Delfino


Taiji. Giappone.
Ogni anno, a settembre ha inizio la caccia spietata ai delfini.

Si tratta di una città di poche migliaia di persone affacciata sul Pacifico nella prefettura di Wakayama, nel Giappone occidentale, saltata alla ribalta internazionale lo scorso gennaio a causa della cattura di “Angel”, una piccola delfina albina strappata alla madre, brutalmente uccisa, e all’oceano…per diventare un fenomeno da baraccone all’interno del delfinario Whale Museum di Taiji.

Il film-documentario del 2009 “The Cove”, vincitore di un Oscar, ha portato Taiji all’attenzione mondiale, dopo aver mostrato la crudeltà con cui vengono uccisi decine di delfini e altri cetacei intrappolati in quella che ormai viene definita: “La Baia della Morte”.
Attivisti da tutto il mondo si uniscono ogni anno ai Cove Guardians di Sea Shepherd e al gruppo di Ric O’Barry’s Dolphin Project per testimoniare e diffondere le crudeli immagini della caccia e della cattura di delfini o piccole balene destinati al lucroso mercato dei delfinari.


“Oltretutto bisogna rilevare che la modalità di uccisone dei delfini è molto crudele e non sarebbe mai giuridicamente accettata in un qualsiasi macello in tutto il mondo, Giappone incluso. Attraverso la recisione del midollo spinale, causato infilando una pesante asta di ferro in un punto situato subito dietro lo sfiatatoio, si porta il delfino ad una sofferenza lunga e dolorosa, che può durare anche 20 minuti fino alla morte liberatoria”, spiega Marina Kodros dalla pagina facebook “L’Altro con Sé”, che oggi lancia una campagna di protesta.

La caccia, che viene difesa dal governo giapponese per l’uso alimentare della carne di delfino, peraltro rarissimo dato l’alto contenuto di mercurio presente nelle carni, serve in realtà a catturare decine e decine di cetacei da vendere ai delfinari e parchi acquatici di tutto il mondo. Ogni delfino o altro cetaceo addestrato, infatti, può arrivare ad avere un valore di 250.000 dollari rendendo evidente la vera ragione della caccia e del massacro annuale.

Qual è la verità? Eccola!
Tutto quello che probabilmente non sapete su Taiji, i delfini e i parchi acquatici in 15 punti:

  1. Cattura di delfini in natura. A Taiji, dopo un’estenuante caccia devono anche assistere alla morte dei loro familiari “meno attraenti”. Solo i delfini senza graffi, cicatrici, di una certa età e specie, vengono scelti per la prigionia.

  2. Devono essere contenuti in un ambiente artificiale.

  3. Devono digiunare in modo che finalmente si decidano a mangiare pesci morti (i delfini allo stato selvatico mangiano solo prede vive).

  4. In attesa di vedere se sopravvivono al trauma ne vengono catturati di più, un rapporto di 1 a 3 (molti infatti muoiono per lo stress o rifiutandosi di mangiare).

  5. Sono costretti ad imparare a mangiare pesci morti e poi ad esibirsi per poter essere nutriti (questo è il primo metodo di addestramento a cui ne seguono altri di ricompensa positiva o negativa).

  6. Poiché il pesce è congelato questo è chiaramente disidratato. In natura, i delfini ottengono l’idratazione dal pesce vivo che consumano. In cattività, sono forzati a bere acqua tramite dei tubi infilati in gola.

  7. I delfini rimossi dai loro gruppi familiari naturali sono costretti a creare una nuova famiglia in un branco, artificiale. Questo significa che a volte possono non andar d’accordo con gli altri delfini e il risultato è la lotta e l’isolamento sociale.

  8. Molti delfini sembrano piangere. Si isolano socialmente e rimangono fermi in una posizione (un comportamento che non è naturale). Altri diventano così annoiati che adottano comportamenti simili agli elefanti negli zoo, dondolando da sinistra a destra. Talvolta se trovano un rifiuto in acqua cercano di giocarci oppure se vicini al mare cercano di stare in una posizione che affaccia su di esso.

  9. Una volta ottenuta la totale sottomissione, a causa della noia, il loro spirito selvaggio è piegato e sono sufficientemente affamati, svolgono gli spettacoli che siamo abituati a vedere. E ‘così triste vedere un delfino, una volta selvaggio e libero eseguire giochi per assecondare l’addestratore, nella speranza che possa essere nutrito o coccolato.

  10. Dopo alcuni mesi, arriva l’acquirente. Una volta che la transazione finanziaria è stata completata, ha inizio il trasferimento. Vengono trasferiti tramite gru in contenitori molto piccoli e poi trasportati per diverse ore all’aeroporto più vicino. Possono volare verso tutte le destinazioni del mondo percorrendo migliaia e migliaia di chilometri. I contenitori in cui sono trasportati sono realizzati in acciaio e sono grandi solo come i delfini i quali rimangono chiusi in questa sorta di ‘bare’ senza nessuno stimolo per diversi giorni. Questa deve essere l’esperienza più terrificante di tutte.

  11. Molti sacrificano la propria vita al punto 10. Gli acquirenti intenzionalmente acquistano delfini aggiuntivi perché sanno che c’è una forte possibilità che il delfino muoia durante il viaggio.

  12. Arrivati a destinazione vengono siistemati in un altro contenitore artificiale dove devono di nuovo sforzarsi di stabilire rapporti con gli altri delfini.

  13. Si devono esibire per il resto della loro vita. Alcuni sono costretti a partecipare a programmi di allevamento in modo che i loro figli possono passare la loro vita ad intrattenere persone. Alcuni vivono in acquari molto piccoli. Alcuni in grandi acquari. Ma la loro vita non sarà più la stessa. Rimarrà solo il ricordo di quando vivevano liberi e selvatici negli oceani, con l’amore della propria famiglia.

  14. Molti muoiono ben prima del loro ciclo di vita naturale per infezioni causate dall’ambiente ristretto in cui sono costretti a vivere o dal contatto con l’uomo. Altri si suicidano chiudendo lo sfiatatoio da cui respirano aria presi dalla depressione.

  15. Il delfino non sorride. Quello che sembra un sorriso è soltanto la conformazione naturale del loro muso che nulla a che fare con il divertimento e la gioia.

Fonte GreenMe.it

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