Vegan? O nuovo strumento in mano alle corporations?


Tratto da Veganzetta.org:

A forza di aperitivi vegani, ci siamo bevuti pure il cervello! 
Una critica e autocritica al movimento per la liberazione animale.

Nelle grandi città e ormai anche nelle piccole realtà di provincia il termine “veganismo” si sta diffondendo a macchia d’olio: è tutto un fiorire e susseguirsi di serate all’insegna del “vegano”,  di “aperitivi vegani”, ristoranti vegani, gelaterie con ampia selezione di gusti vegani, pasticcerie con reparto vegano, fast food vegani e via dicendo. Aziende e catene di supermercati, anche discount, tra cui la Coop, Todis, Carrefour cercano di accaparrarsi attraverso il lancio di proposte sempre più accattivanti – attente alla terminologia usata e al design – questa nuova fetta di consumatori da poco individuata nel mercato: il popolo vegan.
Non solo è in crescente aumento la disponibilità di prodotti vegani nei supermercati, ma addirittura, a breve le persone che rifiutano di partecipare allo sfruttamento degli Animali attraverso i loro acquisti potranno trovare anche integratori e paramedicinali in linea con le loro scelte etiche. Non si tratta di farmaci non testati, ma di prodotti che non contengono ingredienti di origine animale.

Solo una lettura superficiale e scarsamente critica del fenomeno potrebbe indurre a pensare che il movimento antispecista che da decenni si batteper la liberazione di tutti gli Animali, stia raccogliendo i suoi primi successi sulla base del merchandising vegano in crescita. Eppure non di rado sui social network si leggono commenti di giubilo per la scoperta dell’ennesimo ristorante vegano. Tanto ottimismo, troppo, fa pronunciare ad alcuni persino frasi come: “stiamo veganizzando il mondo, stiamo rivoluzionando la società”. Si gioisce perché in tv si parla di dieta vegana contro il cancro, o perché presentatrici di successo dalle idee un po’ confuse pubblicano libri di successo.

Abbiamo un problema: mediatico, politico, sociale, terminologico, argomentativo e forse anche sostanziale, ossia di scarsa chiarezza all’interno del “movimento” stesso. Si confondono gli obiettivi con gli strumenti, e si usano, come nel caso dell’appello agli argomenti indiretti, strumenti sbagliati per obiettivi sbagliati, o che comunque non costituiscono l’essenza della nostra lotta. Vero che diventare vegani è la prima forma di reazione e contestazione al sistema che miete miliardi d’individui senzienti all’anno per i più disparati scopi, ma è altrettanto vero che non rappresenta un punto d’arrivo, semmai di partenza. Il diventare vegan, se non accompagnato da altre precise istanze, corre il rischio, come di fatto sta avvenendo, di essere tradotto nella richiesta di riconoscimento e rispetto dell’essere vegan, come se i soggetti politici in questione fossero le stesse persone vegane, e non gli Animali non umani (di cui dovremmo essere solo portavoce e rappresentanti). Il tutto quindi ovviamente rimarrebbe all’interno del paradigma antropocentrico.

Si parla di persone…non degli Animali non umani. Si parla ancora una volta di noi soggetti umani e non di coloro che sfruttiamo.
Si continua inoltre a far riferimento al solo veganismo, quasi sempre evidenziandone i soli aspetti salutisti – quindi depotenziandone l’originaria istanza rivoluzionaria di rifiuto contro il sistema di sfruttamento degli Animali – identificandolo come un nuovo “stile di vita”.

Porre l’accento sugli “stili di vita” significa voler dire innanzitutto due cose: la prima è che poiché gli stili di vita sono tanti, ognuno avrebbe il diritto di scegliere il proprio senza che per questo debba essere redarguito o stigmatizzato, e infatti l’obiezione che gli specisti ci rivolgono più di frequente è: “io rispetto la tua scelta, tu rispetta la mia”, come se il dibattito fosse tra due soggetti in gioco che cercano di avvalorare la propria posizione dialettica, e non, come realmente è, PER dare voce,  visibilità e possibilità di un’esistenza degna a un TERZO SOGGETTO, che è l’Animale non umano oppresso, della cui vita o morte stiamo effettivamente discutendo. La seconda, appunto, è che nella locuzione “stile di vita” gli Animali continuano a essere del tutto assenti, nemmeno referenti assenti, per dirla con Carol Adams, ma nemmeno referenti in quanto è sempre e solo di noi Homo sapiens e delle nostre esigenze – o presunte tali – che si sta parlando.

Scopo primario del capitalismo e della società dei consumi è quello di sedurre i potenziali clienti costringendoli, senza che se ne avvedano, a nutrire i loro desideri derivanti da bisogni indotti stabiliti a tavolino. Non è vero che il consumatore crea la domanda – ciò accade raramente – è vero quasi sempre l’inverso. C’è bisogno di vendere un prodotto e allora si fa in modo che le persone si innamorino, attraverso varie strategie di marketing, di quel prodotto.

Accade che quando una minoranza si attiva per contrastare una pratica quale quella dello sfruttamento degli Animali, ritenuta oscenamente sbagliata infastidendo l’establishment economico e culturale – fastidio a doppio titolo, non solo perché mette in discussione una cultura vecchia di secoli, ma anche perché materialmente mette a rischio gli attuali equilibri economici – il sistema non rimanga certo fermo a guardare, ma reagisca. Come? Innanzitutto, prima di spendere energie in tentativi di oppressione decisi e mirati, tentando di neutralizzare la minoranza che disturba e rischia di incepparne il suo lento incedere organizzato.

Perché combatterci se possiamo essere assimilati e anzi, da elementi pericolosi e destabilizzanti, risultare addirittura fonte di nuovi guadagni?
E quale migliore strategia per sedurci di quella di farci credere che siamo non soltanto ascoltati, ma anche coccolati, vezzeggiati ed esauditi nelle nostre richieste? “Perché io valgo” recitava lo slogan di una nota marca di cosmetici (che peraltro testa sugli Animali) a ribadire, con chiaro intento di seduzione e adulazione del consumatore, che i suoi bisogni e le sue necessità sono ascoltati e che comprando quel dato prodotto si ha rispetto della sua persona (e poco importa se migliaia di Animali sono stati massacrati, ciò che conta è il mantenimento dello stile di vita del consumatore funzionale al mantenimento del sistema capitalista). “Perché tu vali, cara/o vegan” sembra oggi ammiccare dagli scaffali dei supermercati la nuova strategia di marketing per cui da una parte si finge di dare ascolto alle nuove istanze etiche di una società che sembra affacciarsi sulla soglia di una nuova rivoluzione, dall’altra si sta mettendo a tacere la minoranza sovversiva attraverso un depotenziamento progressivo delle sue istanze più radicali.

Quello che è in atto, con una mossa che sta passando quasi inosservata ai più, è un pericoloso slittamento concettuale dalla richiesta al richiedente, ossia di trasformazione di una prassi (il veganismo) in finalità ultima, come se il nostro scopo fosse non già quello di liberare gli Animali, ma di poter accrescere la reperibilità di prodotti vegani: ossia di deviazione – con chiaro intento d’indebolimento – di quelle che sono le richieste originarie del movimento antispecista nella morbida e accomodante accoglienza del nostro diritto a mangiare vegan.

Nei ristoranti vegani raramente si parla degli Animali morti ammazzati nella nostra società, né si fa attivismo. Si accoglie tanto l’animalista convinto, quanto chi (indossando Animali morti) vuole sperimentare per una volta “questo nuovo trend del mangiare a base di soli vegetali” e che non avverte minimamente l’incongruenza di ciò che indossa e delle sue scelte rispetto a ciò che quella “nuova maniera di alimentarsi” dovrebbe proporre.

Cosa e dove abbiamo sbagliato?
Il problema enorme è che questa ondata di agevolazione della reperibilità di prodotti vegani (che poi, abbiamo veramente bisogno delle “salsicce” vegetali? Non basta mangiare tutto ciò che di vegetale la natura ci mette a disposizione?) ha dato appunto a molte/i l’impressione di aver fatto dei passi in avanti e di star ottenendo risultati, per cui quasi tutte le forme di attivismo che si stanno portando avanti oggi si stanno riducendo alla sola informazione sul veganismo. Che va benissimo per far capire alle persone che smettere di sfruttare gli Animali non significa rinunciare a mangiare bene o a vestirsi con gusto, ma è assolutamente insufficiente a rendere visibile l’enorme e tragica questione dell’olocausto animale.

Non possiamo pensare di risolvere lo sfruttamento degli Animali partecipando ad aperitivi vegani o regalando panettoni vegani ai nostri cari per Natale, per fargli vedere quant’è bello mangiare “senza morte nel piatto”. Quello che dovremmo fare è mettere in piedi campagne abolizioniste e liberazioniste – anche specifiche, ossia focalizzate, a combattere di volta in volta determinate pratiche di sfruttamento – fare pressioni politiche ben mirate, e attuare le varie forme di disobbedienza civile che possano veramente dare il metro e il senso delle proporzioni e del significato della nostra battaglia: che non è e non può risolversi nella conquista di sempre più numerose gelaterie vegane nelle nostre città. In poche parole dovremmo impegnarci per innalzare il livello di lotta, giacché non è nostro fine combattere gli onnivori, ma le pratiche di dominio che consentono lo sfruttamento del vivente.

Ma davvero vogliamo barattare il senso di una rivoluzione così radicale come quella che dichiara negli intenti di decostruire l’attuale società basata sulla sopraffazione e sullo sfruttamento e morte di individui senzienti, con l’ultima marca di burger vegani? Stiamo svendendo le nostre richieste per un panino al tofu in più.

Sarebbe al limite comprensibile se per ogni burger vegano prodotto ci fosse un Animale in meno ammazzato. Ma non è nemmeno così. Innanzitutto perché appunto l’economia basata sullo sfruttamento degli Animali subirebbe uno scossone solo se realmente si raggiungesse la determinata soglia critica, per cui a un calo delle vendite seguisse un calo della produzione (al momento piuttosto gli allevatori continuano a ricevere incentivi dai vari governi oppure trasformano la loro produzione in maniera tale da costituire nuovi bisogni); poi non è così perché appunto, se non si lavora proprio per sradicare totalmente anche il solo pensiero che sia legittimo sfruttare gli Animali, burger vegani o meno, si troverebbe comunque sempre la maniera di continuare a schiavizzarli, e non è parlando di “stile di vita vegano” che si può pensare di mutare nel profondo una cultura millenaria (che va decostruita nei suoi tanti aspetti, quindi non solo economici, ma culturali e sociali in senso esteso, passando quindi anche per la rielaborazione del mito, la letteratura, il linguaggio, la politica ecc.).

Se da una parte è vero che il sistema avrebbe comunque reagito cercando di depotenziare le nostre istanze, assimilandone gli aspetti più superficiali per darci l’illusione di aver raggiunto determinati traguardi, dall’altra è anche vero che in parte questa possibilità gliel’abbiamo fornita noi su un piatto d’argento. L’abbiamo fornita continuando a parlare di veganismo salutista (come se ciò che ci interessasse sia la nostra salute e non la liberazione degli Animali non umani), sorreggendo striscioni con su scritto “vivisezione falsa scienza” (come se il punto fosse l’esattezza o meno di questa scandalosa e sanguinaria pratica e non la sua totale inaccettabilità etica), esultando per ogni ristorante vegano aperto (come se, in maniera inversamente proporzionale, per ognuno di essi avesse chiuso uno dei tanti allevamenti) e, in generale, dedicando, in quanto attivisti, troppo tempo a organizzare aperitivi vegani anziché a realizzare campagne, manifestazioni, proteste o investigazioni capaci di scuotere veramente la collettività e quindi di veicolare messaggi dal forte contenuto e impatto politico.

Per inciso, non si sta qui criticando l’operato di chi fa sensibilizzazione e informazione sul veganismo, o di chi si spende in iniziative per socializzare e creare anche una rete di attiviste/i che si incontrano in situazioni anche, perché no, piacevoli, bensì la brutta china di indolenza che sta prendendo il movimento in Italia. Si vuole incitare quindi a riprenderci spazi politici, sulle piazze e altrove, oltre ai bar e ai locali alla moda; a fare richieste politiche forti in direzione della chiusura degli allevamenti e di tutte quelle pratiche e luoghi lesive della dignità degli Animali.

Non ci dovrebbe interessare il locale vegano, se accanto continuano a restare in piedi la macelleria o la pellicceria.

Quello che auspichiamo in un futuro prossimo è di lavorare per realizzare quindi più azioni dirette per la liberazione degli Animali, e per combattere lo specismo nei suoi innumerevoli effetti (anche sotto forma di campagne e investigazioni mirate, nonché di attenzione critica verso tutta una cultura e linguaggio che rafforzano il concetto che sia legittimo dominare gli Animali), e meno per il “popolo vegano”. Ci siamo dimenticate/i di essere soltanto strumenti e portavoce di questa lotta e abbiamo relegato ancora una volta sullo sfondo i veri Soggetti coinvolti, ossia gli Animali non umani.”

 

 

 

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