Due vite…un solo cammino!


miao

Oggi gli animali che vivono con l’uomo (cani, gatti, cavalli…) svolgono un ruolo specifico all’interno del percorso spirituale umano. Da allora inutili sforzi sono stati indirizzati a comunicare al mondo questo nuovo modo di percepire l’animale con il quale si condivide un tratto del proprio cammino evolutivo.
Nel percorso che ha condotto una parte dell’umanità a sperimentare una dimensione urbana, tale “naturalezza” nel gestire il numero degli individui presenti nella sfera d’azione umana è andata completamente persa…
…oggi nessuno di noi si sognerebbe di ammazzare sistematicamente i cuccioli della propria gatta o della propria cagna. Nessuno, neppure per un secondo, prenderebbe in considerazione come realistica una tale soluzione del problema.
E dunque, nell’interiorità umana, tale spinta di autosufficienza (la potremmo definire così dato che in passato era lo stesso contadino a risolvere la questione…) ha avuto necessariamente bisogno di uno sfogo esterno, di un sostegno, ha avuto bisogno di trovare qualcuno a cui delegare il “bubbone”, qualcuno che potesse, definitivamente, risolvere il conflitto con il quale, ciclicamente, la dimensione animale richiedeva di confrontarsi.
Tale figura, al giorno d’oggi, è impersonata dal “Veterinario”.
Ho capito che due sono le forze che in tale questione si vanno a scontrare nell’anima umano.
La prima nasce fondamentalmente dall’evoluzione storica della coscienza umana, da quel passaggio di civilizzazione, vissuto dall’abbandono dei ritmi e della dimensione contadina dove gli animali indesiderati, i cuccioli che più e più volte all’anno riempivano i fienili e le stalle, venivano eliminati direttamente dal contadino per evitare un esponenziale incremento delle bocche da sfamare.
La seconda forza, quella decisamente più profonda, che scaturisce dalla intensa condivisione animica che ci lega all’anima animale nasce dalla percezione, oggettivamente realistica, che l’intervento chirurgico sia un atto assolutamente contro natura, che togliere chirurgicamente quello che Dio ha creato per uno scopo ben preciso potrebbe essere, per l’animale, un’imposizione troppo violenta!
Una violenza, ecco come viene percepita dalla maggior parte delle persone, una violenza nei confronti di quell’essere che così amorevolmente si è accolto nella propria vita.
Due forze, dunque si scontrano frontalmente nell’animo umano.
La prima forza, che nasce dalla necessità di “gestire” i calori delle gatte, le notti insonni, le proteste dei vicini e le potenziali patologie legate alla non utilizzazione dell’organo, le fughe dei gatti, le malattie che scaturiscono dalle lotte per la difesa del territorio, i digiuni prolungati o, per quanto riguarda la razza canina, dove il problema è oggettivamente meno pronunciato, le fila di maschi fuori dalla porta, le gravidanze isteriche e le potenziali patologie.
La seconda forza che nasce dalla sensazione di fare qualcosa di sbagliato, qualcosa che l’animale non potrà capire e che sarà costretto giocoforza ad accettare!
Nell’affrontare il tema della sterilizzazione, dunque, siamo costretti a fare i conti con queste due forze.

Una freddamente razionale e una calorosamente animica.

Come trovare allora il necessario equilibrio tra queste due tensioni? Come ridimensionare il risultato patologico di questo attrito, il senso di colpa, che inevitabilmente nascerà nell’animo umano costretto a fare delle scelte che non sono sufficientemente sostenute dall’esterno? Come ritrovare, nella relazione con il nostro animale, la giusta disposizione d’animo per continuare a vivere serenamente?
Dopo numerose riflessioni ho capito che, ancora una volta, è nel confronto con l’animale che la nostra interiorità riesce a trovare la necessaria forza per uscire da tale conflitto.
L’evento sterilizzazione si presenta dunque alla nostra coscienza come un atto di potenziale trasformazione, una trasformazione che riguarda entrambi. Perchè se è vero che animale viene trasformato proprio nella sua “animalità”, in quel fondamentale parametro della sua esistenza che lo lega a quella dimensione della Natura che gli impone di ripresentare i propri geni alle successive generazioni, è anche vero che questo legame viene, attraverso l’atto chirurgico, definitivamente spezzato e proietta l’animale in un mondo apparentemente privo di punti di riferimento!
Se prima della sterilizzazione il suo punto di riferimento era la Natura con la sua costante ciclicità, dopo l’intervento chirurgico l’animale sperimenterà l’inevitabile necessità di trovare un nuovo punto di riferimento.
Io penso che per nuovo punto di riferimento non si possa intendere semplicemente lo stesso medesimo umano che gli ha imposto tale forzatura chirurgica poco tempo prima, quanto piuttosto un umano che, attraverso questo evento, sia stato in grado di rinnovarsi, di trasformarsi interiormente, nello stesso modo con il quale pretendiamo che l’animale si trasformi per noi.
La trasformazione dei “sensi di colpa in responsabilità”, il raggiungimento dell’equilibrio delle due forze (quella freddamente razionale e quella caldamente animica) nel cuore, lo sviluppo di una percezione dell’animale come parte di me e la consapevole comunicazione emozionale, sono tutti parametri che, secondo me, fanno parte di questa trasformazione.
Una trasformazione che non si realizza in pochi minuti o in poche ore ma che si snoda, come costante sfida all’interno del nostro rapporto, per l’intera esistenza dell’animale, allo stesso modo dell’intervento che gli imponiamo, anche quello dura per tutta la sua vita. Una trasformazione che costantemente ci chiede di essere presenti come nuovo punto di riferimento, affinché, dopo tale scelta, il nostro rapporto non possa e non debba mai più essere come prima.
La mia vita è formata da due fili che, nel tempo, ho cercato di fare coincidere: la ricerca spirituale verso la quale fin da piccolo ho provato una forte attrazione….e l’amore verso la natura.”

Stefano Cattinelli – Medico Veterinario fondatore della Scuola di Dinamica Emozionale Uomo-Animale-Uomo.

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