della dottrina post-Vietman di ‘counter-insurgency’ ed i rischi mortali vengono minimizzati. Ebbene, come precedentemente, il risultato sarà una mistura di caos, ‘incidenti’ che provocheranno la morte di civili innocenti, facendo emergere risentimento dell’opinione pubblica e grande sofferenza della società civile, creando altri rifugiati. È questo, ancora una volta, il modo militaristico per affrontare la situazione e certamente per creare una situazione ancora peggiore. Certamente esistono opzioni preferibili, ma per attuarle richiede ammettere che l’occupazione americana dell’Iraq è stata la causa dell’emergere dell’Isis, soprattutto dopo l’eliminazione degli elementi Bathisti nel governo. Un altro percorso produttivo presuppone una visione diplomatica americana che comporterebbe un allentamento dei legami di dipendenza da Israele e seguire piuttosto una linea di interessi geo-strategici in Medio Oriente.
Ciò comporterebbe includere l’Iran per trovare una soluzione politica per la guerra civile in Siria, proporre una ‘nuclear free-zone’ in tutto il Medio Oriente, esercitare pressione su Israele per il riconoscimento ai Palestinesi dei diritti riconosciuti dal diritto internazionale. È questo un approccio prettamente politico che contrasta con il militarismo che sta producendo distruzione nell’intera regione mediorientale, sin da quando la pressione politica della ‘guerra fredda’ è venuta meno con il crollo del muro di Berlino. Le geopolitiche militariste sembrano portare ancora verso un’altra catastrofe occidentale nel Medio Oriente. Non esiste all’orizzonte alcuna intenzione politica, da nessuna parte, che possa contrastare tale disastrosa decisione politica. E così il ciclo della violenza assassina si ripete ancora una volta. Il militarismo di questa coalizione occidentale sta confrontandosi con il militarismo dell’Isis, come già accaduto in precedenti interventi occidentali in quelle aree.”
Rebels inspect an airplane destroyed by

Foto Carl de Souza
Fonte articolo http://nena-news.it/

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